Michele Rabà

I Farnese “si fanno Stato”

Pier Luigi Farnese (1503-1547), primo duca di Parma e Piacenza, non ha lasciato nella storiografia del passato un buon ricordo di sé: sia Giuliano Goselini, autore di una Storia della congiura di Parma, sia Ireneo Affò, suo biografo, lo descrissero come un soldataccio prepotente e dissoluto, avido di denaro e persino stupratore di preti e di vescovi1.

Lo stesso Affò, che pure non manca di sottolinearne i pregi di uomo di stato e di guerra, cita a suffragio delle sue tesi un fatto assai indicativo: come quasi tutti i signori rinascimentali, il Farnese – prima governatore di Parma e Piacenza nel nome del padre, papa Paolo III, poi duca dal 1545 – teneva presso la sua corte diversi astrologi di professione, condividendo la credenza, allora diffusa, che i movimenti degli astri potessero condizionare le sorti dell’uomo. Quando il duca chiedeva quale sarebbe stata la causa della sua morte, gli astrologi solitamente rispondevano “il mal francese” o “mal napoletano”, ossia la sifilide2. Ma, secondo l’Affò, non c’era bisogno di ricorrere agli astri per formulare una simile predizione: la dimestichezza del duca con dozzine di prostitute era assai nota. Qualunque astrologo, insomma, parlando di morte per sifilide, poteva essere certo di andare sul sicuro.

In realtà, il successo della famiglia Farnese nel realizzare l’ultimo stato della costellazione di potentati disseminati per la penisola italiana non cessa di stupire gli storici contemporanei e di essere al centro di ricerche, sia in Italia che all’estero3.

All’origine di tutto, ci fu la volontà di papa Paolo III Farnese – più attaccato al futuro della propria famiglia che al Vangelo – di procurare al proprio figlio un dominio ereditario. Non era certamente né uno scandalo, né un fatto inconsueto, allora, che un papa avesse un figlio, e non era certamente la prima volta, nella storia d’Italia, che l’ascesa al soglio pontificio di un “capofamiglia” divenisse la spinta alla creazione di un potentato indipendente per gli eredi.

In entrambi i casi scatta quasi automaticamente il paragone con i Borgia, la famiglia di origine catalana che, alla fine del Quattrocento, tentò di costituire un forte dominio tra l’Emilia e la Romagna. In quel caso, a patrocinare l’operazione politica era stato il celeberrimo e mai rimpianto papa Alessandro VI Borgia, e suo beneficiario, anche in questo caso, il figlio Rodrigo Borgia, detto il Valentino4. Facendosi forza del potere del padre, di un’accorta politica matrimoniale (che fece della sorella, la bellissima e ingiustamente vituperata Lucrezia Borgia, una specie di merce di scambio da offrire in sposa ai principi, in cambio del loro appoggio) e delle sue doti militari e politiche, Rodrigo era riuscito a ottenere un importantissimo alleato: i francesi.

Come è noto, con la calata di re Carlo VIII (1494) nella penisola, che diede inizio alle guerre d’Italia, era iniziato il lungo periodo dell’egemonia francese sul suolo, diciamo così, italiano; anche i francesi – come ogni invasore – avevano bisogno di agenti locali potenti e influenti per consolidare la propria traballante egemonia (non diversamente da quanto avviene nel Medio Oriente contemporaneo, dove gli Stati Uniti ricercano l’appoggio di autorevoli religiosi, capitribù, sceicchi o emiri per rafforzare una presenza politica, economica e militare). Per l’allora re di Francia, duca di Milano e signore di Napoli, Luigi XII di Valois (successore di Carlo VIII), appoggiare l’ambizioso figlio di papa Alessandro aveva significato disporre di una sorta di longa manus nel vitale nodo strategico e geografico rappresentato dai territori a cavallo della dorsale appenninica, garantendo il collegamento tra i propri possessi in Lombardia e quelli nel Meridione. Rodrigo non aveva mancato di sfruttare il sostegno del potente alleato: costituì uno stato fondato sul prestigio militare, su una rete capillare di rapporti personali che poneva al centro i Borgia e i loro clienti, e sulla insaziabile ambizione familiare, che non disdegnava il tradimento e l’omicidio per raggiungere i propri obiettivi; con ragione, dunque, il Machiavelli, nel suo Principe, lo additò come esempio del principe ideale, capace di creare dal nulla uno stato e di mantenerlo attraverso le proprie risorse personali, parentali, clientelari e militari. Tuttavia, questa costruzione politica non sopravvisse di molto alla morte del papa e, ben presto, anche l’egemonia francese in Italia venne messa in discussione da nuove coalizioni di potentati italiani ed europei.

