Michela Nacci

Quanto dura un regime: eredità corporative

Sabino Cassese, Lo Stato fascista, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 150, € 14,00

 

STORIA. Che cos’è stato il Fascismo? Un regime totalitario, oppure qualcosa di diverso e più complesso, che affonda le sue radici nel popolo? Un’analisi approfondita che parte dal libro di Sabino Cassese sul Ventennio fascista e sulla eredità che ci ha lasciato.

Ci si chiede spesso da dove provengano alcune caratteristiche del nostro Paese, fra cui il corporativismo: nel linguaggio ordinario con “corporativismo” si indica un’attenzione (giudicata eccessiva, tanto che il termine non è affatto positivo) all’appartenenza professionale e ai vantaggi derivanti da essa. Per esempio, una richiesta è “corporativa” se non tiene conto di un quadro generale, della crisi in corso, della situazione di altre categorie professionali oltre a quella alla quale si appartiene, e ha come oggetto vantaggi o miglioramenti solo per se stessa. Non è una caratteristica che riguarda solo l’Italia: tutti i Paesi cosiddetti avanzati la possiedono in misura maggiore o minore. Soltanto che, mentre in Italia questa tendenza si è unita all’individualismo e alla mancanza di senso dello Stato che secondo alcuni si trovano nel nostro Dna, nei Paesi del Nord Europa a Welfare State molto sviluppato si è unita a una solidarietà di gruppi più o meno grandi.

Da dove deriva il termine? “Corporativismo” indica fra l’altro il sistema di riorganizzazione del mondo del lavoro e della rappresentanza ideato dal Fascismo italiano. L’idea di una via intermedia fra lo Stato e l’individuo, prima di allora, era stata caratteristica del cattolicesimo sociale, preoccupato che i corpi intermedi della società scomparissero a favore o di uno statalismo, giudicato soffocante, o dell’individualismo, ritenuto un indebolimento della persona.

Dagli anni Settanta la storiografia ha distinto così due corporativismi: uno storico, che termina con la fine dei fascismi, e uno più recente, che indica invece i mutati rapporti del mondo della produzione con lo Stato in tutti i Paesi industriali nella seconda metà del Novecento. C’è qualche legame fra i due corporativismi? Il quadro politico nel quale si collocano è completamente diverso: da una parte regimi autoritari o totalitari, dall’altra delle liberaldemocrazie, dei sistemi pluralisti. Esiste allora un rinvio del secondo – quello recente – al primo – quello storico – quanto alla sua struttura? A occuparsi di questo argomento è il volume di Sabino Cassese dedicato allo stato fascista.

Nella storiografia più recente sul Fascismo non si smette di discutere su quale sia stata la natura dello Stato che questo ha messo in piedi: totalitario, sulla via del totalitarismo, autoritario, oppure semplicemente costruito attorno a un personaggio carismatico? Non è solo una questione di definizioni: da una scelta o dall’altra discendono interpretazioni molto diverse del Ventennio. Per qualcuno, infatti, si tratta di un tentativo (organico anche se un po’ discontinuo) di edificare un regime totalitario senza più spazio per individui, gruppi, partiti, sindacati: uno fra altri terribili esempi che appaiono nel Novecento. Per altri, una parte del Fascismo tentò di operare in questa direzione, ma fu frenata dalle tendenze “liberali” pure presenti. Per altri ancora, si trattò di una classica costruzione autoritaria ottocentesca di modello bonapartista. E infine ci sono gli studiosi che lo vedono essenzialmente come opera di Mussolini, costruito attorno alla sua forte personalità e non classificabile altrimenti.

Cassese utilizza per la sua analisi strumenti diversi (storici, delle scienze sociali, del diritto) e teorizza che solo in questo modo sia possibile comprendere qualcosa dello Stato fascista. Di tale Stato, afferma l’autore, il corporativismo fu la parte più notevole e dall’eredità più tenace. Si tratta di una (neppure tanto piccola) rivoluzione storiografica: fino a tempi molto recenti è stato affermato da parti molto diverse che il corporativismo fascista fu solo flatus vocis, propaganda, e che non ebbe alcuna incidenza né sulla struttura dello Stato né sul funzionamento del mondo del lavoro, né sul rapporto fra i due. Il suo significato politico è invece determinante: nel 1939 la Camera dei Fasci e delle Corporazioni sostituisce il Parlamento (anche se eletto in modo plebiscitario) mettendo così fine a ogni tipo di elezione dal basso. Anche solo come ideologia il corporativismo sarebbe da prendere sul serio: creò consenso, rendendo familiari temi e soluzioni “fasciste” di problemi che venivano posti da una società industriale avanzata. Le ricerche sul Fascismo come ideologia in effetti esistono: anzi, sono le sole ricerche che siano state fatte sul corporativismo.

