Michael Greenberg

Gli indignados di Wall Street

da ''The New York Review of Books''

L’articolo che segue è aggiornato al novembre 2011. A quasi due mesi dall’inizio dell’occupazione di Zuccotti Park, la polizia di New York nella notte del 14 novembre, ha sgomberato con la forza gli indignados accampati nel parco. Il sindaco di New York Michael Bloomerg, ha precisato che lo sgombero di Zuccotti Park sarà temporaneo, che è stato deciso per permettere la pulizia del parco e che i manifestanti potranno liberamente tornare ad accamparsi nel quadrilatero una volta che sarà ripulito. Alcuni dei manifestanti hanno posto resistenza allo sgombero e in quindici sono stati arrestati. La protesta si è allargata nei campus universitari di numerose città degli Stati Uniti, e al momento della pubblicazione dell’articolo le proteste sono ancora in atto. NdT

Il movimento Occupy Wall Street, che iniziò lo scorso 17 settembre a Zuccotti Park, nel distretto finanziario di New York, è cresciuto a punto da lasciare interdetti – pare – persino gli organizzatori e i sostenitori più accesi. Sin dai primissimi giorni, quasi tutti i media, ammesso che parlassero del movimento, hanno sminuito i manifestanti, definendoli privi di agenda politica o di richieste concrete: «senza leader», «senza una direzione». E tuttavia, in questo caso, meno ha significato di più: la natura vaga, dai confini indistinti di Occupy Wall Street, è stata decisiva per il suo successo. La frase a effetto «noi siamo il 99 per cento» è dotata di una concisione galvanizzante, parlando direttamente di un divario di ricchezza che nell’ultimo decennio si è allargato a un livello non visto dai tempi della grande depressione1.

La Declaration of Occupation ufficiale del movimento, avanzata il 29 settembre, è poco più di un’evocazione molto generica dei mali della nazione: «Si sono presi le nostre case […] Hanno avvelenato le fonti del nostro cibo […] Hanno fatto di tutto per privare i dipendenti del diritto di negoziare». Ma la dichiarazione del movimento di essere un alleato di «tutte le persone che si sentono bistrattate dalle forze capitaliste del mondo» ne ha fatto uno schermo vuoto su cui è possibile proiettare le lagnanze di un’enorme fetta della popolazione.

La domanda più comune, dopo «che cosa vogliono?», che ci si pone sui manifestanti è: «chi sono gli organizzatori?», «chi li protegge?». Occupy Wall Street è quel genere di movimento deliberatamente sfuggente che, una volta posta la domanda, ne mette in discussione la premessa stessa che ne è alla base: la parola «organizzatore» è gravida di quelle connotazioni gerarchiche che i manifestanti rifiutano. Comunque degli organizzatori ci sono, astutissimi e restii a sbandierare il proprio nome. L’espressione “senza leader” non la considerano un’offesa, bensì un ideale.

Per giudizio unanime, la protesta è un’idea di Adbusters, l’organizzazione di informazioni senza fini di lucro fondata a Vancouver, Columbia Britannica, nel 1989. Dopo essermi abbonato alla loro rivista, ho ricevuto questa email:

Caro sabotatore culturale,

grazie per avere aderito alla nostra rete. Da ora in poi, farai parte di una rete globale che conta più di 90.000 attivisti, di creativi culturali e di ribelli memetici – una forza rivoluzionaria che, con il tuo coinvolgimento attivo, potrebbe dare nuova forma al flusso del potere e delle idee nel XXI secolo. Facciamo allora qualcosa di folle e di creativo, dando vita a interventi culturali, improvvisando happening musicali e scherzi irriverenti, insieme ad altre essenziali prese di coscienza.

Il tono burlesco e dadaista la dice lunga. Questo è un movimento che parla alla mente e non alla pancia: «ecologia della mente» l’hanno soprannominato i fondatori di Adbusters; un antidoto all’«inquinamento delle nostre menti» delle «infotossine […] dei messaggi pubblicitari e delle […] catastrofi finanziarie ed etiche che minacciano l’umanità». Ha più il sapore di un programma elaborato in un corso universitario di linguistica che da populisti spontaneisti. Ma, fondendolo con l’anarchismo, l’hacktivismo2 del fenomeno WikiLeaks, e con le teorie arcane di Guy Debord3 e dei cosiddetti situazionisti del maggio ’68 parigino, sembra emergere una ricetta persuasivamente popolare. Si tratta di «un ulteriore esempio delle forme imprevedibili dello Zeitgeist4», come sostiene Janet Malcom5 in un contesto differente.

