Benjamin M. Friedman

Chi ha rubato il sogno americano?

da ''The New York Review of Books''
HEDRICK SMITH, Who Stole the American Dream?, Random House, pp. 557, 2012, $30.00

Alexis de Tocqueville iniziò la sua famosa descrizione della democrazia americana sottolineando che ciò che lo colpì più di ogni altra cosa della strana e giovane nazione che visitò nei primi anni del 1830 fu «la generale condizione di uguaglianza tra le persone». Quasi tutto il resto di ciò che scrisse era un’elaborazione di questo concetto di uguaglianza, e del motivo per cui essa sussisteva. Tocqueville osservò che, naturalmente, alcuni americani avevano più soldi rispetto ad altri, e beneficiavano di un più ampio riconoscimento sociale e di una maggiore influenza politica. Ma «anche se esistono uomini ricchi», spiegò, «non esiste una classe di ricchi, in quanto i singoli individui ricchi non hanno in comune tra loro né sentimenti né scopi, né tradizioni né speranze».

Tuttavia, Tocqueville avvertì anche dell’esistenza di una forza che, con il trascorrere del tempo, avrebbe minacciato tale democrazia fondata sull’uguaglianza. Il pericolo che egli intravedeva era di natura economica, e nasceva dalla struttura sempre più gerarchica del sistema produttivo: in fin dei conti, temeva, «il padrone e il lavoratore qui non hanno niente in comune, e… sono collegati tra loro solo come due anelli alle estremità di una lunga catena… Di cos’altro si tratta se non di aristocrazia?». Concludeva che «se mai nel mondo dovesse tornare nuovamente una forma permanente di disuguaglianza e di aristocrazia, si può prevedere che questa sarà la porta dalla quale farà il suo ingresso».

Attualmente, numerosi tra gli osservatori dell’America ritengono che i timori di Tocqueville si siano trasformati in realtà. La disparità tra “padroni” e “lavoratori” si è ampliata oltre ogni sua previsione. E, al contrario di ciò che osservava Tocqueville nell’ancor giovane repubblica, oggi sicuramente esiste «una classe di ricchi». Nessuno dubita che i figli e i nipoti dei dirigenti dei massimi fondi di investimento e degli imprenditori di internet godranno di posizioni privilegiate nelle generazioni a venire.

Il problema è triplice. In primo luogo, contrariamente a quanto si aspettava la maggior parte degli economisti della prima generazione del secondo dopoguerra, negli ultimi quattro decenni negli Stati Uniti la disuguaglianza economica si è andata ampliando1. In modo particolare al vertice della piramide – e non parliamo dell’1 percento, ma dello 0,01 percento – l’incremento del reddito e della ricchezza è stato enorme. Per la maggior parte degli americani rimanenti, i redditi sono rimasti allo stesso livello; e con il deprezzamento delle case è diminuita anche la loro ricchezza. Nel recente scenario di crescita modesta, questa disuguaglianza sempre più ampia ha significato che quasi ogni tipo di sviluppo economico ha favorito solamente i più ricchi. Dal 2000 fino alla crisi finanziaria del 2007, l’intera produzione degli Stati Uniti si è espansa del 18 percento, tenendo conto dell’inflazione; ma facendo una media su base nazionale, il reddito familiare non è cresciuto neanche dello 0,5 percento.

In secondo luogo, malgrado i successi strabilianti di alcuni imprenditori, rispetto al passato è diventato sempre più difficile per gli americani spostarsi verso l’alto (o verso il basso) nella scala della ricchezza. Misurare la mobilità economica è notoriamente complicato, ma è sempre più evidente che oggi, negli Stati Uniti, cambiare classe sociale da una generazione all’altra nell’ambito della stessa famiglia è un fenomeno meno diffuso rispetto a molti altri paesi con un elevato reddito nazionale, tra cui la Germania, la Francia, il Giappone e il Canada2. La tradizionale tolleranza degli americani nei confronti della disuguaglianza sociale, superiore a quella di altre nazioni, è in parte motivata dalla convinzione che in questo Paese chiunque abbia la possibilità di arrivare al successo, e che quelli che ci riescono in gran parte lo meritano. Senza questa convinzione, il crescente dislivello economico appare molto meno accettabile.