L’ascesa dei Farnese sarebbe avvenuta dunque in un contesto politico decisamente diverso, segnato dalla preponderanza di un nuovo potere, un potere non più regionale o nazionale, ma continentale, anzi intercontinentale: gli Asburgo. Già alla metà del Quattrocento, l’aggressività militare del regno di Francia, uscito vittorioso dalla guerra dei Cento Anni – con l’esercito permanente più numeroso d’Europa, la migliore cavalleria, l’artiglieria tecnologicamente più avanzata –, aveva spinto diverse case dinastiche, fra cui gli Asburgo, ad allearsi per contenere l’espansione degli ormai potentissimi sovrani francesi (ossia la famiglia dei Valois). Le guerre d’Italia e l’aggressiva politica francese in Fiandra avevano accelerato questo processo di coalizzazione, sancito da diverse unioni matrimoniali. Questa serie di alleanze e l’attenta politica matrimoniale degli Asburgo fece sì che Carlo V, sacro romano imperatore dal 1520, arrivasse a governare il più grande impero dai tempi di Carlo Magno (vedi cartina, n.d.R.). Unendo le forze dei suoi regni iberici, dei regni di Napoli e di Sicilia, dei possessi di Borgogna, dei domini americani, dei regni di Boemia e di Ungheria, nonché dei territori asburgici in Austria, Stiria, Carinzia e Tirolo, il giovane imperatore doveva fatalmente risultare vincente nella partita per il dominio in Italia, che si giocò a Pavia in una fredda, terribile giornata del febbraio 1525. L’utilizzo combinato degli addestrati e fedeli fucilieri iberici – i tercios che per un secolo almeno dovevano affermare la supremazia spagnola in tutta l’Europa occidentale5 –, dei lanzichenecchi tedeschi e della micidiale cavalleria leggera e pesante italiana risultarono fatali alla Francia, che a Pavia perse buona parte dei suoi nobili, falciati nel tentativo di difendere il loro sovrano, Francesco I (successore di Luigi XII), catturato nello scontro.

Più tardi, con il congresso di Bologna (1529-1530), attraverso l’alleanza difensiva con gli stati della penisola Carlo V ottenne il riconoscimento della propria egemonia. Egemonia ulteriormente rafforzata da un’accorta politica matrimoniale – che legò alla casa d’Austria tanto i Savoia di Piemonte che i Medici di Firenze6 – e che avrebbe raggiunto il suo assetto definitivo nel 1540, con l’acquisizione diretta da parte di Carlo del ducato di Milano, il più ricco stato dell’Italia settentrionale, che era già giuridicamente sottoposto al Sacro Romano Impero e il cui trono era vacante dal 1535, dopo la morte dell’ultimo Sforza.

Mentre si sedeva sul soglio di Pietro, il 13 ottobre del 1534, papa Paolo III aveva già le idee chiare. Forse non sulla crisi profonda del ruolo della Chiesa nella cristianità, severamente messo in discussione dalle tesi di Lutero, meno di due decenni prima, e nemmeno sullo stato di debolezza e spossatezza dei domini italiani del patrimonio di Pietro, due problemi che l’ambizioso Farnese si trovò immediatamente a dover affrontare e che risolse nel modo più semplice e più veloce possibile. Infatti per lui le due questioni erano rispettivamente una cancrena da curare con la spada e il rogo (rogo per gli eretici, spada per i signori tedeschi che li proteggevano e avevano abbracciato l’eresia), e un banale problema di ordine pubblico, tanto che le rivendicazioni di autonomia, che un po’ dovunque, ma soprattutto a Perugia, si erano levate nello stato ecclesiastico, vennero represse brutalmente dalle truppe pontificie, che calarono come una mannaia sull’infelice città umbra (1540).

Il nuovo pontefice si dimostrò invece molto più attento e lungimirante nel pianificare e attuare la strategia politica e militare che doveva portare il figlio su un trono indipendente. Da principio, le attenzioni dei Farnese si concentrarono sul ricchissimo ducato di Milano, rimasto, come si è detto, vacante. L’idea di una dominazione mediata su Milano, attraverso la concessione del trono a una famiglia autorevole e potente come i Farnese, non sarebbe stata forse così sgradita all’imperatore. Ma a sbarrare ai Farnese la via verso quel ducato si pararono i Gonzaga, potenti signori di Mantova.

