Edmund White

Malaparte: il genio mascalzone

da ''The New York Review of Books''

Maurizio Serra, Malaparte: Vies et Légendes, Paris, Grasset, 2011, pp. 637, € 23,00

Curzio Malaparte, Kaputt, Milano, Adelphi, 2009, pp. 476, € 22,00

idem, La pelle, Milano, Adelphi, 2010, pp. 379, € 20,00

 

 

Quasi ogni cosa di Curzio Malaparte – che scrisse Kaputt e La pelle, due tra i libri più memorabili sulla seconda guerra mondiale – era fasulla, a cominciare dal nome. Nacque a Prato, in Toscana, nel 1898, figlio di Erwin Suckert, un tedesco collerico (e protestante), e di madre toscana. Da principio il futuro scrittore fu battezzato Kurt Erich, ma quel complicato nome teutonico fu ben presto italianizzato in Curzio. Tra i venti e i trent’anni, quando già aveva pubblicato alcuni lavori, decise di cambiare il suo cognome da Suckert a Malaparte, che suonava più italiano (come fece anche Ettore Schmitz, che divenne Italo Svevo). Malaparte, ovviamente, era anche un riferimento a Bonaparte, il lato oscuro del bene.

Anche se dopo la seconda guerra mondiale Malaparte fu abile nel far ritenere di essere stato una vittima dei fascisti, in realtà egli si era unito al partito già nel 1922, subito prima della Marcia su Roma, e come giornalista era stato un sostenitore appassionato e un punto di riferimento culturale del regime; fino a quando Mussolini non lo condannò al confino e nel 1933 lo inviò nell’isola di Lipari, al largo delle coste della Sicilia. In seguito, Malaparte avrebbe affermato di essere stato arrestato per la sua opposizione a Mussolini, ma in realtà non criticò mai il dittatore apertamente. Egli venne arrestato per aver calunniato un importante ministro del governo, il famoso pilota Italo Balbo, dicendo che si era talmente appesantito, sia fisicamente che moralmente, che sarebbe stato adatto per fare il ministro sotto Luigi Filippo, il re francese del Diciannovesimo secolo soprannominato il «monarca borghese». Non appena queste parole, scribacchiate su una cartolina, furono portate dalla censura all’attenzione di Balbo, Malaparte fu arrestato e condannato a trascorrere sull’isola cinque anni (in seguito la sentenza fu ridotta a qualche mese). Mussolini amava giocare al gatto col topo con i suoi sostenitori, prima punendoli e poi riabilitandoli.

La complicità attiva di Malaparte con Mussolini fu piuttosto costante, ed era iniziata molto tempo prima, nel 1924-1925, non appena venne instaurata la dittatura. Giacomo Matteotti, un deputato socialista che aveva fatto sentire la sua voce di denuncia contro il fascismo, era stato sequestrato e assassinato. Mussolini era stato incolpato dell’omicidio e numerosi fascisti, disgustati dall’illegale e oltraggioso atto di violenza, avevano abbandonato il partito. Nonostante il deciso attacco compiuto contro il regime da membri del suo stesso partito, Mussolini, appoggiato dal re d’Italia, a questo punto usurpò il potere del parlamento e dichiarò se stesso unico reggente della nazione. Malaparte, con calcolato atto di opportunismo, in questa svolta cruciale testimoniò in tribunale a favore di Mussolini. Lo scrittore probabilmente si aspettava che «Muss» (come lui lo chiamava) gli fosse riconoscente, ma in tal caso valutò male quanto breve potesse essere la memoria del dittatore.

Dopo la guerra, Malaparte ritrattò il ruolo da lui svolto durante questa storica crisi, la più importante nella carriera di Mussolini, in modo da apparire come innocente oppositore del regime. Nessuna meraviglia che Malaparte divenne conosciuto col soprannome di «Don Camaleo» (che più tardi divenne il titolo di uno dei suoi libri). Nei vari periodi della sua lunga vita egli fu un drammaturgo, un romanziere, un polemista, un giornalista, e il direttore de ‘La Stampa’ (il più giovane nella storia del giornale); da principio criticò Hitler ma in seguito lo appoggiò, simpatizzò per lo stalinismo, fece un pellegrinaggio nella Cina di Mao e la apprezzò, attaccò la borghesia toscana, e concluse la sua vicenda umana abbracciando la Chiesa Cattolica. In effetti il suo aspetto più fascista era questo: l’ammirazione per la forza bruta in qualsiasi forma si manifestasse. Per il resto, non fece sua la nostalgia di destra per il passato o la venerazione nei confronti dell’altare o del trono, né fu antisemita o razzista. Era anzi a favore del movimento sindacale e apparteneva alla fazione laburista del partito fascista.

