Peter Brown

Paganesimo: quel che dobbiamo ai cristiani

da ''The New York Review of Books''

Alan Cameron, The Last Pagans of Rome, Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 878, $ 85.00

Un tempo pensavamo di sapere tutto sulla fine del paganesimo a Roma: questo è il problema. Il paganesimo ebbe la forma di culto verso una serie di divinità, oltre alla partecipazione a differenti liturgie e alla celebrazione di riti sacri, molti dei quali dipendevano dall’appoggio delle autorità romane, a cui erano legati anche i collegi sacerdotali. Quasi tutte queste manifestazioni del paganesimo si estinsero tra la fine del IV e il V secolo dopo Cristo, nella più grande città del mondo occidentale e nel corso di una delle epoche più nitidamente documentate in tutta la lunga storia di Roma. Nelle parole del conte Auguste-Arthur Beugnot, che nel 1835 scriveva: «La storia si è degnata di essere presente soltanto al funerale del paganesimo». A partire dal diciannovesimo secolo tutti gli studiosi sono stati risoluti nel rappresentare questa morte come qualcosa di eroico, come nella migliore tradizione romana.

Il desiderio di vedere la fine del paganesimo a Roma come qualcosa di permeato di un alto senso del dramma era comune nella cultura dell’Europa moderna. Nonostante la conversione dell’imperatore Costantino al cristianesimo nel 312, molti esponenti del Senato romano erano rimasti pagani. Per gli storici di formazione classica è stato difficile resistere all’empatia verso una causa che sembrava identificarsi con le tradizioni del Senato di Roma. A loro parere, l’opposizione senatoriale agli imperatori di propensione autocratica (e in particolar modo agli imperatori cristiani) era una cosa giusta, del tutto priva di ambiguità. Di più: si potrebbe dire che abbiano avuto il proprio personale Catone l’Uticense – il caustico difensore della repubblica contro Cesare – nella persona di un eminente pagano, Nicomaco Flaviano, che finì coinvolto in una guerra civile e si suicidò sul campo di battaglia nel 394.

Meglio ancora, si può dire che gli ultimi pagani abbiano salvato i classici. Attingendo dalle sostanziose biblioteche delle loro ville di campagna, come monaci ante litteram hanno pazientemente corretto i testi di autori antichi da tramandare alle generazioni future. Si dice che abbiano finanziato opere d’arte e di letteratura nelle quali gli occhi attenti degli studiosi moderni hanno rilevato velati commenti ostili alla nascita del cristianesimo intorno a loro.

Più di tutto, i pagani potrebbero essere presi come esempio per aver incarnato un modello di apertura mentale in un’epoca di intolleranza montante. Adoratori di molti dèi, essi sfidarono il loro imperatore e i suoi consiglieri cristiani a rispettare la diversità religiosa. Uno di loro – Quinto Aurelio Simmaco – nel 384 scrisse: «Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande». Questa straordinaria sentenza ha avuto vita lunga: ricompare ad esempio nel decreto sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II nel 1965. Simmaco è arrivato a noi come l’eroe di una lotta eterna all’intolleranza e ai fondamentalismi di ogni genere. Qualche anno fa, cercando su Wikipedia cenni su Simmaco e sugli ultimi pagani di Roma, sono rimasto sorpreso nel non trovare nemmeno un’immagine di questo grande uomo vanesio e puntiglioso, bensì il viso barbuto e fasciato da un turbante dell’ayatollah Khomeini, in pratica proprio quel tipo di credente che Simmaco contrastava. Chiunque si senta qualcuno dovrebbe voler essere stato un ultimo pagano.

Non Alan Cameron. Nella sua opera di solenne e implacabile erudizione, egli mette in discussione ogni aspetto del burrascoso scenario della fine del paganesimo a Roma, scenario che, negli ultimi due secoli, si è assestato ben in profondità nel subconscio storico dell’occidente. Cameron sostiene che, nel corso dei secoli, gli ultimi pagani di Roma sono stati oggetto di un’esaltazione che in realtà non meritano: «Sono stati trasformati da arroganti filistei ladri di terra, quali erano per la maggior parte, a intrepidi campioni di diplomazia senatoriale, amanti della letteratura e devoti alla cultura classica così come ai culti tradizionali».

