Darryl Pinckney

Il razzismo è duro a morire

da ''The New York Review of Books''

Charles J. Ogletree Jr., The Presumption of Guilt. The Arrest of Henry Louis Gates Jr. and Race, Class, and Crime in America, Basingstoke, Palgrave Macmillan, pp. 256, $ 25,00

Michelle Alexander, The New Jim Crow. Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, New Press, pp. 290, $ 27,95

 

 

Società: l’arresto ingiustificato di un professore di Harvard di colore (rilasciato solo dopo cinque giorni di detenzione) è il punto di partenza dell’analisi sociologica di Pinckney. Un’indagine sulle manifestazioni di razzismo verso neri, ma anche latinoamericani e orientali, ancora presenti in numerosi stati dell’America. Quale può essere il rimedio?

Il 16 luglio 2009 il sergente James Crowley, un poliziotto bianco che aveva risposto a una chiamata per verificare una possibile intrusione con infrazione a Cambridge, Massachusetts, località non lontana da Harvard, arrestò Henry Louis Gates Jr. per disturbo della quiete pubblica, anche se l’uomo, un professore nero di mezza età, aveva dimostrato di non essere uno scassinatore e dunque di non stare violando una proprietà privata (era in casa propria). Il procuratore distrettuale respinse l’accusa cinque giorni più tardi. Nonostante ciò la controversia sull’arresto di uno dei professori più celebri di Harvard fece esplodere una serie di polemiche sulla condotta della polizia e sul pregiudizio razziale in particolare, oltre che su razza, classe e privilegio. Perché, come si è reso evidente, neri e bianchi considerano queste materie sotto prospettive talmente differenti che l’arresto del professor Gates ha ricordato a molti che un profondo divario razziale esiste ancora, nonostante la recente elezione negli Stati Uniti di un presidente di colore. Una settimana dopo l’accaduto, in una conferenza stampa sulla sanità, al presidente Obama è stato chiesto un parere sull’incidente; egli rispose che “Skip” Gates era un amico e che la polizia di Cambridge aveva «agito stupidamente» nell’arrestare qualcuno che aveva dimostrato di trovarsi nella propria abitazione. Il clamore che ne è seguito ha portato Obama a invitare entrambi, il professor Gates e l’agente Crowley, alla Casa Bianca per una chiacchierata informale tra uomini davanti a un paio di birre. Obama dava l’impressione di arrampicarsi sugli specchi per difendere la sua immagine di riconciliatore nazionale, mentre doveva allo stesso tempo incassare il colpo dell’ammonimento implicito dei sindacati di polizia che lamentavano che l’America bianca era stata messa a disagio dal primo presidente nero che parlava come un uomo di colore o comunque simpatizzando con il punto di vista dell’uomo di colore.