Il corporativismo secondo Cassese si muove su tre piani: la politica, la società, l’economia. Della politica si è detto. L’effetto sulla società e sull’economia fu «una verticalizzazione della società, perché ricondusse antichi particolarismi locali e nuove aggregazioni di corpo nazionali nell’ambito dello Stato. Il sistema di potere così creato rappresentò l’opposto di un sistema aperto e competitivo, nel quale il policy making è lasciato aperto all’influenza di gruppi di interesse economici e sociali multipli e in competizione, che partecipano dall’esterno, per via procedimentale, non entrando negli organi pubblici, con minor grado di coinvolgimento dello Stato e minori controlli». A questa, che è la conclusione di un’analisi precisa e dettagliata, si giunge attraverso l’esame delle trasformazioni che l’impianto corporativo comportò sulla struttura e sul funzionamento dei sindacati, e sul loro rapporto con lo Stato. È un fatto acquisito ormai che nello Stato fascista i sindacati furono privati della loro libertà, ma nient’affatto annullati. L’analisi prende in esame prima l’edificio istituzionale del corporativismo, poi gli effetti di quell’edificio sul mondo sindacale (insieme alle leggi emanate, a partire dalla legge Rocco del 1926), in seguito il funzionamento concreto dell’edificio messo in piedi, e alla fine il significato del corporativismo nei rapporti fra società e Stato, fra partito, sindacato, burocrazia, fra mondo del lavoro e mondo della politica. La conclusione è che il corporativismo non fu affatto solo un insieme di parole d’ordine mai messe in atto: esso rese possibile a gruppi produttivi privati di contrattare sui modi dell’intervento statale e sul loro rapporto con le imprese pubbliche. Analizzando in modo sistematico ciò che le corporazioni fecero effettivamente, quello che emerge è la nascita di «un’economia concertata, protetta, monopolistica, un vero manuale di pratiche in violazione della concorrenza». Se la funzione di controllo pubblico dell’economia da parte del corporativismo si rivelò un fallimento, non altrettanto si può dire della sua funzione sul versante più interno al sistema produttivo-distributivo: metteva a disposizione dei produttori strumenti per razionalizzare attraverso la concertazione la produzione e la distribuzione, consentiva un dialogo con gli organi pubblici finalizzato alla protezione da parte di questi, «permetteva quell’inserimento di interessi privati nella macchina pubblica che costituisce uno dei lasciti maggiori del ventennio fascista». Cassese può alla fine affermare: «Non, dunque, una macchina corporativa invisa agli imprenditori e da questi boicottata, né una macchina corporativa inefficace, ma piuttosto una macchina corporativa che svolse bene il suo ruolo, di consentire la realizzazione di una politica corporativa, chiusa, non concorrenziale, autarchica, diretta verso l’interno del sistema economico».

Sono evidenti, a questo punto, le linee di continuità con il postfascismo, che possono ridursi soprattutto a due: nel campo del lavoro, l’incorporazione dei vertici sindacali nello Stato e nella politica con la loro presenza inedita nella struttura statale, e nel campo della produzione, l’eliminazione della concorrenza in economia a vantaggio di una regolamentazione che la proteggesse dalla competizione con l’estero e favorisse una azione concertata. L’edificio corporativo raggiunse questi risultati funzionando in parallelo con altro: «l’intervento acorporativo (quello che si svolse fuori dalle corporazioni, ad esempio a opera di Beneduce) copriva la parte alta, le azioni dirette a grandi imprese e grandi banche». Le corporazioni si occupavano delle piccole e medie imprese, e Mussolini faceva da raccordo fra le due strutture.

