Mary Beard

Alessandro Magno. Grande, ma quanto?

da ''The New York Review of Books''

Philip Freeman, Alexander the Great, New York, Simon and Schuster, pp. 391, $ 30.00

James Romm (a cura di), The Landmark Arrian: The Campaigns of Alexander, New York, Pantheon, pp. 503, $ 40.00

Pierre Briant, Alexander the Great and His Empire: A Short Introduction, Princeton, Princeton University Press, pp. 192, $ 26.95

Ian Worthington, Philip II of Macedonia, New Heaven, Yale University Press, pp. 300, $ 23.00

James Romm, Ghost on the Throne: The Death of Alexander the Great and the War for Crown and Empire, New York, Knopf, pp. 341, $ 28.95

 

 

STORIA ANTICA. Il mito di Alessandro Magno: da cosa derivano tutte le conoscenze che abbiamo sul grande comandante macedone? Come deve essere considerato oggi: come un violento tiranno oppure come un valoroso condottiero? Quali sono gli studi più influenti recentemente pubblicati e quale il loro giudizio? Mary Beard ci propone un’analisi di quattro importanti testi usciti recentemente sulla figura di Alessandro Magno, sottolineando a che punto è arrivata la storiografia in merito e in che direzione dovrebbe volgersi.

 

 

Nel 51 a.C., Marco Tullio Cicerone che, riluttante, aveva lasciato il seggio a Roma per diventare governatore militare della Cilicia – una provincia della Turchia meridionale – ottenne una vittoria contro alcuni insorti locali. Come sappiamo dalle lettere pervenuteci, egli era cosciente di ricalcare le orme di un illustre predecessore: «Per alcuni giorni» scriveva all’amico Attico «fummo accampati nello stesso posto occupato da Alessandro nella battaglia di Isso contro Dario», ammettendo poi laconicamente che Alessandro era stato «un generale molto migliore di me o di te».

A prescindere dall’ironia delle considerazioni ciceroniane, quasi ogni romano che fosse a capo di un esercito e subisse la suggestione dell’Oriente avrebbe sognato di diventare Alessandro Magno. Quantomeno con l’immaginazione, i Romani ricalcavano le orme del giovane re di Macedonia, che tra il 334 e il 323 a.C. era penetrato in Asia, aveva conquistato l’Impero persiano retto da Dario III e aveva condotto il suo esercito nel lontano Punjab, a quasi cinquemila chilometri dalla patria, prima di morire,  trentaduenne, durante il viaggio di ritorno a Babilonia. Non sappiamo se per una febbre mortale, come sosteneva la versione ufficiale, o se  come altri affermavano per avvelenamento o per disturbi causati dall’alcol.

Diversi romani avevano la pretesa di considerare se stessi i «nuovi Alessandro» molto più a ragione di Cicerone, uomo tradizionalmente «sedentario». Gneo Pompeo, il contemporaneo di Cicerone oscurato nell’immaginario moderno dal rivale Giulio Cesare, aveva ottenuto in gioventù vittorie più decisive su nemici più prestigiosi di quelli di Cesare. Negli anni Ottanta del I secolo a.C., dopo le conquiste in Africa, Pompeo fece ritorno a Roma dove fu acclamato «Magnus» – o Pompeo Magno, come ancora lo ricordiamo – per imitazione di Alessandro. A testimonianza di questa mia affermazione, nella sua statua più celebre – conservata nella gliptoteca Ny Carlsberg di Copenhagen – Pompeo mostra, come per imitare Alessandro, la tipica capigliatura del macedone, col «ciuffo» frontale sollevato, l’anastole, come la chiamavano i greci.

Giulio Cesare non era intenzionato a essere secondo. Quando visitò Alessandria, dove riposava il corpo di Alessandro – trafugato dalla bara nel viaggio di ritorno da Babilonia a Macedonia, e reclamato in Egitto da un suo «successore» – Cesare si premurò di fare un pellegrinaggio sulla tomba. Il poeta romano Lucano ridicolizzò l’impresa con queste parole: «Un despota spietato che rende omaggio a un suo simile».