In The Presumption of Guilt Charles Ogletree si rammarica che Obama abbia sprecato quello che si potrebbe definire un «momento istruttivo», una possibilità per educare il paese sui problemi razziali, sullo stile del discorso tenuto a Philadelphia nel 2008, pur rilevando che il presidente ha comunque dovuto pagare un prezzo politico per il suo innocente coinvolgimento nella vicenda Gates. Ogletree sostiene che quello che è stato, in effetti, il silenzio di Obama sul problema dei neri presi di mira dalla polizia ha contribuito a rafforzare Glenn Beck e il movimento Tea Party, che allora si trovava in un momento critico. Ogletree può avere ragione e The Presumption of Guilt è pensato per impartire alcune lezioni sulla ingiustizia alla base del pregiudizio razziale che Obama non ha avuto – e probabilmente non avrà mai – la possibilità di dare. Ma Ogletree è anche (allo stesso tempo) ingenuo riguardo all’integrazione come forma di protezione sociale per la popolazione di colore e un messaggio – forse involontario – del suo libro è che i neri della classe media, e in generale i neri connessi a istituzioni potenti, non debbano aspettarsi di essere esenti dal razzismo istituzionale che colpisce gli afroamericani. Ogletree è stato l’avvocato difensore di Gates e anche un membro della Harvard Law School, dove ha fatto da “mentore” del presidente Obama e pure della first lady. Egli non perde tempo nel sostenere la correttezza giuridica del punto di vista dell’uomo di colore nella situazione di Gates. Quella mattina di luglio del 2009 un’anziana signora (bianca) disse a un’altra donna (anch’essa bianca) di avere visto due uomini che sembrava stessero cercando di scardinare la porta di un’abitazione in Ware Street, così la seconda donna telefonò alla polizia. Quel che la signora aveva visto era Gates, le cui chiavi non funzionavano, che stava forzando la porta di casa bloccata con l’aiuto del suo autista. La donna che ha effettuato la chiamata al 911 disse anche che era possibile che non si stesse trattando di un tentativo di effrazione, ma che i due uomini potevano avere avuto soltanto un problema con la serratura. Il sergente Crowley arrivò quindi sulla scena. Gates era al telefono dentro casa, a comunicare il guasto della serratura al servizio alloggi dell’Università di Harvard. Ogletree è molto chiaro su questo punto: non importa quanto irriverente e «poco collaborativo» possa essere stato il professor Gates, comunque non stava violando alcun suo diritto. Il reato di disturbo della quiete pubblica che Crowley ha evocato nel procedere all’arresto non sussiste perché la condotta di Gates non era tale da coinvolgere alcun “pubblico”. Tuttavia questo è il motivo per cui Crowley insistette perchè Gates uscisse dall’abitazione. Dunque, di nuovo, scrive Ogletree, Crowley non aveva il diritto di entrare in casa Gates senza un mandato, ma è quel che ha fatto; Gates non era obbligato a fornire le sue generalità, esibire un documento o uscire con l’agente, ma è quel che ha fatto. Se l’arresto, per usare le stesse parole di Ogletree, «non era inevitabile», quali potevano essere dunque le «motivazioni» del sergente Crowley per mettere in manette il professor Gates? Ogletree ha confrontato le dichiarazioni degli agenti presenti al momento dell’arresto con il verbale della polizia, e ha scoperto che in nessun passaggio la donna che ha chiamato la polizia aveva detto che gli uomini erano afroamericani. Uno dei due testimoni aveva dichiarato che un uomo poteva essere ispanico. «A oggi, l’unica persona a suggerire che fossero coinvolti due afroamericani con zaini in spalla è l’agente 52 in questo verbale, identificato come sergente James Crowley.» Il verbale riporta anche che, quando il professor Gates presentò il suo documento di identità, chiese a Crowley di telefonare al capo del Dipartimento di Polizia dell’Università di Harvard. In tutta risposta, Crowley comunicò al centralino della polizia di Cambridge di «mandare rinforzi» e inviare sul posto anche la polizia del campus. Il suo rapporto, scrive Ogletree, «riflette lo scetticismo dell’agente riguardo alla reale identità del professor Gates»: anche dopo che gli erano state fornite le generalità, il poliziotto ha agito come se avesse a che fare con una persona sospetta. Deliberatamente o meno, Crowley non ha creduto che Gates fosse chi diceva di essere. I sei minuti di alterco tra Crowley e Gates, scrive Ogletree, raccontano di un poliziotto che ritiene, «forse a causa dei suoi