Le sue sono parole dure: «Non c’è mai stata alcuna rinascita pagana dell’occidente, nessun partito pagano, nessun circolo letterario pagano […] nessun pagano ha mai revisionato i testi classici; soprattutto, non c’è mai stata un’ultima resistenza pagana».

Secondo Cameron, il paganesimo si è concluso non con un botto, ma con un gemito. Dopo aver pronunciato il suo appello alla tolleranza nel 384, Simmaco – tutt’altro che un amabile idiot savant come a molti piace immaginarlo, quanto invece un astuto diplomatico – si tirò indietro. Non voleva legare a doppio filo il suo nome a una causa sempre più fuori moda. E, lungi dall’essere il Catone della sua epoca, viene ritratto da Cameron come un opportunista politico senza una chiara linea religiosa.

Non si è trattato di un’epica sconfitta sul campo di battaglia. Piuttosto, secondo Cameron, la fine del paganesimo fu qualcosa di banale, la conseguenza di un periodo di rigore fiscale. A Roma il paganesimo era quel che il paganesimo faceva. E quel che si faceva dipendeva, in ultima analisi, dalle decisioni dell’imperatore. Nessuno tranne l’imperatore poteva disporre i fondi per i riti antichi, o nominare i membri dei collegi sacerdotali. In questo modo il prestigio del paganesimo romano aveva finito per essere intrecciato alle nervature dello stato romano. Una religione che si aggrappava al filo sottile di un accordo tra potere esecutivo e Senato nello spartirsi la potenza.

Fino al 380 la celebrazione dei riti faceva sembrare Roma invincibile, e l’imperatore imponente. Dopo il 382 però, il filo si spezza. Cessano i finanziamenti per i riti, e nonostante le sei petizioni successive non vengono rinnovati. Eppure (come Cameron evidenzia) i successori cristiani di Costantino erano tutt’altro che bigotti. Né si può dire che fossero stati spinti dai bigotti. Il paganesimo a Roma è caduto vittima non dell’intolleranza, ma dell’“egotismo istituzionalizzato” (per usare una frase giustamente applicata alla monarchia assolutista di Luigi XIV), una caratteristica centrale del tardo sistema imperiale romano. Un imperatore che viene regolarmente acclamato dai suoi cortigiani cristiani come “un dio onnipresente” e trattato come un idolo non ha più bisogno dei riti per sentirsi importante. Non che i riti antichi gli fossero venuti a noia, semplicemente li ha ritenuti superflui. È stato lui (l’imperatore, corteggiato da enfatici dignitari in una città lontana, non le statue antiche degli dei) a rendere il mondo romano innocuo.

All’inizio del V secolo non c’era più nulla che i pagani potessero fare. Certo potevano sentirsi pagani, pensare da pagani, scrivere da pagani finché volevano, ma senza un supporto istituzionale alle loro attività non potevano essere pagani più di quanto una cattedra o un dipartimento universitario, considerati oggi antiquati, possano venire ricostruiti tramite la sola lettura di libri sull’argomento nella biblioteca di facoltà. Per quanto riguarda il sacerdozio: «I collegi non furono aboliti, ma semplicemente scomparvero con la morte dei loro membri più anziani». Possano parole del genere non venire mai scritte, ai giorni nostri, a proposito delle maestose istituzioni che ancora portano il nome di “collegio” a Oxford, Cambridge, e altrove! Durante la lettura del disincantato resoconto della fine del paganesimo secondo Cameron, non si può evitare di rabbrividire. Istituzioni e tradizioni culturali molto più vicine al nostro cuore rispetto al mondo dei sogni del tardo paganesimo romano potrebbero morire semplicemente per mancanza di fondi.

Nel complesso il libro di Cameron è un distruttore di miti. Nessuno sconto: dalla prima fino all’ultima delle sue 800 pagine rintraccia e demolisce ogni sostegno all’immagine corrente di eroica resistenza dei nobili pagani, chiusi in un conflitto mortale con i loro rivali cristiani. Non c’è malizia in questa straordinaria detonazione di odio filologico (lett. odium philologicum). Piuttosto, Cameron si muove tra gli argomenti con i modi rilassati, addirittura benevoli, di un maestro nella sua materia. A proposito delle affermazioni più assurde e tendenziose per trovare messaggi anti-cristiani nascosti nei testi più improbabili, è sufficiente che dica: «Questa tesi è piuttosto debole» e un altro ramo cade a terra, in quello che è un massacro forestale a colpi di motosega. Si arriva alla fine del libro con un senso di gratitudine, traendo finalmente un respiro profondo. Perché The Last Pagans of Rome ci ha permesso di riempire i polmoni di aria pulita, un’atmosfera finalmente depurata grazie alla spietata potatura di tante false certezze.

