Tim Parks

Cambierà mai l’Italia?

da ''The New York Review of Books''
 Politica: L’Italia e gli italiani riusciranno a superare divisioni e interessi corporativi per rilanciare il paese?  Lo scrittore inglese Parks ci da una spietata analisi del nostro paese.

Che cosa significa per un paese cambiare nel profondo? Quali vere novità ricaverebbero, e quali sensazioni produrrebbe nei suoi cittadini? Sarebbe davvero un fatto positivo? Pochi mesi fa, quando la crisi della Grecia aveva chiarito che essere membro di eurolandia non significava avere accesso illimitato al credito a pari condizioni di paesi comela Germaniaela Francia, l’Italia si è trovata improvvisamente a malpartito. Dopo avere sonnecchiato per anni in un declino finanziato dal debito, all’improvviso il paese scopriva che i finanziatori chiedevano tassi d’interesse insostenibili, come se si trattasse di una vacillante economia da terzo mondo che fa la questua a un paese straniero.

I sacrifici erano ormai inderogabili. Il conseguente cambio di governo e le drastiche misure di bilancio sono state ampiamente descritte in quasi tutti i giornali. Ma l’aspetto che a me interessa più dei numeri o dei mercati è come questi sviluppi potranno effettivamente cambiare, nel lungo termine, il rapporto degli italiani fra loro e con lo Stato.

Quando, trent’anni fa, sono arrivato per la prima volta in Italia, si parlava già molto di cambiamenti. Cambiamenti di là da venire, immancabilmente situati in un futuro prossimo, mai nel presente. Il modello quasi unanime era quello di una società «anormale», e per alcuni versi arcaica, sempre in procinto di diventare normale e moderna, di mettersi, cioè, in riga con le potenti democrazie nordeuropee: come se i loro modelli incarnassero qualcosa di naturale.

Possiamo elencare alcune caratteristiche che facevano, e che ancora fanno, sembrare «speciale» l’Italia: una tradizione di interessi regionali più che nazionali (inaspriti da un governo fortemente centralizzato); un livello elevato di criminalità organizzata (ma non comune); il potere della famiglia in ogni sfera della vita sociale, e in particolare nell’economia; il lamentoso tono assertivo della forza lavoro in ogni settore professionale, commerciale e sindacale: tassisti, farmacisti o metalmeccanici che siano; un talento per complicarsi la vita con la burocrazia, per poi superare le conseguenti complicazioni con l’evasione fiscale e una corruzione capillare; una molteplicità di partiti politici con spiccate inclinazioni ideologiche e regionali; una chiesa più propensa a indebolire che a fortificare la fedeltà dei cittadini allo Stato; una generale tendenza a incentivare e poi a sfruttare il divario tra la versione ufficiale dei fatti e la loro consistenza reale, tra le norme stabilite e i concetti, tra l’apparire e l’essere. Uno straniero che prova a inserirsi nella vita italiana – comprando una casa, avviando una carriera accademica e allevando i figli nel sistema scolastico statale – si rende presto conto che questo è un paese per iniziati. Non basta leggere le istruzioni per capire come andrebbe compilato un modulo: vi serve qualcuno che conosce la materia dell’interno del sistema.

Dando uno sguardo a questo elenco, non è difficile cogliervi uno schema, un modello, e le difficoltà che ne scaturiscono. Identità collettive circoscritte – famiglie, partiti politici, associazioni lavorative, campanilismo, gruppi religiosi – di per sé encomiabili, indeboliscono, tuttavia, la capacità della nazione di stabilire una gerarchia di priorità per il bene comune, non foss’altro perché raramente il governo è più di un’accozzaglia di fazioni. Non è mai facile legiferare contro i poteri forti, ma in Italia risulta quasi impossibile: troppi sono i gruppi la cui sopravvivenza dipende dal mantenimento delle cose così come sono. E più che in altri paesi, i singoli italiani si sentono sminuiti e scoraggiati se questi gruppi sono messi a repentaglio.

A ogni buon conto, il mondo cambia in continuazione, e prima o poi si deve cambiare con lui. Allora, la domanda che preoccupa gli italiani diventa: come adattarci al cambiamento in modo che ogni cosa rimanga sostanzialmente al suo posto, che la mia comunità di riferimento continui a sopravvivere? In termini macroeconomici, in Italia il modello degli ultimi decenni è stato il seguente: pratiche restrittive, lungaggini burocratiche e politiche sociali generose, ma per nulla uniformi o eque – leggi alla voce pensioni – hanno prodotto una scarsa produttività, aumento del debito pubblico e squilibri commerciali, tutti effetti negativi «corretti» negli anni ’70 e ’80 da una svalutazione sistematica e da salari e pensioni indicizzati all’inflazione. Le esportazioni hanno ricevuto una spinta, mentre tutte le principali associazioni di categoria hanno conservato le proprie rendite di posizione.