pregiudizi, che sia stato commesso un reato, e di un uomo innocente che crede di essere stato ingiustamente discriminato da un poliziotto». Tuttavia, per Ogletree la motivazione profonda, come mostra il rapporto di Crowley, è che l’agente arrestò il professore perché «era stato apostrofato con epiteti di natura razziale dal professor Gates». Gates è stato arrestato per un reato che i neri a volte chiamano «disprezzo del poliziotto». Forse tutto questo è un riflesso di come lo stile post 11 settembre di agenti privi di senso dell’umorismo nei luoghi pubblici abbia profondamente plasmato la società statunitense, al punto che oggi troppa gente sembra accettare che, in un ipotetico duello tra libertà di parola e autorità della legge, la vittoria dell’autorità sia praticamente scontata. Se il cittadino Gates si è «mostrato ostile» al poliziotto Crowley, secondo questa logica era in cerca di guai. Due colleghi neri di Crowley si schierarono con lui. Ma non è un crimine avere da ridire con uomini in divisa. Alcuni bianchi dissero di ritenere che Crowley avrebbe riservato lo stesso trattamento a un bianco nella stessa situazione. Così dicendo perdevano però di vista il punto principale: non solo Crowley non avrebbe guardato allo stesso modo un uomo bianco nella stessa situazione, ma nemmeno un bianco in casa propria avrebbe guardato Crowley come fece Gates. Sono casi completamente diversi. Gates insultò il «colletto blu» Crowley, che avrebbe potuto immediatamente punire l’offesa di essere stato verbalmente messo in riga da un benestante uomo di colore, perché presumeva di stare lavorando in una società che tollera il pregiudizio razziale come strategia di lotta contro la criminalità. Probabilmente migliaia poliziotti bianchi umiliano migliaia di uomini neri da qualche parte in America ogni giorno. Quel che ha attirato meno attenzione, comparato alle sue critiche alla polizia di Cambridge, è stato l’accenno del presidente al disegno di legge sul pregiudizio razziale a cui aveva lavorato nell’assemblea legislativa dello stato dell’Illinois, «perché esistono prove indiscutibili che neri e ispanici vengano arrestati in maniera sproporzionata». L’arresto di Gates, sostiene Ogletree, era da considerarsi calato nel contesto di «forze dell’ordine inclini a partire prevenute contro gli afroamericani», e di neri diffidenti e timorosi delle forze dell’ordine. Ogletree riesamina il pestaggio di Rodney King nel 1991 e alcuni fra i più noti casi di cattiva condotta delle forze dell’ordine da allora in poi – Abner Louima, l’immigrato haitiano torturato dalla polizia di New York nel 1997; sparatoria contro quattro giovani neri (tre dei quali rimasti feriti) nel New Jersey Turnpike nel 1998 quando la polizia, senza alcuna prova evidente, li sospettò di coinvolgimento in attività di gang; Amadou Diallo, immigrato della Guinea, ucciso a New York nel 1999 da diciannove colpi di pistola (su quaranta) esplosi da quattro poliziotti che verranno poi assolti da ogni accusa; Sean Bell, disarmato su una macchina ferma, ucciso nel 2008 durante un controllo nel Queens, alla vigilia del suo matrimonio, in una pioggia di proiettili sparati dalla polizia. Ancora una volta gli agenti verranno pienamente assolti. Questi clamorosi comportamenti della polizia e della giustizia nascono dalla cultura del pregiudizio razziale. L’Ufficio Statistiche Giudiziarie del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nel 2007 ha scoperto, secondo quanto riportato da Roy L. Brooks nel suo Racial Justice in the Age
of Obama
(2009), che, a parità di controlli da parte della polizia le auto di neri e latinos avevano molte più probabilità di essere ispezionate e i guidatori di essere arrestati. I neri avevano il doppio di probabilità rispetto ai bianchi di finire in prigione e pure maggiori probabilità di venire rilasciati senza che fosse stato rilevato alcun reato, il che, sostiene Brooks, «porta a pensare che fin dall’inizio non sussistesse una causa per l’arresto». Inoltre, la stragrande maggioranza della popolazione nera d’America vive in zone altamente sorvegliate dalla polizia; in un contesto del genere, la percezione dello stato come di una forza di polizia matura presto. Secondo le statistiche del Pew Research Center e del Dipartimento di Giustizia che Ogletree cita, le «realtà di disparità razziali nel sistema giudiziario penale» sono testimoniate dal fatto che «uno ogni 15 maschi neri oltre i diciotto anni di età è in prigione o in carcere, contro uno ogni 36 