Ben Calcaterra

Fiction – Il codice della colpa

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

Strano pensare a un assassinio, quando è così tanta la distanza umana di vittima e carnefice, così diversi e lontani i  loro caratteri:   ricco e spavaldo l’uno, e sicuro di sé, l’altro povero e insicuro e risentito col mondo intero, se stesso compreso. Io sono quello povero, giovane d’età ma ormai vecchio nell’aspetto, a forza di fare il barbone sempre sulla strada in cerca di quattro soldi per fare giornata e sopravvivere. Lui non era certo uno da strada. Come e dove ci incontrammo, vi chiederete. Insomma tra me e lui ci poteva stare tutt’al più un saluto, per educazione, niente che potesse lontanamente assomigliare all’intimità ravvicinata d’un assassinio.

Non avrebbe dovuto aprire quella boccaccia ingorda, ecco cosa era andato storto. Se dalle labbra insolenti, aperte in un sorrisetto di scherno, le parole non fossero venute  fuori indecenti, del tipo: Ehi amico, vuoi guadagnarti dei soldi?, ora non sarei qui a raccontare. Io non risposi subito, per un po’ rinchiuso nella mia dignità per nascondere il mio bisogno fin troppo evidente. Poi cedetti, sapendo di doverlo fare. Risposi sì, sì, certo,  certo, aggiungendo subito dopo Ma certo, Signore. Lui tirò fuori un biglietto dal taschino del panciotto, che rimase gonfio. Il suo adipe molle e voluttuoso  premeva di sotto. Venti euro, e fai giornata … sono tuoi se attraversi la strada lì, vedi quella cabina telefonica laggiù?, m’indicò con la mano grassoccia. Troppo facile, pensai. Cosa vuole che faccia, gli chiesi. Una telefonata, disse lui, solo una telefonata, e mi allungò un biglietto da dieci euro. Tieni questi intanto, gli altri dieci dopo. Osservai la vecchia cabina oltre la strada. I dieci euro messi al sicuro in una tasca sdrucita del mio giaccone, lessi il testo che dovevo interpretare: Pronto!? Pino, sono Simone. Ti parlo per voce di un altro, questa persona ti telefona  perché sia chiaro che sono costretto a farlo contro la mia volontà, e tu sai perché, caro Pino. Devi recarti subito  dove sappiamo noi due, ma con mezz’ora d’anticipo. Lì chiariremo  il nostro rapporto. E i nostri incontri successivi, naturalmente.

Dentro l’umida cabina telefonica, sopravvissuta per miracolo al dilagare prepotente dei cellulari, rilessi ad alta voce, come una preghiera costretto a recitare dentro la cornetta invece che in chiesa. Il sudore mi colò lungo la fronte e giù sopra il naso, fradicio e vergognoso della mia parte in questa intimità tra uomini sconosciuti. Lo sghignazzo che percorse il filo e giunse alle mie orecchie mi colse di sorpresa. Un incontro successivo!, udii chiaramente. Ah ah! Dì al tuo capo che può scordarselo …  chiaro? Povero illuso.

Il tuo capo … ma questo stronzo con chi credeva di avere a che fare? Che cazzo dici!, urlai schiumante di rabbia.  Di che capo parli? Io non ho nessun capo, sono un uomo libero, libero, capito? Lui rimase calmo. Sorpreso, è vero, lo capii dal suo silenzio, ma  calmo, senza ira. Ironia sì, però. E sghignazzò ancora.Non dovevo cedere. Ripresi a dargli del Lei per ristabilire le distanze. Io non ho  padroni, non ho capi …, sono più libero di lei, urlai. Di lei e tutti gli altri, chiaro?