Lo scorso metà luglio, Micah White, senior editor di Adbusters, aveva inviato una email agli abbonati, lanciando l’idea di «confluire in massa nella Lower Manhattan, dove avrebbero montato tende, cucine, pacifiche barricate, e occupato Wall Street per alcuni mesi». Il risultato fu che un gruppo di un centinaio di persone cominciò a incontrarsi regolarmente a Tompkins Square Park per pianificare la protesta, dando così vita alla NYC General Assembly, un audace e complicato esperimento di democrazia diretta, diventato il nucleo decisionale di Occupy Wall Street, allargatosi poi a macchia d’olio. A un certo punto dell’estate, alla protesta si è unito un gruppo eterogeneo di hacker, conosciuto come “Anonymous”. I suoi membri si riconoscono perché indossano le maschere di Guy Fawkes6, e sono famosi, fra l’altro, per il service denial, l’impossibilità di accedere al servizio internet in seguito agli attacchi da loro attuati, con i quali saturano i siti web presi di mira – quelli bancari o dei centri di pagamento delle carte di credito, ad esempio – con richieste così numerose da sovraccaricarli e mandarli in tilt.

Molto si è detto su Occupy Wall Street e sulla sua emulazione cosciente della protesta di massa di piazza Tahrir avvenuta lo scorso gennaio al Cairo, un paragone che, ancora poche settimane fa, sembrava delirante, ma che oggi appare più realistico. L’emulazione è in parte strategica: gli organizzatori di piazza Tahrir hanno usato siti on line, oltre che per attrarre nuovi seguaci, per inscenare proteste spontanee che permettevano loro di essere in vantaggio sulla polizia. È un modo nuovo di fare le dimostrazioni, un modo che le organizzazioni sindacali e gli organizzatori politici tradizionali quasi ignorano, e in cui gli hacktivisti sono oggi maestri. Due membri di Anonymous coinvolti nella protesta di Wall Street – i loro soprannomi sono Jackal e MotorMouth – hanno recentemente raccontato ad Ayesha Kazmi, reporter del ‘The Guardian’, le loro tecniche di «online flash mob», l’assembramento rapido on line. Si lanciano messaggi che spiegano dove incontrarsi in strada, e poi si compare là, simultaneamente ad altre persone. Questa presenza rapida, quasi simultanea, di persone in strada, mediata il più delle volte dai messaggi on line, crea un nuovo tipo di protesta nella quale la violenza, come nel caso delle dimostrazioni di Copenhagen del 2009, è esplicitamente bandita. Scrive Kazmi: «Quando, giorni prima che nascesse Occupy Wall Street, si venne a sapere che un manipolo di attivisti era pronto a incitare alla rivolta e a provocare la polizia, quando si venne a sapere, Anonymous aveva sviluppato URGE, un’applicazione di Twitter, per lanciare una campagna on line intesa a soffocare sul nascere ogni violenza. Anonymous ha intasato Twitter con messaggi intesi a mantenere pacifica la protesta, usando i punti forti provenienti da ogni parte del mondo di Twitter. Piazza Tahrir aveva il potente vantaggio supplementare di un’unica richiesta unificante: far cadere il governo Mubarak. Mentre sto scrivendo, i manifestanti di Occupy Wall Street stanno ancora discutendo se avanzare una singola richiesta politica, e quale: una faccenda delicata che, a mio parere, bene hanno fatto a rimandare. Recentemente, parlando con i manifestanti di Zuccotti Park, mi è parso di capire che desiderassero che la gente non avanzasse più singole richieste specifiche. Essi piuttosto tenevano al “processo”, un modo di pensare e di interagire esemplificato dai loro incontri quotidiani nell’Assemblea Generale e dal villaggio affollato e sorprendentemente educato, che hanno creato sui diecimila metri quadrati di cemento di Zuccotti Park».