per gli ispanici e uno ogni 106 per i bianchi», e che «il rischio di incarcerazione durante la vita per un bambino nato nel 2001 è di 1 a 3 per i neri, 1 a 6 per i latinos, e 1 a 17 per i bianchi». Ogletree è senza dubbio ben informato sull’insidia del razzismo delle istituzioni1, ma è un peccato che per esaminare l’esercizio del pregiudizio razziale abbia scelto di trasformare il suo libro in una raccolta di un centinaio di dichiarazioni di vittime illustri sul trattamento sprezzante ricevuto dalle autorità. Le testimonianze includono avvocati, professori, giornalisti, atleti, attori (Eric Holder, Vernon Jordan, Blair Underwood, Calvin Butts, William Julius Wilson, Joe Morgan, Roger Wilkins, Derrick Bell e Spike Lee). Alcuni di loro si sono trovati sbattuti sul cofano dell’auto, scambiati per criminali, trattati come tali. I poliziotti sono sospettosi nei confronti di coppie interrazziali e ragazzi neri che pensano si trovino nel quartiere sbagliato. Gli uomini di colore sono fermati, perquisiti, arrestati, minacciati. Per la maggior parte degli incidenti, di cui Ogletree ha raccolto dichiarazioni dalla sua lista di neri di successo, si tratta di diverbi con la polizia che avrebbero potuto aggravarsi. Per citarne uno, nei primi anni Ottanta la polizia di Los Angeles trascina ad armi spianate Johnnie Cochran fuori dalla sua Rolls-Royce mentre i suoi figli assistono in preda al terrore. La definizione di pregiudizio razziale fornita da Ogletree è ampia. Tra gli intervistati c’è anche Lou Gossett Jr., che afferma che il suo rifiuto di accettare ruoli cinematografici di un certo tipo per il suo orgoglio di uomo di colore ha comportato che gli venissero negate altre parti per punizione. Nella raccolta di aneddoti di Ogletree il pregiudizio razziale è inteso come ogni manifestazione di presupposti razzisti, come ad esempio quando donne bianche, nel vedere uomini neri avvicinarsi per la strada, stringono più forte la borsetta. Nello studio di Ogletree i neri elencano anche le offese ricevute da portieri di alberghi e inservienti. L’editorialista del ‘New York Times’ Bob Herbert ricorda che un tassista una volta si rifiutò di farlo salire, una storia che quasi ogni uomo di colore di New York potrebbe raccontare. Gli insulti riportati da Ogletree non sono trascurabili: si capisce subito qual è l’irritazione del lavoratore nero povero e quale lo sdegno del professionista nero di fronte alle umiliazioni sociali con cui si sono scontrati. Nessuna persona di colore dovrebbe sopportare ingiustizie, ma il rancore che i testimoni di Ogletree – alcuni dei quali laureati a Harvard – esternano per essere stati scambiati dai bianchi per schiavi o sguatteri potrebbe portare a chiedersi se i loro genitori abbiano mai detto loro che non si dovrebbe giudicare un uomo dal lavoro che fa o che è riuscito a trovare. Che il razzismo possa far sì che la razza abbia la meglio sulla classe sociale e annulli la realizzazione individuale è stato a lungo un tema della letteratura nera, una sorta di verità di gruppo che viene riaffermata a ogni nuova generazione. Il cinismo dell’hip-hop ha aiutato i giovani neri a superare le ambivalenze culturali sulle ambizioni materiali che la generazione di militanti neri dei Sessanta aveva denunciato. In realtà il successo stesso è diventato una forma di militanza: l’ultimo posto in cui «loro» vogliono vederci è la sala del consiglio, dunque vedete di arrivarci o formate il vostro personale gruppo rap Wu-Tang Clan. Ma negli scontri con la polizia descritti nel libro di Ogletree l’uomo di colore è effettivamente convinto che il suo successo, il suo essere parte del sistema, non gli dia diritto a quel che invece spetta all’uomo bianco: la protezione della legge. Egli è ridotto a uno stereotipo, gli viene ricordata l’impotenza della sua razza, viene rigettato indietro nella storia, assogettato all’uomo bianco. Ogletree afferma che il caso di Gates non è uno strano evento isolato. Tuttavia, concentrandosi soltanto su neri di successo, Ogletree li isola come classe dal resto dell’America nera e dall’impostazione più ampia che egli stesso ci chiede di tenere a mente; con il risultato che anche lui in qualche modo spreca una occasione per trarre insegnamenti. Per una storia convincente del pregiudizio razziale e delle sue conseguenze sociali, importante è l’ammirevole studio Profiles in Injustice. Why Racial Profiling Cannot Work (2002) di David A. Harris. Harris spiega che il pregiudizio razziale deriva dal criminal