Poi è venuta l’Unione Monetaria Europea, seguita dall’introduzione dell’euro. Per rimanere al centro di un gruppo privilegiato di partner commerciali, l’Italia ha dovuto accettare una moneta sulla quale non aveva alcuna sovranità, e che non poteva essere svalutata. Bisognava riuscire a far quadrare il cerchio di nuovo. Nei primi anni 2000, il diritto del lavoro è stato riformato in modo da lasciare inalterati i privilegi acquisiti: primo di tutti, la granitica sicurezza del posto di lavoro per chi fosse assunto con un contratto regolare. Per contro, i datori di lavoro a quel punto erano liberi di offrire contratti a breve termine, con stipendi molto bassi, o addirittura inesistenti, ai giovani che entravano nel mercato del lavoro.

Significava che gli ultimi arrivati avrebbero offerto quella flessibilità e produttività che il mondo produttivo tradizionale non voleva accettare. Dieci anni dopo, la conseguenza è una disoccupazione giovanile pari al 30 per cento e una generazione la cui esperienza nel mondo del lavoro è di costante frustrazione, per non dire di umiliazione. Eppure, il loro sacrificio non è bastato. Ancora non era cominciata la stretta creditizia internazionale che già l’Italia era stata identificata come un mutuatario a rischio, con la sua economia stagnante e la sua scarsa produttività, ma soprattutto come una nazione che aveva perso la bussola.

Nel novembre del 2011, quando la situazione sembrava sempre più disperata, Giorgio Napolitano, l’anziano presidente ed ex comunista, ha convocato il professore di economia Mario Monti, con alle spalle una formazione nelle scuole gesuite. Ha avuto così inizio un grande esperimento: un governo sostenuto dai voti trasversali di quasi tutti i partiti, i cui ministri, però, non sono politici né membri del parlamento, ma semplicemente esperti della loro materia; i quali – ci si augura – non puntando alla rielezione, sono immuni da possibili pressioni. In sostanza, il progetto è agire per il bene pubblico.

Nulla di tutto ciò è una novità. Fra i piaceri del trascorrere la vita adulta in un paese che conosci a malapena, è il lento accumularsi della storia e della cultura necessarie per capire quel mondo a cui provi ad adattarti. Leggendo, traducendo, insegnando, scrivendo, percepisci poco alla volta come tutto si colleghi. Ma, così facendo, il coinvolgimento in prima persona diventa così profondo, che risulta impossibile far finta di essere un estraneo, di essere obiettivo. Durante le mie ricerche per scrivere Medici Money, un saggio sulla banca dei Medici nel XV secolo, ho scoperto come molti modelli della società italiana contemporanea fossero già presenti nella Firenze repubblicana: governi brevi e divisi, ambiguità estrema sul reale centro del potere, l’ossessione per la spartizione delle cariche in maniera equilibrata tra le differenti corporazioni e aree geografiche, l’estrema difficoltà nel riscuotere le tasse e così via.

Traducendo Machiavelli, mi sono poi imbattuto nella convinzione che l’unità in Italia si raggiunge solo quando il paese deve affrontare una grave minaccia dall’esterno. Come nell’agosto del 1480, quando, fra gli altri, lo Stato Pontificio, Napoli e Firenze interruppero le guerre fratricide per affrontare un attacco turco sulla costa sudorientale del paese, che lasciò dodicimila morti sul campo e fece diecimila prigionieri. Ma è sempre un’unità intesa a breve termine, che non deve essere sfruttata da un gruppo per imporsi sugli altri, una volta cessata l’emergenza.

Molti uomini politici italiani hanno chiesto ai ministri dell’attuale governo tecnico di promettere che non si candideranno per le prossime elezioni politiche. Funzionerà stavolta il trucco? Mario Monti ha circa un anno e mezzo di tempo prima di fine legislatura e un lavoro immane da svolgere. Ha esordito con i tagli e le azioni fiscali destinate a tranquillizzare i mercati: una robusta riforma delle pensioni e una tassa sulla casa. Ora come ora, sta provando a fiaccare diverse corporazioni, ma va da sé che avvocati, medici, camionisti, tassisti e farmacisti abbiano tutti annunciato ondate di scioperi. Poi, sarà la volta di riforme più radicali e profonde: come la legge sul mercato del lavoro e del sistema elettorale. E, dicono, queste manovre saranno accompagnate dal serio tentativo di far pagare le tasse ai cittadini. Allo stato delle cose, un numero enorme di lavoratori in proprio dichiara, in modo palese, meno di un terzo del reale guadagno. Il divario tra il tenore di vita e i guadagni dichiarati è così evidente che la situazione ha potuto svilupparsi solamente grazie a un notevole grado di collusione con gli apparati di controllo. Il primo ministro Monti sembra deciso a prendere provvedimenti per superare il problema.