The Last Pagans of Rome è davvero il lavoro di una vita. O, più precisamente, il lavoro di una generazione di cui Cameron è stato una presenza imponente. Perché dobbiamo ricordare la pressione emotiva che era stata costruita dietro la falsa immagine degli ultimi pagani. Non è casuale che lo scenario di un’ultima strenua resistenza del paganesimo fosse stato proposto con particolare fervore negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Idee del genere riecheggiavano le paure di un mondo postbellico. Per gli studiosi in Europa e in America, che erano da poco riemersi da trent’anni di violenza e intolleranza ideologica solo per affrontare la nuova, dilagante ombra della guerra fredda, il conflitto tra un paganesimo liberale e un cristianesimo intollerante sembrava una prefigurazione degli incubi dei loro tempi. Molti degli studiosi che hanno proposto questo punto di vista del paganesimo nei suoi ultimi giorni erano individui che avevano patito l’esilio o peggio. L’enorme sgomento di una generazione che aveva attraversato l’oscurità gravava sul loro lavoro.

Solamente un decennio più tardi, a una generazione del post-dopoguerra, tutto questo sarebbe sembrato un poco esagerato. Quel senso di melodramma così lacrimevole, basato su prove tanto frammentarie, ha acceso immediatamente in molti di noi quel senso di irritazione creativa che, purtroppo, da sempre caratterizza i giovani, anche in un territorio rispettabile e rispettoso come la storia antica. Come risultato, il grande libro di Cameron verrà letto da molti di noi come se ci trovassimo a un rinfresco particolarmente gioioso tra vecchi alunni. Possiamo indugiare con gioia nei ricordi degli anni Sessanta, quando Cameron era già il capocannoniere nelle partite che molti di noi – la squadra di casa degli studenti in erba della tarda antichità – giocavano contro le forze dell’errore, dell’eccessiva interpretazione e del sentimentalismo.

Ma ora è passato quasi mezzo secolo. The Last Pagans of Rome è il libro di una generazione. Un modello di erudizione e di integrità delle tesi. È anche un libro che sarà con noi per molte generazioni a venire. Ma qual è il suo senso principale?

Questa non è l’opera di uno storico delle religioni. Non si può fare a meno di notare che Cameron, come tutti gli studiosi che si sono imbarcati in un enorme lavoro di demitizzazione, possa essersi permesso di rimanere indebitamente influenzato dall’immagine contro cui pure ha montato una polemica tanto formidabile. Egli è instancabile nello smentire ogni accenno nei testi a una consapevole “battaglia” tra paganesimo e cristianesimo. Ma potrebbe aver raggiunto il suo scopo al costo di limitare gli orizzonti della nostra immaginazione storica. Questo lavoro di demolizione ci dice davvero come è stato passare da un mondo pagano a un mondo post-pagano?

Non del tutto. Nel resoconto di Cameron, stranamente, c’è poco spazio per il risentimento, per il dispiacere, e tanto meno per la rabbia di fronte al successo di tante eresie verso gli dei e continue, inconfessate paure di una loro vendetta. La prova dell’esistenza di certi sentimenti esiste per l’Impero Romano d’Oriente. Ma Cameron non la considera nemmeno, limitandone la circolazione a piccoli gruppi di intellettuali alienati. Eppure la natura di tali persistenti risentimenti, e il modo in cui sono stati trasmessi da una generazione all’altra, potrebbe meritare un’analisi più attenta, come quella che Edward Watts ha dedicato ai pagani di Alessandria nel suo recente studio, Riot in Alexandria: Tradition and Group Dynamics in Late Antique Pagan and Christian Communities1.