In terzo luogo, la politica elettorale americana è sempre più una questione di soldi. La spesa della campagna per le votazioni di quest’anno supererà di parecchio quella già elevatissima di quattro anni fa. La televisione e gli altri media oggi dedicano la stessa attenzione al successo nella raccolta di fondi da parte dei candidati di quanta ne rivolgano alle loro posizioni politiche e alla presenza di pubblico ai comizi. Sotto certi aspetti il cambiamento è di tipo tecnologico, ed è dovuto all’importanza e al costo della pubblicità televisiva. Ma hanno svolto la loro parte anche questioni giuridiche, in modo particolare il naufragio delle leggi sul finanziamento elettorale e la decisione della Corte Suprema definita “Cittadini Uniti” che consente contributi illimitati (e spesso anonimi), inclusi da quelli del mondo economico, a gruppi politici allineati – ma che si suppongono siano indipendenti – sulle posizioni dei candidati.

La combinazione di questi tre elementi – che si rinforzano a vicenda – fa sembrare premonitrice la predizione di Tocqueville di tanto tempo fa. Una «classe di ricchi» oggi esiste. Il suo reddito e la sua ricchezza stanno continuando a crescere costantemente, senza interruzione, come percentuale del totale nazionale, mentre la maggior parte degli americani sta sperimentando la stagnazione economica o il declino. Diversamente dalla Gilded Age3 della fine del Diciannovesimo secolo, quando la disparità economica era già ampia e in via di espansione, oggi anche entrare a far parte della travagliata classe media è sempre più difficile per coloro che non sono nati al suo interno. E quelli che sono ai vertici del sistema hanno sempre maggiori possibilità di utilizzare la politica per mantenere le condizioni che consentono tale stato di cose.

Lasciando da parte il ruolo della Corte Suprema, gran parte della discussione pubblica su tali spiacevoli sviluppi si è concentrata sul cambiamento tecnologico e su altre dinamiche generiche legate al mercato. Il cambiamento del sistema di produzione premia le capacità di alcuni lavoratori e svaluta quelle di altri. L’entrata della Cina e dell’India nel mondo dell’economia ha enormemente ampliato il rilevante bacino di manodopera con cui devono competere gli americani. Così l’immigrazione, sia quella legale che quella illegale. I progressi delle telecomunicazioni e lo sviluppo del trasporto estero hanno esposto alla concorrenza internazionale un insieme sempre più esteso di beni e di servizi. La televisione ha cambiato il modo in cui i politici portano avanti la propria campagna elettorale. Gli argomenti basilari sono noti a tutti.

Hedrick Smith, l’ex reporter del ‘New York Times’ vincitore del premio Pulitzer e autore di libri molto diffusi come The Power Game e The New Russians, ha una diversa spiegazione. In Who Stole the American Dream? Smith sottolinea a ragione che fenomeni come la disuguaglianza, l’immobilità e la possibilità di ottenere il potere politico con il denaro si rinforzano a vicenda. «Ricchezza genera ricchezza», scrive, «soprattutto quando viene consolidata dall’uso del denaro nella politica. Inoltre, l’iperconcentrazione della ricchezza inasprisce le divisioni politiche della nostra società». Come conseguenza, «l’America si è evoluta in una società di caste, sempre più stratificata in termini di ricchezza e reddito… Sempre di più, il privilegio genera il privilegio; la povertà genera povertà».

Ma Smith non ritiene che questi fenomeni siano il prodotto di dinamiche generiche come la tecnologia, bensì una scelta deliberata, che origina da una «mentalità» storicamente nuova, come lui la definisce: quasi una forma di cospirazione tra coloro che hanno beneficiato di questo stato di cose. La sua storia inizia con il racconto di un memorandum scritto nell’agosto del 1971 da Lewis Powell, a quel tempo avvocato praticante in Virginia, che poco dopo sarebbe stato nominato alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Secondo Smith:

l’intenzione di Powell era suscitare una reazione politica su vasta scala da parte dei top manager americani… per modificare le tendenze politiche di Washington e mettere la nazione su un nuovo corso, un corso più favorevole all’economia. E ci riuscì.