Da sempre nemici dei Farnese nella curia romana, negli anni Trenta del Cinquecento i Gonzaga erano forse i signori italiani più vicini a Carlo V. In particolare il marchese Federico, mirabilmente descritto da Ermanno Olmi nel suo Il mestiere delle armi, era stato investito da Carlo in persona del titolo di duca per i suoi servigi nella campagna imperiale del 1526-1527. Più tardi, nel 1536, Carlo V gli avrebbe conferito anche il dominio sulla ricca provincia del Monferrato. Rappresentante della famiglia Gonzaga alla corte imperiale era niente meno che suo fratello, Ferrante, educato alla corte spagnola fin da bambino, e spagnolo, diremmo oggi, fino al midollo (tanto da essere chiamato don Fernando, ossia con la versione ispanizzata del proprio nome italiano). Alcuni storici e biografi di Carlo V sono giunti ad affermare che Ferrante fu l’italiano più vicino al trono dell’imperatore asburgico, tanto che venne da lui nominato comandante della propria cavalleria, poi comandante generale in diverse campagne, quindi viceré di Sicilia e finalmente, nel 1546, governatore di Milano e luogotenente generale imperiale in Italia. Quello che a noi interessa sottolineare è che fu sempre un nemico irriducibile dei Farnese, sia per la fedeltà all’imperatore che per ragioni personali che dimostrò nel modo più cruento.

Anche dopo la battaglia di Pavia del 1525 (che segnò la sconfitta del re di Francia, nel suo tentativo di imporsi sull’Italia settentrionale, contro gli Asburgo), papa Farnese ben sapeva che l’egemonia imperiale in Italia era tutt’altro che scontata: un quarto di secolo di dominio francese in diverse parti della penisola non erano certamente trascorsi senza lasciare traccia. In questi lunghi anni i sovrani francesi avevano distribuito uffici a personaggi in ascesa, beneficato loro fedeli con terre e titoli nobili e non nobili, conferito privilegi di immunità dalle tasse, donato proprietà in Francia, beneficato città e comunità rurali. Avevano in breve costruito una rete di fedeli e di “aderenti” che era sopravvissuta alla sconfitta di Pavia. Anzi quegli stessi beneficati erano stati ulteriormente motivati dalla perdita di quanto ottenuto con l’arrivo dei nuovi padroni.

Ora che la cavalleria pesante francese e i picchieri svizzeri, orgoglio dei Valois, erano stati sconfitti, erano questi uomini, tutti italiani, la forza del re: loro potevano far circolare notizie sulla dislocazione delle forze imperiali, sui punti deboli delle difese delle fortezze, condurre armate attraverso cammini sicuri e ricchi di provviste per uomini e animali che componevano gli eserciti, condurre rifornimenti verso città fedeli assediate, manovrare capitali nel nome del re di Francia sulle più importanti piazze finanziarie, come Venezia, Genova e Lucca, potevano distribuire denaro creando altre fedeltà, potevano arruolare soldati nelle zone più povere e arretrate della penisola, sobillare gli scontenti e i partiti d’opposizione nei vari comuni, organizzare attentati, tumulti e colpi di mano, in breve, far crollare il terreno sotto i piedi a guarnigioni imperiali lontane centinaia di chilometri dal fronte. Come effetto del rafforzamento di regimi locali fedeli all’Impero (specialmente a Firenze, dove la repubblica era caduta nel 1530, nel corso del famoso assedio comandato proprio da Ferrante Gonzaga, il restauratore dell’autocrazia medicea), una folla di esiliati aveva preso la via di Parigi e Lione e non si trattava certamente di poveri emarginati: gentiluomini ambiziosi, come Cornelio Bentivoglio, militari di genio e ricchissimi uomini della finanza, come Piero Strozzi (il figlio del ricchissimo banchiere Filippo Strozzi, fatto sgozzare in carcere da Cosimo Medici, dopo essere stato catturato nel corso di un’insurrezione antimedicea), uomini istruiti e ricchi di conoscenze, contatti e clientele nelle proprie terre, come il modenese conte Guido Rangone7. Giunti a Parigi, i “fuoriusciti” ricevevano dal re di Francia denaro e patenti, così da poter rientrare nelle loro patrie per arruolare in suo nome decine di migliaia di connazionali. Come si può vedere, la tradizione del ribellismo, connessa col banditismo politico e l’opposizione armata (sia per ragioni individuali che ideologiche), è un filo rosso che unisce tutta la storia della penisola, dalle lotte fra Guelfi e Ghibellini, passando per il Risorgimento, fino alla Resistenza.

