Andrew Hacker

Chi vincerà le prossime elezioni americane?

da ''The New York Review of Books''

Larry J. Sabato (a cura di), Pendulum Swing, London, Longman, 2011, pp. 349, $ 19.95

David Plouffe, The Audacity to Win: How Obama Won and How We Can Beat the Party of Limbaugh, Beck, and Palin, New York, Penguin, 2009, pp. 415, $ 16.00

Kate Zernike, Boiling Mad: Inside Tea Party America, New York, Times Books, 2010, pp. 243, $ 25.00

Tim Pawlenty, Courage to Stand: An American Story, Carol Stream, Tyndale House, 2010, pp. 301, $ 26.99

L’elezione del 2010 ha galvanizzato il GOP1, il partito repubblicano, il quale ha conquistato sette nuovi seggi al Senato, altrettanti nuovi governatorati e ha preso i seggi di 720 democratici nelle legislature dei singoli stati, ottenendo così il completo controllo in ventinove di essi. Ma il cambiamento più tangibile è avvenuto alla Camera dei Rappresentanti, dove 63 circoscrizioni sono passate di mano: il cambiamento più marcato dal 1932, da quando, cioè, 101 repubblicani persero il seggio. John Boehner2 e i colleghi sono convinti di avere un mandato nazionale. Pensano che il paese sia disilluso da Barack Obama e dal partito che egli rappresenta: le forze che hanno portato il cambiamento nel 2010 sono sicure di farcela nel 2012. Avranno forse ragione?

1.

Per molti anni il politologo della Virgina University Larry Sabato è stato la persona cui rivolgersi per le statistiche elettorali, spesso ignorate, e per cogliere il loro significato. Pendulum Swing, il volume sulle elezioni del 2010 di cui egli è il curatore, è indispensabile per analizzare i loro risultati e a cosa preludono per le contese del prossimo anno. Seppure, con i coautori del volume, tenga conto dell’intero corpo elettorale, la sua attenzione punta in particolare sulle circostanze che hanno generato la «Boehner House». Una spiegazione diffusa è «il rimorso del compratore» insinuatosi fra i vecchi sostenitori di Obama. È innegabile che molte persone siano rimaste deluse da alcune sue posizioni – che fosse Guantánamo o l’eccessiva tolleranza verso Wall Street – e in particolare l’incapacità dell’amministrazione di meglio prodigarsi per creare nuovi posti di lavoro. Tant’è che, per buona parte di questo 2011, il suo indice di popolarità è sceso sotto il 50 percento. Sabato, però, indica una causa più sistemica, che i commentatori in cerca di un ampio uditorio non prendono in considerazione.

L’esperto politologo ci ricorda che «ogni elezione è determinata dalle persone che vi partecipano». Una considerazione ovvia, forse. Eppure, è una verità che spesso le analisi elettorali ignorano. La realtà è che la maggior parte degli americani non sono elettori impegnati. Pochi di loro si ritrovano ogni anno, e molti mai. I cittadini che hanno legalmente diritto di voto – non i criminali condannati o le persone da poco residenti in un collegio – si dividono sostanzialmente in tre gruppi: il 40 percento circa si reca alle urne quasi ogni volta, benché il suo numero sia inferiore nelle primarie o negli anni dispari; un altro 20 percento si presenta ogni quattro anni, quando la corsa alla presidenza è sotto i riflettori, ma di rado in altre circostanze; e il restante 40 percento quasi mai va a votare. Le percentuali della tabella A (nella pagina successiva) suggeriscono che è difficile, per non dire quasi impossibile, aumentare l’affluenza molto sopra al 60 percento negli anni delle presidenziali o sopra al 40 percento nelle elezioni di midterm. E non sono mancati i tentativi per incrementarla. Ci sono spinte per indurre a votare, di solito vigorose e a suon di dollari. Eppure l’entusiasmo per Obama ha superato a stento il livello di partecipazione raccolto per John Kerry o per George W. Bush.

(si veda la tabella A alla pagina successiva.)

