Stephen Kinzer

Turchia trionfante?

da ''The New York Review of Books''

L’articolo è apparso all’inizio di novembre 2011. Nonostante alcuni degli eventi di cui si parla si siano evoluti ci è parso che l’analisi fatta nell’articolo lo rendesse comunque attuale.

Mirela Bogdani, Turkey and the Dilemma of EU Accession: When Religion Meets Politics, New York, I.B. Tauris, 2010, pp. 228, $ 92.00; $ 28.00

Banu Eligur, The Mobilization of Political Islam in Turkey, Cambridge, Cambridge University Press, 2010, pp. 317, $ 85.00

Carter Vaughn Findley, Turkey, Islam, Nationalism, and Modernity: A History, 1789-2007, New Heaven, Yale University Press, 2010, pp. 527, $ 40.00; $ 30.00

Amy Mills, Streets of Memory: Landscape, Tolerance, and National Identity in Istanbul, Athens, University of Georgia Press, 2010, pp. 288, $ 64.95; $ 24.95

 

 

Sullo sfondo delle sanguinose rivolte del mondo arabo, le elezioni generali di giugno in Turchia sono sembrate un trionfo di democrazia. I candidati al parlamento erano sia laici sia religiosi, filomilitari e antimilitari, favorevoli ai diritti del popolo curdo e contrari. Su cinquanta milioni di aventi diritto al voto, l’87 per cento si è presentato alle urne. Non si sono avuti incidenti gravi. Lo spoglio si è svolto velocemente e regolarmente.

Il risultato è stato la netta vittoria del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il suo partito, Giustizia e Sviluppo, non è riuscito a ottenere la schiacciante maggioranza in parlamento che gli avrebbe permesso di promulgare quasi per decreto la tanto attesa nuova costituzione del paese. In ogni caso, ha ottenuto più voti di tutti gli altri partiti messi insieme, vincendo la terza elezione di seguito e facendo di Erdogan, al terzo mandato consecutivo, il leader turco più potente da più di mezzo secolo. Ora egli gode di più potere di qualunque altro statista turco dai tempi di Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica nel 1923.

La vittoria è testimonianza dei risultati ottenuti da Erdogan. Prima che Giustizia e Sviluppo vincesse la prima elezione nazionale nel 2002, la Turchia aveva trascorso anni sotto fragili governi di coalizione asserviti ai militari. Soffriva di periodiche crisi economiche ed era quasi invisibile sulla scena mondiale. Tutto ciò è cambiato. I forti governi monocolori di Erdogan hanno interrotto il potere politico dell’esercito, trasformando la Turchia in una potenza economica, e ne hanno accresciuto l’influenza in Medio Oriente, Caucaso, Balcani, Nord Africa, e non solo.

Eppure, malgrado questo, molti turchi sono a disagio. Alcuni paventano che l’economia, cresciuta l’anno scorso al tasso spettacolare dell’8,9 per cento, potrebbe subire un surriscaldamento. Altri temono che il rinnovato potere di Erdogan lo conduca a eccessi antidemocratici. Un boicottaggio del parlamento da parte di decine di deputati curdi solleva dubbi sulla volontà del premier di risolvere l’annoso e incancrenito conflitto curdo. C’è anche una nuova fonte di incertezza, che emerge dalle rivolte nei paesi arabi. Nell’ultimo periodo, i turchi hanno perseguito in politica estera l’obiettivo “zero problemi coi vicini”. Nei mesi recenti sono stati costretti ad ammettere che, dopo tutto, non si può essere amici di tutti nel quartiere.

Da un punto di vista politico la Turchia è cambiata più negli ultimi dieci anni di quanto sia avvenuto nei precedenti ottanta. Per generazioni l’esercito era stato in grado di far rispettare una rigorosa laicità nella tradizione di Atatürk, ma un nuovo ethos, più aperto all’influenza religiosa, ha cambiato i rapporti tra politica e vita pubblica. Erdogan prega tutti i giorni e sua moglie porta il velo. In alcune città turche, i sindaci di Giustizia e Sviluppo hanno tentato di limitare la vendita di alcool o di istituire spiagge per soli maschi o sole femmine. Questo ha allarmato molti cittadini di mentalità laica. Erdogan, che avrebbe potuto contribuire a placare i loro timori, si è fatto invece sempre più intransigente. La Turchia è emersa dall’ombra del potere militare con una svolta di portata storica. Se si stia dirigendo verso un’era di libertà in stile europeo o se stia semplicemente barattando una forma di autoritarismo con un’altra, non è dato sapere.