Malaparte non era diverso da altri letterati spregiudicati che si guadagnarono la fama tra le due guerre: Céline, per esempio, o André Malraux o Pierre Drieu la Rochelle o Louis Aragon. Ma era anche differente. Céline e Drieu erano entrambi antisemiti e partigiani di destra. Malraux era così incostante e un tale bugiardo e impostore che non era facile dire da quale parte stesse, anche se, iniziando come ladro di antichità cambogiane, finì poi come ministro della cultura nel governo De Gaulle.

Malaparte, da buon francofilo, conosceva alcuni di questi uomini personalmente e certo anche gli altri almeno per sentito dire. Si era guadagnato una certa fama in Francia quando le sue opere ebbero problemi con la censura italiana e per questo dovette vivere per periodi prolungati a Parigi. Ancora oggi è più noto in Francia che non nella nativa Italia. Supervisionò la traduzione dei suoi libri in francese e fece impazzire i traduttori con le sue revisioni; i suoi migliori amici furono Marianne e Daniel Halévy, una coppia parigina intelligente e con ottimi agganci – Halévy era uno storico della Terza Repubblica francese – che gli rimase fedele durante tutta la sua vita burrascosa.

La nuova, eccellente, biografia di Malaparte è stata scritta da un italiano in francese, fatto che di per sé è emblematico dell’interesse esercitato dal romanziere. Maurizio Serra è l’ambasciatore italiano presso l’Unesco a Parigi, oltre che uno scrittore scaltro affascinato da quelle figure europee della prima metà del Ventesimo secolo che, come Malaparte, sono difficili da inquadrare o da riassumere. Uno dei suoi libri più recenti è Fratelli separati. Drieu-Aragon-Malraux, che analizza queste personalità dalle molte sfaccettature (per parafrasare le parole di Serra): Drieu, il dandy, con un piede nel fascismo e l’altro nel misticismo; Aragon, il surrealista convertito al comunismo che in tarda età torna al libertinaggio – a volte omosessuale – della sua giovinezza; e Malraux, il giovane rivoluzionario che finisce a fare il ministro in doppiopetto. Drieu può anche essersi suicidato quando la guerra volgeva al termine perché temeva rappresaglie per la sua adesione al fascismo francese, ma Aragon e Malraux erano sopravvissuti a prescindere dal regime in vigore. Essi erano riusciti a diventare esattamente ciò che Malaparte aspirava a essere. Con una differenza: anche se tutti e tre erano scrittori brillanti, nessuno di loro aveva la classe di Malaparte, l’abilità di evocare scene di impatto, immagini indimenticabili, momenti sconvolgenti di mostruosità politica che superano la visibilità storica e l’ambientazione del momento e condensano tutte le tensioni di un’epoca. Il che mi riporta ai suoi due capolavori, Kaputt e La pelle.

Non è del tutto chiaro se questi due libri siano romanzi o piuttosto opere di non fiction. In entrambi è presente un narratore chiamato Malaparte che sembra certificare, come un testimone oculare, la veridicità di ciò che osserva, che viceversa è spesso opera di fantasia. Se qualche personaggio importante si trova nelle vicinanze, possiamo star certi che inviterà Malaparte a cena: egli è sempre in buoni rapporti con i capi di stato e gli uomini d’affari. In questi libri i personaggi danno spesso spiegazioni a Malaparte relativamente alle proprie posizioni e alle proprie azioni spesso indifendibili, in una successione di dialoghi estremamente articolati. In un brano di notevole intertestualità, nella Pelle troviamo degli ufficiali francesi che si chiedono se in Kaputt sia scritto qualcosa cui si possa dare credito. Essi sono sul punto di penetrare a Roma per «liberarla»; hanno appena mangiato couscous in un pranzo sull’erba preparato da soldati marocchini: «“Volete sapere,” disse Pierre Lyautey, “che cosa dirà Malaparte nel suo prossimo libro di questa nostra colazione?” E con molta piacevolezza si mise a descrivere la tavola riccamente imbandita non già nel folto di quel bosco sull’alta riva del lago di Albano, ma in una sala della villa papale di Castel Gandolfo. Descrisse, con qualche arguto anacronismo, le stoviglie di porcellana di Cesare Borgia, l’argenteria di Papa Sisto, opera di Benvenuto Cellini, i calici d’oro di Papa Giulio II, i camerieri papali indaffarati intorno alla nostra mensa, mentre un coro di voci bianche, dal fondo della sala, intonava, in onore del Generale Guillaume e dei suoi bravi ufficiali, il Super flumina Babyloniae del Palestrina».