Il problema ha risvolti che toccano da vicino il nostro presente: in che misura lo scheletro impiantato nel Ventennio è sopravvissuto alla fine del regime che lo aveva creato? Se, seguendo Cassese nella sua convincente analisi, lo Stato fascista è soprattutto uno Stato corporativo, in che misura il corporativismo è passato nel nostro ordinamento? Eredità del passato sono sempre possibili, ma nel nostro caso avvenne una cesura forte fra il periodo fascista e quello immediatamente successivo, si trattò di un ribaltamento politico, non di un semplice avvicendamento: abbiamo avuto una Costituzione creata appositamente in senso antifascista. È curioso, da questo punto di vista, scoprire che non sappiamo con certezza se le leggi approvate dal Fascismo siano ancora in vigore (e quindi eventualmente da abrogare) oppure se siano state implicitamente abrogate dall’elezione dell’Assemblea Costituente nel 1946: se così non fosse, la legge del 1939 che istituiva la Camera dei Fasci e delle Corporazioni abrogando al contempo il Parlamento sarebbe ancora in vigore. Ma, al di là delle sottigliezze costituzionali, il problema su cui riflettere è quello dell’eredità (corporativa e forse non solo) che l’Italia repubblicana si è portata dietro dal regime fascista. Indagine tanto più opportuna quanto, nel dibattito politico attuale, si denuncia da parte di alcuni la defascistizzazione del Fascismo: sia per appoggiare tale denuncia sia per contrastarla occorre sia chiaro che cosa il Fascismo è stato dal punto di vista della creazione di uno Stato, una amministrazione, una organizzazione del potere.

Con la chiarezza che lo contraddistingue, Cassese definisce l’organizzazione del potere fascista con tre termini: concentrazione, pluralizzazione, personalizzazione. Lo Stato fascista non è semplice né omogeneo; non è unitario come i fascisti avrebbero desiderato. Molto interessante, ad esempio, l’operazione di raddoppio che poneva accanto a un organo istituzionale un altro organo appositamente creato dal Fascismo: il parastato accanto allo Stato, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e il Servizio Speciale di Investigazione Politica accanto alla polizia, il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato accanto all’ordine giudiziario, la Magistratura del Lavoro accanto alla normale magistratura. Nemmeno i rapporti fra governo e periferia erano lineari, ma solcati da duplicazioni: accanto ai prefetti per governare la vita locale c’era il partito, e la rete dei grandi enti pubblici. Da qui la presenza di tendenze centrifughe non sempre contenibili. Cassese arriva a parlare di paradosso: «Di qui il paradosso dello Stato fascista: monolitico e pluralizzato al tempo stesso, fondato sul monopolio statale, ma culla degli enti e delle stesse corporazioni. Questi ultimi servono per estendere il controllo pubblico in aree prima dei privati (come l’economia), ma servono anche a canalizzare interessi di gruppi e categorie che, in questo modo, raggiungono il centro del sistema».

Da qualunque parte si provi a formularla, la definizione precisa dello Stato fascista resta sfuggente: il Fascismo era formato da più di una corrente e da più di un potere, e inoltre cambiò nel corso della sua esistenza (si può distinguere uno Stato che va dal 1922 al 1930, sostanzialmente non molto diverso dallo Stato italiano precedente, e uno Stato che va dal 1930 al 1943).

In questo quadro si inserisce l’analisi della continuità tra Fascismo e postfascismo. I due terzi delle norme raccolte nel 1954 in un codice amministrativo erano state leggi del Fascismo. Se andiamo a guardare, il numero di leggi concepite negli anni Trenta e che hanno superato lo scoglio della Liberazione per durare fino a oggi è molto alto: dalle norme del 1923-1924 sugli impiegati civili dello Stato, sulla finanza pubblica e sul Consiglio di Stato al Concordato del 1929, dal codice penale alle leggi del 1931-1934 sull’istruzione superiore, la pubblica sicurezza, la bonifica integrale, le acque e gli impianti elettrici, la tutela delle strade e la circolazione, la maternità e l’infanzia, la Corte dei Conti, la sanità, i comuni e le province, la finanza locale, dalla legge bancaria del 1936 alle norme del 1939 sull’arte e il paesaggio, dal codice di procedura civile del 1940 alla legge urbanistica e al codice civile del 1942. In questo non c’è nulla di particolarmente scandaloso né significativo: opera della burocrazia ministeriale, tali leggi ripresero talvolta la legislazione prefascista, tale e quale a come era, oppure aggiornandola, e lo stesso fecero nel passaggio allo Stato democratico. In alcuni casi la continuità fu anche relativa al personale, che nelle cariche pubbliche di alto livello passò dal Fascismo alla Repubblica senza scosse.