Alcune spettacolari cantonate della polizia – specialmente l’uso irresponsabile dello spray al peperoncino – ha piazzato la protesta sotto i riflettori dei media. E così i simpatizzanti sono confluiti al parco sempre più numerosi e a ogni ora del giorno, per collaborare come volontari. Questo, pareva, era il progetto centrale degli organizzatori di Occupy Wall Street: far familiarizzare i nuovi volontari con questa nuova versione di democrazia. Era impressionante osservare l’amichevole solennità di coloro che fungevano da docenti, se così possiamo chiamarli (probabilmente si erano presentati a loro volta volontari pochi giorni prima), intenti a spiegare i protocolli dell’Assemblea Generale. Perché – si domandavano – limitare la crescente atmosfera di venerazione conquistata da Occupy Wall Street con una banale richiesta politica?

Certo, si potevano avanzare delle richieste. Micah White e altri manifestanti hanno parlato, ad esempio, della necessità di reintrodurre la legge Glass-Steagall, che già nel 1933 aveva separato le banche commerciali dalle banche di investimento. Per inciso, la legge fu abrogata dal governo Clinton nel 1999 per facilitare la fusione di Travelers Group e di Citicorp, oggi Citigroup, avviando così, come credono in molti, un decennio di rovinose speculazioni. Alcune norme della Glass-Steagall sono riflesse nella Volcker Rule7, inclusa nel Dodd-Franck Act8. Ma portare argomenti a favore della Glass-Steagall significa ritenere che le attuali istituzioni finanziarie siano essenzialmente accettabili, quando in realtà alcuni attivisti di Occupy Wall Street credono che l’attuale sistema bancario non debba proprio esistere. E il discorso vale anche per la riforma fiscale: una tassa su Wall Street andrebbe a politici controllati da Wall Street.

Secondo questa logica, non c’erano vie di uscita, eccetto uscire dal sistema: lo smantellamento del sistema bancario e – secondo le richieste di molti manifestanti giunte alle mie orecchie – l’abolizione della Federal Reserve. Se queste fossero richieste alla luce del sole, il movimento imploderebbe, perché propone un cambiamento che va oltre ogni immaginazione, senza una visione chiara di come far circolare il denaro e il credito. E quello che potrebbe essere offerto ai ranghi crescenti di simpatizzanti, comunque, sarebbe «bombe mentali» ed «epifanie antimultinazionali», (giusto per citare una email inviatami da Adbusters), una disintossicazione mentale: proprio là, a Zuccotti Park.

Entrando nel parco, il martedì 4 ottobre, ho avuto l’impressione di introdurmi in un forum estemporaneo. Il parco stesso, rinnovato nel 2006, appare molto allegro, con le sue robinie, le aiuole di crisantemi e, nel lato sudest, una scultura rossa dal significato indefinito di Mark di Suvero intitolata Joie de Vivre, che si eleva per una ventina di metri. L’accampamento era sorprendentemente bene organizzato, con la «People’s Library» – la biblioteca dove si prendono gratuitamente i libri – costruita con contenitori di plastica dentro i quali erano disposti i libri che potreste trovare nelle case di villeggiatura della middle class. Era stata installata anche la stazione per la ricarica dei cellulari, un presidio medico, una cucina e, lungo il lato meridionale, una zona per dormire: un concentrato di coperte, sacchi a pelo, tele catramate e vari oggetti personali. Un gruppo di giovani scopava via i rifiuti, che poi travasava in sacchi della spazzatura. Tra gruppi di persone, che costantemente si formavano e si disfavano, nascevano dibattiti spontanei – riguardanti l’home schooling9, vegetarianesimo, il racial profiling da parte dei tassisti, i quali a loro volta sono soggetti a questa forma di pregiudizio razziale10.

Microfoni e telecamere sono stati messi in mostra senza preavviso, e non sempre era chiaro a chi appartenessero, se alla stampa o ai dimostranti. Di solito, provenivano da un gruppo principale di manifestanti, che trasmetteva in streaming le attività del parco sul sito web Global Revolution. Il loro posto di comando (per quanto essi rifiuterebbero decisamente questa definizione) costituiva il centro di gravità inviolabile dell’accampamento: i computer erano sorvegliati con discrezione dal servizio d’ordine della manifestazione, pronto, in caso di problemi, a formare una falange protettiva intorno all’area.