Eppure, a Roma erano divergenti le idee su Alessandro, come conferma la sarcastica descrizione di Lucano della visita alla tomba. In un precoce esempio di storia controfattuale – la storia “con i se” – Livio si domandava chi avrebbe vinto se Alessandro avesse invaso l’Italia. Come da copione, lo storico romano pensava che l’Impero romano sarebbe stato invincibile contro Alessandro, come contro gli altri nemici. Certo, Alessandro fu un grande generale. Ma, nella Roma di quell’epoca, i grandi generali abbondavano, ben più forti e risoluti del re persiano, col suo seguito di «donne ed eunuchi»: a conti fatti, una «facile preda».

Alessandro, poi, manifestò precocemente le debolezze che gli si sarebbero rivelate fatali: la sua vanità, la sottomissione pretesa dai seguaci, la brutale crudeltà – si narra che avesse ucciso a tavola suoi vecchi amici – e, come sappiamo, l’abitudine di ubriacarsi. Invadere l’Italia sarebbe stata una prova ben più ardua dell’India «che percorreva ubriaco in caroselli notturni insieme con il suo esercito strafatto».

Nei suoi momenti di maggiore realismo, lo stesso Cicerone vedeva gli aspetti deboli della carriera di Alessandro. In un frammento del De re publica egli cita un aneddoto, tornato poi alla luce quasi cinquecento anni dopo nelle pagine di Sant’Agostino. Il brano racconta della cattura di un misero pirata, condotto al cospetto di Alessandro che gli chiede che cosa lo abbia spinto a spargere il terrore sui mari con la sua nave di filibustieri. «La stessa ragione che spinge te a terrorizzare il mondo intero» replicò risoluto l’uomo. Erano innumerevoli gli atti di terrore che il prigioniero avrebbe potuto citare: lo sterminio della popolazione maschile durante gli assedi di Tiro e di Gaza, l’uccisione della popolazione del Punjab, il palazzo reale di Persepoli raso al suolo dopo una delle solite cene conviviali innaffiate da alcol.

L’ambivalenza dell’immagine di Alessandro presso i Romani è colta con precisione nel celebre «mosaico di Alessandro», un capolavoro composto letteralmente da milioni di tessere, che decorava un tempo il pavimento della Casa del Fauno, una delle residenze più lussuose di Pompei antica, e che oggi è conservato nel Museo Archeologico di Napoli. Il mosaico raffigura la battaglia tra Alessandro, riconoscibile dal caratteristico ciuffo, e Dario sul carro, ed è stato quasi sempre considerato una copia di un dipinto greco, ma non sulla base di prove certe, bensì sulla frusta congettura che gli artisti romani erano imitatori e non creatori originali. Il mosaico è una composizione più enigmatica di quanto non appaia. Alessandro a cavallo carica da sinistra dopo avere appena trafitto con la lunga lancia – la celebre sarissa macedone – un disgraziato persiano. Dario, che lo affronta da destra, sta per fuggire dalla scena: il cocchiere ha invertito la direzione dei cavalli, pronti a partire al galoppo. Non ci sfiora il dubbio su chi sia il vincitore. Ma la nostra attenzione è focalizzata non tanto su Alessandro, quanto su Dario, che torreggia nella battaglia, il braccio teso in direzione del macedone. L’autore dell’opera, ha voluto attirare l’attenzione sulla vittima, in questa celebre battaglia, tra il potere in declino della Persia e quello nascente della Macedonia, suscitando quasi una solidarietà per il perdente.

Questi dibattiti si sono perpetuati nei secoli. In verità, nuovi temi sono stati proposti e poi dimenticati. Recentemente, ad esempio, è divampata una controversia sulla «grecità» di Alessandro. Era forse slavo il grande condottiero, come sosteneva il Governo della Repubblica di Macedonia dell’ex Jugoslavia (Fyrom), e dunque simbolo appropriato della Fyrom slava e nome calzante per l’aeroporto di Skopje? O invece, egli era un greco autentico, e dunque nulla lo poteva legare alla Fyrom? La sterilità della disputa è evidente: l’identità nazionale antica è un concetto sfuggente, e l’identità etnica dei macedoni avvolta nel mito, come illustra Eugene N. Borza in una scrupolosa postfazione al nuovo Landmark Arrian che è un’edizione illustrata dell’Anabasi (la campagna di Alessandro), scritta intorno al 140 d.C. da Lucio Flavio Arriano, senatore romano e storico di origine greca, nato nella odierna Turchia.

