Roberta Corvi

Chi controlla il testimone

Nicla Vassallo, Per sentito dire. Conoscenza e testimonianza, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 156, € 15,47

 

 

Silvia, a cinque anni, era una tenace sostenitrice della teoria geocentrica e l’argomentava invocando l’evidenza: lei non si era mossa dalla sua camera, eppure il sole, che al mattino non entrava dalla finestra, al pomeriggio irrompeva senza possibilità di equivoco. Ora che è cresciuta e si è convertita al copernicanesimo, assicura di aver passato il pomeriggio studiando indefessamente i verbi greci e di non aver navigato in internet, però la mamma, collegandosi a Facebook, scopre che ha lasciato un post hg sulla sua bacheca proprio quel giorno intorno alle 16.

I due casi sono diversi, ma legati da un elemento comune: la presenza di una testimonianza, che tuttavia svolge un ruolo diverso nelle due circostanze. Nel secondo caso una testimonianza è controllata (e smentita) tramite l’esperienza, mentre nel primo caso accade il contrario: l’esperienza viene controllata (e smentita) dalla testimonianza, infatti quanti di noi non sono astronomi ma si fidano della testimonianza di scienziati, maestri e libri che sostengono la teoria eliocentrica.

Come si nota da questi banali esempi, la testimonianza è un canale importantissimo per trasmettere e acquisire conoscenza, sebbene non sempre sia affidabile, poiché il testimone non sempre è attendibile. Allora che valore attribuire alla testimonianza intesa come forma di conoscenza?

Questo il problema affrontato da Nicla Vassallo nel suo ultimo volume, Per sentito dire. L’autrice è professore ordinario di Filosofia Teoretica all’Università di Genova e si occupa da anni dei problemi legati alla teoria della conoscenza, cui ha dedicato diverse pubblicazioni, tra cui Teoria della conoscenza (2003) e il Piccolo trattato di epistemologia (2010), scritto in collaborazione con Maria Cristina Amoretti. Vassallo è nota anche per le sue riflessioni sul punto di vista femminile in filosofia e nella cultura in genere, da cui hanno tratto origine il libro scritto a quattro mani con Pieranna Garavaso, Filosofia delle donne (2007), e la curatela del volume Donna m’apparve (2009).

Per sentito dire ripropone il tema della conoscenza, cercando di indagare e capire che cosa effettivamente è la testimonianza, non solo perché senza il suo contributo non sapremmo neanche il nostro nome, ma anche «perché in troppi l’hanno voluta e la vogliono controllare nonché manipolare».

Nicla Vassallo si propone un compito arduo, in quanto esamina la testimonianza tramite canali e mezzi assolutamente eterogenei, come rivela l’elenco compilato dalla stessa autrice: scambi conversazionali (anche con telefoni, cellulari, sms, e-mail, blog, social network, piattaforme varie), ascolti, letture, trasmissioni radiofoniche e televisive, volumi, enciclopedie, giornali, riviste, internet, cartellonistica, documentari, foto, mappe, mimica, segnaletica.

Ma subito, prima ancora di iniziare l’indagine, si presentano alcuni problemi preliminari: la testimonianza è una fonte di conoscenza, nel senso che genera conoscenza o solo la trasmette? Quale tipo di conoscenza è generata o trasmessa dalla testimonianza? Qualunque tipo di conoscenza o solo alcuni tipi e, in tal caso, quali?

Per quanto concerne il primo quesito, l’autrice non può essere fraintesa: la testimonianza trasmette conoscenza e non la genera, ma non bisogna dimenticare che la conoscenza è una realtà estremamente varia e complessa per quanto riguarda il suo oggetto, il suo metodo, i suoi risultati, i suoi scopi, il punto di vista. Vassallo organizza questo insieme così variegato basandosi sulla classica distinzione fra conoscenza diretta (la conoscenza di oggetti, di situazioni), conoscenza competenziale (che riguarda il modo in cui fare certe cose, il know how) e conoscenza proposizionale (espressa mediante proposizioni che risultano vere o false).

Ora, tramite la testimonianza è senz’altro possibile trasmettere la conoscenza acquisita con la conoscenza diretta. Per esempio, un’amica al telefono mi dice che a Genova c’è il sole, e io, pur essendo lontana da Genova, grazie alla sua testimonianza, so che a Genova oggi c’è il sole. Oppure, per fare un altro esempio, l’estratto del certificato di nascita riporta sinteticamente la testimonianza di chi era presente alla nascita, in genere l’ostetrica. D’altra parte, anche la conoscenza ottenuta per inferenza può essere trasmessa grazie alla testimonianza, infatti quando Sherlock Holmes dice a Watson che l’assassino è Jefferson, trasmette una conoscenza ottenuta grazie all’inferenza.

