William D. Nordhaus

L’energia: amica o nemica?

da ''The New York Review of Books''

Michael J. Graetz, The End of Energy. The Unmaking of America’s Environment, Security, and Independence, New York, MIT Press, pp. 369, $ 29.95

Hidden Costs of Energy Unpriced Consequences of Energy Production and Use, relazione del National Research Council’s Committee on Health, Environmental, and Other External Costs and Benefits of Energy Production and Consumption National Academies Press, pp. 506, $ 47.00 (in brossura), scaricabile gratis dal sito www.nap.edu.

 

POLITICHE ENERGETICHE: i vantaggi e i rischi del consumo energetico: quali sono? In cosa l’energia può esserci nemica? Nordhaus parte dallo studio del giurista Michael Graetz per analizzare i costi derivanti dalla produzione e fruizione dell’energia, che non vengono riassorbiti con un’adeguata politica energetica, volta all’istituzione di tasse relative.

L’energia è un’amica o è una nemica? La maggior parte di noi la considera un’amica cui non potrebbe rinunciare nella sua vita. Alimenta i nostri computer, riscalda d’inverno le nostre case, fornisce il carburante per le auto e gli aeroplani, ed è la forza necessaria per produrre tutto ciò che usiamo. La vita moderna sarebbe inconcepibile senza il suo lato friendly.

Ma negli ultimi decenni l’energia è diventata anche un nemico: i presidenti statunitensi hanno lamentato nel tempo la nostra «dipendenza dal petrolio», siamo andati in guerra per proteggere i campi petroliferi da forze ostili, e l’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili uccide decine di migliaia di persone ogni anno. Ma l’aspetto forse più preoccupante è che l’accumulo di gas serra come l’anidride carbonica minaccia di cambiare il clima terrestre in modo imprevedibile e potenzialmente pericoloso.

Queste due facce dell’energia spiegano in buona parte perché la politica energetica è così ingarbugliata e controversa. Abbiamo bisogno di politiche nazionali rivolte ai nemici dell’inquinamento e del riscaldamento globale. Tuttavia, poiché l’energia è una parte così cospicua delle spese del consumatore e così centrale per le nostre economie avanzate, i cittadini sono restii ad ammettere che il prezzo dell’energia rifletta i reali costi sociali del suo consumo. È un compromesso che anno dopo anno vediamo andare in scena nella politica energetica e ambientale.

1.

La storia intricata della politica energetica è mirabilmente descritta in The End of Energy, un recente saggio di Michael Graetz, professore di Diritto Tributario alla Columbia University e uno dei principali artefici dell’attuale sistema fiscale statunitense. In precedenza Graetz aveva insegnato per quasi venticinque anni alla Yale Law School. Inoltre è stato segretario aggiunto al Tesoro per la politica fiscale statunitense nel biennio 1990-1991 e tra i suoi lavori precedenti si annoverano alcune proposte per semplificare il sistema fiscale e un libro sulla tassa di successione, molto influente1.

L’ultimo lavoro di Graetz descrive in sostanza lo sviluppo della politica energetica negli Stati Uniti da Nixon a Obama. Nel sommario, egli espone il filo conduttore: «Questo libro tratta i problemi, le strategie e la politica energetica […] tutte le principali forme di energia […] e come i tentativi del nostro governo di controllare e di liberalizzare, di sovvenzionare e di dirigere, di legiferare e di abrogare negli ultimi quarant’anni abbiano prodotto un sistema e un’economia della produzione e del consumo energetico incapaci di rispondere ai fabbisogni nostri e dell’ambiente. Questo saggio racconta, perciò, anche la storia di un fallimento…».

Come risulterà nelle pagine seguenti, mi trovo in buona parte d’accordo con l’analisi e le conclusioni di Graetz.