La stabilità della disputa non ha tuttavia impedito che, nel 2009, centinaia di accademici, perlopiù classicisti, scrivessero una lettera al presidente Obama. Dichiaravano nella missiva che Alessandro era «totalmente e indiscutibilmente greco» e gli chiedevano di intervenire per fare giustizia degli errori storici della Fyrom. Non sappiamo che cosa abbia risposto Obama. Non più di qualche mese fa, la controversia si è riaccesa in seguito all’erezione nella piazza centrale di Skopje di una statua enorme e pretenziosa di trenta tonnellate, alta quasi quindici metri e poggiante su un piedistallo alto una decina di metri. Chiamata in modo generico e prudente «Guerriero a cavallo», la statua assomiglia in modo straordinario all’immagine classica di Alessandro, con l’immancabile ciuffo.

A intervalli, emergono nuovi riscontri che accendono l’immaginazione popolare. Negli anni Ottanta del XIX secolo, si sono concretizzati nel «sarcofago di Alessandro», scoperto in Libano e oggi conservato nel Museo Archeologico di Istanbul. Risalente alla fine del IV secolo a.C., è quasi certamente la tomba in marmo di un giovane monarca insediato dallo stesso Alessandro ed illustra scene di battaglie e di caccia tratte dalla vita dell’imperatore ed è quanto di più prossimo all’epoca in cui l’imperatore era in vita rispetto ad altre sue immagini giunte fino a noi. Per inciso, i «ritratti» di Alessandro su grande scala ancora esistenti sono stati creati dopo la sua morte, spesso a distanza di molti anni, basandosi su opere a lui contemporanee, andate perdute.

Ancora più sensazionali sono state le scoperte fatte a partire dal 1970 a Vergina, nei pressi del palazzo reale macedone: in particolare, la serie di tombe del IV secolo a.C., scoperte quasi intatte, e ricche di gioielli preziosi, di contenitori d’oro e d’argento, di arredamenti elaborati e di affreschi. A scalzare l’impressione che i macedoni fossero un popolo «barbaro» nell’accezione comune del termine, esse sono probabilmente le tombe di membri della casa reale macedone: non dello stesso Alessandro, naturalmente, ma forse del fratello Filippo II – assassinato nel 336 a.C. – e di altri parenti, vittime di una fine altrettanto orrenda nelle lotte di potere successive alla morte dell’imperatore. Anche se Alessandro non c’è, gli oggetti contenuti nelle tombe ci avvicinano a lui più di ogni altra testimonianza.

Ma i dibattiti su Alessandro, e le prove su cui essi si basano, sono rimasti sostanzialmente immutati nel corso di due millenni: il dilemma di fondo – per gli scrittori, gli autori di cinema, gli artisti e gli uomini di stato – rimane: Alessandro è da ammirare oppure da condannare? Per molti egli rimane un esempio positivo di “generale valoroso”, che ha guidato eroicamente il suo esercito alla vittoria in territori sempre più remoti. Napoleone è stato un suo celebre ammiratore e sorprendenti vestigia di tale ammirazione sopravvivono in una preziosa tavola che egli commissionò e che ora è conservata nella collezione di Buckingham Palace. Realizzata in porcellana e bronzo dorato, raffigura la testa di Alessandro al centro del piano del tavolo, circondato dalle teste di altri grandi comandanti dell’antichità. Il messaggio è chiaro: qui Alessandro sta per Napoleone.

Nella sua biografia fresca di stampa, Alexander the Great, Philip Freeman si colloca fra gli ammiratori, per quanto fra i più prudenti. Nel sommario, egli sostiene che potremmo disapprovare le «tattiche spesso brutali di Alessandro», ma «ogni studioso obiettivo di storia deve ammettere che il macedone è stato uno dei più grandi geni militari di ogni tempo». La frase conclusiva del libro ribadisce che «è impossibile non ammirare un uomo che ha osato cimentarsi in azioni così grandiose».