Lo stato d’animo era di eccitata attesa, l’umore in genere euforico, non privo di una ovattata ambivalenza. Alcuni dei più importanti sindacati newyorkesi – come quelli degli operatori sanitari, degli insegnanti, dei lavoratori del trasporto pubblico e nel campo della comunicazione – avevano organizzato per il giorno dopo una marcia verso Foley Square, a sostegno di Occupy Wall Street. Il significato dell’appoggio fu enorme: in un attimo il movimento ricevette una legittimazione che molti suoi membri più anziani non si aspettavano e che alcuni nemmeno avrebbero voluto. Diversi manifestanti mi avevano riferito preoccupati la loro determinazione a «conservare puro il movimento», a dispetto delle pressioni che arrivavano da fuori. La democrazia «orizzontale, autonoma, senza leader, basata su un nuovo tipo di consenso» stava ancora vivendo una delicata fase sperimentale. (Così diceva l’articolo Occupation for Dummies, l’ABC dell’occupazione, di Nathan Schneider, su ‘The Occupied Wall Street Journal’, il giornale formato lenzuolo del movimento, la cui prima tiratura di 50.000 copie è stata finanziata da una campagna di raccolta fondi del sito Kickstarter.)

Chiaramente, è stato impossibile non farsi coinvolgere dall’esplosiva rapidità degli eventi. E il tempo per adattarsi è stato poco. Già nel weekend dell’8 ottobre, il tenore della copertura mediatica della protesta era decisamente più rispettoso. E gli stessi manifestanti, che vivevano da settimane in un inospitale parco cittadino e che sopportavano i maltrattamenti della polizia in nome della fine degli eccessi capitalistici, avevano (e hanno tutt’ora) assunto per alcuni cittadini un’aura di eroica innocenza.

Vedendomi intento a prendere appunti, un uomo alto ed elegante sulla cinquantina, una persona dall’aria colta, mi si avvicinò. Mi sorprese presentandosi con il nome completo, Bill Dobbs. (Per inciso, il suo indirizzo email era duchamp, giusto per capire di che pasta fosse.) Mi disse di essere stato un attivista sul tema dell’Aids nei tardi anni ’80, e per Occupy Wall Street era stato coinvolto in veste di “contatto per la stampa”. Quando gli chiesi di definirmi la protesta, le sue parole furono: «È un grido, puro e semplice, che si è fatto largo attraverso miglia di cinismo». E lui sapeva – disse – che, in assenza di leader identificabili, avrei potuto parlare con chiunque del movimento che, a sua volta, poteva rappresentare se stesso, senza rendere conto a nessuno. Questo aspetto lo preoccupava, ma solo fino a un certo punto. Era uno degli inconvenienti della democrazia diretta, che «come può vedere da sé, tutto sommato qui funziona a meraviglia». Ho fatto cenno alla Proposizione 8 in California, un esempio di democrazia diretta che ha sovvertito una decisione della Corte Suprema di Stato, che aveva legalizzato il matrimonio tra persone omosessuali11.

Bill ha annuito, rabbuiandosi un po’. Non sembrava affatto entusiasta del sostegno dei sindacati. Per anni, questi ultimi avevano organizzato dimostrazioni che i media e il governo avevano pigramente ignorato. Stavano cercando di ottenere pubblicità in maniera parassitaria. Che ciò avrebbe in qualche modo aiutato, ad esempio, i lavoratori in campo sanitario è cosa che sembrava non avesse considerato. Pareva particolarmente sprezzante verso il Partito Democratico, di cui alcuni elementi stavano corteggiando il movimento. Parafrasando Gore Vidal, ha aggiunto: «Esiste un solo partito negli Stati Uniti, il partito della proprietà, che ha due ali destre: i Repubblicani e i Democratici». Stante questa sua prospettiva, non ci ha, però, detto come pensava che il popolo potesse conquistare potere. Ha ribadito che l’unico modo per gestire un movimento onesto era quello di avere militanti rigorosamente volontari. «Appena hai un’organizzazione no profit, il tuo interesse primario diventa come mantenersi in vita. Nel nostro caso è diverso: niente finanziamenti, niente donatori, niente preoccupazioni».

