Andrea Segrè

451 parole: zero

Zero: un numero naturale che non è successore di nessun altro e rappresenta una quantità nulla, dice il Vocabolario della Lingua Italiana. Un numero molto speciale, arrivato fino a noi dalla cultura indiana e, per molto tempo, avversato poiché nel suo substrato si annidano i concetti del Nulla e dell’Infinito. In matematica infatti lo zero ha la proprietà di “essere” il nulla o l’infinito: moltiplicando un numero per zero il risultato è sempre zero, dividendo un numero per zero il risultato è infinito. Dunque lo zero è l’alfa o l’omega: il principio o la fine. Dipende da noi e da come lo guardiamo.

Non a caso, in uno dei significati figurati che ci riporta sempre il vocabolario della nostra lingua, si può oltraggiare qualcuno come “zero”, negando completamente la personalità dell’altro considerato come nullità. Un processo psicologico pericoloso, che può sfociare nella deumanizzazione, ovvero quel processo che sottrae agli esseri umani le due qualità che li definiscono come tali: l’identità e la comunità1. In altre parole, gli individui vengono privati della loro umanità, spogliati e non “meritevoli” di  alcun trattamento umano a tal punto da considerarli privi di emozioni tipicamente umane come la tenerezza o il calore, “oggetti subumani” e “stupidi selvaggi”2.

Ma zero è anche un punto iniziale di una sequenza, di una serie, di una scala graduata; punto di demarcazione tra valori negativi e valori positivi: quante volte infatti abbiamo ricominciato da zero? Nel senso che siamo ripartiti dalla situazione iniziale o dal nulla? O quello che per noi era il nulla?

O anche fortunate formule come Chilometro Zero o Tolleranza Zero, estese ad altro rispetto alle definizioni originarie.

La prima è la formula lanciata originariamente per le vendite di automobili: il “km 0”, una via alternativa all’acquisto convenzionale per risparmiare rispetto ai modelli non ancora immatricolati. Il concetto poi è stato applicato al cibo da Coldiretti, una delle principali organizzazioni agricole italiane, per favorire il consumo di alimenti locali e di stagione. In sostanza i prodotti alimentari che – come quelli dell’industria automobilistica – non fanno chilometri prima di essere consegnati agli acquirenti, e perciò non accumulano, nei passaggi, margini di guadagno per i diversi operatori. Insomma un’alternativa all’acquisto tradizionale nella grande distribuzione. Una formula di successo, legata soprattutto alla valorizzazione del cibo e del territorio, ma molto controversa e non condivisa da tutto il mondo agricolo poiché dà l’idea di voler promuovere un sistema chiuso. Come se un produttore del Chianti dovesse vendere tutto il suo vino ai vicini oppure berselo invece che puntare alle esportazioni.

Il secondo è lo slogan coniato dall’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani. La sua Tolleranza Zero era un modello di politica e governo che prevedeva un’applicazione particolarmente intransigente delle norme di pubblica sicurezza nei confronti delle “piccole” trasgressioni, come il mancato pagamento del biglietto dell’autobus o lo scippo. L’abitudine alla legalità, secondo questa teoria, dovrebbe – o avrebbe dovuto – produrre in breve tempo, insieme alla riduzione della microcriminalità, anche un calo dei reati maggiori, quali stupri e omicidi. Ma diversi analisti politici, e non solo, hanno manifestato molti dubbi sui risultati positivi di questo tipo di approccio. Il concetto comunque è stato esteso a tante altre “tolleranze zero”.

Ma, verrebbe da chiedersi, occorre essere così “duri” per poter vivere bene?

In realtà in questo momento abbiamo toccato il fondo, lo zero appunto tornando alla nostra parola. Una crisi profonda che sta azzerando le risorse – economiche, naturali, sociali, culturali – e addirittura annullando le vite di molte persone angosciate e senza speranza.

Come possiamo fare per riemergere da questo zero? Possiamo provare a “vivere a spreco zero”3: un auspicio semplice, un verbo e due parole messe in fila per enunciare una piccola rivoluzione, non solo grammaticale. Una visione che si è già tradotta in azione, il presente che vive e vede il futuro. La via d’uscita da una crisi economica, ecologica, etica, estetica – tante “e” – che non solo sembra senza fine ma è anche estrema – un’altra e – nelle sue profonde e crescenti disuguaglianze.