Mi parve di vedere il suo sorriso aleggiare dentro la cornetta. Sentii che sussurrava, Cosa blateri, disgraziato! Mi insultava di nuovo. Reagii. Gli dissi che era uno sciocco, che il suo amichetto lo prendeva in giro e gli stava facendo un bello scherzetto, che usava me senza  mettere la sua faccia nel loro gioco di coppia, qualunque esso fosse. Capisce, adesso?, dissi. Lei ride e non capisce che sta cascando in una trappola …  ride di se stesso. Stavo bluffando, non sapevo niente di loro. Però nessuno mi può sghignazzare in faccia. Sono uno sensibile, non porto nessuna maschera dietro cui nascondermi. Un fallito insomma, ma il mondo mi deve guardare in faccia come io guardo in faccia lui: con umiltà. La mia vita passata ha avuto momenti di grandezza e bellezza. Mi apre ancora porte che nessuno immagina, nella memoria chiude dietro di sé la disperazione. Nel sogno, anche  quando non dormo, dimentico tutta la mia miseria. Io l’amavo, lei era unica.  Sentii di nuovo la voce dell’uomo nella cornetta.  Pino, dall’altra parte del filo, aveva cambiato tono. Si rivolse a me come a un complice. Ce l’aveva con Simone e io potevo capirlo. L’ironia era palese ma ora a me dava del lei.Lei non conosce nemmeno Simone, disse. Bene. Meglio per lei. Così posso dirglielo ancora più chiaramente: vada a farsi fottere lui e i suoi chiarimenti. Non c’è proprio niente da chiarire,  per me è un gioco, solo un gioco, sin dall’inizio. E lei non avrà più a che fare con lui, perché qui finisce tutto tra me e lui …, terminò.

Rispetto è quello che cerco e Pino me l’aveva dimostrato. Soddisfatto riappesi il ricevitore, senza nemmeno salutarlo. Velocemente risentii la sua voce e la mia, un’eco che dal mio cuore saliva alle orecchie, involontariamente … già, involontariamente, come tutto ciò che ormai mi capitava. Involontariamente spedito come un pacco postale nella miseria, da volontà superiori alla mia. Un barbone  involontario. E siccome io ero povero e lui non volevamostrare la sua faccia alle cose, questo signore di nome Simone si rivolgeva a me per chiarirsi con il suo compagno,  mi offriva dei soldi e tutto questo a prescindere  dalla mia volontà … era pura e semplice necessità. Tutto finiva lì per me. Ma perché Simone aveva tanta paura di esporsi? Perché  i ricchi fanno così, dirigono tutto da dietro le quinta in modo vigliacco e lasciano che qualcun altro si esponga al loro posto? Tutto qui? Un sospetto mi fece cambiare il corso dei pensieri. Vieni subito  dove sappiamo noi due con mezz’ora d’anticipo sul solito. Io l’avevo recitata religiosamente la preghiera di Pino, la cabina telefonica trasformata in un altare.  Bastava l’insolenza di S e P (così iniziai a chiamarli dentro di me) a farmi sentire così coinvolto? E una mezz’ora come incideva nel chiarimento tra loro due? La mia curiosità non trovava risposte logiche … in tutti modi ero io il loro mezzo per poter mantenere il controllo della situazione, al di là della mia stessa volontà personale. E questo non mi  piaceva, essere manovrato al di là delle mie intenzioni. Sentivo crescere la mia angoscia, stretto dalla necessità in un mondo che mi chiedeva sempre il denaro che non avevo, un mondo senza pietà. Temevo che la spietata comunità avrebbe preso da me tutta la linfa vitale di cui si nutriva. Ora ero all’atto finale e io sembravo non contare più niente davanti a fatti e persone a me superiori. Potevo ancora vendicarmi? Potevo trasferire l’angoscia dalla vittima  al carnefice? Prima i dieci euro mancanti, però. Fantasticavo: Simone, sbattuto a terra con un pugno o una testata, mi avrebbe pregato lui per un po’ di pietà. Il mio cuore batteva veloce, sembrava impazzito. Quel grasso bastardo. Usare me per il suo misero scopo personale. Non avere neanche il coraggio d’esporsi personalmente, mandare allo sbaraglio me, un povero rifiuto della società. E il mio orgoglio, allora? Non contava più nulla? Venti euro. Niente per lui, per me qualche giornata in più di sopravvivenza. Che importava a lui che io venissi a sapere delle sue beghe personali, insignificante com’ero? Le mie misere motivazioni umane cosa potevano valere di fronte al suo potere? Lui il carnefice e io la vittima, il denaro e il potere a decidere tutto, il nostro destino intero. Tutto messo a tacere pagando il giusto, la lezione della vita. Nessuna vergogna più. E poi ci si metteva anche la mia vista che calava di giorno in giorno, un’ingiustizia naturale in più.