Il primo libro importante sull’economia dell’energia era un’elegia a questa nostra amica. Si intitolava The Coal Question e l’aveva scritto nel 1865 William Stanley Jevons, uno degli economisti più brillanti del XIX secolo. Egli considerava il carbone un elemento centrale della rivoluzione che aveva permesso all’economia britannica la transizione dall’energia umana a quella meccanica, e capiva quanto quest’ultima fosse importante per l’economia industriale: «Ogni giorno che passa è sempre più chiaro che il carbone, un bene di cui disponiamo in abbondanza e di eccellente qualità, è la molla della moderna civiltà materiale […] Esso è perciò l’agente principale di quasi ogni miglioramento o scoperta nelle imprese generate nella nostra era […] il carbone, lui solo […] determina questa era: l’era del carbone»2.

Il carbone e i suoi derivati erano dominanti a metà del XIX secolo. A cavallo del 1900 essi avevano raggiunto nel mondo un picco pari a due terzi dell’uso di energia, per scendere oggi a circa un quinto, dopo la sua emarginazione a opera del petrolio e del gas naturale. Oggi il consumo di energia statunitense è rappresentato per il 38 per cento dal petrolio, per il 25 per cento dal gas naturale, per il 21 per cento dal carbone, per il 9 per cento dal nucleare e per il 7 per cento dall’idroelettrico e da altre energie rinnovabili. Nuove fonti, come l’energia eolica, stanno crescendo rapidamente, ma rappresentano ancora una piccola parte del consumo totale di energia.

Nei primi anni ’70 il carbone era considerato la zattera di salvataggio della vita americana perché – sosteneva il presidente Carter – gli Usa erano l’«Arabia Saudita del carbone». Il quinto capitolo del libro di Graetz, The Changing Face of Coal (su com’è cambiato il volto del carbone), descrive la transizione dalla visione di Jevons alla concezione attuale. Negli Stati Uniti, il 95 per cento del minerale è usato per generare elettricità. E in molti paesi in via di sviluppo, come l’India e la Cina, la concezione di Jevons rappresenta probabilmente il modo non dichiarato di convivere con il carbone. Nella maggior parte dei paesi il minerale è a buon mercato e abbondante (sia nei confini nazionali sia grazie al commercio internazionale). Ma i suoi effetti collaterali sono molto nocivi.

Possiamo considerare l’evoluzione del sistema energetico statunitense come una successione di tre stadi di produzione3:

• Il primo stadio è quello delle risorse non sfruttate: il carbone o il petrolio nel sottosuolo, il vento, l’uranio e altri. Le materie prime hanno un valore relativamente basso, intorno all’1 per cento della ricchezza nazionale.

• Il secondo stadio è quello della trasformazione delle materie prime in prodotti utili per l’energia. Questa fase è complessa ed economicamente importante. Nel 2010 le spese totali per i prodotti energetici ammontavano a 1165 milioni di dollari, corrispondenti a circa all’8 per cento del Pil Usa.

• Il terzo stadio è quello dei i beni e i servizi relativi all’energia. I beni e servizi principali sono quelli che incorporano una buona parte di energia nel loro contenuto economico. Il pacchetto standard comprende i carburanti per i motoveicoli, l’elettricità e il gas per uso domestico. Per questi prodotti, stando alle cifre più recenti, una famiglia spende in media 5000 dollari l’anno.

Da questa descrizione in pillole risulta che l’energia è una parte enorme dell’economia statunitense. E corrisponde a un volume a sua volta enorme. Se convertiamo l’energia in tonnellate equivalenti di carbone, l’economia americana consuma quasi 40 tonnellate di energia equivalente di carbone per famiglia per anno. Se fosse consegnato a domicilio in confezioni da cinque chilogrammi, il corriere Ups suonerebbe alla porta ogni ora per tutto l’arco dell’anno. Per fortuna il trasporto avviene attraverso efficienti condutture o cavi di trasmissione e l’elettricità non ha peso.

2.