L’affluenza del 2010 è stata nell’ordine dell’afflusso preventivabile per il medio termine, vale a dire una ventina di punti sotto i valori della precedente votazione presidenziale. Il calo, però, non è stato equivalente nei due partiti (si veda la tabella B alla pagina successiva). Pendulum Swing ha scoperto che i guadagni netti del GOP alla Camera erano dovuti a «un’affluenza democratica decisamente inferiore». I sondaggi dicono che, fra i votanti del 2008, i democratici avevano una probabilità quasi doppia di non ripetersi nel 2010. E, dunque, l’elettorato del 2010 aveva un profilo marcatamente differente: era più anziano, più bianco, più ideologico in materia economica e sociale, e più risolutamente repubblicano. Se fosse stato l’elettorato del 2008, oggi il presidente sarebbe John McCain.

Per quale ragione i democratici non potrebbero scuotere un numero di persone maggiore di quelle arruolate per Obama? La ragione non è nel fatto che buona parte di costoro si è disamorata nei primi ventidue mesi. No, è più banale: una percentuale insolitamente alta dei suoi sostenitori erano nuovi elettori, in particolare studenti e minoranze, che ancora non erano stati attratti dalle votazioni ordinarie. Anche se i democratici erano in sintonia con loro, sarebbe stato difficile indurli a votare. Fino a quando il nome Obama non è comparso sulle schede elettorali, essi avrebbero dovuto convincere potenziali elettori che era importante andare a votare, e anche insegnare loro come trovare e segnare le caselle di alcuni democratici il cui nome aveva probabilmente per loro uno scarso appeal.

In teoria, le persone che avevano perso il lavoro o che non hanno potuto riscattare la casa avrebbero avuto buone ragioni per recarsi alle urne. Ma per molti di loro, se non per la maggior parte, votare non aveva mai fatto parte della loro vita. È facile dire che avrebbero potuto essere condotti alle urne se un esercito di volontari fosse andato a scovarli. Ma è un tipo di caccia che si mette raramente in moto negli anni del midterm. L’affluenza repubblicana del 2010 è consistita soprattutto di persone che avevano buone ragioni per votare, molte delle quali non si sono scomodate per McCain, e hanno percepito una nuova chance per il loro partito.

In realtà, il 2010 era già iniziato a gennaio. Obama nel 2008 aveva conquistato il Massachusetts con 1.904.097 voti, sopravanzando di gran lunga i 1.108.854 voti di McCain. Quattordici mesi dopo si è svolta una special election, l’elezione straordinaria per occupare il seggio al Senato di Edward M. Kennedy. Come sappiamo, Scott Brown, schierato con i repubblicani, ha sconfitto Martha Coakley, considerata la probabile vincitrice. Infatti, era diventata avvocato generale dello Stato con una maggioranza del 73 percento. La vittoria di Brown è stata attribuita alla sua simpatia e a una campagna vigorosa. Ma la maggior parte dei suoi 1.168.178 voti sono arrivati da persone che avevano sostenuto McCain e che consideravano la sfida una seconda possibilità. I deludenti 1.060.861 voti della Coakley dimostravano che una buona fetta dei sostenitori di Obama era rimasta a casa, benché il presidente non avesse fatto mistero di offrirle il suo completo appoggio. È vero che la donna era un candidato debole e dalle facili gaffe, e che Brown si è dimostrato affascinante e pieno di risorse. Ma è altrettanto chiaro che molti sostenitori di Obama non erano in sintonia con le votazioni fuori stagione.

2.

L’elettorato del 2012 sarà diverso da quello del 2010 per un aspetto decisivo: avrà circa 50 milioni di elettori in più. Alcuni saranno al loro battesimo elettorale, ma molti di loro saranno persone che avevano sostenuto Obama nel 2008. A un confronto con l’elettorato della Camera del 2010, saranno più giovani, più eterogenei dal punto di vista etnico, un numero minore si definirà conservatore e una percentuale più elevata saranno donne. E la maggior parte non avrebbe votato per i repubblicani che oggi costituiscono la Boehner’s House (la corrente politica di Boehner, N.d.R.).

Trovo sconcertante che Boehner, Paul Ryan e la maggior parte dei loro colleghi nelle due Camere credano che il loro programma politico abbia alle spalle la maggioranza nazionale. La realtà è che gli attuali repubblicani alla Camera hanno ricevuto 30.799.391 voti contro i 69.498.215 totali di Obama. Ciò nonostante, essi pensano che la maggior parte degli americani sia profondamente turbata dai deficit e dal debito, non meno che dalla realtà della disoccupazione e dai timori che essa suscita. Circa quest’ultima, continuano a ripetere che il loro è il partito che può creare posti di lavoro, e che li creerà. In effetti, questa è la pretesa giustificazione per molte politiche da loro favorite: dal riprendere le perforazioni petrolifere al trattamento fiscale di favore per i guadagni all’estero. Ma i sondaggi dicono che la maggior parte degli elettori ha chiaro in testa l’obbiettivo del GOP: per creare posti di lavoro, le danarose corporation devono essere indotte a investire, in particolare grazie a un minore carico fiscale. Analogamente, le banche e le imprese devono essere libere da vincoli, secondo l’idea che la loro prosperità si tramuterà in un vantaggio per la gente.