Grazie alla sollecitazione del memo di Powell, altri personaggi noti – William F. Buckley Jr. e la sua ‘National Review’, Irving Kristol con ‘The Public Interest’, Milton Friedman e un gruppo di economisti dell’università di Chicago – contribuirono a provocare «una smisurata oscillazione del pendolo politico in favore dell’élite dei dirigenti aziendali, a spese della classe media». Ben presto le business corporation aprirono a Washington degli uffici politici: da lì a dieci anni, ce n’erano più di 2400, rispetto ai meno di duecento del tempo in cui Powell scriveva il suo memo. Le aziende più grandi si associarono in nuove organizzazioni, principalmente nella Business Roundtable4. Le aziende più piccole si unirono alla National Federation of Independent Business5, che passò dai trecento membri del tempo in cui Powell scriveva il suo memo ai più di 600.000 alla fine del decennio. Alcuni sovvenzionatori fondarono nuovi think tank di estrazione conservatrice, sempre con sede a Washington, comela Heritage Foundation e il Cato Institute. I coordinatori politici, specialmente nel Partito Repubblicano, spingevano per un programma vantaggioso per le aziende e sfavorevole ai sindacati.

Secondo l’analisi di Smith, da questi fatti derivò una serie di scelte politiche che favorirono sistematicamente gli imprenditori ai danni dei lavoratori, le aziende rispetto ai consumatori: le aliquote fiscali, le tariffe minime, la deregolamentazione finanziaria, gli accordi pensionistici, le normative per l’accesso al programma di assistenza sociale e per il suo sovvenzionamento, le leggi per il finanziamento delle campagne elettorali. Tutto divenne «fortemente sbilanciato in favore delle élite economiche, finanziare e aziendali». Parallelamente, i dirigenti adottarono un nuovo atteggiamento nei confronti della forza lavoro, aumentando costantemente il proprio stipendio e i propri benefit a spese della paga, dei benefit e dei posti di lavoro dei dipendenti (e, in molti casi, anche a spese dei propri azionisti). Con il passare del tempo queste scelte governative e decisioni aziendali:

hanno smantellato quei presupposti politici ed economici che avevano contribuito alla prosperità nella grande era della classe media durante gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, [e hanno causato] il disfacimento del sogno americano per quella stessa classe media.

In termini politici, «siamo passati da un’ampia di democrazia a una plutocrazia angusta».

L’argomentazione è importante. Non solo offre una diversa spiegazione di come «ci siamo trasformati in Due Americhe… separate da potere, denaro e ideologia»; la sua enfasi sulla scelta consapevole, o per meglio dire, sulla complicità da parte dei pochi che ne hanno beneficiato, rappresenta un’importante interpretazione alternativa al rilievo solitamente dato al cambiamento tecnologico, alla globalizzazione ed altre cose del genere. Apre anche strade più ampie per porre rimedio a questa situazione. È difficile resistere al cambiamento tecnologico, e quasi altrettanto alla globalizzazione; ma per contrastare delle scelte fatte consapevolmente è sufficiente cambiare idea, o, piuttosto, farla cambiare alle persone che prendono le decisioni. Forte della sua spiegazione storica alternativa, Smith va avanti e continua a presentare il suo piano per «riappropriarsi del sogno».

Il problema è che Smith non riesce a rendere convincente la propria spiegazione alternativa. Egli documenta dettagliatamente i problemi che hanno afflitto l’America negli ultimi anni – la crescente disuguaglianza, la ridotta mobilità sociale e il ruolo sempre più importante del denaro nella politica – basandosi non soltanto sulle consuete statistiche ma anche su esempi riguardanti personaggi famosi o gente comune da lui intervistata. Molti dei capitoli del libro relativi a fenomeni più specifici – la globalizzazione, la delocalizzazione, la deregolamentazione, il taglio dei costi dell’economia, l’«iper-estensione» militare, il passaggio dal tradizionale “fondo pensionistico a prestazione definita” ai piani pensione 401(k)6, perfino l’evoluzione da un tipo di politica bipartisan (in cui Dwight Eisenhower poteva essere presidente e Lyndon Johnson il Leader della maggioranza al senato) all’attuale e complessa situazione di stallo (una storia che l’autore racconta particolarmente bene) – sono allo stesso tempo chiarificatori e ben esposti. Ma troppo spesso seguono le linee del dibattito oggi familiare su tali argomenti piuttosto che dare credito alla teoria di una cospirazione sotteranea, ancora meno di una innescata dal memo di Lewis Powell.