Questa descrizione analitica del sistema difficilmente genera dibattiti accesi in materia di politica energetica e, presa così, ci farebbe pensare che l’energia sia un amico molto importante. A trasformare l’energia in un nemico sono stati i suoi effetti imprevisti, le «esternalità» ambientali, come le chiamano nella letteratura sull’ambiente. Un’esternalità è un’attività che impone a terze persone costi non compensati. Le esternalità dovute all’uso dell’energia includono, per esempio, il micidiale inquinamento dell’aria emesso dalle automobili e dalle centrali elettriche, le perforazioni petrolifere, le emissioni radioattive delle centrali nucleari, i fanghi attivi delle miniere di carbone e l’ingorgo di strade e autostrade. Più recentemente, gli scienziati hanno additato l’emissione dei gas serra come esternalità particolarmente pericolosa, in particolare l’anidride carbonica prodotta dai combustibili fossili.

Secondo Graetz, un problema centrale della politica energetica è stata l’incapacità di affrontare tali effetti esterni: il governo statunitense, nonostante abbia promulgato migliaia di pagine di leggi in materia di energia, a partire dagli anni ’70, non ha mai chiesto agli americani di pagare un prezzo che riflettesse i costi dell’energia da loro consumata. Nulla di quanto è stato fatto o che avremmo potuto fare è stato efficace come lo sarebbe stato il pagare il prezzo reale.

Quali sono i più importanti costi esterni dell’energia? Come confrontarli con i costi di mercato? E quali combustibili hanno i costi esterni maggiori? Benché Graetz non affronti il problema in modo sistematico, tali questioni sono state studiate a fondo, e per molti anni, dagli economisti esperti di energia e di ambiente.

L’analisi recente più esauriente, Hidden Costs of Energy (I costi nascosti dell’energia), l’ha intrapresa una commissione del National Research Council (Nrc), il consiglio nazionale delle ricerche statunitense. Questo studio ha esaminato una lista dettagliata dei costi esterni e ha tratto la conclusione che i maggiori costi sociali, oltre al cambiamento climatico, sono l’inquinamento dell’aria, provocato in particolare dall’anidride solforosa derivante dalla combustione del carbone per produrre elettricità e le emissioni delle auto e dei camion. La commissione ha stimato prima i danni provocati da ciascuna fonte e poi i danni economici dell’inquinamento in ciascuno dei settori citati. Si è poi concentrata sui danni dovuti al cambiamento climatico4.

La tabella qui riportata riassume i risultati dello studio del Nrc. Illustra il rapporto tra la stima dei costi esterni, o costi non compensati, e il prezzo di mercato. Per esempio, l’elettricità prodotta con carbone ha un costo esterno stimato pari al 70 per cento del suo prezzo di mercato. Il petrolio è usato principalmente per il carburante degli autoveicoli e i suoi costi sociali sono un quarto del prezzo della benzina. La produzione di elettricità dal gas naturale presenta i rapporti più bassi tra costo sociale e prezzo di mercato. È importante ribadire che il prodotto in sé non è dannoso (l’elettricità che alimenta i nostri computer rimane sempre una nostra amica). Piuttosto, è il processo di produzione sporco a generare l’inquinamento che provoca poi i danni. È lui il nostro nemico.

Come mai bruciare il carbone crea danni così sproporzionati? Per unità di energia, il carbone è molto economico rispetto ad altri combustibili: costa solo un decimo del petrolio. Pertanto sono forti le motivazioni economiche al suo uso, sia negli Stati Uniti che in altri paesi.

Un secondo aspetto è che bruciare carbone è molto inquinante, perché si rilasciano, oltre agli inquinanti tradizionali, gas serra. Per unità di energia, il carbone emette il 27 per cento di CO2 in più del petrolio e il 78 per cento in più dei gas naturali. In totale, le emissioni di CO2 degli impianti produttivi di elettricità alimentati a carbone negli Stati Uniti sono, da sole, la maggiore fonte industriale di emissioni di gas serra. Costituiscono fino a un terzo delle emissioni di un settore industriale che rappresenta solo la metà dell’1 per cento dell’economia statunitense! Inoltre, diversi studi affermano che ridurre la produzione elettrica con carbone sarebbe per gli Stati Uniti il modo più economico per ridurre le emissioni di CO2 nel breve termine.