Nel 1536, dopo dieci anni di preparazione, il re di Francia era pronto a vendicare la sconfitta di Pavia e, senza colpo ferire, invase il Piemonte, minacciando di portare la guerra in Lombardia. La risposta di Carlo fu la più poderosa invasione, per numero dei soldati, dai tempi di Roma antica, che si scatenò in Provenza con 50.000 uomini e si concluse in un disastro8.

Il dominio imperiale scricchiolava e Carlo aveva bisogno che il papa condannasse con decisione il re di Francia, aderendo in modo inequivocabile alla sua causa, ma non è tutto: lungo il Danubio i turchi premevano sui domini asburgici in Austria e in Ungheria, minacciando più volte Vienna e rendendo indispensabile il sostegno militare di tutti gli stati dell’impero germanico, protestanti o cattolici che fossero. Ora più che mai era necessario un concilio ecumenico che ricomponesse le differenze tra le due confessioni, ma solo il papa poteva indirlo. Ecco la merce di scambio che il pontefice, con geniale acume politico, baratterà con lo stato da creare per i suoi discendenti.

Accantonati i sogni milanesi, Paolo III si concentrò su due ricche province dello stato ecclesiastico, Parma e Piacenza, da poco acquisite a spese del ducato di Milano. Intuendo l’importanza della propria neutralità nello scontro tra Francia e impero, Paolo III fu solidale ora con l’uno ora con l’altro dei due contendenti, distribuendo equamente i propri parenti tra i due fronti. Suo nipote Ottavio, figlio di Pier Luigi, avrebbe sposato Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V, divenendo così genero dell’imperatore; il fratello Alessandro, cardinale a soli 13 anni, sarebbe divenuto il braccio destro del re Francesco I in Italia e in particolare a Roma, da dove avrebbe tenuto le fila della rete capillare di partigiani filofrancesi che si era creata9. A Pier Luigi spettò il ruolo ufficialmente più defilato, ma non meno importante, di fiancheggiatore dei francesi nella guerra contro l’Impero: mentre la guerra infuriava in Piemonte, per ben due volte, nel 1536-1537 e nel 1544, come governatore di Parma e Piacenza nel nome del papa, Pier Luigi diede sostegno attivo ai luogotenenti francesi Piero Strozzi e Guido Rangone, impegnati a raccogliere truppe in Emilia, per poi portarle in Piemonte alle spalle del fronte imperiale: un affronto che Carlo V e Ferrante Gonzaga gli avrebbero fatto pagare caro.

Finalmente, nel 1545, il papa indisse il famoso concilio nella città di Trento, assecondando così i desideri dell’imperatore, e contemporaneamente emise una bolla con la quale alienava le province di Parma e Piacenza a suo figlio Pier Luigi e ai suoi eredi, stabilendo che le governassero come duchi e vassalli della santa sede. Carlo V, da principio, non disse né sì né no: non nutriva particolare fiducia nel consuocero e avrebbe preferito che dell’investitura beneficiasse il genero Ottavio, ma accettò con notevole pragmatismo il prezzo pattuito dal santo padre sia per il Concilio, che per la partecipazione delle “attesissime”10 truppe italiane (arruolate dal pontefice) all’inevitabile guerra contro la luterana Lega di Smalcalda in Germania (combattuta vittoriosamente per le armi imperiali tra il 1546 e il 1547 non tanto per restaurare l’autorità cattolica sui popoli tedeschi, quanto per ribadire l’autorità imperiale sui loro principi).