Un povero Cristo che s’é rovinata l’esistenza. Poveretto … Beh, si sbagliavano, qualcosa potevo ancora fare. Basta. Da troppo porto questa croce  inchiodatami sulla schiena dal caso, dissi a me stesso, non mi lascia neanche dentro il letto quando dormo, cerco di dormire a pancia in giù, soffocando il pianto che sale … mi perdo nella disperazione e poi sogno e solo così mi salvo. Sogno lei, la rivedo con me. Ancora con me. Poi mi sveglio e dico basta, non ce la faccio più. Qualcuno deve pagare. Rinunciare anche lui alla felicità e sopravvivere nel modo più elementare, come in tempo di guerra. La guerra non fa distinzioni, il male raggiunge tutti. E fa più male se sei da solo. Simone,  lui è  una vittima potenziale, può prendere lui il posto mio, essere lui inerme oggetto di violenza. Imparare che la mano del carnefice non tentenna. Senza pietà per nessuno, una forma di  giustizia se il più debole si salva,  trova se stesso più forte di tutti e scopre la sua forza proprio quando non può più difendersi e nessuno vuole più difenderlo. E diventa lui il carnefice.

 

C’era un punto debole anche in lui. Ero più forte io, lo sentivo: nella mia innocenza perfetta, a me la gente sorrideva con simpatia, ero un poveretto innocuo, non una minaccia per nessuno … al massimo m’ignoravano. Mentre scopriva i denti perfetti, lo vidi trasfigurato, un immondo rettile rapace e perfido. Un coccodrillo uscito dalla palude.  Aprì il portafoglio e mi consegnò i dieci euro mancanti, dopo aver tolto dalla tasca della giacca anche la cassettina contenente uno specchio e averla spostata in un’altra tasca interna. Per la prima volta, dopo anni e anni di miseria solo materiale, mi vergognai: denaro contro favore, potere sfacciato contro miseria. Tutto il contrario di quello che dovrebbe essere nella vita di un uomo se prevalesse l’umanità. Mi sentivo umiliato e con me sentivo umiliata l’umanità intera, anche se io ora lo stavo ingannando mentendo sulla telefonata. Presi in mano la banconota nuovissima, ancora rigida e priva di pieghe, sentendo il sudore colarmi sulla fronte giù fino al naso e ai suoi angoli. Gli occhi mi bruciavano. Lui stava lì senza muoversi, come se attendesse ancora qualcosa … come se la parola fine dovesse ancora essere detta al nostro incontro. Sicuramente non aveva nulla da temere da me: un povero barbone che aveva appena ricevuto la sua ricompensa, la paga inaspettata per la sua sopravvivenza giornaliera.

 

Quanto si sbagliava! Ma chi avrebbe potuto prevederlo? L’improvviso esplodere della mia rabbia non aveva un senso neanche per uno scienziato o un chirurgo come lui. Forse solo un uomo d’azione, abituato a valutare gli altri esseri umani come potenziali nemici o amici a seconda dei casi, avrebbe potuto intuire qualcosa di strano in me. Lui invece, rimessosi in tasca il portafoglio, estrasse un taccuino e si voltò un attimo, in cerca di luce in quella strada momentaneamente deserta e sull’orlo dell’oscurità serale. Capii cosa stava facendo:  lì c’era nero su bianco il motivo della mezz’ora di anticipo. In quel taccuino aperto. I miei pensieri furono catturati in una spirale perversa,  seguendo una curva furono guidati dalla fulminazione dell’intuito. Poi,  a quella successiva, rimasero dominati dalla materia oscura del taccuino alla portata del mio sguardo. Ossessivamente oscillavo tra intuizione e scoperta, in una ripetizione insensata. Desiderai d’interrompere la spirale perversa dei miei pensieri e darle uno sbocco in un mare acquietante e definitivo. Il mare, proprio quello che vedevo davanti al mio sguardo: una distesa d’acqua verde, un colore simile a quello delle pupille di Simone ma molto più vasto del suo. Quel mare annullava tempo e luoghi di appuntamento, annientava le intenzioni umane nella sua vastità.  Vidi nel verde degli occhi di Simone l’agitarsi di una luce nascosta, un faro per guidare nel buio e il suo benissimo divenne una voce lontana, una nota stonata della natura. Il movente del misfatto prendeva sempre più corpo. Inarcai le gambe, piegandole leggermente a mo’ di virgole, spostai tutto l’equilibrio per lo slancio del balzo felino e mi buttai rabbiosamente sul suo collo con tutta la veemenza del mio spirito esasperato. Il terrore che comparve nei suoi occhi verdemare non fu inferiore a quello che sentii pervadere il mio cuore rosso sangue. Terrore della vendetta. Il mostro vendicatore sembrava rimbalzare da uno all’altro, troppo sproporzionato per trovare alloggio in un solo uomo. Le regole morali della mia educazione volevano condannare ogni gesto di vendetta, anche il mio, come un male diretto verso i propri simili. Io non mi sentivo il vero colpevole, però.  Ero solo uno specchio delle colpe altrui, un riflesso involontario. Lui, e non io, era il responsabile della violenza. Gli stavo dando una possibilità: se avesse mostrato una parvenza di emozione e debolezza umana, ecco allora avrei forse dubitato della mia scelta. Avrei almeno esitato. Invece mi osservava insolente e ironico, come a dire hai fatto quello che volevo, non mi servi più, sei ancora qui uomo inutile? Si credeva grande e potente, lui. Io rappresentavo l’insignificante sottospecie del genere umano. Quell’uomo puzzava di successo e cinismo, corpi aperti e ricostruiti con pretesa chirurgica, tanto denaro per farlo e godere di lussi e piaceri indisturbato.