Diverso sembra il caso della conoscenza competenziale, poiché il know how non pare possa essere trasmesso per testimonianza: posso testimoniare il saper nuotare o il saper cucinare o il saper regnare come la regina Elisabetta? Insomma, se per testimonianza intendiamo un testo, scritto o pronunciato, in cui si afferma o si nega qualcosa, cioè una parte della conoscenza proposizionale, allora in che senso i risultati elettorali o l’orario del treno sono testimonianza? E ancora, le istruzioni per l’uso sono un caso di testimonianza o no?

Comunque sia, anche se non attinente ad alcuni fra i vari tipi di conoscenza, la testimonianza resta uno strumento importante nell’acquisizione del sapere, sebbene non tutti siano concordi nell’attribuire alla testimonianza un ruolo di primo piano nella rappresentazione della conoscenza, preferendole la percezione e la ragione. Vassallo quindi affronta tali obiezioni, rispondendo puntualmente a ognuna, in modo da ricavarne quattro argomenti a favore della testimonianza che, in parte, lasciano ancora spazio a obiezioni o perplessità.

Il primo fa leva sulla supremazia degli uomini rispetto agli animali, che non può essere giustificata ricorrendo alla percezione, perché sappiamo bene che molti animali hanno sensi più sviluppati dei nostri, né può essere invocata la razionalità da quando nel secolo scorso è emerso quanto essa sia stata sopravvalutata, mentre è vero che la testimonianza ci distingue da tutti gli altri animali. Pur condividendo queste osservazioni, occorre notare che la testimonianza, proprio perché trasmette informazioni e non le genera, non è una fonte di conoscenza originaria. Per esempio, nel caso della morte di Lady D. la notizia, divulgata da radio e televisione, prima ancora che dai giornali, si basa sulla percezione dei medici che hanno constatato la sua morte, così come sulle loro inferenze (quando cessano alcune funzioni biologiche, sopraggiunge la morte) e, ancora, sul riconoscimento effettuato dai soccorritori e così via.

Il secondo argomento fa notare che se escludiamo la testimonianza come fonte di conoscenza perché non sempre affidabile, allora non dovremmo ammettere nemmeno i sensi e la ragione, perché le nostre percezioni non sono infallibili, come non lo sono i nostri ragionamenti, che spesso sono fallaci. Per questo motivo sembra allora preferibile non giudicare e valutare la conoscenza a partire dalle fonti, come già diceva Popper, poiché tutte le fonti possono portare all’errore e quindi non bisogna confondere la questione dell’origine della conoscenza con la questione della sua validità1. Ma, indipendentemente dalla sorgente conoscitiva, ciò che interessa alla teoria della conoscenza è il processo tramite il quale possiamo giustificare le nostre conoscenze, anche quelle che abbiamo appreso per sentito dire.

Se Sofia mi ha raccontato che ha partecipato a una cena a Buckingham Palace, ne parlo con una comune amica dicendo che ho saputo che Sofia è stata invitata a Buckingham Palace, ma la mia conoscenza non deriva tanto, o non solo, dalla testimonianza di Sofia, quanto da una serie di inferenze tacite che hanno come premesse altre conoscenze che, alla fin fine, poggiano sull’esperienza e sul ragionamento. Io potrei anche non credere a Sofia e invece le credo, perché so che Sofia non mente. E come faccio a sapere che Sofia non mente? La conosco da tanti anni e non mi sono mai accorta che dicesse falsità. Certo posso essere io poco avveduta o lei molto abile nella menzogna, ma anche in questo caso il mio errore dipende dall’inferenza e da una scarsa attenzione ai vari elementi dell’esperienza, in questo caso l’esperienza dell’indole e delle propensioni di Sofia. Se invece io non credessi a Sofia, non direi che ho saputo che Sofia è stata invitata a Buckingham Palace, magari direi che Sofia mi ha raccontato che è stata ricevuta dalla regina e che voleva farmelo credere, ma prudentemente esprimerei qualche dubbio in merito.

A quanto pare, quindi, la testimonianza trasmette conoscenza a patto che sia ritenuta affidabile e che sia effettivamente affidabile. Queste condizioni sono entrambe necessarie, perché se viene meno una delle due non si dà conoscenza. Infatti quando prestiamo fede a una testimonianza non affidabile, come quando abbiamo creduto che l’Iraq di Saddam Hussein avesse a disposizione armi di distruzione di massa, siamo nell’errore piuttosto che nella conoscenza, anche se non ce ne rendiamo conto; quando non crediamo a una testimonianza affidabile, la scartiamo e quindi, non avendone preso atto, non possediamo conoscenza.