Inoltre, il candidato repubblicano alle presidenziali chiederà all’elettorato del 2012 di riconoscere che i programmi federali dovrebbero essere ridotti se si desidera che il budget si avvicini al pareggio. In evidenza nella Roadmap for America Future di Paul Ryan ci sono privatizzazioni parziali dell’assistenza sanitaria e della previdenza sociale: sarà difficile persuadere molti elettori della middle-class ad accettarle entrambe. Eppure la carta in più del GOP è la sua preoccupazione per l’attuale elevata disoccupazione e la salute a lungo termine dell’economia. Nel bene o nel male, i democratici sono stati incapaci di offrire una chiara speranza a quel 9 percento in cerca di lavoro, e che non riesce a trovarlo. La loro lamentela principale è che gli insufficienti introiti del governo – introiti che creerebbero posti di lavoro – sarebbero coperti con una più alta imposizione fiscale sulle fasce di reddito più ricche.

Inoltre il GOP ha qualcosa di nuovo che torna a suo vantaggio. Grazie al sostegno della Corte Suprema della Corporate speech3, – cioè la libertà concessa alle corporation di sponsorizzare e sostenere candidati alle elezioni – le companies possono sovvenzionare i candidati incanalando denaro anonimo nelle campagne elettorali tramite gruppi apparentemente neutrali. Nel 2010, più di 100 milioni di dollari sono stati spesi da prestanome conservatori, come l’American Crossroads4 (21.533.277 dollari) e l’American Action Network5 (20.935.958 dollari), oppure dalla irreprensibile US Chamber of Commerce, la camera di commercio statunitense, (31.207.114 dollari). Filantropi di matrice liberal, come George Soros o David Geffen, insieme a quanto rimane dei sindacati, avranno difficoltà a raggranellare cifre equivalenti. Tuttavia, gruppi come MoveOn.org6 avranno probabilmente un effetto, come pure le donazioni su internet. Si apre tuttavia una questione che assilla da tempo i politologi: se e in quale misura il denaro arreca un vantaggio tale da far vincere le elezioni?

Michael Cornfield, autore di un capitolo sul denaro in Pendulum Swing, dice che gli piacerebbe saperlo. «La molteplicità dei fattori che determinano la vittoria elettorale» scrive «rende praticamente impossibile rispondere alla domanda moralmente provocatoria se sia possibile comprare una vittoria elettorale». Egli indica l’enorme quantità di denaro raccolto da Sharron Angle nel Nevada e da Linda McMahon nel Connecticut, entrambe sconfitte dai democratici che avevano speso molti meno soldi. Al contrario, John McCain aveva speso “solo” 383 milioni di dollari perché aveva optato per ricevere il finanziamento pubblico. Barack Obama ha raccolto e speso 740 milioni di dollari. Obama avrebbe potuto vincere se avesse dovuto contare su 383 milioni di dollari? Le cifre nella tabella C indicano che, quando i finanziamenti diventano disponibili, le campagne elettorali sono piene di risorse per trovare il modo di spenderli. I democratici hanno dimostrato di usare con più disinvoltura reti informali come Facebook e Twitter, che nel 2012 faranno la parte del leone. Il rovescio della medaglia è che saranno una delle maggiori voci di spesa.

In effetti, la campagna di Obama è stata di un’efficienza incredibile. David Pouffle, l’ideatore della strategia, sostiene che quella vittoria è nei dettagli digitali. «Molte delle persone che volevamo raggiungere trascorrevano più tempo su internet» puntualizza in The Audacity to Win. «Il nostro coinvolgimento precoce con una linea politica su base digitale ha pagato dividendi enormi.» Obama ha creato presto un sito su Facebook, che gli ha procurato in tempo record 20 milioni di «amici». La campagna ha ammassato interi archivi di indirizzi e-mail e di numeri di cellulare, verso cui erano diretti appelli scritti e aggiornamenti su Twitter. I ricercatori si sono concentrati sugli utenti delle e-mail e dei cellulari, focalizzandosi sulla localizzazione di ogni democratico «votante sporadico».