Resta il fatto che la storia che Cameron racconta, la racconta estremamente bene. Egli chiarisce che il suo lavoro non si esaurisce nella triste sfilza di negativi con cui sintetizza l’orientamento critico dell’opera. Infatti, non è altro che l’inizio di un altro racconto più vero e più interessante. Perché tutte quelle negazioni in realtà si sommano fino a ottenere un clamoroso positivo: «Così tante delle attività, dei manufatti e degli entusiasmi che sono stati identificati come tratti distintivi di un’elaborata campagna concertata per combattere il cristianesimo risultano essere stati elementi centrali nella vita dei cristiani colti […] Nonostante i migliori tentativi di Agostino e di altri rigoristi, la tradizione letteraria romana ha giocato un ruolo vitale e continuativo nel plasmare il pensiero del mondo dei cristiani, sia all’epoca che nei secoli a venire».

È questa la storia che Cameron ci racconta con entusiasmo nella seconda metà del suo grande lavoro. Capitolo per capitolo passa in rassegna nientemeno che l’intera storia della letteratura latina nei secoli IV e V. Illustra i più umili dettagli della preparazione, pubblicazione e circolazione dei manoscritti. Evoca il notevole rifornimento delle biblioteche dei lettori tardo romani, che ha assicurato che autori come Lucano, Giovenale, Plinio il Giovane e Tacito entrassero a far parte della tradizione classica che è stata poi trasmessa a tutte le generazioni successive.

Cameron ci conduce anche lungo le strade più recondite del sapere greco negli scritti latini del tempo; il mio preferito è il termine latino pauper, “Mister Poor-Mouth”, conservato come una mosca nell’ambra, doverosamente traslitterato in greco da uno scrittore bizantino quando descrive Costanzo Cloro, il padre di Costantino. Costanzo si era guadagnato il suo nome, “Poor Mouth”, chiedendo sempre ai suoi amici di prestargli il loro piatto d’argento ogni volta che teneva un banchetto. Questi capitoli hanno pochi precedenti nella moderna letteratura scientifica, sia per la loro completezza che per la loro indipendenza di giudizio; da soli trasformano The Last Pagans of Rome da un lavoro di demolizione necessaria a un capolavoro.

È attraverso questa sincera evocazione del potere della tradizione classica nella tarda antichità che Cameron fa scattare la sua ultima sorpresa. A nostra insaputa, per tutto il tempo abbiamo condiviso la stanza con un enorme elefante. Il punto centrale per Cameron è che la letteratura e le arti classiche possano aver rivestito nelle menti e nei sentimenti dei membri delle classi sociali superiori dell’Impero Romano d’Occidente nel IV e V secolo un ruolo più importante di quanto non abbia fatto il più recente conflitto tra cristianesimo e paganesimo.

Questo è un dato perfino troppo evidente per non essere notato. Perché, allora, ci riesce così difficile includerlo nella nostra immagine mentale del tardo Impero Romano? Forse perché viviamo ancora in un mondo post-cristiano. Ancora ci aspettiamo istintivamente che le convinzioni religiose debbano essere più brillanti, più mirate a coinvolgere l’interiorità umana, e per questo motivo più meritevoli di rispetto o di paura di quanto non lo sia la “semplice” cultura. Ma nel quarto secolo non era necessariamente questo il caso. La cultura non era vista come un surrogato di default della religione. Per molti la letteratura classica, l’arte e il senso della storia e della lingua che erano fondamentali per la cultura, ereditati dal più remoto passato di Roma, sono stati, in effetti, la religione. Una religione che tutti i membri della classe dominante hanno potuto condividere. Che ha parlato con voce più nitida e ha suscitato brividi di divino sgomento e spesso ha saputo colpire più in profondità e su più vasta scala tra i suoi devoti rispetto agli insoliti fremiti dei culti settari. È questo l’elefante nella stanza verso cui Cameron indirizza la nostra attenzione.

Egli in conclusione dimostra che la fruizione e il godimento della cultura classica erano ben lungi dall’essere monopolio esclusivo dei pagani più coriacei. Piuttosto, la cultura classica ha costituito una sorta di terreno comune in cui pagani e cristiani potevano incontrarsi condividendo lo stesso entusiasmo. Cameron ribattezza coloro che si sono incontrati in questo modo come «pagani centrali» e «cristiani centrali», comunque persone ben lontane dal formare un’élite chiusa. Cameron giustamente rifiuta una simile visione della vita intellettuale di Roma. Ciò «implicherebbe una struttura sociale inverosimilmente semplice per una città così grande». Infatti «la conoscenza dei classici è stata presa molto più sul serio da persone di umili origini».