Smith riesce, a mio avviso, a dimostrare che c’è stato «un cambiamento fondamentale nell’atteggiamento generale degli

amministratori delegati americani». Oggi, quando le aziende affrontano delle difficoltà, per tentare di rimanere competitive tagliano i posti di lavoro e riducono lo stipendio e i benefit dei lavoratori; e lo stesso accade nei periodi di maggior floridità, allo scopo di moltiplicare i profitti; ma gli stipendi dei top manager crescono in ogni tipo di congiunzione economica. Un tempo le cose stavano diversamente. Nella scorsa generazione le aziende avevano un comportamento più benevolo (i critici direbbero paternalistico) nei confronti dei loro dipendenti, e un buon numero di dirigenti stabiliva il proprio stipendio usando maggiore moderazione. Oggi entrambi gli atteggiamenti dipendono principalmente dall’andamento del mercato. Ma ciò che manca a Who Stole the American Dream? è una spiegazione che colleghi tutto questo – unitamente alle aliquote inferiori per i redditi elevati, alle leggi più rigide per regolamentare i sindacati e agli altri importanti cambiamenti nella politica di governo – a un piano coordinato consapevolmente stabilito da un gruppo di individui intenzionati a beneficiarne.

Un’altra cosa che manca nel libro, specialmente in molte delle rappresentazioni del libro riguardanti l’economia, è qualche considerazione diretta su possibili alternative. L’ipotesi di Smith è che, in un caso dopo l’altro, i dirigenti avrebbero potuto fare delle scelte più generose e meno egoistiche rispetto a quelle fatte. Ma questa argomentazione richiede un’analisi delle conseguenze che sarebbero derivate da eventuali decisioni maggiormente favorevoli ai lavoratori.

Per esempio, Smith racconta come l’amministratore delegato Al Dunlap (che si fa chiamare orgogliosamente “Motosega Al”) abbia tagliato l’organico dapprima alla Scott Paper e in seguito alla Sunbeam. Smith fa osservare come, nonostante ciò, entrambe le compagnie siano andate incontro a dei seri problemi:la Scott Paperè stata acquistata dalla Kimberly-Clark, ela Sunbeamè andata in bancarotta. Cosa sarebbe accaduto a queste aziende se Dunlap avesse mantenuto integra la loro forza lavoro? Avrebbero avuto una sorte migliore? O piuttosto sarebbero fallite più rapidamente? (Per di più, l’opinione di Smith – che queste e simili azioni in molte altre aziende siano state un modo per favorire sistematicamente gli azionisti rispetto ai lavoratori – deve fare i conti col fatto che, considerando l’economia americana nel suo complesso, gli ultimi quindici anni sono stati un periodo di ritorni economici particolarmente modesti sulle azioni ordinarie. La sua conclusione avrebbe potuto essere che, se gli amministratori delegati avessero preso decisioni maggiormente favorevoli ai lavoratori, i ritorni azionari sarebbero stati anche peggiori; ma egli non afferma niente del genere).

Nonostante Smith li metta sullo stesso piano, una possibile interpretazione dei due fenomeni relativi alla distribuzione del reddito negli Stati Uniti – lo smisurato aumento degli stipendi dei top manager e la stagnazione di quasi tutti gli altri – potrebbe essere che essi abbiano motivazioni differenti. Per quanto riguarda l’alta fascia di reddito, l’«inversione a U nell’etica dei top manager» descritta da Smith potrebbe davvero aver condotto i dirigenti ad abbandonare i freni della generazione precedente, spingendoli a tenere per sé tutto quello che il mercato gli consentiva. (E, non si dimentichi, l’evidente debolezza del governo d’impresa negli Stati Uniti – specialmente il fallimento dei consigli d’amministrazione nell’esercitare il controllo e un giudizio indipendente – significa che il «mercato» consente parecchio). La stagnazione che affligge quasi tutti gli altri paesi sembra più probabilmente un prodotto dei cambiamenti tecnologici, della globalizzazione e di altre forze del genere, come suggerisce l’interpretazione convenzionale. Ma questo è il punto di vista di un economista, non quello che sostiene Smith.