Il carbone ha una serie di costi, alcuni nascosti e altri ben visibili. Gli incidenti nelle miniere di carbone finiscono in prima pagina, e le violenze al territorio sono visibili ed eclatanti. Ma il costo esterno più importante è l’effetto sulla salute umana causato dall’inquinamento atmosferico associato alla combustione del carbone che emette anidride solforosa sotto forma di pericolose polveri sottili. Uno studio prospettico usato dal comitato di esperti del National Research Council ha stimato che la generazione di elettricità con alimentazione a carbone è responsabile negli Usa di ventunomila morti premature ogni anno. E alcune stime sono addirittura più pessimiste. È un pedaggio che sconcerta, e che equivale al doppio del numero di omicidi ogni anno negli Stati Uniti.

Questa è la base scientifica dell’affermazione di Graetz circa il livello troppo basso dei prezzi energetici. Va però sottolineato che i costi esterni variano notevolmente: in base alla regione, al combustibile e al prodotto. E dunque una «energy tax» sarebbe uno strumento impreciso per incorporare costi sociali. Non abbiamo negli Usa una «energy tax», una «carbon tax» e nemmeno una «sulfur tax». Le ragioni per cui gli Stati Uniti hanno evitato di tassare l’energia e l’inquinamento sono il messaggio che esce da The End of Energy.

Graetz è uno specialista in materia fiscale, e il suo capitolo sulla tassazione dell’energia è molto interessante. Gli economisti ambientali hanno posto l’accento sull’uso di tasse sulle esternalità, chiamate anche imposte pigouviane, dal loro primo importante sostenitore, l’economista inglese Alfred Pigou. L’idea è imporre una tassa sui «cattivi» che hanno esternalità negative, una tassa equivalente alla grandezza dei costi esterni. Nel caso del carbone, la parte del «cattivo» la fa sostanzialmente l’anidride solforosa. Se l’inquinamento del carbone fosse tassato in proporzione ai danni che questa sostanza provoca, il prezzo dell’elettricità prodotta dalla combustione del carbone aumenterebbe in Usa da 9 cent a 15,2 cent per chilowattora (kwh).

Se ci mettessimo a calcolare le tasse sulle esternalità in base ai costi illustrati nella tabella a p.29 (sull’anidride solforosa, sull’ossido di carbonio e su altri inquinanti dannosi), il gettito supererebbe i 300 miliardi di dollari all’anno. Poco più della metà sarebbero tasse sulle esternalità del riscaldamento globale, e appena inferiori sarebbero le imposte sugli inquinanti tradizionali. Per inciso, il calcolo è incompleto relativamente agli inquinanti tradizionali poiché omette usi dell’energia diversi da quelli mostrati nella tabella, includendo però tutte le emissioni di CO2 negli Stati Uniti5.

In realtà, la politica energetica degli Stati Uniti ha evitato le tasse ambientali. Quasi tutte le proposte di una tassa sull’energia, da Nixon a Obama, sono state sconfitte al Congresso. «Abbiamo evitato le tasse e siamo invece ricorsi a ogni altro strumento di politica immaginabile. Distribuire decine di miliardi di dollari annuali in sussidi è molto più seducente per i politici» spiega Graetz.

Dal calcolo emergono due aspetti centrali. Se consideriamo il settore energetico, le tasse effettive sono molto al di sotto dei costi esterni calcolati. Nel 2007, anno di cui abbiamo dati completi, le tasse federali pagate, al netto dei sussidi per l’energia, ammontavano a 21 miliardi di dollari, vale a dire meno di un decimo di quanto sarebbe necessario per portare il prezzo dell’energia ai suoi costi sociali. Quasi tutte sono tasse sulla benzina, dirottate verso la costruzione di strade affinché le auto vadano sempre più lontano e sempre più veloci. Ha pertanto ragione Graetz quando afferma che gli Stati Uniti sono stati incapaci di caricare i costi del consumo della loro energia sui consumatori. Anzi ne sono ben lontani.