profiling, tecnica di polizia in cui una serie di caratteristiche associate a un certo crimine viene utilizzata per identificare il tipo di soggetto che avrebbe potuto commetterlo. Per esempio, nel 1969, quando trentatre su quaranta tentativi di dirottare aerei americani andarono a buon fine, le autorità federali pensarono che i dirottatori dovessero venire fermati quando ancora si trovavano a terra, e dunque svilupparono un «profilo-tipo» del dirottatore da usare nel controllo dei passeggeri. Ma non funzionò, come Harris osserva seccamente, e nel 1973 la Faa (Federal Aviation Amministration, incaricata di sovrintendere e regolare l’aviazione civile) adotterà lo screening elettronico obbligatorio di tutti i passeggeri. Tuttavia, nei primi anni Ottanta, racconta Harris, gli agenti federali credettero di poter prevedere quali passeggeri potessero trasportare droga, e nel 1989, nella causa Usa contro Sokolow, la Corte Suprema sosterrà l’uso dei profili per la carcerazione preventiva di sospettati di traffico di droga negli aeroporti. A quel punto un poliziotto della Florida si era costruito una reputazione nazionale sull’esorbitante numero di arresti legati al contrabbando di narcotici che aveva messo a segno nel suo tratto di autostrada. Gli era stato attribuito il primato nell’applicazione sistematica del profiling a «ogni cittadino dentro la propria auto». Dagli arresti, il poliziotto aveva tratto quelle che lui chiamava «analogie cumulative» che potevano fargli considerare un automobilista come sospetto o comunque degno di un controllo più accurato. Il poliziotto riuscì anche ad aggirare le obiezioni legali per i suoi metodi basati perlopiù su semplici intuizioni, dichiarando che prima aveva fermato i sospetti per violazioni del traffico e solo in un secondo momento le «somiglianze cumulative» erano entrate in gioco. Harris sostiene che la Dea (Drug Enforcement Administration, l’agenzia federale antidroga) ha accolto con entusiasmo il metodo dell’agente e che, nei suoi video di formazione, gli indagati sono neri o hanno cognomi ispanici. All’inizio la Corte Suprema tendeva a supportare «tattiche di polizia ad alta discrezione» anche nelle perquisizioni dei pedoni. Harris fa notare che i neri non sono i soli bersagli del pregiudizio razziale: la polizia si concentra anche su latinoamericani, asiatici e arabi a seconda del tipo di reato associato dalla polizia stessa a tali gruppi e ai loro quartieri. Ci sono stati tentativi legislativi e giudiziari per frenare l’impiego del pregiudizio razz
iale dal momento che sempre più dati dimostrano che si tratta di un sistema inefficace a fermare la criminalità. Il pregiudizio razziale, sostiene Harris, mette a rischio la legittimità dell’intero sistema giudiziario. Alcuni scrittori conservatori sostengono che il sistema giuridico sia per la maggior parte neutrale nei confronti di qualsiasi razza, e che l’alto numero di neri nelle carceri confermi casomai la dura realtà che sono loro che tendono a commettere quei crimini violenti per i quali la gente viene messa in prigione, allo stesso modo in cui il possesso illegale di armi e il traffico di droga sono reati associati ai ghetti, il che significa che la polizia ha buone ragioni per perpetrare il pregiudizio razziale. Tuttavia gli autori di Whitewashing Race. The Myth of a Color-Blind Society (2003), un’esaustiva analisi del valore della razza, controbattono che le ricerche su cui i conservatori si basano non sono aggiornate e che più validi e recenti studi mostrano che, dal 1990, «risposte paramilitari» da parte di squadre Swat (Special Weapons And Tactics, speciali forze dell’ordine statunitensi), e altre unità di polizia armate fino ai denti «per bande e droga nelle città», hanno solamente intensificato l’uso di concetti stereotipati di razza al fine di perseguire penalmente i reati. Il concentrarsi sulle cause del crimine e le responsabilità della società alla base di esse viene ora spesso liquidato come un irrilevante, antiquato approccio liberale a una spinosa questione sociale, così come l’analisi dei radicati «svantaggi» nella vita dei neri e il ruolo che l’eredità del razzismo riveste oggi nella discriminazione invisibile, vengono visti da alcuni bianchi come una continua difesa dei neri. Sono lontani i tempi di Crime in America (1970), in cui Ramsey Clark sosteneva che i crimini dei poveri rendevano arrabbiata e spaventata la maggioranza più agiata degli americani, perché tumulti, rapine e stupri erano talmente