Altri non hanno lesinato la loro ammirazione. Dante, ad esempio, ha collocato «Alessandro» nel settimo cerchio dell’Inferno, urlante di dolore, immerso fino agli occhi in un fiume di sangue bollente per l’eternità, insieme a mostri come l’unno Attila o Dionisio, il tiranno di Siracusa. Molti autori moderni hanno seguito l’esempio del poeta, come A. B. Bosworth, decano fra gli storici di Alessandro che ha tratteggiato la carriera di Alessandro con toni lugubri: «Dedicò molto del suo tempo a uccidere e a organizzare uccisioni, e senza dubbio l’assassinio era l’azione che gli riusciva meglio». Io stessa, ancora più irriverente, l’ho descritto come «un giovane teppista ubriaco». Sfiora perciò l’impensabile che un paese moderno lo scelga come simbolo nazionale.

Le critiche sono spesso unite a giudizi di valore anacronistici dati da Freeman e da Pierre Briant nel suo Alexander the Great and His Empire, che è una versione riveduta e aggiornata di un libro pubblicato originariamente in francese nel 1974. Quello di Bosworth, osserva Briant, «è un giudizio generico in armonia con i nostri valori attuali, ma non con quelli vigenti all’epoca di Alessandro». Osserva invece Freeman: «era un uomo figlio dei suoi tempi violenti e le sue azioni non erano né migliori né peggiori di quelle di Cesare o di Annibale.» Certo, è una regola generale che gli storici si scambino accuse di giudizi di valore anacronistici solo quando non condividono il giudizio di merito. Ma in questo caso, abbiamo visto, il giudizio non è affatto anacronistico. Già ai tempi di Cesare, fra i Romani, c’era chi dipingeva Alessandro come una specie di pirata che operava su vasta scala.

Se i metodi di Alessandro provocano in noi inquietudine, che cosa possiamo dire dei suoi fini? La vecchia teoria, in perfetta sintonia con gli slogan dell’imperialismo britannico ottocentesco, sosteneva che Alessandro aveva una «missione civilizzatrice», il progetto nobile di esportare verso un Oriente incolto i grandi ideali della cultura ellenica. Era una tesi non lontana dal tema portante di Alexander, il disastroso film di Oliver Stone del 2004. L’Alessandro di Stone era un incantevole visionario affetto da problemi sessuali. Un visionario, comunque.

Anche altri storici vi hanno intravisto le più disparate ragioni psicologiche: da una «brama» compulsiva e insoddisfabile (che nell’Anabasi Arriano aveva definito con il termine greco pothos, ossia «compulsione» o «desiderio») a un più letterario senso di identificazione con gli eroi dell’Iliade omerica. Si dice che Alessandro considerasse se stesso il nuovo Achille e che, con l’amico Efestione nella veste del nuovo Patroclo, avesse riproposto la guerra di Troia – riproducendo crudelmente in una occasione la scena dell’Iliade nella quale Achille trascina il cadavere di Ettore con il carro intorno alle mura di Troia con la differenza che, nel caso di Alessandro, la vittima fosse ancora viva: per un po’, almeno.

Una teoria meno epica sostiene che gli esordi del macedone fossero da semplice seguace del padre, che quando fu assassinato, aveva già varato una prima serie di operazioni in Asia Minore. Il successo diede alla testa ad Alessandro, che non seppe più porsi limiti. O invece, volendo seguire la teoria proposta da Ian Worthington in Philip II of Macedon, Alessandro, dopo un inizio modesto, fu spinto a proseguire la sua campagna di conquista fino al Punjab per superare il padre. Con un riferimento psicologico Worthington scrive che Alessandro soffriva di una «paranoia nata dal suo senso di emarginazione negli ultimi anni del regno di Filippo».

Storici moderni di Alessandro sono in disaccordo su diversi fronti. Ma le loro argomentazioni sembrano più profonde di quanto non siano. Al di là di divergenze e di giudizi di valore diversi, cercano sostanzialmente di rispondere alla stessa classica serie di domande, applicando lo stesso metodo alle stesse prove. È una questione questa che è stata evidenziata con molta efficacia una decina di anni fa sulla ‘London Review of Books’ da James Davidson in una recensione di alcuni saggi su Alessandro curati da Bosworth e da Elizabeth Jane Baynham. Quella recensione è diventata celebre tra gli storici dell’antichità, perché richiama l’attenzione sulla situazione infelice degli studi su Alessandro. Quasi tutti i campi degli studi classici, osservava Davidson, sono stati interessati dai nuovi sviluppi teorici della seconda metà del Novecento su Alessandro ma le ricerche sono rimaste pressoché immuni dagli influssi che hanno trasformato la storia e gli studi classici a partire dal 1945»1.