Chi invece masticò amaro fu proprio Ferrante Gonzaga, il capo in Italia di un vero e proprio partito della guerra, e fautore di un atteggiamento aggressivo nei confronti dei potentati italiani settentrionali, atteggiamento volto a reintegrare nel ducato di Milano le province perdute negli anni della dominazione francese, ossia il Canton Ticino (passato agli Svizzeri), Bergamo e Brescia (passate a Venezia nel Quattrocento), Vercelli e naturalmente Parma e Piacenza. In realtà, il progetto gonzaghesco andava ancora oltre e prevedeva la creazione di un forte stato accentrato nell’Italia settentrionale, che comprendesse anche Siena e Genova, saldamente legato alla Spagna e naturalmente alla corona imperiale. Altre motivazioni, meno nobili e grandiose, pungolarono Ferrante a promuovere la rovina dei suoi nemici, che in effetti avevano osato erigersi a signori di una vasta e ricca signoria, proprio ai confini con Mantova, da dove cioè avrebbero potuto minacciare i possessi della sua stessa famiglia.

Ferrante giocò, come tutti i “falchi”, la carta della paura, per convincere ad agire il proprio imperatore, refrattario a mettere in pericolo la vita di colui che in fondo era il padre del marito della figlia: non aveva forse Pier Luigi agito come un partigiano dei francesi nel corso di due guerre combattute in Italia contro la Francia? Adesso che non era più un governatore in nome di altri, ma signore indipendente, avrebbe potuto allearsi a viso aperto con la Francia, indicando ad altri signori d’Italia la via dell’insubordinazione e della rivolta. Non aveva forse costruito a Piacenza una potentissima rocca a prova di bombardamento? Da chi avrebbe dovuto difendersi, circondato com’era da signori legati da fedeltà all’imperatore? L’imperatore si era quasi convinto, ma ciò sarebbe servito a poco senza una circostanza che mostrasse chiaramente come, nel grande scontro tra potenze europee, fossero ancora i signori italiani e i loro moventi politici l’ago della bilancia, e come qualsiasi egemonia nella penisola non potesse essere costruita se non con il loro consenso e col sostegno dei loro clienti e aderenti, militari o civili che fossero.

Siamo partiti considerando le notevoli somiglianze tra il tentativo farnesiano di insignorirsi di uno stato autonomo e quello borgiano: perché entrambe le famiglie avrebbero messo gli occhi sulla stessa area geografica dell’Italia settentrionale, ossia la sezione di Pianura Padana corrispondente alle attuali Emilia e Romagna? Cosa rendeva questa zona particolarmente appetibile? Probabilmente il fatto che nessuno degli stati più vasti e accentrati della penisola (Regno di Napoli, Milano, Venezia, Stato della Chiesa e Repubblica Fiorentina) vi aveva imposto la propria egemonia in modo stabile. Né tali potevano dirsi la debole signoria degli Este di Ferrara, Modena e Reggio o quella del comune di Bologna, troppo vulnerabile per le mai risolte lotte interne. L’esame di una cartina dell’Italia centrale rende chiaro, anzi, come le province di Piacenza e di Parma si trovassero proprio nel punto di contatto tra le aree di influenza di Milano, dello Stato estense11 di Firenze e Venezia. Chiaramente, non potendo esercitarvi un dominio diretto, cosa che avrebbe generato la coalizione delle altre potenze, ciascuna delle signorie italiane confinanti si era garantita, per così dire, una sorta di influenza indiretta in quell’area, investendo dei feudi delle due province uomini fedeli, proteggendo la loro autonomia e foraggiandoli di denaro come difensori dei propri confini dagli attacchi delle signorie concorrenti. Col tempo, una fitta rete di legami parentali, a quel tempo i più adatti a sancire alleanze, come si è visto, avevano unito i signori feudali del parmense e del piacentino ai Visconti, agli Sforza, ai Gonzaga di Mantova, agli Este, garantendo loro potenti protezioni, mentre ogni nuovo padrone che imponeva la propria effimera supremazia cercava di legare a sé i potenti locali con nuove concessioni, nuovi privilegi, franchigie e naturalmente possessi in terra (non diversamente da quanto, come abbiamo visto, facevano su più larga scala il re di Francia e l’imperatore). Tra l’altro, signori come i Landi, gli Scotti, i Gonzaga di Novellara, i Sanvitale di Sala, gli Anguissola, i Pallavicino da Busseto, Scipione e Cortemaggiore, o i Sanseverino non barattavano soltanto un generico sostegno alla causa di chi li sapeva ricompensare. Spesso e volentieri essi erano i discendenti di comandanti di ventura che le grandi signorie di Venezia e Milano avevano insignito di titoli e terre, appunto, come ricompensa dei servizi resi in guerra e come “paga” per le guerre future, nonché base di sostegno delle turbolente compagnie in tempo di pace.