Mi sarei liberato dalla mia ossessione solo mostrando a tutti il senso vero della sua vita, quello taciuto. Perciò, in un certo senso, fu lui stesso a chiedere di morire.

 

Neppure io so dirvi esattamente cosa scattò in me nel momento di violenza assoluta e cosciente.  Il delitto fu una liberazione necessaria. Ma da che cosa, se sono sempre stato un uomo libero? La spiegazione di questo fatto mi è ancora almeno parzialmente oscura. In quanto lettori, voi siete più liberi da pregiudizi di chi scrive,  giornalisti inclusi, forse capirete. Certo è che Simone era molto forte: quando posò il suo manone pesante sulla mia spalla, destra o sinistra non ricordo più bene, sentii una provocazione fisica nella sua presa possente. Un potere che non accettavo. Ecco, forse la presunzione della sua presenza era la vera provocazione.  Sorrideva sicuro di sé, in leggera attesa e controllo perfetto della voce. Voleva sapere cosa mi aveva risposto Pino.

Allora? Cosa ti ha detto?, chiese. Verrà, come stabilito da lei, risposi. Benissimo, disse.  Non so perché mentii spudoratamente. Forse fu la prima volta in vita mia, ma da allora le bugie sono mie compagne di viaggio. La rabbia stava già salendo dentro di me. Schifoso, lurido verme senza pudore, mi stava davanti e sorrideva ironico. Quello che serviva a farmelo odiare. Non sai cosa ti aspetta ora che ti ho capito.  Ancora qui?disse di nuovo. Non mi servi più, puoi andare, su, vattene. Cos’hai da guardarmi? Simone era contrariato. Devo stare solo, capisci? Farmi i fatti miei. Ti ho pagato, no? Il disprezzo che già provavo crebbe a dismisura. Per lui le altre persone erano solo esseri inferiori, fastidi e limitazioni. Si credeva superiore a tutti … cosa contavano gli altri per lui? Contava solo quello che poteva ottenere da loro. Lui che aveva già tutto. La loro mente e i loro corpi, i loro soldi. Il potere sul loro tempo. Finito che ebbe di parlare, estrasse  un oggetto di metallo nero dal borsello che aveva a tracolla. E mi tolse ogni dubbio. Simone era parzialmente nascosto al mio sguardo dall’ombra della strada al tramonto. Vorresti il mio telefonino, eh?, disse. È come una piccola bara ma dentro c’è un’anima vivente, non vedi. Un’agenda che parla. Le parole sono come lapidi, per continuare a parlare coi morti … e noi, non siamo tutti morti viventi? Andiamo in branco come una maggioranza, senza identità, con nomi ridicoli, i morti hanno più significato di noi. AAHH AAAHH!! La sua risata mi colpì come una pugnalata, suggellando le sue parole come la lama che affonda e completa l’aggressione iniziata con l’immobilizzazione della vittima. Rimasi trafitto. Capisci cosa dico?, disse.Ora la via era diventata quasi completamente buia. Io ero tramortito, sentivo la qualità imperfetta del male di vivere. E nell’oscurità di quella strada deserta, riuscii a vedere una nota luminescente sul suo nero taccuino. In corrispondenza del 15 del mese, lessi: Da solo tutto il giorno. Sentii forte il malessere crescere dentro di me. Il mio destino scritto su una pagina di un altro. Elisa l’avevo persa, s’era fusa nel passato e non sarebbe più tornata. Rividi un dettaglio della tragedia: dalla borsettadella mia amata tutti i prodotti di bellezza erano sparsi ai piedi del sedile accartocciato. Creme cipria rossetto matita rimmel eye-liner: la bellezza delle cose della vita femminile dispersa per terra, inutile e ridicola, scaraventata sul fondo stradale da una forza inumana che aveva aggiunto disordine alla violenza della morte di lei. Io quasi svenuto, perso il controllo della vista, incapace di conoscenza. E ora questo delirio m’impediva di scappare dalla realtà, potevo solo riviverla. Il disegno era chiaro, superiore alla mia povera volontà di uomo. Mi voleva presente lì, trasformato dalla volontà in una mano del destino. Uno sconosciuto troppo vicino davanti a me era il bersaglio naturale della mia vendetta. Niente poteva più salvare Simone, ogni suo tentativo di difesa sarebbe stato largamente inferiore alla mia nuova potenza di angelo vendicatore.