In genere i democratici, quando vincono, vincono perché hanno più volontari che suonano alle porte e “spingono” le persone alle urne. Nel 2008 la differenza è stata che la “comunicazione digitale diretta” aveva preceduto queste visite. Quando hanno un numero inferiore di queste truppe, i repubblicani si augurano che, in alternativa, gli spot li faranno decollare. Eppure non ci sono prove concrete che gli spot televisivi 24 ore su 24 facciano cambiare idea o inducano le persone a votare. In effetti, c’è qualcosa di sospetto in una logica che sostiene che mandare in onda più inserti richiamerà più gente dalla tua parte. Potrebbe essere vero il contrario. Persino nel 2010 non è stato il denaro del GOP a invertire la marea: i conservatori arrabbiati ce l’hanno fatta da soli. Le argomentazioni migliori contro la decisione di Citizens United7 sono morali ed estetiche. Le corporations sono considerate dalle decisioni della Corte Suprema “persone” a tutti gli effetti perché possono stipulare contratti o comprare dello spazio e del tempo sui media e vendere i loro prodotti. Ma ciò non li rende dei cittadini. Essi pretendono il diritto di “parola” politica eppure non sono esseri umani, ma organizzazioni cui è concesso il diritto di fare soldi. Permettere alla General Electric di sovvenzionare i candidati è come permettergli di comprare un pacco di voti veri da assegnare nel nome dei suoi azionisti o dipendenti. Se Obama comincia a essere considerato un possibile vincitore, si porrà la questione di quale quota di denaro reso disponibile da Citizens United comincerà a scorrere verso di lui.

I grandi donatori istituzionali faranno di tutto per finanziare una Camera e un Senato repubblicani, e la decisione di Citizens United avrà molto probabilmente un effetto distorto sulla politica statale e locale. Come ha scritto Ronald Dworkin su queste pagine, «quale legislatore che ha cercato di votare per la riforma sanitaria […] sarebbe indifferente alla prospettiva che la sua campagna per la rielezione sia sommersa da uno tsunami di costose pubblicità negative?»8. Eppure, in un anno presidenziale, gli strateghi delle corporations potrebbero volere evitare di compromettersi, facendo donazioni a entrambi i partiti.

3.

Il Tea Party non ha un quartier generale nazionale né un organo direttivo ufficiale. E nemmeno esiste un conteggio attendibile dei suoi membri, per il semplice fatto che gli aderenti non hanno un modo esplicito per registrarsi. Nel migliore dei casi si tratta di gruppi locali, sovente sei persone riunite in un salotto. L’Indiana ha 72 affiliati, fra cui Johnny Appleseeds e Hoosiers for Small Government. Eppure il Tea Party è organizzato a sufficienza per gestire un sito web che vende palline da golf Tea Party (a 10 dollari e 95), sigari Tea Party (a 9 dollari e 95) e libri da colorare per bambini (a 4 dollari e 99). I visitatori del sito sono invitati a firmare una petizione che richiede di abrogare l’Affordable Care Act, la legge di riforma sanitaria approvata dal presidente Obama. Già all’inizio di luglio 152.175 persone avevano apposto i loro nomi, una possibile misura dello zoccolo duro dei loro sostenitori.

Il Tea Party riceve attenzione perché esprime uno stato d’animo, una mentalità, un’ideologia che ha simpatizzanti al di là delle sue liste effettive. Alla Camera ha una sua caucus, una commissione informale, con sessanta membri, secondo il responsabile del sito web della fazione, Michele Bachmann, inoltre diversi altri membri votano a suo favore. Un sondaggio del ‘New York Times/CBS’ svolto circa un anno fa ha riscontrato che il 18 percento delle persone intervistate era disposto a entrare nelle liste come “sostenitore” del Tea Party. Nel suo libro Boiling Mad, Kate Zernike basa la sua analisi sullo studio degli appartenenti a questo gruppo. Un pregio del libro è che l’autrice ha analizzato dal di dentro questo fenomeno, partecipando ai raduni e ascoltando le riunioni nei salotti del Tea Party.