L’assenza di un’esplicita argomentazione alternativa, indebolisce alcuni altri aspetti più specifici dell’analisi compiuta nel libro. Per esempio, Smith mette in evidenza il passaggio, per gran parte delle aziende americane, dal tradizionale “fondo pensionistico a prestazione definita” ai fondi pensione 401(k) e ad altri fondi di tipo contributivo – un cambiamento che egli definisce a ragione «una trasformazione epocale per la classe media americana». Ma in cosa consiste esattamente tale trasformazione? Smith sottolinea che il denaro con cui le aziende contribuivano ai vecchi fondi a prestazione definita non veniva dedotto dallo stipendio dei lavoratori, mentre quello con cui ora gli impiegati devono sovvenzionare i loro fondi 401(k) gli viene sottratto dalla busta paga. Smith, interpreta questa differenza nel significato che «c’era un enorme divario tra i costi da datori di lavoro a impiegati».

È possibile che sia proprio così. Ma è anche possibile che nei vecchi piani previdenziali le aziende considerassero la quota che mettevano nei fondi pensione come una parte dei costi di retribuzione e che perciò pagassero meno i lavoratori. (Proprio per questo motivo, molti economisti ritengono che nel lungo periodo i dipendenti finiscono per pagare sia le imposte sociali dedotte dalla loro busta paga sia i contributi dei datori di lavoro). Se le cose stanno in questo modo, allora ciò che conta veramente nel passaggio ai piani 401(k) non è tanto una differenza in termini di costi, quanto il fatto che il rischio dalle aziende è ricaduto sui lavoratori.

Ovviamente se ne può discutere, e da qualche parte presumibilmente la verità si trova nel mezzo: è vero che le paghe sono più basse quando le aziende contribuiscono ai fondi pensionistici dei dipendenti, ma probabilmente non per la cifra esatta che esse sono tenute a pagare. Ma se la verità si trova da qualche parte nel mezzo, per capire quale sia la forza della tesi di Smith occorre determinare in quale punto esattamente essa si trovi. Purtroppo egli non prova a fornire spiegazioni a riguardo. Usa lo stesso approccio, con logica analoga, nella discussione sul recente passaggio dalle assicurazioni sanitarie offerte dal datore di lavoro a quelle acquistate dal lavoratore.

Il ragionamento di Smith diviene più chiaro quando discute di scelte politiche. Nessuno può negare la svolta reazionaria nella politica economica americana negli ultimi quattro decenni; i conservatori acclamano la “rivoluzione reaganiana” mentre i liberali la deprecano. La maggior parte della gente comprende che, in un sistema politico come il nostro, i cambiamenti hanno luogo perché qualcuno li sponsorizza, o pubblicamente o presso uomini politici – già in carica o candidati alle elezioni. E la maggior parte della gente comprende anche che questo tipo di sponsorizzazione, sia la parte che avviene in pubblico che quella di cui non siamo a conoscenza, costa denaro che deve pur venire da qualche parte. La svolta conservatrice documentata da Smith interpreta l’atteggiamento dei precedenti movimenti politici durante tutto l’arco della storia dell’America come repubblica indipendente.

Smith propone di rispondere a questa svolta con un nuovo movimento politico – «un movimento di massa sostenuto dalla base», afferma, che diverrà «una nuova ribellione populista». Who Stole the American Dream? si conclude con un piano in dieci punti per «tramutare in legge, un’agenda della classe media».