estranei all’esperienza della classe media che per loro tali crimini erano incomprensibili. Clark sosteneva che i poveri non sarebbero ricorsi alla violenza se avessero avuto migliori e autentiche opportunità. In questa prospettiva, le condizioni che i poveri avevano dovuto affrontare rientravano tra le cause dei reati violenti. Ma sarebbe bastato arrivare ai tempi di Reagan perché il rispetto di Clark per la rabbia nera diventasse inaccettabile per la maggioranza dell’elettorato bianco come approccio razionale alla politica. Anche l’immagine della gioventù nera nei media era cambiata. Laddove gli studenti neri avevano incarnato un simbolo positivo nel movimento dei diritti civili, una volta che i militanti ripudiarono la nonviolenza, la percezione popolare dei giovani di colore peggiorò. Nei primi anni Ottanta, gli adolescenti neri erano descritti come predoni urbani e molti di loro in effetti prendevano di mira i più deboli nel ghetto. Perfino Rosa Parks (attivista afroamericana famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto sull’autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio degli autobus di Montgomery, Alabama, n.d.T.). venne aggredita a Detroit. In quello stesso periodo, giovani neri nelle città di tutto il paese stavano entrando in quantità preoccupante nel business sotterraneo del traffico di cocaina come conseguenza all’impossibilità di trovare un lavoro sicuro e soddisfacente nella società tradizionale. L’amministrazione di Bush senior inaugurò la Violence Initiative, una serie di studi che cercarono di determinare se i giovani neri fossero inclini alla violenza per via di fattori comportamentali o biologici. Nel 1994 l’amministrazione Clinton promulgò il Violent Crime Control and Law Enforcement Act (una norma che estendeva la pena di morte) approvò un budget di un miliardo di dollari per costruire nuove carceri, soppresse i programmi di istruzione superiore nelle carceri, invocò la parità di trattamento nei processi per i minorenni (che in certi casi sarebbero stati giudicati come gli adulti) e rese obbligatorio il carcere a vita dopo tre o più condanne federali per crimini violenti o reati legati al traffico di droga. Bakari Kitwana, caporedattore della rivista di musica rap ‘The Source’, osserva in The Hip Hop Generation (2002) che la cultura delle gang si è evoluta unitamente alla guerra contro la droga quasi come si trattasse di un’azienda. Nel 1998, nota Kitwana, le autorità federali stimavano che le attività di gang avevano luogo in ogni stato, in aree sia urbane che rurali. Quelle che dovevano essere misure locali contro le gang, sostiene, sono presto diventate leggi contro i giovani. Nel 1992, a Chicago entrò in vigore un’ordinanza che proibiva a due o più ragazzi di riunirsi in luoghi pubblici. Le forze dell’ordine a Chicago, Houston e Los Angeles svilupparono database di profili delle bande. Kitwana afferma che il database del dipartimento dello sceriffo di Los Angeles comprendeva almeno 140.000 nomi, compresi quelli di giovani neri e latinos il cui unico crimine era vestirsi in stile hip-hop o interessarsi ai graffiti. Kitwana puntualizza che i bianchi assorbono la maggioranza del consumo di droga della nazione e i giovani bianchi acquistano più musica rap dei giovani neri. La bibliografia su razza e sistema di giustizia penale è ampia2; i documentari sul tema ci dicono cose che abbiamo bisogno di sapere; le prigioni continuano a riempirsi di detenuti neri e mulatti. Di tanto in tanto esce un libro che nel tempo potrebbe emozionare il pubblico e istruire sociologi, politologi e politici a proposito di un evidente torto con cui abbiamo convissuto e che in qualche modo non sappiamo come affrontare. The New Jim Crow. Mass Incarceration in the Age of Colorblindness di Michelle Alexander è un eccellente lavoro in questo senso. Ex direttrice del Racial Justice Project alla Aclu della California del Nord (organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà individuali negli Stati Uniti, n.d.T.), ora professoressa presso la facoltà di Legge dell’Università Statale dell’Ohio, la Alexander considera le prove e conclude che il sistema carcerario degli Stati Uniti è una singolare forma di controllo sociale, molto simile alla schiavitù, che ha sostituito le leggi Jim Crow3. Alexander non è la prima a presentare questa analisi amara, ma The New Jim Crow colpisce per l’intelligenza delle sue idee, la forza di sintesi e l’impatto della scrittura. Il tono è completamente