La struttura sociale del tardo impero ha favorito la necessità di trovare un terreno comune nei classici. Le classi superiori della società erano caratterizzate da una notevole mobilità sociale. Uomini di talento, molti dei quali di formazione cristiana, premevano costantemente intorno alla vecchia nobiltà. La Roma del IV secolo era come la Parigi di Marcel Proust, dove era possibile per un aristocratico come Monsieur de Charlus assumere «un atteggiamento che coniugasse il rispetto per uomini intelligenti che non sono di buona famiglia […] con una fatua soddisfazione verso se stessi». Vacui aristocratici, ansiosi parvenu, tutta gente che siede sul capiente dorso dell’elefante.

Né lo studio della letteratura classica e dell’arte era una fissazione banale, anzi. Portava con sé il canto severo della ricchezza e del potere. Poesie o argenteria, squisiti cammei o grandi spettacoli circensi: come i tesori degli antenati conservati nel salone notarile del palazzo del principe Salina ne Il Gattopardo, «tutti parlavano di ricchezza […] comunicata tramite ornamenti, lusso, piaceri […] come un vino vecchio [che] avesse lasciato che la feccia di avidità, di attenzione e perfino di prudenza si depositasse sul fondo, lasciando in superficie solamente verve e colore».

E la ricchezza era ciò che li teneva tutti quanti uniti – pagani e cristiani.

Per ultimo (ma non meno importante), cosa ci dice tutto questo a proposito della cristianità del periodo? In primo luogo, dimostra che gli esponenti più accesi di un cristianesimo radicale e intransigente – i «rigoristi», per usare un termine utilizzato da Cameron nel parlare di personaggi come Ambrogio, Agostino e Girolamo – stavano soprattutto da un lato dell’elefante. L’altura sulla schiena della bestia è occupata dai «cristiani centrali», che condividono la loro posizione privilegiata con i «pagani centrali», dai quali differivano ben poco nei gusti e nelle maniere. E se gli «ultimi pagani» di Cameron non vengono tratteggiati rispettosamente come i loro ammiratori avrebbero voluto, sono i «cristiani centrali» a emergere come gli eroi non cantati del libro.

Si potrebbe aggiungere un’ulteriore dimensione al nitido quadro dipinto da Cameron. I cristiani hanno fatto di più oltre a condividere con entusiasmo quella tradizione classica che avevano in comune con i pagani di pari classe e sensibilità. Paradossalmente, sulla lunga distanza furono loro a mantenere vivo il ricordo dell’antica religione. Per dirla con le parole dell’autore, «Per i cristiani, il paganesimo è durato molto più a lungo dei pagani».

Viene da chiedersi come mai, e mi permetto di suggerire una risposta. Il cristianesimo aveva introdotto nel mondo romano l’idea di un conflitto irrisolto con il passato. Per i cristiani dal tempo di san Paolo in poi il problema è sempre stato determinare quanto del passato potesse convivere con il presente e quanto invece si potesse dichiarare definitivamente superato con la venuta di Cristo. Per questo motivo i cristiani si sono battuti per secoli sull’incidenza che l’Antico Testamento potesse rivestire nella loro quotidianità. L’insistente teologia della sostituzione (o “supersessionismo”2) che ha caratterizzato l’atteggiamento di tanti cristiani verso l’ebraismo è sempre stata tenuta sotto controllo da una riverente consapevolezza che l’Antico Testamento non sarebbe mai in fondo scomparso. Per quanto sommerso dalle sabbie del tempo, il mondo dell’Antico Testamento rimane sinonimo di un maestoso “avrebbe-potuto-essere”, una solenne alternativa ai tempi moderni.

Mi sembra che una stessa ingegnosa dinamica sia entrata in gioco quando i cristiani hanno cominciato a considerare il passato pagano. Per fare un esempio: molti membri della congregazione di Agostino trattavano il paganesimo come se fosse l’Antico Testamento prima del loro presente (che era il IV secolo cristiano). Come l’Antico Testamento, il paganesimo aveva mantenuto un alone di ancestrale fierezza. Essi suggerirono ad Agostino di considerare la puntigliosa normativa della tradizione pontificia che aveva caratterizzato i culti pagani di Roma degna di rispetto almeno quanto lo erano i riti del Tempio di Gerusalemme descritti nel Vecchio Testamento.