Ciò che lei ha visto e sentito va a integrare l’analisi che Mark Lilla ha pubblicato su queste pagine l’anno scorso9. Quest’ultimo ha rappresentato il Tea Party come una «eruzione libertaria», che ha attirato «individui convinti di riuscire a fare tutto da sé qualora venissero lasciati soli», in particolare se liberati dalla pressione fiscale. Zernike osserva che sono quasi tutti repubblicani decisi a purgare il loro partito. L’aspetto importante è che non rappresentano élite locali. Più della metà sono laureati e solo un quarto guadagna più di 100.000 dollari. Se consideriamo la loro avversione per i piani pubblici di assistenza, è significativo apprendere che due persone su tre pensano che la Social Security e Medicare siano un prezzo che meriti di essere pagato, e che più della metà ritenga equa la propria cartella delle imposte. Quanto agli aspetti religiosi, molti si oppongono alle norme federali e statali che tollerano l’aborto o permettono il matrimonio tra coppie omosessuali. Al contempo, in un rapporto di due a uno, vogliono che le armi da fuoco siano vietate nei luoghi pubblici, pur favorendo il loro possesso.

Nella base del Tea Party Zernike ha constatato «la convinzione viscerale che il governo abbia preso il controllo della loro vita». In proposito, ho voluto saperne di più. Nel corso di una giornata tipo, come e dove percepiscono la mano opprimente dello stato? Mi riesce facile capire perché i trasformatori di carne suina e di pollame si lamentino delle ispezioni o perché le compagnie petrolifere preferiscano scriversi le proprie leggi. Invece, in Boiling Mad i sostenitori del Tea Party sembrano più preoccupati della propria identità personale, avendo la sensazione che le tasse e altri obblighi imposti dal governo siano entrati in conflitto con ciò che essi considerano il nucleo caratterizzante intorno a cui si svolge la loro vita. Quasi la metà di chi ritiene iniqua la propria cartella delle imposte sente con altrettanta forza che la propria vita sarebbe migliore se potesse spendere quei soldi per sé, per la famiglia o per cause scelte senza condizionamenti.

4.

La fisionomia attuale del partito repubblicano ha origine nel 1946, quando pose fine a quattordici anni di dominio democratico, presentandosi come la voce dell’americano medio. Il suo slogan nella corsa al Congresso di quell’anno fu «Ne avete abbastanza?», facendo leva sul risentimento per l’aumento dei prezzi e le ristrettezze del dopoguerra. Furono eletti personaggi come Richard Nixon e Joseph McCarthy, che creò l’epiteto «un-American», antiamericano, un’affermazione quasi impossibile da confutare. È stata poi la volta di altri slogan: «Mettete sotto accusa Earl Warren!», come ha fatto Willie Horton, a cui hanno fatto seguito la «guerra di classe», i «death panels»10, e gli attacchi del gruppo «Swift Boat»11, il movimento dei veterani per la verità. Allen West, il sovraesposto nuovo membro repubblicano della Florida al Congresso definisce il presidente «agitatore socialista di basso rango».

Pochi democratici arrivano a rispondere per le rime. Piuttosto, essi tendono a rispondere per esteso, nell’idea che buona parte delle questioni richieda un’analisi approfondita. Per inciso, in un dibattito del 2004 John Kerry replicò che una questione di politica estera era più «ricca di sfumature» di quanto George Bush avesse fatto intendere. Se i democratici hanno un problema qui, è quello che definirei atteggiamento didascalico: discorsi teorici slegati da concreti piani di azione. Esemplare di questa tendenza è stato Adlai Stevenson, seguito da un’infelice sequela di candidati sconfitti, come George McGovern, Michael Dukakis, Walter Mondale, Jimmy Carter, Al Gore e John Kerry. A dire il vero, il nostro attuale presidente assomiglia più a questi ultimi che, per dire, a Lyndon Johnson o a Bill Clinton, che vinsero entrambi la rielezione. E non è nemmeno un problema risolvibile con il coaching o con un ricambio degli speechwriters. La sua natura e la sua storia personale hanno dotato Obama di un temperamento ben ritagliato per molte delle responsabilità cui è chiamato, ma il suo carisma, così affascinante durante l’elezione, si è incrinato di pari passo alla sua incapacità di stimolare l’economia. In che modo potrebbe egli contrastare il nuovo populismo del GOP?