Alle sette e mezza della sera si è riunita l’Assemblea Generale, vicino alla Biblioteca del Popolo. Saremo stati in cinquecento e, a quanto mi risulta, ne facevamo tutti parte. Dal trespolo in cima al muretto della sezione nordest del parco, due giovani donne moderavano l’incontro. «Controllo microfono!» gridò una di loro, e con un rombo la folla ripeté all’unisono le sue parole. Era «il microfono della gente», usato al posto dei megafoni o di altri dispositivi di amplificazione, vietati: i manifestanti non avevano l’autorizzazione a usarli. Quando la folla deve ripetere ogni parola, si mostra; ad esempio, durante un discorso dell’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, da questo fatto tutto fu rallentato. Ma nella grande folla la ripetizione ha creato un’euforia da cameratismo. E ti metteva anche nella situazione curiosa e imbarazzante di dover gridare a volte a piena voce frasi che non condividevi e che mai avresti pensato.

Per il giorno dopo era in programma la marcia a Foley Square. Prima, però, i moderatori volevano sapere «se c’erano timori riguardo alle procedure». Agli ultimi arrivati, queste venivano gridate pazientemente, e ogni frase gridata di rimando alla speaker, quasi a volerla incitare. Chiunque poteva sottoporre una proposta all’Assemblea Generale. Per passare, quest’ultima deve ricevere il sostegno del 90 per cento dei votanti per alzata di mano; poi potrebbe essere pubblicata on line o su ‘The Occupied Wall Street Journal’. Siamo stati istruiti alla gestualità con le mani, il silenzioso linguaggio in codice della protesta. Se le sollevate sopra la testa e dimenate le dita come nei balli di gruppo a una festa, significa che sei d’accordo con la proposta appena fatta. Altri gesti significavano dubbio, disaccordo o opposizione – dichiarato con un’improvvisa chiusura degli avambracci, che, come ci dissero, si doveva usare solo in caso di «seri problemi etici» riguardanti quello che era stato proposto.

Gli oratori si avvicendavano, e i microfoni umani non sincronizzati rilanciavano le parole come onde distorte. Ognuno aveva la sensazione di avere parlato, anche se le sue parole erano il parto di una mente altrui. Non era possibile modulare: tutto era espresso con lo stesso volume e con la stessa tonalità. Stuart Applebaum, leader del sindacato dei dipendenti dei negozi, ha dato il suo appoggio con l’aria di chi paga un tributo a un alleato, ma di cui non era certo di potersi fidare o di averne compreso le ragioni. Il suo comunicato è stato laconico, e poi si è allontanato di corsa dal parco. Con un gran turbinio di dita sollevate fu annunciato: «Un centinaio di dipendenti del trasporto pubblico si sta rifiutando di trasportare i manifestanti arrestati». Una donna ha recitato il preambolo della Dichiarazione di Indipendenza fino a quando l’assemblea, con un disappunto collettivo espresso dal gesto corrispondente a «piantala!», l’ha costretta a uscire di scena. Un giovane ha chiesto se per la marcia dell’indomani erano previsti atti di disobbedienza civile, e la risposta è stata un impenetrabile silenzio. A un certo punto, una donna con una bandana rossa che le nascondeva il volto ha detto: «Siamo troppo intelligenti per cascare in questa trappola. Non diamo al NYPD12 quello che vuole».

Seduto accanto a me c’era un uomo dell’Ohio dall’aria intensa e l’aspetto stanco, che viveva nel parco da undici giorni. Con voce smorzata, mi spiegava la proposta che intendeva presentare a una prossima Assemblea Generale. Sperava che potesse essere aggiunta alla Dichiarazione di Occupazione, che è quanto di più simile a un documento ufficiale pubblicato finora dal movimento. «L’ho definita Dichiarazione del No Party. Intende mettere in fuga speculatori e opportunisti che vengono qui cercando di cooptare il nostro movimento.» Ha aperto un quaderno a spirale e ha letto: «Non siamo di sinistra, e non siamo di destra. Noi siamo il 99%. Siamo senza un leader. State solo alla larga. Siamo qui perché abbia fine la pressione delle grandi corporazioni sul governo. Non vogliamo fare la fine del Tea Party, nato per opera di Ron Paul13, e poi cooptato dalla destra repubblicana teocratica».