Erdogan si arrabbia spesso. Alcuni turchi lo attribuiscono al suo background. La sua famiglia viene dalla regione del mar Nero, la roccaforte del nazionalismo più aggressivo, e lui è cresciuto in un quartiere malfamato di Istanbul, Kasimpasha, i cui abitanti sono famosi per la loro irascibilità e propensione alle risse. Per un decennio è stato uno stretto seguace dell’unico vero politico islamista che la Turchia abbia mai prodotto, il compianto Necmettin Erbakan, primo ministro per un anno, nel 1996-1997, finché la pressione dei militari, preoccupati che stesse conducendo il paese verso un regime religioso, lo costrinse a lasciare l’incarico. Erdogan ha frequentato un’accademia islamica studiando poi Scienze Commerciali in un’oscura scuola. Benché avesse ricoperto la carica di sindaco di Istanbul nel 1990, quando divenne primo ministro nel 2003 sapeva ben poco del mondo esterno.

Un’altra spiegazione dell’intensità di Erdogan è di natura politica. Durante la campagna elettorale, ha cercato di sottrarre voti agli ultra-nazionalisti: parte del suo tentativo di ottenere una maggioranza schiacciante. Ciò lo ha spinto a usare un’aspra retorica. Nel mese di marzo, per esempio, due giornalisti sono stati arrestati con l’accusa di avere avuto contatti con ufficiali dell’esercito che tramavano per abbattere il governo. Ben presto diverse migliaia di persone hanno sfilato lungo la strada principale di Istanbul per protesta contro gli arresti. Mostravano cartelli su cui si leggeva «Libera stampa in libera società» e «La Turchia è al 138esimo posto quanto a libertà di stampa», in riferimento a una recente graduatoria stilata dall’organizzazione internazionale Reporter senza frontiere.

Il giorno successivo Erdogan ha tenuto un discorso a Istanbul. Sarebbe stata per lui l’occasione ideale per rassicurare i cittadini timorosi e gli stranieri preoccupati per la libertà di stampa in Turchia. Ciò che ha fatto, invece, è denunciare i difensori dei giornalisti arrestati, accusandoli di lanciare una «sistematica campagna di diffamazione contro la Turchia» basata su «cattive intenzioni e pregiudizi».

Questo linguaggio demagogico dà fastidio a molti turchi, compresi alcuni ammiratori dei successi di Erdogan. «Non sono mai stato così positivo ed entusiasta come adesso» mi ha rivelato l’ottuagenario Ishak Alaton, uno dei più creativi leader economici del paese, da sempre difensore dei diritti umani, dal suo ufficio con vista sul Bosforo. Lamentando però il fatto che Erdogan abbia cominciato a governare con «la sensazione di essere invulnerabile, onnipotente e invincibile».

Considerata la formazione in politica islamica di Erdogan, e considerate le sue pressioni per una più ampia accettazione del velo musulmano, si è tentati di considerare il conflitto centrale nella società turca come lo scontro tra inveterato secolarismo e la crescente influenza religiosa. Ma ciò è fuorviante. Nessuna delle decine di persone che ho incontrato durante una recente visita ha ipotizzato che la Turchia rischi di scivolare verso il regime islamico. La società turca ha gli anticorpi che mancano alla maggior parte delle società arabe: generazioni abituate a laicità e democrazia, una classe media in crescita, un’economia di esportazioni in pieno boom, una stampa ancora vivace, e una forte società civile con radici nelle università, nei sindacati, nelle associazioni imprenditoriali, nei gruppi per i diritti civili e umani e nelle associazioni ambientaliste. Il conflitto emergente in Turchia non riguarda tanto la religione, quanto piuttosto le modalità del potere.