Ma il personaggio Malaparte si prende la sua vendetta. Mentre veniva preparato il pasto, un incauto marocchino era incappato in una mina e la sua mano si era staccata di netto dal corpo. Ora che il pasto sta volgendo al termine, Malaparte asserisce di aver mangiato la mano, che era finita per cadere nel piatto, ma che fino a quel momento era stato troppo educato per dirlo. I suoi ospiti francesi, guardando le ossa, si sentono male e diventano verdi; solo in seguito Malaparte rivela a un divertito amico americano che aveva simulato lui tutta la faccenda, posizionando le ossa di un montone nel suo piatto perché somigliassero a una mano. La cosa interessante è che qui Malaparte risponde all’accusa di mentire ordendo un altro inganno.

Malaparte sarà anche un narcisista, ma non di quelli ingombranti. È una presenza costante in questi due libri, ma sempre come osservatore sullo sfondo, che rifiuta di esprimere una condanna anche verso le azioni più terribili. Alcuni dei suoi contemporanei gli rimproverarono il suo distacco, ma oggi possiamo apprezzare il fatto che egli si sia limitato a mostrare gli orrori ai quali ha assistito, piuttosto che condannarli.

Le scene raccontate in un singolo capitolo talvolta sono unite tra loro soltanto da un tema poetico. Per esempio nella Pelle c’è un capitolo intitolato Il vento nero, che inizia con il narratore che sogna un vento nero mentre si trova a Napoli – anche se il luogo viene lanciato dentro solo perché l’intero libro si svolge durante l’occupazione americana del 1943. Ma presto ci troviamo in Ucraina nel 1941, dove soffia in modo costante un vento nero reale – non più quello di un ricordo –, che annerisce il panorama e gli animali, a partire dal cavallo di Malaparte. Mentre cavalca attraverso il fosco vento nero, egli sente delle voci che provengono dall’alto e dopo un po’ si rende conto che molti ebrei vestiti di stracci o nudi sono stati crocefissi sugli alberi. Essi soffrono strazianti dolori e invocano la sua pietà «di cristiano» e lo supplicano di sparar loro in testa. Egli è psicologicamente incapace di ucciderli e continua a cavalcare disperato. Cade in preda a una febbre alta e, quando – alcuni giorni più tardi – si ristabilisce e compie il suo percorso a ritroso, scopre che tutti gli ebrei messi in croce dai nazisti sono morti. Ora i crocefissi non mormorano più: sono piombati in un silenzio terrificante. Con un piccolo stratagemma Malaparte ci informa di aver riconosciuto quel silenzio, che egli aveva già sentito molto tempo prima, durante il confino a Lipari impostogli da Mussolini, dove suo unico amico era il cane Febo. L’animale diviene il suo migliore amico e l’unico conforto sull’isola. Fino a quando un giorno Malaparte e Febo di punto in bianco vengono trasferiti a Pisa. Febo esce per la sua passeggiata quotidiana e non torna più. Malaparte perlustra la città alla sua ricerca e alla fine scopre che è stato rapito e venduto alla clinica veterinaria dell’università. Il povero Febo – oramai in fin di vita – è stato legato ben bene e il suo stomaco estratto dall’addome per un esperimento. Malaparte si chiede per quale motivo nessuno dei cani stia abbaiando, e il veterinario gli spiega che la prima cosa che fanno è di tagliare loro le corde vocali. Nello spazio di poche pagine ci siamo spostati da Napoli in Ucraina, da Lipari a Pisa, e all’indietro dal 1943 al 1941 al 1933. E tutte queste storie così diverse sono state legate insieme tramite l’esiguo filo comune di un vento nero e di un silenzio assordante, e del grottesco parallelismo tra la morte degli ebrei e quella dei cani.

Di che tipo di scrittura si tratta? Crediamo poco alla scena della crocifissione, per lo meno in questa versione fortemente stilizzata degna di El Greco, e Serra ci invita a non credere neppure ai dettagli apparentemente più plausibili relativi alla sua deportazione a Lipari. Nella Pelle egli ci dice che fu portato sull’isola in catene, ma in realtà viaggiò senza manette in compagnia di sua madre e di due poliziotti. Anzi, nel suo esilio poté leggere, scrivere, ascoltare la radio, ricevere lettere dagli amici; e scrivere una serie impubblicabile di invettive contro Muss, che definisce «il grande imbecille». C’è un aspetto ambiguo anche nella storia della pubblicazione dei suoi due libri. Malaparte finse di aver terminato Kaputt nell’autunno del 1943, ma in realtà il libro non fu pronto per la pubblicazione prima della primavera del 1944; falsificando le date egli voleva far credere di averlo terminato prima della caduta di Mussolini e lo sbarco degli alleati, in modo da sembrare un precoce, appassionato antifascista.