Il giorno dopo, a Foley Square, i sindacati hanno mantenuto la promessa: hanno organizzato una dimostrazione su grande scala per denunciare le prevaricazioni del capitalismo. Ci siamo ritrovati ammassati come una mandria nella piazza, da dove guardavamo in silenzio i poliziotti che andavano avanti e indietro lungo l’ampia strada vuota, come se li guardassimo su un palcoscenico. Dopo una breve discussione, un uomo mi ha allungato un cartello in cui era scritto Minor Literary Celebrities for Economic Equality14. Una donna lamentava l’assenza di volantini che reclamizzassero nel suo quartiere, Upper West Side, la marcia. «Dov’è il servizio di assistenza, che gliene dico quattro?». Evidentemente, la signora non era iscritta nella lista dei contatti del flash mob on line di Anonymous – la mobilitazione lampo. Comunque, la donna era preoccupata che la marcia potesse danneggiare Obama. Ciò faceva di lei proprio il tipo di democratico che alcuni manifestanti di Wall Street consideravano superato, preoccupato per le prospettive di un presidente che – a loro modo di vedere – li aveva traditi ma che, così era successo, si era espresso sul movimento in questi termini: «Credo che esprima le frustrazioni provate dal popolo americano». Mi sono infilato in un bar con un gruppo di operai della Verizon, i quali non risparmiarono parole di elogio per «quei ragazzi tosti del parco».

Il 5 ottobre, all’imbrunire, la gente si stava riversando in Zuccotti Park, al ritmo dei tamburi. La protesta aveva raggiunto l’apoteosi. Una ragazza seduta su un sacco a pelo condivideva un trail mix15 con uno scoiattolo legato con una corda al collo. Un emulo di Billy Graham16 intonava una sorta di predica dentro il megafono, evidentemente ignaro del divieto di usare mezzi di amplificazione. Due uomini reggevano uno schermo sul quale veniva proiettata la pagina Facebook del movimento, dove il numero dei messaggi di sostegno aumentava di secondo in secondo: 24.842, e così via. C’erano telecamere ovunque – per registrare, e per mandare in onda – e gli addetti alla postazione informatica lavoravano sodo, trasmettendo ogni evento in diretta. Il movimento era un cervello globale digitalizzato, una bizzarra mescolanza di virtuale e di reale, lo specchio l’uno dell’altro, che venivano proiettati simultaneamente in tempo reale. È poi arrivato il cineasta Michael Moore (era la terza volta in due giorni che lo vedevo al parco). Stava in piedi accanto alla scultura di Suvero, la voce soffocata dall’eco del microfono del popolo, e il volto illuminato da uno stato di estasi: «Questo movimento si è riunito spontaneamente. E non per merito di qualche fottuta organizzazione, ma perché è stata la gente a volerlo. E così deve restare. Non fatevi cooptare dai politici!».

I manifestanti hanno confrontato gli appunti sulla loro detenzione nelle prigioni di New York dove erano stati reclusi per qualche giorno, condividendo gli ultimi rumors su Anthony Bologna, il supervisore del dipartimento di polizia che, usando lo spray al peperoncino contro tre ragazze durante la marcia di protesta del 24 settembre, aveva dato il via alla crescita del movimento. Circolarono notizie sulla morte di Steve Jobs. Uno dei rari appartenenti a quel famoso 1 per cento la cui scomparsa suscitò un momento di tristezza nel parco, nonostante Apple avesse recentemente superato la Exxon come azienda americana con il valore più alto di mercato.

Una manciata di manifestanti uscì frettolosamente dal parco e si diresse verso la Borsa, a Wall Street. Alle otto e mezza di sera, sono poi arrivati centinaia di poliziotti, che bloccando con delle transenne grigie di ferro l’ingresso al parco da Broadway spingevano la folla all’interno, comprimendola. Diversi manifestanti le hanno scavalcate e immediatamente sono stati ammanettati e trascinati sulle camionette. I manifestanti all’interno del parco si sono accalcati contro le transenne di metallo, alcuni con l’intenzione di sfidare i poliziotti e lanciarsi verso lo Stock Exchange, quella mitica fortezza a due isolati di distanza nel buio della sera. Con la voce in preda al panico, una donna ha cercato di trovare un consenso, usando la procedura dell’Assemblea Generale, aprendo un dibattito sulla opportunità o meno di superare la linea. «Non possiamo farci trattare come una marmaglia!» gridava.