Obama potrebbe pensare di rispolverare lo slogan «Ne avete abbastanza?» del 1946, che diede ai repubblicani il controllo del Congresso, in circostanze per alcuni versi analoghe al 2010. Fu abile, invece, Harry Truman a rispondere efficacemente alla campagna degli avversari che volevano convincere gli elettori che i democratici ne avevano combinate abbastanza. Nel giugno del 1948 a un raduno a Bremerton, nello stato di Washington, Truman disse: «Hanno intenzione […] di vantare la loro grandezza come Congresso. Se crederete a queste parole, la vostra dabbenaggine va oltre la mia immaginazione»12.

Circa un giorno prima, a Spokane, Truman aveva bollato l’ottantesimo Congresso come «il peggiore da quando si era riunito il primo», un’espressione presto convertita in «il peggiore di sempre». «Sparala grossa, Harry!» era la risposta del pubblico, in un crescendo fino a «Mandali al diavolo, Harry». Non solo egli riuscì contro ogni previsione a vincere l’elezione di novembre, ma anche a ristabilire la maggioranza democratica alla Camera e al Senato. Difficilmente Obama sembra capace di esprimere rabbia. Ha, però, mostrato destrezza. Saprà usarla come un fioretto per sgonfiare le fasulle dichiarazioni dei repubblicani non solo sulla Obamacare13 ma sulla sua persona? Ecco una buona domanda.

5.

In pratica, i partiti nazionali non esistono più. Le conventions, un tempo scenari di dibattiti aperti e di accordi a porte chiuse, non scelgono più i loro candidati.

I comitati nazionali ufficiali sono oscurati da gruppi come l’American Crossroads di Karl Rove, che raccolgono fondi in proprio per poi distribuirli. A livello federale, il GOP ha due centri di potere, sostanzialmente concordi sulle politiche e sui principi. Il primo è la sua maggioranza di cinque membri alla Corte Suprema, le cui tendenze sono oggi chiaramente bipartisan. Il secondo è la Camera, dove John Boehner detta l’agenda, e la «Roadmap for America’s Future» di Paul Ryan è diventata – almeno per i prossimi mesi – la piattaforma de facto del partito. Naturalmente i repubblicani puntano anche al Senato, dove i democratici detengono ventidue dei trentatré seggi in scadenza l’anno prossimo. Ma ovviamente il premio più ambito è la presidenza. E qui la mancanza di un partito nazionale coerente sarà un danno per loro: nessun singolo gruppo avrà la parola definitiva su chi sarà il candidato.

Una bagarre aperta è già in atto. Mentre scrivo queste righe posso già contare nove candidati che hanno annunciato il loro nome o che non avrebbero da obiettare se venisse fatto: Michele Bachmann, Newt Gingrich, Jon Huntsman, Sarah Palin, Ron Paul, Tim Pawlenty, Rick Perry, Mitt Romney e Rick Santorum. Cinque di loro hanno un trascorso da governatore e quattro hanno fatto parte del Congresso. Sei candidati – Bachmann, Gingrich, Palin, Paul, Perry e Santorum – sono irrevocabilmente collocati a destra, per quanto Paul sia un libertario che legalizzerebbe le droghe ricreative e il sesso a pagamento. Tutti hanno o hanno avuto sostenitori nel partito, il cui nocciolo di elettori fedeli è sorprendentemente ridotto.

Una buona misura dell’ampiezza del loro seguito è chi si mette in luce nelle commissioni informali e nelle primarie. Con molti occhi puntati addosso, nel 2008 i principali contendenti erano Mitt Romney, Mike Huckabee, John McCain e Rudolph Giuliani. Eppure la partecipazione totale è stata di soli 22 milioni, circa il 17 percento dell’elettorato di novembre. Per inciso, i democratici ne hanno portati a casa 38 milioni. Se gli elettori tradizionali del GOP sono nello stato d’animo à la Goldwater, la Bachmann potrebbe vincere e diventare il loro candidato. Eppure, non è possibile che lei o chiunque altro dei cinque possa attirare voti quanti bastano per conquistare la Casa Bianca. Semplicemente, manca un elettorato ampio a sufficienza per la loro ideologia.

Tim Pawlenty, governatore del Minnesota per due mandati, ha credenziali da conservatore, ma le indossa con un po’ più di disinvoltura. Courage to Stand, la biografia della sua campagna, dedica ampio spazio alla religione. Pawlenty ha un’educazione cattolica, ma oggi frequenta la chiesa battista della moglie e cita sempre più spesso la Bibbia («Siete un vapore che compare per breve tempo e poi svanisce», Giacomo 4,14). Le sue critiche alla politica estera di Obama sono l’«arrendevolezza verso gli ayatollah iraniani» e il «tradimento della Polonia e della Repubblica Ceca sulla difesa missilistica». A quanto mi risulta, non si pronuncia sulla Cina.