Un secondo punto è che le tasse ambientali possono essere centrali negli anni a venire nella riduzione del gap fiscale. Queste imposte sono efficienti perché gravano sui «cattivi» e non sui «buoni». Le tasse ambientali hanno la caratteristica esclusiva di aumentare le entrate e di migliorare la salute pubblica.

3.

Le politiche più discutibili degli ultimi cinquant’anni riguardano il petrolio. Le politiche petrolifere sono un intreccio di obiettivi e di problemi differenti: l’aumento dell’importazione di petrolio, l’inquinamento locale e regionale, l’interazione con la sicurezza nazionale, gli effetti sulla bilancia dei pagamenti, l’inflazione, i grandi profitti delle compagnie petrolifere, il compromesso tra perforazioni e conservazione dell’ambiente, e infine il contributo del petrolio al riscaldamento globale.

Ha ragione Graetz a sottolineare i segnali contraddittori e disorientanti trasmessi dai policy makers. Nel 1971 il presidente Nixon congelò i prezzi del petrolio, e incoraggiò il consumo. Tre anni dopo, con l’embargo petrolifero dell’Opec nel biennio 1973-1974, il presidente varò il progetto Independence: «Dovrà essere il nostro obiettivo nazionale. Alla fine di questo decennio, nel 1980, gli Stati Uniti non dipenderanno più da altre nazioni per il fabbisogno di energia» aveva promesso il presidente. Quest’obiettivo è stato il tema ricorrente della politica americana, ripreso nei discorsi dei presidenti Ford, Carter, Reagan, Bush I, Clinton, Bush II, e anche di Obama6. Graetz è d’accordo, lamentando che «la nostra incapacità di liberarci dalla schiavitù del petrolio dell’Opec è insieme sorprendente e scoraggiante».

Se consideriamo la retorica e la sostanza della politica petrolifera, in particolare della dipendenza dal petrolio, molte opinioni sono sbagliate, perché sbagliato è il modo di intendere la natura della dipendenza. È proficuo pensare al mercato petrolifero come a un mercato mondiale integrato, un po’ come a una gigantesca vasca da bagno che ha i rubinetti in Arabia Saudita, in Russia e in altri paesi. Poi ci sono gli scarichi, dai quali gli Stati Uniti, la Cina e altri consumatori attingono il petrolio. Comunque la dinamica dei prezzi e la quantità sono determinati dalla somma di queste domande e offerte, e sono indipendenti dal fatto che i rubinetti o gli scarichi siano targati “Usa”, “Russia” o “Cina”. In altre parole, i prezzi sono determinati dall’offerta e dalla domanda su scala mondiale. Indipendentemente da come domanda e offerta siano distribuiti7.

Per quale ragione quello del petrolio grezzo è un mercato mondiale integrato? Perché i costi del trasporto del greggio sono bassi, i “differenti” petroli sono sostanzialmente identici e i differenti greggi si possono miscelare. Significa che il petrolio grezzo è sostanzialmente fungibile, come i dollari. La sua scarsità in una regione può essere compensata spedendo là un petrolio simile proveniente da un’altra parte del mondo. Le politiche petrolifere statunitensi hanno lo stesso senso che potrebbe avere il tentativo di abbassare il livello dell’acqua all’estremità di una vasca pescandone poche tazze in quell’angolo.

Sappiamo che il mercato mondiale del petrolio è unificato perché esiste un unico prezzo del greggio, che vale a prescindere dal luogo di estrazione. Per esempio, possiamo guardare se i prezzi (corretti per il peso specifico e il contenuto di anidride solforosa) variano insieme. Un test valido sarebbe chiedersi se un prezzo di riferimento del greggio predice il movimento degli altri prezzi. Andando a vedere il petrolio grezzo di ventotto differenti regioni del mondo nel periodo dal 1977 al 2009, ho scoperto che una variazione del 10 per cento del prezzo del Brent – una miscela di grezzi spesso usata come riferimento dei prezzi – ha prodotto un cambiamento pari al 9,99 per cento del prezzo degli altri greggi. Le correlazioni tra i prezzi del petrolio grezzo sono notevolmente maggiori rispetto a quelle di ogni altro bene o servizio scambiato.