Lo scontro diretto è finito senza feriti, con ventitré arresti; un’ora dopo la folla nel parco si era diradata e buona parte della polizia dispersa. Notevole il fatto che i crisantemi non siano stati calpestati; e non ci fossero segni di graffiti, ma solo segni fatti con le mani. Nel tempo che ho trascorso nel parco, non ho visto girare alcol, né droga, a parte un uomo che, tranquillo, si scolava una birra da una caraffa di plastica da tre litri per il latte.

È impossibile prevedere cosa ne sarà del movimento. Sembra un processo delicato, quasi etereo, pensato per piccoli gruppi, anche se nuove assemblee generali si formano in continuazione: già il 9 ottobre le proteste si erano diffuse in centocinquanta città. I manifestanti inventano di continuo nuovi modi per fare arrivare i loro messaggi anticapitalistici: il 9 ottobre un gruppo di pastori protestanti ha sfilato in Zuccotti Park con un’effigie gigante in cartapesta del vitello d’oro biblico, modificato per assomigliare alla celebre statua di Wall Street del toro che carica17. Finora, il movimento sembra essere stato protetto dall’opinione pubblica. La polizia è stata riluttante a usare la mano pesante su un gruppo che, paradossalmente, si è conquistato espressioni di solidarietà, con la prudenza del caso, dal presidente Obama, da Ben Bernanke, da Nancy Pelosi e dal vicepresidente Biden. Eppure, come risposta all’annuncio del sindaco Bloomberg del 12 ottobre che gli occupanti avrebbero dovuto levare temporaneamente le tende per permettere la pulizia del parco, lo scontro era probabile mentre questo articolo andava in stampa.

Scrivendo sul ‘The New York Times’, Anne-Marie Slaughter, direttrice della scuola di affari internazionali a Princeton, sottolinea che i canali informativi in Medioriente hanno prestato attenzione già ai primi vagiti di Occupy Wall Street. Riferendosi al venditore ambulante tunisino la cui autoimmolazione aveva acceso la Primavera Araba, scrive: «Andate sul sito We Are the 99 percent e vedrete i Mohamed Bouazizi degli Stati Uniti: pagina su pagina di testimonianze di membri della middle class che hanno chiesto un’ipoteca per pagare l’istruzione ai figli, per comprarsi la casa […] che si sono dati da fare in occupazioni occasionali, e che ora si ritrovano […] sul precipizio della rovina finanziaria e sociale».

I manifestanti di Zuccotti Park sembrano avere annunciato l’appartenenza di una porzione significativa della nostra popolazione a una nuova forma di Terzo Mondo, un cambiamento che i media e il governo sembrano avere acquisito per ultimi.

13 ottobre 2011

Postscriptum, lunedì 17 ottobre:

Ora che Occupy Wall Street sta entrando nel suo secondo mese di vita, il ruolo di Zuccotti Park come centro nevralgico simbolo del movimento sembra più saldo che mai. La sera di mercoledì 12 ottobre, il sindaco Bloomberg ha fatto una visita a sorpresa al parco, annunciando che, su richiesta del Brookfield Office Properties – il proprietario e gestore dell’area – il parco stesso sarebbe stato sgombrato per essere pulito. In un secondo tempo, i manifestanti sarebbero stati liberi di farvi ritorno, sempre a condizione di rispettare le regole del parco, che prevedono, fra l’altro, di non depositare beni personali, né dormire o distendersi.

L’ordine, come quasi ogni tentativo dell’amministrazione di depotenziare il movimento, sembrò solamente accrescere la solidarietà della gente verso questo, rivelando la profondità del loro sostegno tra alcuni funzionari democratici di più alto rango eletti nell’amministrazione della città. Dopo essersi consultato, fra gli altri, con Christine Quinn, portavoce del Consiglio di New York, con Scott Stringer, presidente del distretto di Manhattan, e con Daniel Squadron, senatore dello stato, Richard Clark, il presidente esecutivo di Brookfield, ha ritirato la richiesta al sindaco di una «assistenza» della polizia poco prima della mezzanotte del martedì. Bloomberg è parso non gradire il dietrofront di Clark, sostenendo il venerdì che lo stesso Clark era stato sopraffatto dai richiami «minacciosi» dei funzionari, e avvertendo che in futuro «sarà un po’ più difficile […] garantire la protezione della polizia», caso mai Brookfield cambiasse idea.