Senza fine perché è in crisi ciò che sta a monte dell’economia e delle altre “e” richiamate: la politica. Che non riesce più a proporre nulla di nuovo, una visione lungimirante, che preveda – nel senso letterale del verbo – un investimento sul futuro, prestando attenzione prima di tutto ai giovani, alla loro formazione e al loro lavoro. La nostra, quella italiana in particolare, è una politica poco sostenibile. Ma non nel senso dei sui costi, anche quello certamente. Una politica che non vede la sostenibilità – per definizione la durata nel tempo – come orizzonte. L’epoca che stiamo vivendo non ha pari nella storia dell’umanità per il livello di conoscenza e il progresso raggiunti. Ma è altrettanto impari nella distribuzione delle risorse, delle ricchezze, delle tecnologie. Ricchezza e povertà, fame e sazietà, sviluppo e sottosviluppo: tutto si oppone. E la forbice fra chi ha e chi non ha si allarga sempre di più. Nella crisi, e tutti i dati disponibili lo confermano, i poveri aumentano e stanno sempre peggio, mentre i ricchi diminuiscono ma stanno sempre meglio. In Italia come altrove nel mondo. È falso, come dice Zygmut Bauman, che la ricchezza di pochi è la via maestra per il benessere di tutti4. Le disuguaglianze crescono sempre più velocemente, come se il tempo scorresse in un’altra dimensione che non si misura più nella “lunga durata”, quella di Ferdinand Braudel per intenderci, ma nel fast and low, veloce e minimo, scarso, basso. Tuttavia, se è vero che «tutti gli esseri umani nascono uguali», questa retorica ci suggerisce che in realtà non lo siamo, almeno nell’accesso alle risorse e alle opportunità, punto di partenza molto spesso della discriminazione sociale. Anche solo considerando il punto di vista economico, i dati della Banca d’Italia pubblicati alla fine del 2012 fanno ben comprendere il nostro squilibrio: il 10% delle famiglie italiane ha in mano il 45,9% della (cosiddetta) “ricchezza complessiva del Paese”. In altre parole, a proposito di parole (molto) usate negli ultimi tempi, nel nostro paese cresce lo spread fra ricchi, sempre di meno ma più ricchi, e poveri, sempre di più e più poveri. Del resto, già don Lorenzo Milani nella sua “Lettera a una professoressa” diceva: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra diseguali». Ma accanto alla disuguaglianza sociale, creata dai sistemi economici e politici, vi è anche quella naturale. Che di per sé non è affatto catastrofica. Il sociologo tedesco Ulrich Beck spiega questa “naturalizzazione” dei rapporti sociali di disuguaglianza e di dominio: «Mentre la disuguaglianza delle opportunità di vita dovuta al reddito, al titolo di studio, al passaporto … reca per così dire scritto sulla fronte il suo carattere sociale, la disuguaglianza radicale delle conseguenze climatiche si materializza nel moltiplicarsi o nell’intensificarsi di eventi naturali di per sé “familiari” (inondazioni, uragani), a cui non sta scritto sulla fronte che sono il prodotto delle decisioni sociali»5.

Ma quanto tempo potranno durare queste tanto crescenti quanto insopportabili disuguaglianze? Sono sostenibili? Che mondo è questo?

Un mondo che deve durare nel tempo, che deve mantenere la sua musica, che è la vita, allungando le note e la loro risonanza come si fa con il pedale del pianoforte, sustain in inglese. La sostenibilità dunque, meglio ancora durabilité in francese: durare, mantenersi nel tempo, di generazione in generazione, essere capaci di adottare una visione-azione di lungo periodo, sia in campo economico sia ecologico, per tenere conto dei diritti di chi verrà dopo di noi e delle conseguenze future delle nostre azioni dell’oggi. Le risorse naturali alla base dei nostri bisogni fondamentali – il suolo, l’acqua, l’energia – non sono infinite e neppure scarse come sostiene qualcuno. Se le dobbiamo consumare – ci servono per vivere – dobbiamo anche consentire la loro rigenerazione nel tempo, che poi è il compimento della sostenibilità. La società sostenibile deve dunque rinnovarsi continuamente. Del resto, rinnovare contiene anche il verbo innovare che significa ricercare e sperimentare, nuovi prodotti, processi, tecnologie. Paradossalmente, l’ideale è proprio partire da un fenomeno assai negativo nella percezione comune: lo spreco. Di cibo, di acqua, di tempo, di vite, di risorse… c’è sempre qualcosa o qualcuno che si spreca. Eppure la stessa parola fornisce la strada, la formula. Basta dividerla in due e aggiungerci un meno e un più: lo “spr” è la parte negativa, l’“eco” quella positiva. Dobbiamo ridurre l’eccesso, il surplus, il troppo e far crescere l’eco, la casa grande (Natura) e piccola (Uomo). Lo “zero” numera, al minimo, l’obiettivo. Che in questo modo diventa il più alto, pur essendo il più basso in assoluto. Vivere a spreco zero si gioca dunque fra due sostantivi che sono la base dello stare al mondo: sostenibilità e rinnovabilità, ovvero durare e rigenerare. Una società fatta di donne e uomini che, nella riduzione al minimo assoluto dello spreco, dell’eccesso, dello sperpero, del surplus, dell’eccedenza, dell’inutile, del di più, vive (sta al mondo appunto) per durare nel tempo rinnovandosi continuamente. Un’utopia? No, se l’utopia la consideriamo come un orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare (Eduardo Galeano).

 

1. C. Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 31.

2. A. Bandura, Teoria socialcognitiva del pensiero e dell’azione morale, in “Rassegna di Psicologia”, 13, 1996, p. 73.

3. A. Segrè, Vivere a spreco zero, Marsilio, Venezia 2013 (in stampa). Riprendo anche il mio testo uscito sull’Unità del 12 aprile 2013.

4. Zygmut Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” (Falso!), Laterza, Roma-Bari 2013

5. Ulrich Beck, Disuguaglianza senza confini, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 25.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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