I primi otto punti, che si imperniano su vari aspetti della politica economica – la ricostruzione delle infrastrutture della nazione (non soltanto per migliorare le infrastrutture ma, soprattutto, per i posti di lavoro che si creeranno grazie a tale ricostruzione), la promozione di detrazioni e altri provvedimenti per incoraggiare la ricerca e l’industria, una riforma fiscale a favore della classe media, la riduzione delle spese perla Difesae altre cose del genere – sono per lo più i consueti argomenti di centro-sinistra del Partito Democratico. Si può discutere di quanto realmente gli Stati Uniti possano «obbligarela Cinaa rispettare un commercio equo», o se gli strumenti a disposizione del nostro governo possano fare abbastanza per stimolare l’innovazione tramite il business. Considerando tutti i posti di lavoro procurati con il budget del Pentagono, non solo tra i militari e i civili del dipartimento della Difesa, ma anche nelle industrie produttrici di armi e i vari fornitori militari, non è nemmeno scontato che un’ampia riduzione delle spese belliche sia vantaggiosa per i redditi e il lavoro della classe media. Ma, per la maggior parte, le idee portate avanti da Smith sono condivisibili e familiari.

La novità del suo programma – e la parte di esso che rende importante l’interpretazione della crescente disparità economica come risultato di una strategia consapevole – giace nei due punti finali: riforme progettate allo scopo di «ricostruire il centro politico» (per esempio, elezioni primarie aperte7, registrazione online dei votanti, voto computerizzato), e una «rinascita dell’attivismo del cittadino» che coinvolga «l’azione politica diretta di milioni di americani comuni». Ispirandosi al movimento dei diritti civili degli anni Sessanta, e prima di esso ai veterani dei Bonus Marchers8 degli anni Trenta, Smith invita i suoi connazionali a «partecipare alle assemblee legislative cittadine insieme a membri del Congresso; a scendere in piazza per dimostrare a favore della casa e del lavoro; a dirigersi verso la capitale dello Stato; a prendere l’autobus o il treno per marciare su Washington». Il suo obiettivo è che gli “americani medi”:

organizzino dei raduni e delle marce di protesta e allestiscano delle tendopoli nel National Mall di Washington9, in modo che sia impossibile per il Congresso e la Casa Bianca ignorare i bisogni e le necessità della gente comune.

Questa chiamata alle armi solleva due questioni. Primo, come ammette lo stesso Smith, l’America ha già qualcosa che assomiglia al tipo di movimento politico da lui auspicato: il Tea Party. Naturalmente non è proprio la stessa cosa che Smith ha in mente. «Il Tea Party sembrava un movimento popolare», scrive, «ma quando la sua natura è divenuta chiara, si è scoperto che non si trattava di un movimento costituito da americani medi». Smith riporta dei sondaggi che dimostrano come i membri del Tea Party siano «principalmente bianchi, maschi, più in là con gli anni, con una migliore istruzione universitaria e una migliore posizione economica rispetto all’americano medio» (fin qui sembrano quasi i lettori della ‘New York Review of Books’); e che politicamente essi siano «molto più a destra dell’americano medio»10. E il loro programma è molto differente dal suo: «ridurre le dimensioni del governo… senza toccare le deduzioni fiscali per le aziende e per i ricchi». Smith viceversa auspica qualcosa che considera un vero e proprio movimento popolare, che porti avanti ciò che egli vede come un autentico programma della classe media. Ciononostante, il fatto che oggi ci sia un crescente movimento politico di massa, e che esso sembri così diverso da quello auspicato da Smith, mette in dubbio non soltanto il suo obiettivo concreto ma anche la sua analisi di ciò che realmente vogliono gli americani.

In secondo luogo, a livello pratico, a parte l’invito ai suoi connazionali a partecipare alle assemblee cittadine e ad allestire tendopoli, Smith non dice nulla di più concreto su chi dovrebbe fare cosa per portare avanti questa «moderna crociata politica degli americani medi». Certamente è autorizzato a pensare che scrivere Who Stole the American Dream? sia stato il suo contributo a tale battaglia. Ma per il resto, egli presume semplicemente che il solo protrarsi della stagnazione economica per la maggioranza degli americani – mentre i pochi che detengono la ricchezza rivendicano virtualmente tutti i frutti della nostra modesta crescita generale –, insieme al crescente e penoso spettacolo di una politica dis-funzionale che tiene in piedi questo processo, sarà sufficiente ad avviare la «nuova rivolta popolare» che egli auspica.