disarmante; l’autrice parla e ragiona come un cittadino preoccupato, non come un esperto (quale lei indubbiamente è). Riesce a rendere concreto l’astratto, come J. Saunders Redding una volta disse per lodare W.E.B. Du Bois (sociologo, storico, attivista, editore e poeta afroamericano, n.d.T.), e in effetti merita di venire paragonata a Du Bois per la sua capacità di distillare discussioni e trame complesse e impostarle come potenti drammai umani. «Le leggi che vietano l’uso e la vendita di farmaci sono neutrali sul colore della pelle» scrive «ma vengono applicate in un modo altamente discriminatorio». Per citare soltanto un esempio di queste discriminazioni, i bianchi che fanno uso di cocaina in polvere sono spesso trattati con indulgenza; i neri che fanno uso di crack (stupefacente ricavato dal trattamento della cocaina, n.d.T.) sono spesso condannati a molti anni di prigione: «La decisione di condurre la guerra alla droga principalmente nelle comunità nere piuttosto che in quelle bianche e di prendere di mira gli afroamericani, ma non i bianchi, su autostrade e stazioni ferroviarie ha avuto esattamente lo stesso effetto che l’alfabetizzazione e il testatico ebbero in epoche passate. Un sistema di leggi formalmente neutrale ha creato un sistema razziale di caste». Alexander sostiene che il pregiudizio razziale è la porta d’entrata in questo sistema di «stigmatizzazione razziale ed emarginazione permanente». Essere stati in carcere esclude permanentemente molte persone di colore dall’economia normale, perché gli
ex carcerati sono intrappolati in un «mondo sotterraneo di discriminazione legalizzata». L’«isolamento razziale» dei poveri del ghetto li rende vulnerabili nell’inutile guerra alla droga. L’autrice cita uno studio del 2002 condotto a Seattle, dal quale è emerso che la polizia ha ignorato le attività a cielo aperto di spacciatori bianchi per inseguire invece spacciatori neri di crack in un’altra zona. Anche se le tattiche di guerra alla droga condotte a Seattle potrebbero violare la clausola di uguale protezione del Quattordicesimo Emendamento, la Corte Suprema ha reso quasi impossibile mettere in discussione le discriminazioni razziali nel sistema giudiziario penale. Le “barriere” per avviare una causa sono così alte, scrive la Alexander, che poche cause «vengono anche solo depositate, nonostante disparità razziali scioccanti e indifendibili». La Corte Suprema, afferma Alexander, ha offerto alla polizia la licenza di discriminare. Per gli agenti diventa quindi facile affermare che la razza non è il solo fattore alla base di un fermo per perquisizione. Uno studio condotto nel New Jersey ha rivelato l’assurdità del pregiudizio razziale: «Anche se i bianchi avevano più probabilità di risultare colpevoli di detenzione di droga, c’erano comunque molte meno probabilità che venissero considerati come sospetti». L’autrice osserva che all’inizio né la polizia né i procuratori volevano una guerra alla droga. Ma ben presto fu chiaro che gli incentivi finanziari erano troppo alti per essere ignorati. Di conseguenza, le strategie del movimento per i diritti civili per la giustizia razziale sono inadeguate, sostiene la Alexander. Nessuna Affirmative Action (strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, sessuale e sociale, n.d.T.) può essere di aiuto a chi occupa i gradini più bassi della scala sociale. I neri devono cercare nuovi alleati e trattare l’incarcerazione di massa come un problema di diritti umani. I neri, mostra la Alexander, hanno rappresentato una quantità sproporzionata della popolazione carceraria degli Stati Uniti fin dalla nascita delle prigioni, e la razza ha sempre influenzato l’amministrazione della giustizia in America. La polizia è sempre stata di parte e ogni guerra alla droga nella storia del paese è stata rivolta verso le minoranze. Le tattiche di incarcerazione di massa non sono né nuove né originali, ma la guerra alla droga ha dato origine a un sistema che governa «intere comunità di colore». Nel ghetto, continua la Alexander, tutti sono direttamente o indirettamente sottoposti al nuovo sistema delle caste che è emerso. L’autrice è particolarmente eloquente nel descrivere gli effetti psicologici su singoli individui, famiglie e quartieri, della vergogna e dell’umiliazione del carcere: «La natura del sistema di giustizia penale è cambiata. Non si interessa più in primo luogo alla prevenzione e alla punizione del crimine, ma piuttosto alla gestione e al controllo dei diseredati».