Gli specialisti di questo periodo della storia antica sono ancora intenti a ricostruire «la verità dei fatti» basandosi sulle fonti letterarie, profondamente inattendibili, che sono sopravvissute. Fra parentesi, i sette libri di Arriano sono considerati di solito la fonte più attendibile, ma vi è conservato molto materiale anche nella Vita di Alessandro di Plutarco e nella Biblioteca Storica di Diodoro Siculo, giusto per citarne due. Il problema, secondo Davidson, è che ricostruire «come sono andate davvero le cose» nel mondo antico è molto difficile perché tutti i resoconti delle conquiste di Alessandro di cui disponiamo sono stati scritti centinaia di anni dopo la sua morte, e gli storici sono stati in genere ispirati dal progetto di identificare i brani riportabili a qualche resoconto attendibile contemporaneo al macedone, ma andato perduto: sia che si trattasse dei resoconti giornalieri del segretario di Alessandro contenenti, si presumeva, la spiegazione della sua «malattia» finale, sia che si trattasse della storia di quel periodo scritta da Tolomeo, l’uomo che trafugò il cadavere di Alessandro per tumularlo nella capitale del suo stesso regno, Alessandria.

Secondo Davidson anche se potessimo identificare le fonti perdute da cui provengono i materiali sopravvissuti, non possiamo presumere (come amano fare alcuni studiosi di antichità classica) che le parti perdute fossero necessariamente attendibili. Alcuni scritti erano quasi sicuramente delle contraffazioni (i Resoconti possono essere definiti quantomeno un pastiche); e alcune parti, almeno a quanto risulta dai critici vissuti in quella stessa epoca antica, erano storia, ma di pessimo livello. «Le storie perdute […] non furono smarrite» puntualizza giustamente Davidson «ma consegnate all’oblio». Ne consegue che l’edificio storico che conosciamo come «carriera di Alessandro» è piuttosto inconsistente e che gli studiosi moderni hanno cercato di spremerlo alla ricerca di risposte a domande che esso mai potrà dare: amò davvero sua moglie Rossane? Credeva di essere figlio del dio Amon? Non è una questione di storia, ma di spiegazioni ingannevoli e fumose.

In uno scritto sullo stato delle conoscenze su Alessandro, Briant riconosce generosamente che alcune considerazioni di Davidson «hanno colto nel segno». Ma sono solo una labile traccia. Alexander the Great di Freeman è una biografia di ottima fattura secondo uno schema tradizionale, a volte godibile e a volte un po’ troppo leggero. È pieno di considerazioni sui sentimenti, le emozioni e il carattere che, nel migliore dei casi, sono congetture: «Alessandro non riusciva a credere alla sua buona sorte»; o «viene da chiedersi perché egli decise all’improvviso di sposare una donna battriana in quel momento della sua vita. Nella risposta si mescolano probabilmente politica e passioni». E ci ricorda, con le sue impenetrabili strategie in battaglia e il complesso di personaggi (troppe sono le persone con lo stesso nome), quanto caotica e complicata sia la storia di Alessandro, anche nella sua versione semplificata, un po’ romanzata.

Gli altri tre resoconti moderni cercano di mettere in luce anche aspetti collaterali della carriera di Alessandro. Worthington si concentra su Filippo II, provando a capire fino a che punto il successo di Alessandro fosse già presagito in quello del padre. È un resoconto colto, ma (forse inevitabilmente) un po’ troppo pieno di descrizioni di seconda mano sulla guerra. Come quasi tutti gli storici, Worthington prova ammirazione per l’invenzione di Filippo della sarissa, il suo devastante armamento; ma tale arma era semplicemente una lancia più lunga del normale, e dunque ci sfugge perché i nemici di Filippo non si siano limitati a copiarla. E mai verrebbe da indovinare dalla sua dettagliata descrizione, completa di mappa, della tattica in battaglia di Filippo nel 338 a.C. contro una coalizione greca a Cheronea – «Fase II: Filippo indietreggia, il suo centro e la sinistra avanzano; gli Ateniesi, il centro e i Beoti avanzano sul fronte sinistro» e così via – che il tutto si basava su poche frasi confuse e non pienamente compatibili in una manciata di fonti risalenti a epoche molto più tarde.