Negli ultimi trent’anni agli americani è stato raccontato che, con il passare del tempo, se avessimo tagliato le tasse per i ricchi, ridotto i benefit per i poveri ed eliminato la regolamentazione dell’economia, ne avremmo tratto tutti quanti giovamento. La promessa si è dimostrata falsa, per non dire che chi l’aveva fatta se ne è servito per trarne vantaggi. Tra il 1980 e il 2010, il reddito di una famiglia media è cresciuto soltanto del 14 percento; considerando questo periodo nel suo complesso, se lasciamo da parte gli anni tra il 1993 e il 2000, quando prevalse un approccio differente, è addirittura diminuito. Smith chiaramente spera che se «la lenta, velenosa polarizzazione e disintegrazione della nostra grande democrazia» non cessa, e noi continueremo a «scivolare in un’oligarchia economica e politica», il popolo sarà spinto a cambiare il corso degli eventi. La prova di tali movimenti di popolo, ahimè, rimane tutta da vedere.
(Traduzione di Luca Alvino)

1. Per un’utile disamina dei fatti relativi alle recenti tendenze alla disuguaglianza – e della letteratura che tenta di fornirne una spiegazione – si veda Timothy Noah, The Great Divergence: America’s Growing Inequality Crisis and What We Can Do About It, Bloomsbury, 2012.
2. Si veda, per esempio, Miles Corak, “Do Poor Children Become Poor Adults? Lessons from a Cross Country Comparison of Generational Earnings Mobility,” Research in Income Inequality, Vol. 13, 2006.
3.La Gilded Ageè il periodo che va dalla fine della Guerra di secessione americana (1865) fino al 1896, durante il quale negli Stati Uniti si registrò un sensibile sviluppo economico che attirò milioni di immigrati dall’Europa. N.d.T.
4.La Business Roundtableè un’associazione fondata nel 1972 da John Harper, che riunisce gli amministratori delegati delle più grandi aziende americane, e che ha lo scopo di sviluppare politiche di sostegno all’economia. N.d.T.
5.La National Federationof Independent Business è un’organizzazione di orientamento conservatore che ha lo scopo di vigilare sulle politiche locali e federali con un impatto sulle piccole imprese. N.d.T.
6. I piani pensione 401(k) sono un tipo di fondo previdenziale che prende il nome dal paragrafo 401(k) dell’Internal Revenue Code degli Stati Uniti. Si tratta di fondi a contribuzione definita, ovvero in cui è certa l’entità dei contributi, ma non l’entità della prestazione (il rischio cade dunque sull’aderente); l’entità della prestazione dipenderà dalle performance di gestione del fondo. Nei fondi pensione a prestazione definita, viceversa, viene prestabilita l’entità della prestazione, ma l’entità dei contributi varia a seconda delle esigenze del gestore del fondo con riguardo agli obiettivi che intende perseguire (il rischio grava sul gestore del fondo). N.d.T.
7. Ovvero elezioni primarie che non richiedano ai votanti di essere iscritti al partito politico che le organizza. N.d.T.
8. Dimostrazione organizzata nel 1932 dai veterani della Prima Guerra Mondiale, i quali, afflitti dalle ristrettezze della Grande Depressione, chiedevano al Congresso il pagamento dei loro bonus di servizio. N.d.T.
9. Il famoso viale monumentale di Washington, da cui svetta il famoso obelisco chiamato “Washington Monument”. N.d.R.
10. Per un’analisi dettagliata dei sostenitori del Tea Party, basata sui dati dei questionari oltre che su quelli delle interviste, si veda Theda Skocpol e Vanessa Williamson, The Tea Party and the Remaking of Republican Conservatism, Oxford University Press, 2012.

BENJAMIN M. FRIEDMAN è professore di politica economica alla Harvard University. In Italia è stato pubblicato il suo ultimo libro, Il valore etico della crescita. Sviluppo economico e progresso civile (Università Bocconi 2008).

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