Col tempo, in quelle aree, la condizione di contadino e quella di soldato avevano finito per mischiarsi. In tempo di pace il signore era il supremo capo dotato di imperium, il potere di fare ed eseguire le leggi, supremo giudice, nonché proprietario più importante del territorio, capace di distribuire ai suoi vassalli prebende e favori, di proteggerli nei tribunali non soggetti alla sua giurisdizione e persino di promuovere i vassalli più capaci, avviando i meritevoli alla carriera ecclesiastica o alle armi, come graduati.

In tempo di guerra i suoi vassalli erano spesso e volentieri i suoi soldati: in un’epoca segnata dalle frequenti carestie, in contrasto con il fortissimo incremento demografico, registratosi tra il Quattrocento e il Cinquecento12, i contadini erano più che felici di fare omaggio al loro signore delle “bocche di troppo”, ben sapendo che fare il soldato al servizio del proprio signore significava ricevere paga sicura e una parte di eventuali bottini. Nelle terre particolarmente povere per l’agricoltura, poi, come le Marche dei Montefeltro13, il mercenariato al servizio del proprio signore era la maggiore fonte di introiti per intere comunità.

Naturalmente, il rapporto che legava questi signori ai loro vassalli era ben diverso da quello di avido parassitismo a favore del nobile che determinò la fine dell’antico regime: il nobile è sì il signore e padrone assoluto, ma è anche il capo di una squadra che dovrà dimostrarsi unita in battaglia. Da giovane, si è addestrato coi suoi vassalli nelle feste del paese alla lotta, al tiro con l’arco e alla spada, ha cacciato insieme a loro con l’archibugio e incoraggia una simile dimestichezza anche tra i suoi figli e i migliori uomini del suo feudo, che un giorno saranno caporali e persino alfieri e luogotenenti nelle sue compagnie, reparti compatti legati dal doppio legame orizzontale parentale (uomini reclutati nelle stesse comunità sono quasi sempre dello stesso gruppo famigliare) e feudale con un capo che saprà proteggerli in guerra e nella vita civile. Soprattutto perché le comunità protette da questi signori militari non devono contribuire alle spese di guerra (sia prima che dopo l’inizio dell’egemonia spagnola) e soprattutto non devono alloggiare altre truppe, vera piaga della penisola in quest’epoca.

Molti di questi signori riuscirono a ottenere da Carlo V, o l’avevano già ottenuta dai suoi predecessori, l’investitura imperiale del feudo, che li mise sotto le dirette dipendenze dell’imperatore, senza obbligo di obbedienza alcuna agli stati regionali della penisola: proprio questa fu la carta vincente del dominio di Carlo V in Italia, ossia il sostegno delle élite feudali. Assai meno lungimirante, da questo punto di vista, fu Pier Luigi Farnese: contro ogni buon senso politico e contro ogni prudenza, tentò di imporre a questi signori feudali, indipendenti da generazioni persino sotto i potentissimi Visconti di Milano, un dominio accentrato. Tentò di costringerli a rinunciare ai poteri giurisdizionali nei loro possessi, tentò di imporre loro la residenza a Piacenza, separandoli dalle loro fortezze, spesso imprendibili, nel contado.

Gonzaga, nobile e potente feudatario egli stesso, sapeva bene che l’attaccamento geloso al proprio potere era una molla più che sufficiente per spingere i feudatari piacentini all’azione. Addirittura furono loro a contattarlo e Gonzaga poté permettersi il lusso di scegliere il proprio agente. La scelta cadde, guarda caso, su un parente alla lontana, Luigi Gonzaga conte di Castiglione. Questi a sua volta si rivolse al proprio cognato (il che mostra quanta importanza rivestano i legami famigliari per interpretare la storia politica rinascimentale), Giovanni Anguissola, che reclutò il potentissimo conte Agostino Landi, i fratelli marchesi Alessandro e Girolamo Pallavicini e Giovanni Luigi Confalonieri. Avrebbe dovuto essere stata una congiura contro il tiranno, sul modello di quelle antiche: in realtà fu un’opera di macelleria commissionata attraverso un meticoloso contratto, oggi conservato nell’archivio spagnolo di Simancas (nella provincia di Valladolid, Castilla y Leon), che regolava tutte le prebende, le terre e i privilegi, nonché le cariche nel governo cittadino, che i congiurati avrebbero dovuto ricevere in cambio della consegna di Piacenza a Gonzaga e alle truppe di Carlo V (l’omicidio di Pier Luigi non viene menzionato per ragioni di bon ton).