In Ghost of the Throne, James Romm esamina gli eventi successivi alla morte di Alessandro e i conflitti tra i suoi generali, da cui hanno avuto origine la suddivisione del mondo greco e la creazione delle differenti dinastie ellenistiche: i Tolomei, gli Antigonidi, i Seleucidi e così via – caduti a loro volta per mano dei Romani. Romm ha certamente ragione a considerare questo periodo come più cruciale, nei suoi effetti geopolitici, delle conquiste di Alessandro. Ma, a parte alcune piacevoli espressioni, egli fatica a rendere coinvolgente la storia – con la teoria di cospirazioni e compromessi tra generali rivali, la serie di delitti dinastici nella famiglia di Alessandro e le trame tra i capi dell’agonizzante democrazia ateniese in cerca di maggiore visibilità e influenza.

Potenzialmente, il libro più significativo è Alexander the Great, di Briant, essendo l’autore una delle massime autorità in materia di Impero persiano (achemenide). La promessa del libro è che potremmo vedere Alessandro sotto un’altra luce se includessimo gli elementi persiani. Ci sono, certo, idee nuove, ma meno significative di quanto potremmo immaginare. Due sono i problemi. Il primo è che Briant scrive ex cathedra, con un tono quasi intimidatorio a proposito di ciò che gli storici devono o non devono fare, e il secondo problema è che il suo stile è telegrafico. Il libro è composto da sole 144 pagine a caratteri grandi, e risulta pertanto «una breve introduzione», come recita il sottotitolo. L’autore fa inoltre poche concessioni a chi non conosca, per esempio, i compiti di un «satrapo». In più occasioni Briant si riferisce a documenti che si presume siano particolarmente «importanti» o «utili», ma raramente spiega al profano quali sono i documenti e quale impatto abbia esattamente il loro contenuto sulla storia di quel periodo.

Io sono rimasta, ad esempio, sconcertata dai documenti aramaici «estremamente importanti» di Bactria, e da come i «diciotto bastoncini di legno per la registrazione dei debiti, risalenti al terzo anno del regno di Dario» facciano luce sulla transizione dall’Impero achemenide a quello macedone. Ma il problema maggiore è che, quando Briant spiega con più chiarezza il contributo dei documenti persiani alla nostra conoscenza, spesso questa risulta sorprendentemente scarsa. Mancano, come lui stesso ammette, resoconti di scrittori persiani e persino le tavolette cuneiformi trasmettono meno di quanto egli promette. Briant fa riferimento, ad esempio, a una «conosciutissima tavoletta babilonese», che «ci offre un’immagine dettagliata» del periodo, nel 331 a.C., compreso tra la battaglia di Arbela (o Gaugamela) e l’entrata di Alessandro in Babilonia. Immagine dettagliata? Per quello che vedo io, è un diario astronomico che fa riferimento di sfuggita «al panico che irrompe nel campo di Dario», «alla severa sconfitta delle truppe persiane» e «alla diserzione delle truppe del re», seguite dall’entrata in Babilonia del «re del mondo». Magari è un prezioso sguardo sugli eventi visto dai persiani, ma non certo sufficiente per riscrivere la storia.

Allora, che cosa dovremmo fare con la storia di Alessandro? Davidson sosteneva che la «macchia cieca» fra gli storici moderni di Alessandro era «amore», e incitava a volgere la nostra attenzione all’omosessualità nella corte macedone e al suo culto del corpo. Io suggerirei una macchia cieca più banale, ovvero Roma. Gli scrittori romani non si sono limitati a dibattere sul carattere di Alessandro, e nemmeno a prenderlo come modello, ma hanno sostanzialmente inventato l’“Alessandro” come lo conosciamo noi oggi, come Diana Spencer aveva sostenuto nel suo eccellente libro The Roman Alexander, del 2002. E in effetti, il primo uso documentato del titolo “Alessandro il Grande” lo troviamo in una commedia latina di Plauto, nel II secolo a.C., 150 anni circa dopo la morte di Alessandro. Nutro forti dubbi che quell’appellativo fosse invenzione di Plauto, e credo piuttosto che fosse una creazione del mondo romano. Di certo, non ci sono indizi che i contemporanei di Alessandro o i suoi immediati successori in Grecia l’avessero mai chiamato «Alèxandros, o mègas ». Si può dire che “Alessandro il Grande” sia una creazione latina, come “Pompeo Magno”.