Non si può dire, quindi, che il Fascismo sia stato una semplice parentesi nella storia d’Italia: al contrario, le continuità sono molte e importanti. Ma resta una domanda centrale alla quale rispondere: in che misura fu fascista lo Stato fascista? Il Fascismo trasforma soprattutto la libertà di stampa e di associazione, la libertà sindacale, il sistema rappresentativo, la separazione tradizionale fra Stato e partiti politici nell’integrazione del partito fascista nello Stato; con leggi successive stabilisce che nessun impiegato pubblico possa essere non iscritto al Partito Nazionale Fascista. In sintesi, diminuisce le libertà, ma innova poco rispetto allo Statuto albertino: per la ragione – osserva Cassese – che lo Stato liberale che precede il 1922 era in verità assai poco liberale e invece abbastanza autoritario. È invece più cauto e meno originale nei settori della giustizia, dell’istruzione e delle professioni. Spesso il Fascismo opera sulla legislazione precedente apportando spostamenti, estensioni, aggiunte: variazioni piccole in sé, ma dall’effetto indubbio.

Sembra, insomma, che molte questioni essenziali derivino da una continuità ben più lunga di quella segnata dalla politica e legata invece alla formazione dello Stato italiano e alla legislazione adottata in quella occasione. Anche le continuità “in avanti”, così come quelle “indietro”, invitano a considerare il lungo periodo dello Stato italiano piuttosto che enfatizzare la frattura Fascismo/Costituzione. Ma Cassese non manca mai di sottolineare che accanto alle continuità si collocano le discontinuità, e che la Costituzione si oppose puntualmente alle limitazioni di diritti e libertà, segnando da questo punto di vista una frattura incolmabile.

Su un punto il sistema fascista appare differenziarsi nettamente fra pre e post: quello del corporativismo. Il Fascismo se ne impadronisce al fine di sostituire il regime del lavoro al Parlamento, espressione della vituperata democrazia. L’ordine corporativo si realizza lentamente e in modo bizzarro, ben pochi sono gli accordi economici stipulati nel suo ambito e ancor meno le norme corporative economiche. Eppure, a giudizio di Cassese il corporativismo resta la parte più importante dello Stato fascista. Anche l’eredità che lascia alla Repubblica è ingente: il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro riprende la rappresentanza degli interessi, restano gli enti di privilegio, le pianificazioni di settore, mentre le partecipazioni statali si rafforzano fino a quando (a metà degli anni Novanta) cambierà tutto con le privatizzazioni.

Non sono d’accordo con le contestazioni che Cassese muove al concetto di totalitarismo, anche se forse si tratta semplicemente di punti di vista: il totalitarismo può essere visto come un’idea politica oppure come uno strumento euristico. È innegabile che come idea politica sia geniale: qualcosa che ha arricchito enormemente le nostre conoscenze e la nostra comprensione dello stalinismo e dei fascismi. Come strumento di ricerca, convengo che mostra alcune incongruità, una scarsa flessibilità ed eccessive limitazioni. Continuo tuttavia a pensare che se anche definisse solo due regimi politici (quello nazista e quello stalinista), avrebbe reso la storiografia su di essi enormemente più penetrante.

Il volume di Cassese è breve, essenziale, limpido: non spreca parole inutili, vuole farsi capire da tutti ma senza mancare di rigore (una sintesi difficile e rara), è puntuale e approfondito, lineare ma senza nascondere i problemi ancora aperti, le contraddizioni, le eccezioni. Si può essere o non essere d’accordo con le sue conclusioni: certo l’impostazione della sua analisi è esemplare. Lo consiglierei come lettura introduttiva a chi intenda occuparsi di Fascismo, storia contemporanea, storia dell’Italia, storia del diritto, storia del pensiero politico, scienza politica. Lo consiglierei e basta.

 

Michela nacci è in forza al Cnr, presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea. Collabora con l’Università Statale di Milano e con l’Università di Pavia e ha pubblicato diversi saggi sulla storia militare italiana del Cinquecento, tra cui Gli Italiani e la guerra di Parma (1551-1552). Cooptazione di élite e “sottoproletariato militare a giornata” nella Lombardia di Carlo V (nell’Archivio Storico Lombardo) e I tercios di Carlo V in Italia, tra percezione, auto percezione e mondo del quotidiano (in Studi di Letteratura ispano-americana). Collabora infine al notiziario on-line ‘Dal Mediterraneo agli Oceani’.

 

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