Che tipo di uomo era Malaparte? Aveva quasi sempre un’amante ma non si sposò mai, nemmeno quando Mussolini gli disse chiaro e tondo che se non si fosse sposato non lo avrebbe mai nominato ambasciatore (il desiderio più grande di Malaparte). Sapeva apprezzare gli uomini e con loro riusciva a comportarsi da bravo ragazzo, ma non era in grado di mantenere un’amicizia con un uomo. Sembrava ancor meno capace di entrare in intimità con una donna, anche se aveva una certa fama come dongiovanni. Il cane era il suo più caro amico. La sua fama di narcisista è giustificata dal fatto che ha scritto un libro intitolato Donna come me e ha costruito a Capri una elegantissima villa su un promontorio battezzandola «Casa come me». Appariva narcisista anche per il fatto di dedicare tre ore al giorno alla propria toilette. Un critico disse di Malaparte che «a ogni matrimonio egli voleva essere la sposa e a ogni funerale il caro estinto». Un suo nemico disse: «Amava sua madre e gli alberghi di lusso» anche se in realtà era piuttosto spartano e certamente coraggioso (combatté una ventina di duelli e in molti di essi fu gravemente ferito). Si mantenne rigorosamente in forma – era alto un metro e ottantadue e pesava 73 chili – anche se invecchiando si lasciò andare; uno scrittore francese notò che negli ultimi anni aveva la faccia gonfia di un imperatore disgustato dai suoi spaghetti.

Nonostante le simpatie fasciste abbiano costituito un ostacolo per la sua affermazione, la sua fama ha continuato a estendersi in Europa. Milan Kundera ha scritto di lui con ammirazione, così come Dominique Fernandez; e Bernard Henri-Lévy portò Kaputt con sé nell’assedio di Sarajevo. Margaret Atwood è una delle sue più grandi ammiratrici nel Nuovo Mondo, probabilmente attirata dalla combinazione che in lui si concretizza tra grande serietà politica unita e mitologia.

È difficile individuare precursori di o influenze su Malaparte. Serra ci dice che Malaparte ammirava Chateaubriand, e possiamo intuire che lo stratagemma bifocale usato da quest’ultimo di ricordare i suoi anni da emigrante affamato a Londra, mentre – alcuni decenni dopo – vi risiede come pasciuto ambasciatore francese, possa aver affascinato Malaparte. Ma esistono pochi modelli per la sua miscela di realismo autobiografico e grottesca fantasia, a meno che non si voglia riconoscere come tale il Viaggio al termine della notte di Céline, con il suo carico di coloniali francesi furibondi che si dirigono verso la costa dell’Africa complottando per uccidere Céline, o gli spettrali corridoi di un albergo di New York, il Laugh Calvin: dalla sua finestra Céline osserva gli uomini nelle stanze opposte che si radono di notte senza togliersi il sigaro di bocca. Ma mentre Céline è sempre lamentoso e paranoico, Malaparte è discreto, civile. Il suo sguardo è barocco, terrificante, imperturbabile. In Kaputt, il suo libro che parla della guerra sul fronte orientale e in Finlandia, c’è una scena grottesca degna de La caduta degli dèi di Visconti, in cui un re tedesco della Polonia (nominato dai nazisti) invita tutti i suoi ospiti a visitare il ghetto di Cracovia, che egli è convinto sia molto più umano di quanto la stampa occidentale lasci intendere. A un certo punto un soldato tedesco spara un colpo di pistola, dopodiché spiega al re che sta sparando a un «topo». Il topo, si viene a sapere, è un bambino ebreo.

Nella Pelle i napoletani vendono ad altri napoletani i soldati americani neri (senza che questi se ne accorgano). Essi hanno un grande valore a causa della loro possibilità di acquistare generi di prima necessità al dispaccio militare (denominato “Px” Post Exchange) e per il fatto che sono generosi con la paga, specialmente nei confronti delle ragazze italiane che corteggiano. Questa strana parodia del vendere e comprare schiavi neri viene raccontata senza commenti. In un’altra scena Mrs. Flat, un’ufficiale puritana del WACS1, sta ricevendo il benvenuto a Napoli con un grande banchetto. La donna desidera partecipare a un vero e proprio pasto rinascimentale e dunque alla solita razione di carne in scatola e latte in polvere è stata aggiunta una portata di pesce. Per tutto il pasto si continua a mormorare che il piatto di pesce consista in una sirena. Alla fine, tra l’orrore di tutti, viene servita una bambina bollita con una coda di pesce attaccata al corpo. Disgustati, gli americani rifiutano di mangiare la bambina, anche se vengono rassicurati che si tratta di una vera sirena proveniente dall’acquario della città. Questo prova ciò di cui ancora oggi parlano i napoletani, ovvero che l’esercito americano, che aveva proibito di andare a pesca per timore che esplodessero le mine piazzate dai tedeschi, mangiasse tutte le specie rare contenute nell’acquario cittadino.