Le implicazioni della metafora della vasca sono profonde. Significa che la nostra vulnerabilità dipende dal mercato globale e non dalla quota del nostro consumo importata da altri paesi.

Lo dimostrerò con due esempi. Dura a morire è, per cominciare, l’idea che dovremmo consumare solo petrolio estratto da «fonti sicure». Vorrebbe dire concentrarsi sul Canada e sul Messico, o forse affidarsi alla nostra produzione interna, dovendo magari escludere l’Alaska, se mai un giorno decidesse per la secessione.

Una politica di questo tipo è priva di senso in un mercato mondiale integrato del petrolio. Immaginiamo che gli Stati Uniti limitino le importazioni a fonti completamente sicure – fonti che mai e poi mai sospenderebbero il rifornimento – e che vietasse le importazioni dal paese A, considerato inaffidabile. A questo punto il paese A invierebbe il suo petrolio ad altri paesi. In un mercato mondiale integrato risulterebbe la riallocazione della produzione dai paesi non-A agli Stati Uniti, per compensare la carenza in un posto ed eliminare l’eccesso in un altro luogo. A meno che un paese non modifichi il suo flusso nella vasca mondiale, non si registrerà alcun impatto sugli Stati Uniti nell’importare il greggio solo dalle regioni sicure.

Un altro esempio utile sono le sanzioni e gli embarghi. Il più delle volte questi provvedimenti sono presi per esercitare una pressione economica su alcuni paesi. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni petrolifere alla Libia dal 1986 al 2004, ripetendosi nel 2011, e hanno fatto lo stesso con l’Iran dal 1979 fino a oggi. La logica di queste politiche era e rimane quella di ridurre la domanda di petrolio dai paesi incriminati e diminuire i loro prezzi e i ricavi delle esportazioni. Ma questi provvedimenti sono stati parziali perché non hanno coinvolto il mondo intero, inclusi i contrabbandieri. La teoria della vasca da bagno del mercato mondiale di petrolio dice che non ci sarebbero effetti per la stessa ragione per cui ridurre la dipendenza non produce effetti: semplicemente la produzione si ridistribuirebbe agli altri paesi.

Che cosa è successo realmente durante i vari embarghi? I dati indicano che i prezzi in Iran e in Libia sono rimasti praticamente invariati. È proprio quello che prevede il modello della vasca perché, a una prima approssimazione, c’è da aspettarsi che questi embarghi siano senza effetto sui prezzi o sulla produzione mondiale, che non abbiano impatto né sui paesi nel mirino né sugli Stati Uniti o su altri paesi consumatori. Sono misure puramente simboliche.

In conclusione, la politica petrolifera dovrebbe concentrarsi sulla produzione e sul consumo mondiali di petrolio e non sulla quota che noi importiamo e fare la stessa cosa sulle esternalità del nostro consumo, vale a dire l’inquinamento e il riscaldamento globale. Significa principalmente che il consumo di petrolio dovrebbe affrontare i suoi costi sociali. Il più importante costo esterno resta il cambiamento climatico. Senza l’imposizione di un prezzo adeguato che tenga conto delle emissioni di anidride carbonica derivanti dal petrolio e da altri combustibili fossili, la politica energetica sarà incoerente, e le politiche energetiche e ambientali avranno andamenti divergenti. Le stime del Consiglio Nazionale delle Ricerche statunitense citate in precedenza attribuivano un costo dei danni pari a 30 dollari per tonnellata di emissioni di CO2. Questo è un valore un po’ superiore alle stime che risultano dalle mie ricerche, ma è un obiettivo ragionevole per il prezzo sulle emissioni di CO2 negli Stati Uniti nel prossimo decennio. Se sarà introdotto gradualmente attraverso i cap-and-trade (licenza di inquinamento) o con una carbon tax, tale prezzo aiuterà a raggiungere i nostri obiettivi fiscali e ambientali.