Durante il primo mandato di Erdogan, la Turchia ha compiuto passi da gigante verso il consolidamento della propria democrazia. La pena di morte è stata abolita, le restrizioni alla libertà di parola sollevate e il flagello della tortura in prigione debellato del tutto. Ma lo slancio iniziale non ha avuto seguito e nel secondo mandato Erdogan si è rivolto verso altri progetti. Ora alcuni turchi temono che con questo terzo mandato quadriennale arriverà un nuovo Erdogan, reso audace dalla sua più grande vittoria elettorale e sempre più autocratico.

Non è un caso che questi cambiamenti coincidano con l’ascesa e la caduta della campagna turca di aderire all’Unione Europea. La raffica di riforme parlamentari tra il 2003 e il 2005 è arrivata quando l’Europa sembrava tentata di accogliere la Turchia. Il ritmo delle riforme si è rallentato con l’affievolirsi dell’entusiasmo dell’Europa. Ora, soprattutto a causa della resistenza di Francia e Germania, ci sono scarse prospettive che la Turchia venga ammessa entro il prossimo decennio. È stata appena approvata l’adesione della Croazia nel 2013, ma l’Europa non sembra affatto propensa ad accettare i 75 milioni di turchi che avrebbero diritto di vivere, lavorare e votare nei paesi dell’Ue. «L’unione di due fattori: religione (musulmana) e dimensioni (grandi) sembrano essere alla base del problema» conclude Mirela Bogdani nel suo studio Turkey and the Dilemma of EU Accession.

Anche a seguito del fatto che l’Ue ha sbattuto la porta in faccia alla Turchia, il governo di Erdogan ha cercato amici altrove. Ciò ha contribuito a tenere la Turchia lontana da mezzo secolo di sottomissione alla politica estera occidentale. Il suo primo atto di sfida è avvenuto nel 2003, quando il parlamento ha votato contro il permesso alle truppe statunitensi di invadere l’Iraq a partire dal territorio turco. Da allora la Turchia ha rotto i rapporti con l’Occidente su due importanti questioni: è a favore dei negoziati con l’Iran ed esercita una più forte pressione su Israele per cambiare le proprie strategie a Gaza e in Cisgiordania.

Questa ritrovata indipendenza si è riflessa lo scorso anno nel tentativo da parte del cargo turco Mavi Marmara di rompere l’embargo di Gaza, il che ha spinto Israele a inviare dei commando per attaccare la nave; nove civili turchi sono rimasti uccisi. Nel 2010 la Turchia, insieme al Brasile, si è sforzata invano di negoziare un accordo nucleare tra Stati Uniti e Iran. Queste mosse hanno reso Erdogan immensamente popolare nel Medio Oriente musulmano. Hanno anche provocato accessi di rabbia a Washington, ma non da parte dell’amministrazione Obama, che considera ancora la Turchia un partner di valore, ma dai politici anti-Obama e filo-israeliani, nonché da parte dei gruppi che credono che la Turchia stia abbandonando il proprio patrimonio laico e filo-occidentale in politica estera.

Alcuni studiosi condividono questo timore. Banu Eligur, che ha insegnato Islam Politico alla Brandeis University ed è l’autore di The Mobilization of Political Islam in Turkey, è convinto che il governo Erdogan abbia «agito contro lo Stato laico e democratico» nominando musulmani devoti alle cariche di «funzionari di alto livello nella pubblica amministrazione» e alzando la voce con la stampa, la magistratura e le università. In realtà molto di quello che fa Erdogan sembra avere l’appoggio della gente. Un recente sondaggio condotto da un gruppo indipendente ha dimostrato che il 62 per cento dei Turchi è favorevole alla politica estera di Erdogan. In un altro, quando agli intervistati è stato chiesto di dare un voto da uno a dieci al proprio livello di fede religiosa, il 71 per cento si è attribuito una valutazione pari a sette o superiore. In Turkey, Islam, Nationalism, and Modernity lo storico Carter Vaughn Findley osserva che il governo di Erdogan ha superato il vecchio establishment laico «sia nel riconoscere il valore di un governo religiosamente neutrale come garanzia di pluralismo, sia nello sposare le riforme necessarie per avanzare la candidatura della Turchia all’UE», anche se la candidatura è ormai, nel migliore dei casi, un progetto a lungo termine.