Altri ancora criticano la testimonianza perché la sua valutazione chiama in causa altre testimonianze e quindi pecca di circolarità; se questo è vero – replica l’autrice – vale anche per percezioni e ragionamenti. Mi pare che qui sia stato messo a fuoco un problema fondamentale nella teoria della conoscenza, che a mio avviso si risolve grazie a un approccio epistemico che elimina la circolarità: la “giustificazione”, indipendentemente dalla fonte di conoscenza, si realizza nel confronto con il sistema, che, essendo sistema aperto, consente di accogliere come di rifiutare nuovi elementi. E nel sistema è compreso tutto il sapere che è stato ottenuto grazie alla percezione o al ragionamento o alla testimonianza. Come già si è detto all’inizio, la testimonianza può essere controllata grazie all’esperienza o al ragionamento, proprio come l’esperienza può essere smentita dalla testimonianza.

Infine, l’autrice affronta un’ultima obiezione abbracciando il volontarismo epistemico, ammettendo cioè che credere alla testimonianza richiede un atto di volontà, ma osservando al tempo stesso che questo vale anche per le altre fonti di conoscenza. Senz’altro è vero che spesso le altre fonti di conoscenza non ci offrono fondamenti inappellabili, ma la possibilità di controllare il dato sensoriale pare più immediata anche per quanto riguarda la procedura. Infatti di fronte al remo, che mi appare spezzato quando è immerso nell’acqua, posso intervenire tirandolo fuori dall’acqua per osservarlo meglio e toccarlo, scoprendo immediatamente l’inganno, mentre se Sofia mi dice che ha cenato a Buckingham Palace il controllo è senz’altro più problematico, senza contare che nel caso di errore dovuto ai sensi o al ragionamento, non entrano in causa relazioni interpersonali e quindi aspetti etici che sono tutt’altro che trascurabili.

Infatti, la testimonianza non è solo un dovere epistemico – poiché se teniamo per noi stessi ciò che conosciamo, teniamo altri all’oscuro di elementi che possono essere importanti per la loro esistenza – ma è anche un dovere etico, come recita appunto l’ottavo comandamento, proprio perché con la nostra testimonianza orientiamo, influenziamo, limitiamo, definiamo, determiniamo le possibilità di scelta e di azione di altri uomini. Naturalmente ci sono casi in cui la “falsa testimonianza” non ha conseguenze gravi e può essere considerata ininfluente, per esempio se mi dicono che in un certo bar il caffè è buono, mentre non è vero; al contrario, la testimonianza secondo cui Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa, come ben sappiamo, ha influito più o meno drammaticamente su milioni di uomini.

Questa considerazione rende opportuna una distinzione fra le testimonianze che concernono fatti e quelle relative a opinioni. Pur essendo il confine fra le due categorie abbastanza sfumato, credo ci siano casi piuttosto netti: se una legge è approvata con sette voti di maggioranza, è più un fatto che un’opinione; che al bar Magenta facciano un buon caffè è più un’opinione che un fatto. Nel secondo caso la falsa testimonianza è, per così dire, “innocente” perché si colloca nello spazio delle opinioni o dei gusti e quindi può risultare indecidibile, proprio perché de gustibus non disputandum est. Nel primo caso invece ci si riferisce a un fatto che può essere accertato e comprovato con ulteriori controlli, come è accaduto appunto quando si attribuì all’Iraq di Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa.

Occorre infine precisare che alla base della testimonianza non sempre c’è una credenza, o meglio: la testimonianza non equivale alla credenza, non solo perché la credenza può essere falsa, ma anche perché ci sono molti motivi per cui qualcuno possa testimoniare ciò in cui non crede, non solo per malvagità o convenienza, ma anche per pietà o solidarietà.

Da quanto detto finora, emerge che anche per la testimonianza è fondamentale il perno attorno cui ruota qualsiasi teoria della conoscenza, cioè la verità che, come afferma Bonjour, è «lo scopo di qualsiasi comportamento cognitivo»2. A questo proposito sembra convincente la spiegazione del filosofo americano Donald Davidson, che mi pare possa valere anche per la testimonianza: «La credenza è una condizione della conoscenza. Ma per avere una credenza non è sufficiente discriminare tra gli aspetti del mondo, comportarsi in modi differenti in circostanze diverse; anche una lumaca o una chiocciola di mare lo fanno. Avere una credenza richiede, in aggiunta, la capacità di riconoscere la differenza tra credenza vera e credenza falsa, tra apparenza e realtà, tra semplice sembrare ed essere»3.