Il 10 settembre 1547, poco dopo l’ora di pranzo, il conte Giovanni Anguissola venne atteso dal duca Pier Luigi che si era appena alzato da tavola. Il duca non capì perché il suo vassallo era entrato nella stanza con la spada sguainata, ma glielo fecero intendere i clienti e i servi, che l’Anguissola si era portato per il lavoro sporco. Le poche guardie tedesche erano bloccate, gli altri congiurati presidiavano gli ingressi della poderosa cittadella di Piacenza: il duca venne crivellato di colpi di spada e di pugnale e il suo corpo esposto dal lato della fortezza che dà sulla piazza grande. Come in altri casi simili nella storia italiana (dai Pazzi a Mussolini14, l’elenco è lungo), il gesto non risponde tanto alla volontà sadica di esibire il corpo senza vita del nemico come un trofeo, quanto piuttosto alla necessità di dimostrarne la morte per dissuadere i partigiani dell’ucciso dal continuare a combattere per una causa ormai persa.

Lo stesso giorno, una forza imperiale comprendente soldati spagnoli del presidio di Cremona, ma anche diverse compagnie comandate da capitani piacentini, entrò nella città che la mattina dopo accolse Ferrante Gonzaga, giunto a prenderne possesso nel nome dell’imperatore.

Gonzaga sarebbe anche andato oltre, ma a fermarlo ci pensò la situazione internazionale: la guerra contro i luterani era ancora in corso e, sebbene le autorità imperiali avessero nascosto accuratamente le tracce di un accordo preventivo coi congiurati (mistificando l’invasione del Piacentino come un intervento obbligato per separare i contendenti in lotta), nel concistoro che si tenne di lì a poco il papa accusò apertamente il Gonzaga.

Al figlio di Pierluigi Farnese, Ottavio, erede del ducato, rimaneva dunque Parma, e certo non fu facile per il giovane genero dell’imperatore conservarla, soprattutto dopo che, due anni dopo, la morte del nonno papa lo lasciava privo di un sostegno, alla mercé del nuovo pontefice, Giulio III Del Monte. Per la verità, il nuovo papa non mostrò particolare energia nel reclamare la restituzione di Parma e si limitò a intavolare trattative con il giovane duca, proponendogli la cessione della provincia in cambio di compensazioni nello Stato della Chiesa, sotto i buoni auspici del Gonzaga e di Carlo V. L’imperatore e il suo luogotenente, infatti, erano ben certi di approfittare della debolezza del nuovo papa per sottrargli la ricca preda dopo averlo aiutato a recuperarla dai Farnese, ma ormai Ottavio era entrato nell’orbita francese, favorito dal legame privilegiato che il fratello cardinale Alessandro aveva stretto con la corte dei Valois.

Il re di Francia gli mise a disposizione denaro (tratto dall’immenso credito di Pietro Strozzi presso le banche di Venezia), soldati (la rete di nobili capitani a lui fedeli, in grado di reclutare i migliori reparti nel Ferrarese, nel Modenese e nei territori veneti di Bergamo e Brescia), il sostegno logistico e strategico del maresciallo Charles Cossé de Brissac, comandante delle truppe francesi che da 17 anni stazionavano in Piemonte e infine l’élite della fanteria europea, gli svizzeri, reclutati a peso d’oro e mantenuti dal re a prezzo di paghe altissime. Ottavio non poteva farsi molte illusioni: finché a Milano avesse governato Ferrante Gonzaga, il suo destino era quello di finire ammazzato come il padre o in catene in qualche prigione imperiale. Più che una scelta politica, la sua fu dunque una scelta di mera sopravvivenza.