I turchi, come quasi tutti, del resto, non erano preparati ai disordini scoppiati in Medio Oriente all’inizio di quest’anno. Erdogan non ha esitato a chiedere le dimissioni di Hosni Mubarak dopo l’inizio delle proteste in Egitto, ma in Libia, dove ci sono stati forti investimenti turchi, per un paio di settimane egli ha tentato un approccio conciliante prima di accodarsi agli oppositori di Gheddafi. Dopo anni di collaborazione con il regime di Assad nella vicina Siria, Erdogan non sarebbe stato nella posizione di imporgli di adottare riforme serie una volta scoppiata la rivolta.

La violenza settaria e la possibile disgregazione della Siria avrebbero rappresentato una minaccia per la Turchia. Nell’intento di evitare tutto ciò – e nel desiderio di limitare la crescente influenza che l’Iran esercita attraverso la Siria – la Turchia ha fornito appoggio ai manifestanti siriani aprendo le frontiere a migliaia di profughi. Oltre ad agire nel proprio interesse, è anche questo un modo prezioso per la Turchia di cooperare con l’Occidente. C’è perfino la speranza di migliorare le relazioni con Israele. Due settimane dopo le elezioni, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha inviato una lettera a Erdogan in cui affermava di essere pronto «a cooperare col nuovo governo turco nell’intento di trovare una soluzione a tutte le questioni in sospeso tra i due paesi».

Nel 2002, poco prima della sua vittoria elettorale, alcuni magistrati hanno accusato Erdogan di complottare per sovvertire l’ordine laico e hanno fatto appello alla Corte Costituzionale per far mettere fuori legge il suo partito escludendolo dall’attività politica. Il leader se l’è cavata per un solo voto. Ciò ha indotto una cricca di ufficiali a considerare la possibilità di deporlo con la forza. Dei documenti che coinvolgono questi e altri ufficiali in una serie di crimini – non solo aver complottato per rovesciare il governo, ma anche aver organizzato terribili omicidi come quello del giornalista turco-armeno Hrant Dink, nel 2007 – sono trapelati alla stampa. La prima udienza nel 2008 ha dato la stura a una cascata di imputazioni, un atto d’accusa lungo svariate migliaia di pagine, e l’arresto di centinaia di sospetti, tra cui almeno trenta generali in servizio. Il complotto per destabilizzare il paese, e i casi a esso connessi, sono popolarmente noti come Ergenekon, un riferimento alla mitica patria turca che i cospiratori avevano scelto come nome del loro piano eversivo.

Molti turchi hanno salutato l’apertura di questo processo con un misto di stupore ed esultanza. Un’indagine sulle forze armate e sui loro alleati corrotti nella magistratura e nella burocrazia è stato visto da molti come un passo importante verso il consolidamento della democrazia. Con il passare del tempo, tuttavia, il caso ha assunto connotati diversi. L’autenticità di alcuni documenti a carico è stata messa in discussione. I magistrati hanno gettato le loro reti in modo così ampio che la gente ha cominciato a chiedersi se il vero scopo del procedimento fosse quello di punire i cospiratori o piuttosto quello di intimidire gli oppositori del governo. Poiché il governo ha a poco a poco silurato i giudici rimpiazzandoli con elementi più compiacenti, rimane il sospetto che si tratti di un altro caso di intromissione della politica nel sistema giudiziario.

Il caso dei due giornalisti arrestati a marzo, Ahmet Sik e Nedim Sener, rivela la complessità del tentacolare caso Ergenekon. Le prove a loro carico, come le prove contro la maggior parte degli altri imputati, sono tenute segrete. Un giudice ha respinto un’istanza per la loro scarcerazione in attesa di giudizio, il che significa che è probabile che rimarranno in carcere per molti mesi. Entrambi gli uomini hanno dedicato la carriera a indagare le forze nascoste – militari, economiche e religiose – subdolamente all’opera per minare la democrazia in Turchia, quindi l’idea che essi facciano parte di complotti antidemocratici pare discutibile ad alcuni turchi che ho incontrato. C’è il sospetto che quei giornalisti abbiano dato fastidio ad alcuni potenti o che siano stati utilizzati come esempi per spaventare gli altri.