 

Lo vidi riporre il telefonino, voltarmi la schiena e cominciare a truccarsi … sì, proprio così, aveva estratto rimmel e specchietto da non so dove e si stava truccando gli occhi. La vanità umana non ha confini, ma la tua vita sì: e ora vedrai qual è!  Mi preparavo all’aggressione. Urlai, sorprendendolo con la mia esasperazione. Lurido verme! Ti farò riposare per sempre dove meriti: sottoterra!

Rosso in viso come un fuoco crepitante, avevo la gola strozzata dall’emozione. Udii il suono delle mie stesse grida come un’eco in lontananza che rimescolava la cieca rabbia di vendetta dentro di me. Mi sentii invincibile, investito di una missione superiore. Lostrangolai senza pietà. Vidi i suoi occhi mostruosi (ma forse era la mia mostruosità che si rifletteva in loro) ingoiati nel buio terrificante senza fondo, vidi la luce verde delle sue pupille sbarrate acquistare finalmente verità. Fuggii rapidamente, ma mentre fuggii riuscii a intravedere uno specchio caduto a terra, frantumato in centinaia di pezzetti che immaginai taglienti. Erano imbrattati di sangue e giacevano sparsi sul terreno insieme alla cassetta che li aveva contenuti, prima che si rompessero. La cassetta era intatta, pur se sporca di sangue. I giornali del mattino riportarono la notizia con dovizia di particolari … in prima pagina nella cronaca locale. Riuscii a leggere qualche giornale nel mio vagabondare nei locali pubblici (lì  potevo leggerli senza dover pagare). Fui invaso da una strana felicità: ero un protagonista perfetto, senza rimorso. Senza colpa e senza pietà. La mia libertà, che cosa preziosa. Molto più del denaro e della vita persa per denaro. Io non ne avevo nessuna colpa. Quegli articoli di giornale ne erano la conferma. Ancora oggi, libero e impunito, conservo gelosamente la memoria di quel gesto totale e crudele. Ecco, la crudeltà è stata proprio la chiave di tutto. I motivi erano i più vari, è vero, nessuno sembra averlo capito chiaramente. Ma la crudeltà … quella era unica. Nelle cronache c’é chi mette in risalto l’atrocità fisica dell’assassino, riconducendola a vendetta o gelosia, chi ne attribuisce la paternità a uno psicotico vendicativo … chi pensa a uno squilibrato. Tutti totalmente fuori pista. Pensavano davvero di poter individuare nelle solite banalità il vero codice della colpa?

Su una cosa sola hanno ragione: il fatto che la vittima fosse un illustre chirurgo, specialista in neurologia, era un dettaglio importante. Molti giornalisti si sbizzarrirono a fare ipotesi riguardanti le note caratteristiche di ebreo e omosessuale del defunto, individuando motivi oscuri di razzismo. Ricordo ancora un titolo preciso e rido: Un delitto razzista è stato commesso nell’oscurità pacifica e appartata di via Testoni.

 

Il mare mi ha sempre affascinato, in fondo. I suoi colori, i suoi movimenti che variano col vento e con le maree, la sua vastità e la sua limitatezza insieme, uno spazio che immagino infinito e che vedo perfetto e delineato chiaramente nell’orizzonte, non c’è niente per me di più bello e inquietante. Alle volte, mentre siedo solitario sulla sabbia compatta eppure morbida sotto il mio sedere, penso che vorrei restare sempre così, a osservare il mare tra il rumore delle onde e il verso stridulo dei gabbiani. Vorrei sentire il canto lontano delle Sirene, naufrago tradito da tutti, ma agguerrito e vincente nella sua vendetta. Annusare il sale, la scia di odori lasciati dal vento e dai pesci morti, dalle alghe fradice, dai granchi esanimi. Così, in uno strano e impellente groviglio di odori e immagini e suoni, mi sento finalmente forte nella mia debolezza, lasciato fatalmente a parte di segreti marini che nessun altro condivide  con me. Elisa stesa con me di nuovo sulla sabbia.