Ma forse la scena più suggestiva (anche se grottesca e ugualmente improbabile) avviene in Kaputt. L’esercito finlandese insegue la cavalleria sovietica nella foresta, che è stata data alle fiamme. Un migliaio di cavalli russi, scappando dall’incendio, si immerge in un lago, che in un istante si ghiaccia. Il giorno dopo si vedono solo le teste dei cavalli galleggiare sull’acqua. Più avanti, nel romanzo, una domenica gli abitanti del luogo sarebbero scesi nell’acqua, si sarebbero seduti sulle teste dei cavalli, avrebbero suonato la fisarmonica e cantato.

Tali immagini memorabili (e ne ho menzionate soltanto alcune) si ripetono continuamente in questi due libri. Per quanto siano opera di fantasia, esse ci danno un’idea adeguata degli orrori della guerra; sono in un certo senso paragonabili al dipinto di Goya Saturno che divora i suoi figli o ai suoi Disastri della guerra. In passato i francesi avrebbero definito tali opere onnicomprensive – un po’ a malincuore e un po’ con ammirazione – come “biografie all’americana”, intendendo con tale formula questi grandi libri che riportano ogni dettaglio sulla vita e le opere di un certo autore. Ora anche gli europei stanno producendo questo tipo di libri, anche se forse preferiscono definirli biografie “scientifiche”. Un altro esempio recente è la vita di Alberto Moravia di René de Ceccatty, evocativa e ricca di informazioni, scritta anch’essa in francese2, o la vita meticolosa di Jean Cocteau scritta da Claude Arnaud3. Naturalmente non si tratta più dei consueti “studi” sul passato di scrittori e pensatori, in genere modeste riflessioni sui loro contributi creativi.

Maurizio Serra ci fornisce una prospettiva esatta da addetto ai lavori. Da buon diplomatico italiano, egli sa bene come compiere le ricerche negli archivi del periodo fascista. Comprende la complessa realtà sociale in cui si è svolta la vita di Malaparte. Ha una concezione sofisticata e complessa di Mussolini, che non confonde mai con la pomposa caricatura inventata dai suoi nemici. Presenta il dittatore come un piccolo manager che nominava personalmente ogni singolo accalappiacani, recepiva ogni briciola di informazione recapitata nel suo enorme studio vuoto a Palazzo Venezia, non dimenticava mai uno sgarbo e raramente ricompensava un servizio, un uomo che leggeva tutto, temeva e detestava Hitler – in breve, una figura affascinante che potrebbe essere l’argomento di una successiva biografia di Serra.

Anche se Malaparte incontrò Mussolini personalmente solo cinque o sei volte, i due uomini erano ossessionati l’uno dall’altro. Probabilmente Malaparte riusciva a rappresentare meglio tale ossessione nella sua amicizia con l’elegante genero del dittatore, Galeazzo Ciano, e con la figlia di Mussolini, Edda. In Kaputt Malaparte dedica un intero lungo capitolo, Golf handicaps, agli ultimi giorni dorati dell’élite fascista, con il mondo del conte Ciano che sembra venir fuori da un romanzo di F. Scott Fitzgerald, pieno di barche, cocktail, adulteri e splendidi vestiti.

(Traduzione di Luca Alvino)

 

 

1. Women’s Army Corps, ovvero il corpo ausiliario femminile dell’esercito americano. N.d.T.

2. René de Ceccatty, Alberto Moravia, Paris, Flammarion, 2010.

3. Claude Arnaud, Jean Cocteau, Paris, Gallimard, 2003.

 

 

 

 

EDMUND WHITE ha scritto le biografie di Jean Genet, Marcel Proust, e Arthur Rimbaud. Fra i suoi libri recentemente pubblicati in Italia ricordiamo: My lives (2007), Hotel de Dream (2008) e Caos (2009), editi da Playground, Ladro di stile (NET, 2006), La doppia vita di Rimbaud (Minimum fax, 2009), Ragazzo di città (Playground, 2010), Ritratto di Marcel Proust (Lindau, 2010). Insegna a Princeton e vive a New York.

 

 

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