«Non credo che quei due tizi facciano parte di Ergenekon più di quanto io possa credere che Obama sia membro del Ku Klux Klan» dice Hakan Altinay, ex direttore della Società della Fondazione Open in Turchia, sostenuta da George Soros. «È un episodio importante per l’opinione pubblica liberale e progressista che finora ha sostenuto questo governo. È un punto di non ritorno.»

Se l’obiettivo in questo caso è l’intimidazione, sembra avere effetto. «Mi chiedo se mi hanno messo il telefono sotto controllo» mi ha detto un giovane giornalista al termine di un’intervista a Istanbul. «Dovrei forse autocensurarmi?»

L’intolleranza non è un fenomeno nuovo in Turchia. In Streets of Memory, un recente studio sugli atteggiamenti culturali in un sobborgo di Istanbul che è un crogiolo di nazionalità, Amy Mills scrive: «In Turchia il senso di appartenenza si paga a caro prezzo: con l’oblio su certe storie a scapito della frequente rivisitazione di altre, e mettendo sotto silenzio ricordi particolari che non possono essere completamente repressi».

La Mills scopre inquietanti esempi di «polarizzazione nel pensare le identità nazionali e le storie delle minoranze». La gente preferisce non ricordare, ad esempio, l’infame pogrom del 1955, quando i rivoltosi, con l’appoggio della polizia, attaccarono case e imprese di proprietà di greci, armeni ed ebrei. Ma allo stesso tempo registra «una crescente curiosità e il desiderio dei cittadini turchi di saperne di più sul passato della Turchia».

Qualsiasi discussione sui temi dell’apertura e della tolleranza in Turchia si rivolge ben presto alla questione curda. Ci sono più di dieci milioni di curdi in Turchia, concentrati nel sud-est impoverito. Lo stato, tradizionalmente, insiste sul fatto che essi sono integrati nella società turca. Molti di loro rifiutano di farlo. La loro resistenza ha fatto esplodere una rivolta che ha imperversato per oltre un decennio a costo di decine di migliaia di vite. Negli ultimi anni i combattimenti si sono ridotti e per un po’ è sembrato che Erdogan avesse intenzione di adottare misure decisive per mettere fine al conflitto. Nel 2005 ha dichiarato a Diyarbakir, la principale città curda, che era pronto a correggere «gli errori e le colpe del passato».

Molto è cambiato da allora. L’uso della lingua curda era un tempo fortemente osteggiato, ma adesso c’è una stazione televisiva che trasmette in curdo. Un’università dell’antica città di Mardin ha ottenuto l’autorizzazione ad aprire un centro di studi curdi. Durante le recenti elezioni, ai candidati curdi è stato permesso di fare campagna elettorale nella propria lingua. Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile fino a dieci anni fa. Eppure, ciò che Erdogan ha fatto non basta a soddisfare molti curdi.

«Non lo voterò» mi ha detto un curdo della lungamente oppressa città di Hakkari prima delle elezioni. «Non mantiene le promesse. Aveva detto che avrebbe portato la vera democrazia, ma non l’abbiamo ancora vista.»

Secondo la legge turca, i partiti che ottengono meno del 10 per cento dei voti sono esclusi dal parlamento. Con l’avvicinarsi delle elezioni di quest’anno, i leader del partito curdo Pace e Democrazia (Bdp), prevedendo di non poter raggiungere la soglia di sbarramento, hanno deciso che i loro candidati avrebbero corso come indipendenti, piuttosto che in una lista di partito. Ne sono stati eletti trentasei. Si pensa che molti abbiano legami con il gruppo ribelle curdo fuorilegge, il Pkk.

Il loro tentativo di occupare i seggi in parlamento non è cominciato bene. È sorta una controversia sulla questione se un deputato incriminato sotto le draconiane leggi antiterrorismo degli anni Ottanta potesse o meno occupare il proprio seggio. Quando il parlamento ha giurato il 28 giugno, tutti i nazionalisti curdi si sono tenuti lontani in segno di protesta. Una giornata che avrebbe potuto mostrare la forza della democrazia turca è diventata un imbarazzante memento sui conflitti interni del paese.