Solo Romney e Huntsmann sembrano credibili. In altri tempi, la cerchia interna del partito avrebbe individuato uno di loro, intorno al quale la convention si sarebbe mobilitata. Oggi, nel GOP non c’è più la scelta di un candidato da parte del gruppo dirigente più ristretto: tutto è nelle mani di party regulars14 e delle loro valutazioni e simpatie. Tocca perciò a loro passare al vaglio o mettere il veto sui candidati, qualunque sia la ragione. Romney e Huntsmann sono mormoni, la qual cosa infastidisce alcuni evangelici. Quando era governatore del Massachusetts, Romney aveva avviato un piano sanitario molto simile a quello di Obama, che stride con l’impegno del GOP di abrogare la legge nazionale, per quanto oggi egli insista che ogni stato dovrebbe avere il proprio, di piano. Huntsman ha scelto di essere l’ambasciatore di Obama in Cina e parla il mandarino, un fatto che solleverà sospetti nella base del GOP. Fa venire in mente la situazione di John Kerry, che dovette nascondere il suo francese fluente. Eppure è possibile che l’uno o l’altro finiscano per prevalere alle primarie. Robert Dole e McCain all’epoca ce l’hanno fatta nonostante la loro relativa moderazione. Poi, però, ebbero entrambi un problema: buona parte dei repubblicani più conservatori si sentì trascurata dalla loro candidatura, e disertò le urne.

Per varie ragioni, alcune inquietanti, Obama è diventato un facile bersaglio. Anche se nessuno lo dice esplicitamente, molti americani non vogliono essere governati da un uomo di colore. (Alcune di quelle stesse persone ritengono che egli sia troppo made in Harvard.) Molti dei ventinove stati sotto il controllo repubblicano si stanno muovendo per privare dei diritti gli elettori più indigenti, richiedendo schede identificative statali, e per limitare il voto anticipato, o postale. Alcuni stanno seguendo il Wisconsin e l’Ohio nell’ostacolare l’attività politica dei sindacati del pubblico servizio. Quanto alla Camera, i membri della maggioranza repubblicana stanno ridisegnando i collegi negli stati di appartenenza in modo da favorire il partito per le elezioni del 2012. Per inciso, il Texas lo ha fatto prima del 2010, ottenendo così con il suo 59 percento dei voti nel 72 percento dei seggi dello stato.

Però un punto essenziale è che il 2012 avrà un elettorato differente e molto più vario. Se seguirà l’esempio di Harry Truman, Barack Obama andrà all’offensiva, ponendo il documento Boehner-Ryan al centro della sua campagna. I democratici non dovrebbero essere troppo timorosi di inculcare certe paure, in particolare quella sulle conseguenze del piano dei repubblicani di affidare l’assistenza sanitaria ad assicurazioni private. Oppure possono porre l’accento sul fatto che le famiglie con un reddito compreso tra i 75.000 e i 110.000 dollari (reddito medio di 86.421 dollari) arrivano oggi a pagare solo il 13,5 percento del loro reddito all’Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia delle entrate statunitense, mentre le quattrocento famiglie più ricche (introito medio pari a 270.510.000 dollari) sfiorano la media del 18,1 percento15. Anche se è possibile che Obama non eguagli l’affluenza del 2008, non ci sarebbe da stupirsi se ce la facesse. Inoltre, anni presidenziali dissestati portano più elettori alle urne. Se il richiamo rimane sul semplice – «lasciamogli completare il lavoro» – è tutt’altro che sicuro che una maggioranza sceglierà ciò che il GOP sta offrendo. Però la maggior parte delle previsioni dice che nel 2012 la disoccupazione rimarrà alta. E secondo la tradizione chi è in carica raramente vince se quelle percentuali non calano.