Vorrei anche ricordare che la soluzione dell’enigma di un passato che non sarebbe scomparso è stata trovata nella nozione cristiana di “mondo”. Le “cose di Cristo” e le “cose di questo mondo” erano rigidamente contrapposte e si pensava che tale contrasto sarebbe durato fino alla fine dei tempi. Questa visione cupa della storia ha intercettato una necessità: dopo aver ufficialmente trionfato sul paganesimo, quel che mancava alla Chiesa cristiana era ciò che qualsiasi istituzione con un senso di continuità dovrebbe avere, una spiegazione non solo per i suoi successi ma anche per i suoi fallimenti. La resistenza durevole del “mondo” ha fornito questa spiegazione. Nelle parole di James O’Donnell nella sua recente biografia di Agostino: «Ma ora “il mondo” è stato inventato in un nuovo senso: il mondo di tentazioni della carne e di mondanità senza sottintesi religiosi […] Anche se ogni forma di opposizione apertamente religiosa al cristianesimo dovesse essere eliminata, il “mondo” si sarebbe opposto in maniera implacabile».

Questo punto di vista poteva sembrare preludio a una cupa prospettiva per il futuro. Paradossalmente, per i «cristiani centrali» appollaiati sulla cima dell’elefante, la nozione di “mondo” è arrivata come una buona notizia. I loro studi della letteratura classica, dell’arte classica e delle tradizioni di sfarzo radicate nel mondo classico non erano considerati pagani. Nessun inquietante afflato demoniaco aleggiava intorno a loro. Erano semplicemente “mondani”. E “mondano” era un termine ampio. Esistevano gradi di mondanità così come esistevano gradi di peccato. Paragonata all’omicidio o all’adulterio, la lettura di Virgilio diventava un peccato veniale. Non era più qualcosa che implicava l’attraversamento di una burrascosa frontiera tra due religioni.

C’era spazio nell’immaginario cristiano per un concetto come mondanità “soft”, concetto che a volte è arrivato molto vicino alla nostra moderna, neutra nozione di “laico”. L’amore per classici magari aveva bisogno di venire disciplinato, ma era nato per restare. Così come era altrettanto improbabile che i ricordi di Roma pagana o l’antica gloria di Israele scomparissero improvvisamente a un cenno del cristianesimo. Per i successivi mille anni, lo studio “mondano” dei classici – con tutta la sapienza, la sensualità e la pura gioia che hanno saputo trasmettere alle persone di inclinazione mondana (molte delle quali erano membri del clero!) – avrebbe goduto di una tacita licenza di esistere. Tuttora riposa sotto un’ombra gentile, al riparo dai luminosi riflessi proiettati dal “mondo” su tutte le attività umane.

Dagli ultimi giorni del paganesimo a Roma, la conoscenza dei classici ha arricchito la cultura europea con l’emozione di un “potrebbe-essere-stato” sempre attuale – un incantato mondo pre-cristiano che, come l’Antico Testamento, ha rifiutato di finire esiliato in un passato remoto. La cultura europea non sarebbe stata così ricca e così flessibile se questi maestosi fantasmi del passato non fossero arrivati a perseguitare i cristiani attraverso i secoli. Da qui l’importanza duratura del periodo che Alan Cameron ha riportato di nuovo alla luce per noi, in una veste priva di falsi melodrammi e bruciante di rara energia, nel suo libro magistrale e pieno di entusiasmo.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

 

 

1. University of California Press, 2010.

2. Idea che vede la Chiesa cristiana come “sostituta” del popolo d’Israele come popolo eletto da Dio. N.d.R.

 

 

 

 

PETER BROWN è professore di Storia alla Princeton University. È esperto di storia antica, in particolare per ciò che riguarda la cultura religiosa del tardo Impero Romano e del primo Medioevo in Europa. In Italia è noto per alcuni saggi fra cui La formazione dell’Europa cristiana (Mondadori, 2011) e Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo (Einaudi, 2010).

 

 

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