Ricordai improvvisamente: l’impatto delle due auto era stato terribile. Come fosse tutto ancora presente, fui folgorato dalla mia  perdita drammatica e  umana di dieci anni prima. Io ce l’avevo fatta, lei no, lei aveva sbattuto violentemente il capo mentre il volante aveva impedito a me di finire la corsa verso la morte, provocandomi solo delle fratture multiple. Non avevo capito chi fosse quello dietro di me che continuava a lampeggiare chiedendo strada. Lo specchietto retrovisore, osservato troppo a lungo dai miei occhi, mi gettò nell’incrocio senza la consapevolezza di chi dovesse dare la precedenza a chi. Tutta colpa mia, io non me l’ero mai perdonato. Non ero stato più lo stesso da allora. Mentre sotto choc attendevo l’ambulanza, avevo potuto scorgere una sagoma grossa e ingombrante avvicinarsi a me, del tutto uguale a quella intravista nello specchietto. Doveva essere quello che aveva lampeggiato e mi aveva distratto nel retrovisore. Aveva in mano un telefonino nero a forma rettangolare, di quelli ibridi che servono a fare tutto e a farti sentire onnipotente. Dentro l’auto non avevo visto la faccia, coperta dal parabrezza e dalla nebbia del mio stato di choc.

 

Un urlo mostruoso e inaudito. Pietà! Simone aveva chiesto pietà poco prima di morire. Inutile. S e P, come chiamavo dentro di me Simone e Pino, erano diventati  Senza Pietà: l’unione delle iniziali coincideva perfettamente come in un rebus con cui mi dilettavo nella Settimana Enigmistica. Potevo rovesciare il legame, rompere la coppia e ricostruirla  P.S. Come io con Elisa. Mi sentivo al centro del mondo, io e la mia sintesi improvvisa e diabolica, perfetta come un Post Scriptum. Poi e Senza. Le mie gambe fecero da molla nel proiettarmi sulla sua massa deforme e  la mia furia investì il suo pingue fianco sinistro facendolo piroettare per terra senza più equilibrio su una sola anca sbilanciata. Cercò di colpirmi prima di cadere: trovò solo la mia ombra. Io, invece, stringevo già il suo collo flaccido con una forza che non avevo neanche mai sospettato di avere. I ruoli erano invertiti: ero io il più forte, io il più pericoloso. Se ne rese conto troppo tardi. Non riuscì più a dire qualcosa prima di morire, neanche una singola parola. Lessi un’invocazione di pietà nei suoi occhi verdemare, ma era come lo sguardo infido di un assassino. Sentii un brivido di terrore raggiungermi dal fiume di suoni inarticolati e impotenti che uscivano dalla sua bocca. Uno spruzzo di aria fredda percorse la strada deserta in quell’istante. Lo sentii percorrermi sotto i poveri stracci che indossavo e stuzzicare in me la sensibilità della mia perduta innocenza. Per un momento corrispose alla vita che sfuggiva dal suo corpo deforme. Un istante d’identificazione nella freddezza del tutto. Poi fu solo un burattino freddo e rigido, inerme e scomposto dall’inutile tentativo di sopravvivere. Il suo calore umano mi stordì un ultima volta, lasciandomi annichilito dalla sensazione di conoscere quell’uomo da tanto tempo, molto prima della telefonata e della stessa morte della mia amata. Ancora oggi non so spiegarmelo. Era stato già altrove e prima, il vero crimine. Ma il tempo fa scomparire le tracce invisibili dei suoi misfatti più oscuri. Altrove l’oltraggio aveva già messo le radici ora coperte senza spiegazioni sulle colpe umane di qualcuno.

Mi è rimasto dentro, e talvolta ritorna negli incubi notturni, solo il groviglio misterioso di suoni inarticolati di quel disgraziato presuntuoso. Urla confuse che vorrebbero opporsi alla morte già segnata, inutilmente. Solo astratte parole senza un codice riconoscibile. Che nessuno può più ascoltare.

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