Ciò equivale, in sostanza, a un invito agli italiani a cambiare mentalità, ad avere fiducia nello Stato. In Io ti assolvo, pubblicato nel 1993, Giordano Bruno Guerri raccolse le risposte dei preti alla confessione dei suoi più svariati peccati, fra cui l’evasione fiscale. In più occasioni, i prelati gli hanno risposto che avrebbe potuto rimediare al reato con qualche donazione alla Chiesa. Questa mentalità – se trattengo il denaro che devo allo Stato per darlo ad altre collettività (il mio partito politico, la mia associazione lavorativa, la mia famiglia, anche se, evidentemente, una buona parte finisce nelle tasche dell’individuo) non sto facendo niente di male – è una delle convinzioni radicate che il governo sta cercando di svellere.

Ci riuscirà? È possibile, per esempio, che in Italia attecchisca la meritocrazia? Che si cominci a credere che un collega sia stato assunto perché è capace, che cercare di voler capire chi sia il «protettore» di tizio o di caio abbia un giorno fine? La cosa mi intriga. E persino se non dovesse accadere, sorge una domanda altrettanto interessante: come può l’Italia competere in un mondo sempre più aperto, se rimane ancorata a questi modelli di relazione?

Chi ha letto i miei recenti articoli sulla letteratura mondiale e sulla traduzione di queste potrebbe pensare che questo articolo non c’entri nulla con quelli.1 Non è così. In uno studio di critica letteraria, Romanzo Mondo, pubblicato nel 2010, Vittorio Coletti parla di omogeinizzazione del romanzo europeo della seconda metà del 900, come conseguenza del fatto che «le somiglianze tra molte nazioni si sono fatte via via più marcate delle differenze». E prosegue affermando che «è vicino il momento in cui una storia raccontata a Berlino non sarà molto differente da una storia ambientata a Lisbona».

Nutro il sospetto che tale omogeinizzazione scaturisca dal desiderio degli autori di rivolgersi a un pubblico internazionale più che dal fatto che gli eventi e le personalità – ad esempio nel parlamento di Roma – ricalchino effettivamente quelli di Parigi o di Londra. Gli italiani esprimono una forma tutta loro d’individualità, e un modo altrettanto caratteristico di relazionarsi fra loro e con il gruppo di appartenenza.

E allora i romanzieri racconteranno come gli italiani siano stati cambiati dalla globalizzazione, dalla crisi del debito e dalla rivoluzione di Monti, o invece come si siano opposti al cambiamento e abbiano continuato a comportarsi come fanno da sempre? Alcuni romanzi si rivolgeranno ai lettori italiani sotto forma di dibattito nazionale in corso – com’è successo per esempio con Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – o useranno la narrativa italiana per intrattenere un pubblico internazionale, che potrà così sorridere e stupirsi dell’harem di Berlusconi, o dei concittadini del famigerato Francesco Schettino, il capitano della Costa Concordia? Responsabile di uno degli incidenti marittimi più stupidi della storia, per non parlare della trentina di vittime fra i passeggeri, Schettino è stato comunque accolto a Meta di Sorrento, la sua cittadina di residenza situata nella parte più meridionale del golfo di Napoli, da una folla che sventolava bandiere a suo favore e lamentava, parroco in testa, come la cattiva stampa verso il concittadino fosse dovuta a un pregiudizio verso la loro comunità. «Ciascuno italiano – aveva commentato amaramente il Leopardi – è presso o a poco ugualmente onorato e disonorato».2

Il luogo in cui si svolge un romanzo è importante: gli italiani, quando vedranno minacciato il campanile a cui sono fedeli, comprenderanno i sentimenti dei concittadini di Schettino. I lettori di altri paesi, magari si limiteranno a sensazioni di stupore, di disgusto o magari di divertimento.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Si veda, per esempio, Translating in the Dark, in ‘NYRblog’, del 30 novembre 2011, e Writing Adrift in the World, in ‘NYRblog’, 19 gennaio 2012.

2. Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani. N.d.T.

TIM PARKS scrittore di romanzi e saggi fra i più proficui, e traduttore dall’inglese, è professore di Traduzione alla IULM di Milano. I suoi ultimi libri pubblicati in Italia sono: Sogni di fiumi e di mari (Mondadori, 2011) e Insegnaci la quiete (Mondadori, 2010)

 

 

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