Attaccare il governo su questioni delicate come i diritti dei curdi, criticare la sua gestione del caso Ergenekon e ridicolizzare Erdogan a livello personale non sono gli unici modi in cui i giornalisti turchi potrebbero mettersi nei guai, di questi tempi. C’è un’altra questione che alcuni hanno paura di sondare troppo in profondità: il potere di Fethullah Gulen, un umbratile ma immensamente influente leader religioso turco. Dalla sua isolata tenuta in Pennsylvania, dove si è trasferito per sfuggire a eventuali azioni penali per presunte dichiarazioni contrarie allo stato laico negli anni Novanta, Gulen guida un movimento mondiale considerato una delle forze più considerevoli nell’Islam moderno.

Secondo Carter Vaughn Findley, il movimento conta milioni di seguaci, possiede giornali e stazioni televisive in Turchia e altrove e sostiene di avere sotto controllo più di mille scuole in oltre cento paesi, tra cui gli Stati Uniti, trentatré delle quali solo in Texas. Invia medici in Africa e altrove in caso di calamità. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gulen pubblicò un annuncio sul ‘Washington Post’ affermando che «l’Islam aborrisce simili atti di terrorismo». Ha buone relazioni con i capi religiosi non musulmani – nel 2003 ha incontrato papa Giovanni Paolo II – e rifiuta il fondamentalismo.

Nella sua nativa Turchia, il movimento di Gulen è diventato una forza particolarmente influente. Si dice che sia Erdogan sia il presidente Abdullah Gul lo ammirino. Un cablogramma scritto nel 2006 da un diplomatico americano ad Ankara, e reso pubblico da Wikileaks, diceva che secondo fonti attendibili i gulenisti usano la loro rete di scuole (tra cui decine di istituti negli Stati Uniti) per selezionare accuratamente gli studenti in possesso di attitudini da predicatori, e abbiamo sentito costanti rapporti su come le scuole indottrinino gli studenti interni.

Da alcune inchieste giornalistiche si apprende che gli allievi diplomati in queste scuole sono ascesi a posti importanti nel governo e nella burocrazia. I laici li considerano militanti intenti a una campagna tranquilla ma insidiosa volta a penetrare lo stato e, in definitiva, a renderlo più religioso.

Nessuno può esserne certo, perché il movimento sfugge a ogni controllo. È presumibile che qualcuno sia a capo della rete internazionale delle scuole di Gulen, ad esempio, ma nessuno sa chi sia. Ad alcuni osservatori è stato negato il permesso di visitare le residenze degli studenti di Gulen. Il leader concede raramente interviste e i suoi obiettivi a lungo termine non sono chiari. Questo movimento potrebbe essere, come insistono i simpatizzanti, una forza positiva in grado di stabilizzare la vita turca. Ma alcuni turchi non si fidano, e il loro sospetto si è fatto più profondo da quando è emerso che uno dei giornalisti arrestati a marzo, Ahmet Sik, era in procinto di pubblicare un libro sulla crescente influenza di Gulen intitolato L’Esercito dell’Imam. La polizia ha sequestrato le bozze. Il testo, che tra le altre cose sostiene che i simpatizzanti di Gulen dominano la polizia turca, è apparso immediatamente su internet, scatenando quella che un blogger ha chiamato “una frenesia di download”.

La popolarità che ha trascinato Erdogan alla sua straordinaria vittoria alle urne nel mese di giugno deriva dal suo carisma personale, dalla sua sagace miscela di devozione religiosa e di nazionalismo turco vecchio stampo, da un’impareggiabile abilità organizzativa del suo partito e dal fatto che le opposizioni non sono riuscite a fornire un’alternativa credibile. La sua risorsa più importante, tuttavia, è stato il boom economico che egli ha guidato. Il modo migliore per vedere ciò che il boom ha rappresentato per la gente comune è visitare le città dell’interno. Una generazione fa, nessuno avrebbe mai immaginato che polverosi avamposti anatolici come Konya, Denizli, Malatya, Eskishehir, Kayseri, Gaziantep avrebbero goduto un giorno dell’attuale benessere, ma così è stato.