Purtroppo, nell’immediatezza della situazione non sempre è facile o anche solo possibile appurare la verità di una testimonianza, allora quali criteri possiamo adottare per decidere se accoglierla o rifiutarla? Sembrerebbe ovvio accogliere quelle affermazioni per le quali non disponiamo di evidenza contraria. Questa indicazione, a prima vista senz’altro plausibile, non si sottrae però alle numerose perplessità che la filosofia contemporanea ha sollevato a proposito del concetto di evidenza, che deve essere come minimo contestualizzato anche in riferimento all’osservatore e alla sua condizione epistemica. Per esempio, ciò che è evidente per un medico che esamina un’ecografia, non lo è altrettanto per il paziente non medico. A ciò si aggiunge la possibilità che una testimonianza sia vera, pur essendo in contrasto con l’evidenza, come nel caso della teoria copernicana. Queste considerazioni sollevano il problema della giustificazione della conoscenza, indipendentemente dalle fonti da cui provengono – problema centrale in ogni epistemologia, che la stessa Vassallo ha affrontato con chiarezza e rigore anche in opere precedenti4.

Un’altra caratteristica della credenza vera è certamente l’oggettività e secondo l’autrice «decretare cosa è oggettivo comporta il ricorso alla testimonianza», in quanto oggettivo è ciò che concorda con la testimonianza di altri. Su questo sarebbe d’accordo anche Davidson quando afferma che «la fonte del concetto di verità oggettiva è la comunicazione interpersonale. Il pensiero dipende dalla comunicazione»5. In altre parole, possiamo dire che la conoscenza è un’impresa sociale, e che in genere l’oggettività si basa sull’intersoggettività, non perché l’accordo della maggioranza sia fonte di verità, bensì perché vale il contrario, cioè che la verità suscita l’accordo della maggioranza, anche se magari ci vuole tempo per arrivare alla condivisione, come nel caso della teoria astronomica sostenuta da Galileo. Assai interessanti, a questo proposito, sono le riflessioni che l’autrice propone sulla scia di Thomas Reid, il quale già nella seconda metà del Settecento cercava di superare la concezione individualistica della conoscenza, per mettere in luce la sua dimensione sociale, che è stata a lungo misconosciuta.

Nel volume di Nicla Vassallo c’è molto altro, molto più di quanto emerga da questo breve resoconto, infatti negli ultimi capitoli sono affrontati con piglio deciso i problemi complessi che derivano dalle testimonianze fornite dai giornali, piuttosto che da internet e dai vari social network, o persino dalle tesi che sostengono l’esistenza di complotti (come nel caso della prematura morte di Lady D.), mostrando anche come, per cogliere il valore della testimonianza – vera o falsa che sia –, risulti indispensabile molta conoscenza di background.

E proprio qui sembra di poter rintracciare la morale di un libro che si legge come un romanzo, appassionante come un fine giallo psicologico e che tuttavia solleva – con frequenti e dotti riferimenti non solo alla letteratura filosofica contemporanea, ma anche ai grandi classici come Cartesio, Locke, Hume, Reid – questioni filosofiche di grande rilievo non solo per la teoria della conoscenza o per quei pochi che a essa si dedicano, bensì per la società civile tutta: non possiamo fare a meno della testimonianza, ma dobbiamo essere attenti e critici nei confronti dei testimoni, senza dimenticare che per comprendere le testimonianze, per vagliarle, è necessario avere a disposizione una grande quantità di conoscenze. In altre parole, le testimonianze trasmettono tanta più conoscenza, quanto più già si sa, poiché quanto già si sa costituisce un insostituibile strumento di controllo della testimonianza stessa.

1. Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, in Congetture e confutazioni, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 48-50.

2. Laurence Bonjour, The Structure of Empirical Knowledge, Cambridge, Harvard University Press, 1985, pp. 7-8.

3. Donald Davidson, Tre varietà di conoscenza, in Soggettivo, intersoggettivo, oggettivo, Milano, Raffaello Cortina, 2003, p. 266.

4. Nicla Vassallo, Teoria della conoscenza, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 50-73; Maria Cristina Amoretti e Nicla Vassallo, Piccolo trattato di epistemologia, Torino, Codice, 2010, soprattutto il capitolo 3.

5. Donald Davidson, op cit., p. 266.

 

 

ROBERTA CORVI insegna Storia della filosofia contemporanea presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano. Si occupa di teoria della conoscenza in ambito analitico; ha pubblicato diversi saggi e volumi, tra cui le monografie su Feyerabend (I fraintendimenti della ragione, 1992) e Popper (Invito al pensiero di Popper, 20102), che è stato anche tradotto in inglese (An Introduction to the Thought of Karl Popper, 1996). Tra la produzione più recente, oltre al volume Temi filosofici del Novecento (2010), figurano la curatela di Esperienza e razionalità (2005) e dell’antologia La teoria della conoscenza nel Novecento (2007).

 

 

 

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