In realtà, sembra che sia stato evitato un possibile scontro violento. Ignari che l’ordine di farli sgombrare alle sette di mattina del venerdì era stato annullato la sera prima, migliaia di manifestanti (e fra loro centinaia di membri dei sindacati che il giovedì sera avevano risposto a un messaggio email dall’AFL-CIO, la confederazione sindacale americana), era giunto a frotte nel parco, intenzionato a formare una catena umana intorno al suo perimetro per impedire alla polizia di entrare.

La loro vittoria è stata un ulteriore incoraggiamento al crescente senso di fiducia dei manifestanti. Il giorno dopo, sabato 15 ottobre, hanno organizzato una grande marcia, essenzialmente pacifica, verso Times Square: una delle tante dimostrazioni simultanee svoltesi in ottanta paesi nel mondo. Per ora, la sopravvivenza del presidio dei manifestanti a Zuccotti Park sembra garantita.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

 

1. Il ‘The Washington Post’ ha calcolato che, nel 2010, l’1 per cento in cima alla classifica ha guadagnato 516.633 dollari, e una ricchezza totale media per persona pari a 14 milioni di dollari. Si veda Suzy Khimm, Who Are the 1 Percent?, 6 ottobre 2011.

2. Termine che unisce le parole attivista politico e hacker, pirata informatico. N.d.R.

3. Filosofo, regista e scrittore francese, appartenente al situazionismo e autore nel 1967 del saggio La società dello spettacolo. N.d.R.

4. “Spirito del tempo” in tedesco, indica la tendenza culturale predominante in un determinato periodo storico. N.d.R.

5. Giornalista del ‘New York Times’. N.d.R.

6. Guy Fawkes (York, 13 aprile 1570 – Londra, 31 gennaio 1606) è stato un militare inglese. Noto anche sotto lo pseudonimo John Johnson, Guy Fawkes era membro di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi che tentarono di assassinare con un’esplosione il re Giacomo I d’Inghilterra e tutti i membri del parlamento inglese mentre erano riuniti nella Camera dei Lord per l’apertura delle sessioni parlamentari dell’anno 1605. N.d.T.

7. Tale norma – che prende il nome da Paul Volcker, ex presidente della Fed e ora consigliere di Barack Obama – è volta a impedire alle banche il proprietary trading, vale a dire la possibilità di investire i propri capitali negli hedge fund. Si tratta di una manovra che è stata da subito fortemente osteggiata dai grandi colossi bancari, che vedono a rischio i miliardi di dollari derivanti da tali operazioni. Fonte: Wikipedia. N.d.T.

8. Il Dodd-Frank Act è il pacchetto di misure di regolamentazione dei mercati finanziari del 2010 finalizzata ridisegnare il volto della finanza americana nei prossimi anni. Fonte: Wikipedia. N.d.T.

9. Tipo di educazione che prevede la scelta, da parte dei genitori, di non mandare i propri figli in scuole pubbliche o private, ma di fornirgli, anche avvalendosi di un tutor, lezioni private in casa. N.d.R.

10. Racial profiling è un termine che si riferisce alla scelta delle forze di polizia di ritenere sospetta una persona in base alla sua etnia. N.d.R.

11. Proposition 8 è il nome dato al referendum tenutosi in California il 4 novembre 2008 in cui si chiedeva l’abolizione del diritto al matrimonio per coppie omosessuali, introdotto da una sentenza della Corte Suprema della California del 15 maggio 2008. Fonte: Wikipedia. N.d.T.

12. New York City Police Department. N.d.T.

13. Membro del Partito Repubblicano. N.d.R.

14. Celebrità letterarie minori per l’uguaglianza economica. N.d.T.

15. Il trail mix è uno spuntino energetico, da campo, composto in genere da cereali, uva passa, noci, frutta secca ecc. N.d.T.

16. Billy Graham è un predicatore battista statunitense, nato nel 1918. Fonte: Wikipedia. N.d.T.

17. Il Toro di Wall Street (Charging Bull) è una statua realizzata dall’artista italiano Arturo Di Modica nel 1989, posta a simboleggiare la forza del potere finanziario americano. N.d.R.

 

 

 

 

MICHAEL GREENBERG è l’autore del best seller Il giorno in cui mia figlia impazzì (Rizzoli, 2010). Lavora inoltre per ‘The Times Literary Supplement’, ‘The Village Voice’, ‘The New York Review of Books’, ‘Bomb’ e ‘The Boston Review’.

 

 

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