Mentre ero in Turchia, ho preso un treno più veloce di qualsiasi treno degli Stati Uniti, che percorre un tratto di 150 miglia verso occidente da Ankara a Eskishehir. Fino a un decennio fa, Eskishehir era poco più di un grosso paese. Il fiume paludoso che attraversa il centro emetteva un odore nauseabondo e, dopo violenti acquazzoni, le putride case lungo le sponde si inondavano o crollavano. Ora Eskishehir è sede di due fiorenti università e di decine di stabilimenti industriali che producono motori per aerei, locomotive, macchine agricole, cemento, prodotti chimici, zucchero raffinato, e perfino pipe di schiuma. Il torrente ha ora robusti argini in pietra, verdi parchi costeggiano le sue rive, e lungo le strade principali corrono i tram. I turisti arrivano a migliaia da Ankara e Istanbul ogni fine settimana, desiderosi di escursioni fluviali a bordo di barche in stile Amsterdam e gondole in stile Venezia. C’è una mezza dozzina di teatri e una compagnia d’opera porta Verdi e Donizetti a una popolazione sempre più sofisticata. Gli studenti riempiono i caffè e di notte ingorgano le strade.

Il sindaco, Buyukersen Yilmaz, ex rettore dell’università, mi ha detto che mentre alcune altre città turche non sono così aperte a passatempi come bere fino a tardi, non ha dubbi sul fatto che Eskishehir rappresenti il futuro della Turchia. Come molti turchi che non aderiscono al partito di governo o al movimento di Gulen, anche lui è preoccupato per ciò che succede ad Ankara.

«Leggere i giornali mi deprime» ha detto. «È tutto un’accusa, un battibecco, una lotta.»

C’è pressione sulla stampa, sui sindacati, sulle organizzazioni professionali, sulle Ong, sulle università. Il sistema giustizia è asservito al partito di governo. Tutto questo crea paura nella mente delle persone. Ma sono comunque ottimista. La nuova generazione è consapevole di tutto, è aperta al mondo e totalmente a favore della libertà e della democrazia. I giornalisti e gli altri stanno resistendo alle pressioni che ricevono. Non c’è proprio il rischio di tornare indietro.

Le differenze regionali sono ancora forti in Turchia. Città curde come Hakkari, dove gli investimenti pubblici o privati sono stati scarsi​​, rimangono povere. Le scuole sfornano studenti abituati alla memorizzazione meccanica e non avvezzi al pensiero critico. Il tasso di disoccupazione è salito a un preoccupante 11 per cento. Il nazionalismo sciovinista è sempre forte. Molti giornali, anziché fare informazione, sono asserviti alle cause politiche e agli interessi privati.

Uno dei temi più affascinanti della campagna di Erdogan è stato il suo impegno a promulgare una nuova costituzione che prenda il posto di quella antidemocratica imposta trent’anni fa dai generali. Ciò innescherà dibattiti su questioni che vanno dalla libertà di parola, all’uso del velo, al nazionalismo curdo. Erdogan non ha fatto mistero su quello che vuole da una nuova costituzione. Poiché lo statuto del partito gli vieta di tentare un quarto mandato da primo ministro, il suo sogno è sostituire la democrazia parlamentare con un sistema presidenziale come quello francese per poi autocandidarsi per la presidenza, forse nel 2014, quando sono in programma le prossime elezioni presidenziali.

Sotto il pesante sistema elettorale turco, il partito di Erdogan ha conquistato 326 seggi in un parlamento composto da 550 membri. Questo risultato è stato assai inferiore ai 367 seggi che gli avrebbero consentito di far passare qualunque costituzione avesse desiderato, ed è rimasto lontano anche dai 330 che gli avrebbero permesso di indire un referendum su un progetto tutto suo. Così il suo trionfo alle urne è risultato indebolito e la sua autorità non è assoluta. La Turchia ha grandi prospettive come potenza del ventunesimo secolo, ma l’unica condizione per soddisfarle passa dal ricompattamento della propria società frammentata.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

 

 

STEPHEN KINZER è stato corrispondente a Istanbul per il ‘New York Times’ e insegna Relazioni Internazionali alla Boston University. Sta scrivendo un libro su John Foster Dulles e Allen Dulles ed è autore di alcuni saggi, fra cui i più recenti sono Reset Middle East. Old friends and new alliances. Saudi Arabia, Israel, Turkey, Iran (I.B. Tauris, 2011) e A thousand hills. Rwandas rebirth and the man who dreamed it (John Wiley & Sons, 2008).

 

 

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