I repubblicani affermano che la «creazione di posti di lavoro» deriverà da ogni proposta da loro portata avanti: che sia la ricerca di petrolio in terreni pubblici, o lasciare che le banche si autoregolino, o ridurre il carico fiscale sulle grandi aziende. Ma, superata una certa soglia, simili affermazioni perdono di credibilità. Gli americani, pur non identificandosi con le divisioni di classe, non sono all’oscuro di quali interessi vincano quando vince il GOP. E sebbene il 2010 abbia visto la disfatta dei democratici alla camera, un dato elettorale è che due terzi degli eletti del GOP hanno ottenuto meno del 55 percento dei voti. Derivando da un effetto traino, buona parte di questi vantaggi potrebbe seguire la strada inversa. Lo stesso effetto potrebbe avere il Senato democratico. Dei ventitré seggi in ballo per il rinnovo in mano ai democratici o a indipendenti, diciotto appartengono a stati dove Obama aveva vinto.

Il vero test sarà se l’attuale inquilino della Casa Bianca la spunterà in stati come l’Indiana, la Virginia e il North Carolina. A conti fatti, fare affluire elettori in un’elezione presidenziale dipende molto più dall’entusiasmo che dal denaro. Se nel 2012 Obama saprà rinvigorire quell’energia, il principale punto di forza del GOP – che lo sia nel limitare l’aborto, o nel contrastare l’obbligatorietà dell’assistenza sanitaria, o nel togliere i vincoli a finanziamenti delle corporation ai partiti politici – sarà la Corte Suprema.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. GOP, il Grand Old Party. N.d.T.

2. L’attuale presidente della camera dei rappresentanti e leader dei repubblicani. N.d.T.

3. Si veda Ronald Dworkin, Le imbarazzanti decisioni della Corte Suprema, in ‘451’, 8, luglio/agosto 2011.

4. L’America Crossroads si autodefinisce «un nuovo genere di organizzazione politica no profit dedita a rinnovare la fiducia americana nella libertà dell’individuo, nell’intervento limitato del governo, nella libera impresa e in una forte difesa nazionale». Ha raccolto e speso milioni di dollari per difendere e fare eleggere candidati repubblicani alle elezioni federali di midterm del 2010. N.d.T.

5. Organizzazione di propaganda che promuove iniziative politiche di “centrodestra”. N.d.T.

6. MoveOn originalmente fu fondato nel 1998 come un gruppo bipartisan di email. Chiese al Congresso degli Stati Uniti, tramite una petizione, di «continuare a muovere» (in inglese “move on”) i procedimenti riguardanti l’impeachment di Clinton. Successivamente condannò pubblicamente la guerra in Iraq del 2003. Ha poi sostenuto la candidatura di John Kerry alle presidenziali del 2004, accumulando milioni di dollari per i candidati democratici. Fonte: Wikipedia. N.d.T.

7. Citizens United è un’organizzazione conservatrice no profit, la cui missione è quella di restituire il governo degli Stati Uniti al controllo dei cittadini e di sostenere i valori americani del “governo limitato”, della libertà di impresa, del ruolo centrale della famiglia e della sovranità e della sicurezza nazionale. N.d.T.

8. The ‘Devastating’ Decision, in ‘The New York Review’, 27 maggio 2010.

9. The Tea Party Jacobins, in ‘The New York Review of Books’, 27 maggio 2010.

10. L’espressione death panels ricorre in un discorso dell’ex governatore dell’Alaska Sarah Palin tenuto il 7 agosto 2009, a proposito della riforma sanitaria del presidente Obama secondo cui i burocrati deciderebbero chi merita assistenza e chi no. N.d.T.

11. I Swift Boat Veterans for Truth hanno condotto una controversa campagna di stampa che mette in dubbio la partecipazione del candidato democratico John Kerry alla guerra del Vietnam. N.d.T.

12. Democrats: Varied Adventures in the West, in ‘Time’, 21 giugno 1948.

13. Il nomignolo assegnato alla sua riforma del sistema sanitario statunitense.

14. Persone che formano la base di un partito politico. N.d.T.

15. Si veda la tabella 1.1, 2008 in SOI Tax Stats – Individual Income Tax Returns Publication 1304, e la tabella 1 in The 400 Individual Income Tax Returns Reporting the Highest Adjusted Gross Income, 1992-2008, entrambi su irs.gov/taxstats/index.hmtl.

 

ANDREW HACKER insegna Scienze Politiche. In Italia è noto per Due nazioni: nera e bianca. Separate, ostili, ineguali (Anabasi, 1993). Il suo libro più recente, scritto con Claudia Dreifus, è Higher Education? How Colleges Are Wasting Our Money and Failing Our Kids – and What We Can Do About It (Times Books, 2010).

 

 

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