La politica energetica è un esempio da manuale di politica nell’America contemporanea, e il saggio di Graetz è un promemoria che induce a riflettere sui punti deboli del nostro sistema politico. L’autore mostra che la capacità del governo federale di rispondere alle sfide a lungo termine è molto limitata quando una buona politica impone costi a breve termine. La necessità di tasse sulle esternalità energetiche, come le emissioni di CO2, è centrale per la capacità di ridurre gli effetti collaterali nocivi della crescita economica. È sorprendente come il dialogo politico negli Usa abbia ignorato una strategia politica caratterizzata da questi aspetti. Forse nel prossimo futuro, messi di fronte al termine ultimo, a una deadline, di una situazione economica disperata, formuleremo una politica corretta, che produrrebbe cospicui introiti e al contempo molti vantaggi economici e ambientali a lungo termine. In poche parole, le tasse sulle esternalità sono il migliore strumento fiscale da impiegare oggi, considerando anche le difficoltà economiche in cui attualmente versano gli Stati Uniti.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

1. 100 Million Unnecessary Returns. A Simple, Fair, and Competitive Tax Plan for the United States (Yale University Press, 2007); Death by a Thousand Cuts. The Fight Over Taxing Inherited Wealth, con Ian Shapiro (Princeton University Press, 2005) e The US Income Tax: What It Is, How It Got That Way, and Where We Go from Here (Norton, 1999).

2. William Stanley Jevons, The CoQuestion. An Inquiry Concerning the Progress of the Nation, and the Probable Exhaustion of our Coal-Mines, London, Macmillan, 1865, pp. vii-viii.

3. Faccio fede ai dati energetici forniti dalla Energy Information Administration, un ente statistico indipendente, presso il Dipartimento dell’Energia Usa. Il più recente Annual Energy Outlook 2011 contiene dati statistici e analisi utili, ed è accessibile sul sito www.eia.gov/forecast/aeo.

4. Questa tabella considera una stima media dei costi sociali del carbone in uno studio del Nrc (30 dollari per tonnellata di anidride carbonica). La tabella usa i prezzi di mercato dei prodotti energetici forniti dalla Energy Information Administration, l’agenzia governativa statunitense specializzata nelle analisi energetiche (si veda la nota 3).

5. Ho discusso il ruolo della carbon tax in The Question of Global Warming: An Exchange, ‘The New York Review of Books’, 25 settembre 2008. È sorprendente come le tasse sulle esternalità potrebbero contribuire sensibilmente alla riduzione del deficit federale a lungo termine. E in effetti se ogni forma di inquinamento venisse tassata sulla base dei suoi reali costi sociali, il gettito sarebbe superiore alla riduzione del deficit nel mirino dei recenti negoziati del congresso. Questo incomodo fatto fiscale è stato trascurato dai team di esperti che esaminano il nostro futuro fiscale.

6. Un piacevole compendio di citazioni dei presidenti si trova sul sito www.businessinsider.com/american-foreign-oil-dependence-2011-3#-6.

7. Una trattazione più ampia del mercato mondiale integrato del petrolio, inclusi i dati statistici discussi più avanti, è contenuta nel mio studio The Economics of an Integrated World Oil Market, discorso di apertura dell’International Energy Workshop, Venezia, 17-19 giugno 2009, rintracciabile sul sito www.econ.yale.edu/nordhaus/homepage/documents/iew_052909.pdf.

 

WILLIAM D. NORDHAUS è professore di Economia a Yale. Con Paul Anthony Samuelson ha scritto Economia (McGraw-Hill, 2002). È anche autore di A New Architecture for the U.S. National Accounts (The University of Chicago Press, 2006) e di A Question of Balance (Yale University Press, 2008).

 

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