La Alexander non ritiene che lo sviluppo di questo sistema da una parte e l’elezione di Obama dall’altra siano elementi contraddittori: gli Stati Uniti non avrebbero tollerato che la sua popolazione carceraria fosse al 100 per cento costituita da neri. Ma avrebbero accettato che fosse del 90%. C. Vann Woodward ha scritto La strana carriera di Jim Crow4 quando il movimento dei diritti civili era impegnato a combattere la segregazione. Visti oggi, il suo ottimismo e il suo sollievo per il crollo del vecchio ordine sono strazianti.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

1. Vedi Charles J. Olgetree Jr., All Deliberate Speed. Reflections on the First Half-Century of Brown v. Board of Education (Norton, 2004) e i suoi contributi in Beyond the Rodney King Story. An Investigation of Police Conduct in Minority Communities (Northeastern University Press, 1995).

2. Vedi ad esempio l’eccellente Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza capitale (Roma, Minimum Fax, 2009, ed. orig. 2003) di Angela Davis.

3. Le leggi Jim Crow, leggi locali dei singoli stati americani, furono emanate tra il 1876 e il 1965. Servivano per mantenere la segregazione raziale all’interno di servizi pubblici (scuole, mezzi di trasporto, luoghi pubblici). Il nome deriva da una canzone-balletto afroamericana, Jump Jim Crow.

4. Firenze, Sansoni, 1966, ed. orig. 1955.

 

 

DARRYL PINCKNEY è l’autore del romanzo High Cotton (Faber and Faber, 1993) e di Out There: Mavericks of Black Literature (Basic Civitas Books, 2002). Scrive su ‘The New York Review of Books’, ‘Granta’, ‘Slate’ e ‘The Nation’.

 

 

 

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