Ancora più significativi sono la natura e lo sfondo culturale degli antichi resoconti sulla vita di Alessandro giunti fino a noi. Si afferma a più riprese che essi furono scritti molto dopo gli eventi che essi descrivevano. Vero. Ma ancora più nodale è il fatto che furono scritti, nessuno escluso, ai tempi dell’Impero romano e alla luce del suo imperialismo. Diodoro Siculo, il cui resoconto è il più antico sopravvissuto, scriveva verso la fine del I secolo a.C. Arriano, oggi la fonte preferita, era nato negli anni Ottanta del I secolo d.C. a Nicomedia, città dell’odierna Turchia, e intraprese una carriera politica romana, diventando console negli anni Venti del II secolo, e in seguito governatore della Cappadocia. Naturalmente, questi scrittori romani non crearono la storia di Alessandro e dipendevano dagli scritti dei suoi contemporanei, attendibili o meno che fossero. Ma erano destinati a vedere questa storia attraverso il filtro della romanità, a interpretare e a correggere le loro letture alla luce delle visioni di conquista e di espansionismo imperiale caratteristici della loro epoca politica.

Rileggendo La campagna di Alessandro di Arriano, sono stata ripetutamente colpita dalle sue risonanze romane. Qua e là, egli fa una comparazione esplicita tra il sistema romano e quello macedone. Ma il più delle volte le comparazioni implicite non hanno bisogno di essere espresse. Le ansie sulla pretesa di Alessandro di essere un dio (o perlomeno il figlio di un dio) mostrano evidenti similitudini con le ansie romane circa lo stato divino o semidivino dei loro imperatori. L’accento posto sull’uso da parte di Alessandro di truppe straniere e la mescolanza etnica della sua corte richiama molti aspetti della Roma imperiale, come l’uso di ausiliari delle province nell’esercito romano o l’incorporazione di membri delle èlite conquistate – fra cui lo stesso Arriano – nell’amministrazione imperiale.

Forse la sovrapposizione più sorprendente si ha – come ha osservato Caroline Vout in Power and Eroticism in Imperial Rome del 2007 – nel caso della reazione di Alessandro alla morte dell’amico Efestione. «Si dice che» scrive Arriano «per buona parte di quella giornata […] Alessandro avesse portato il lutto e pianto, e che si fosse rifiutato di allontanarsi, fino a quando i compagni non lo portarono via». Poco dopo egli avrebbe fondato il culto a Efestione come «eroe». È un comportamento quasi sovrapponibile a quello che l’imperatore romano Adriano (sotto cui prestò servizio Arriano) assunse – si dice – alla morte di Antinoo, l’amico prediletto. Forse Adriano imitava Alessandro. Molto più probabilmente Arriano si stava ispirando per la sua immagine di Alessandro al comportamento dell’imperatore di cui era al servizio. In The Landmark Arrian non vi è però nessun cenno a tutto questo.

Mi viene il dubbio che il cambiamento voluto da Davidson in «Alessandrilandia» arriverà solo quando saremo predisposti a renderci conto che questo è un paese tanto romano quanto greco. Può essere che, alla fine, concepiremo il mosaico di Alessandro ritrovato a Pompei come una creazione romana e non (come recita la didascalia in The Landmark Arrian) come «copiato da un dipinto greco creato pochi decenni dopo la battaglia e forse basato su resoconti di testimoni oculari».

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

1. James Davidson, Bonkers about Boys, in «London Review of Books», 1 novembre 2001.

 

 

MARY BEARD insegna Lettere Classiche alla University of Cambridge. In Italia sono stati pubblicati i suoi saggi, editi da Laterza: Prima del fuoco. Pompei, storie di ogni giorno (2011), I Classici. Il mondo antico e noi (2005) e Il Partenone (2004).

 

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