Ben presto l’alleanza tra il giovane Farnese e la Francia divenne nota e a Gonzaga non parve vero di esacerbare la rabbia del papa (capo di stato il cui vassallo aveva chiesto la protezione di un signore straniero) per farsi affidare la missione di sottrarre Parma al comune nemico. La fuga di notizie che generò il casus belli si ebbe nell’aprile del ’51: i piani di Gonzaga, pronti sin dal ’49, prevedevano l’assunzione del controllo del territorio attraverso l’occupazione di una serie di borghi e fortezze intorno a Parma (prontamente consegnate dai feudatari, ansiosi di scrollarsi di dosso definitivamente i Farnese), da usarsi come basi logistiche dalle quali una forza mobile (costituita per lo più da fanti spagnoli e tedeschi e dalla cavalleria leggera) avrebbe sistematicamente devastato le campagne, impedendo il raccolto di quell’anno e bloccando qualsiasi rifornimento dall’esterno. Non si trattava dunque di un vero e proprio assedio (con trincee e opere di ingegneria tali da bloccare ermeticamente la città), ma le finanze imperiali erano allo stremo per la guerra contro i luterani e non potevano sostenere uno sforzo tanto oneroso.

La prima battaglia si combatté a Roma: qui, nel periodo che passò dalla morte del nonno all’elezione del nuovo papa, il cardinale Farnese, assistito dall’alleato, il cardinale di Ferrara Ippolito d’Este, dilapidò tutte o quasi le sostanze della tesoreria vaticana, sottrasse gioielli, distribuì elemosine da capogiro a suffragio dell’anima di Paolo III, pagò persino, finalmente, gli artisti al servizio della curia con gli interessi. In questo modo il nuovo papa, chiunque fosse stato, non avrebbe potuto impiegare il tesoro per fare guerra a Ottavio ed essere così un valido alleato per l’imperatore: la coalizione iniziava la guerra già zoppa da un piede. Quando poi il papa si risolse alla guerra, furono i medesimi cardinali a ritardare l’intervento intavolando trattative con Parma e Parigi, il cui unico scopo era quello di ritardare l’invasione, così da consentire ai parmensi di compiere il raccolto e di riempire la città di vettovaglie: l’operazione riuscì.

Gonzaga volle tentare comunque l’impresa e a ottobre il blocco di Parma poteva dirsi effettivo, ma era solo un’illusione: i prezzi altissimi delle derrate, fatti levitare dall’assedio, attirarono verso Parma migliaia di contrabbandieri, che a rischio della forca rifornirono la città di sale, carne, grano, uova e vino, mentre decine di staffette facevano la spola da Venezia verso la città per portarvi il denaro dei banchieri fedeli alla Francia.

Se il blocco militare avesse funzionato, tutto ciò avrebbe avuto poco peso ma, già nel settembre del ’51, il generale Brissac attaccò in profondità il fronte piemontese obbligando Gonzaga a portare la metà dei suoi uomini a ovest in difesa della Lombardia. Nei mesi precedenti il governatore francese aveva inviato centinaia di soldati veterani, italiani, svizzeri e guasconi, attraverso il territorio lombardo perché raggiungessero Parma in incognito: giunsero a destinazione travestiti da mercanti, da contadini e persino da frati cappuccini. Molti svizzeri reclutati dal Valois giunsero in Emilia alla spicciolata attraverso le valli bergamasche e bresciane. Postisi al comando di Piero Strozzi, l’infaticabile repubblicano fiorentino, e di Cornelio Bentivoglio, compagno di avventure galanti del delfino di Francia, il futuro re Enrico II, questi uomini, posta la loro base operativa nella località della Mirandola, misero a ferro e fuoco il contado di Bologna e minacciarono persino il Cremonese e il Mantovano, costringendo il papa a ritirare da Parma altri uomini per porre d’assedio la Mirandola.

Quando poi, nella primavera del ’52, la guerra contro i luterani scoppiò nuovamente in Germania, anche i rifornimenti di denaro dalla Spagna – che sino ad allora avevano sostenuto i magri bilanci di guerra del ducato di Milano e dello Stato Pontificio – vennero dirottati verso il fronte tedesco. Nel frattempo, i saccheggi e le esecuzioni sommarie – a danno di quanti venivano anche solo sospettati di rifornire Parma di derrate – avevano alienato agli imperiali il sostegno degli uomini di quelle terre, sempre più spesso coinvolti, tanto a Parma che alla Mirandola, in audacissime spedizioni notturne e imboscate ai danni delle truppe di Gonzaga e del papa. In una di queste ultime, un gruppo di svizzeri e di fanti italiani reclutati sul posto massacrò a colpi di alabarda il comandante dell’esercito papale, il nipote del papa, Giovanni Battista del Monte15, proprio nei pressi del forte di Sant’Antonio.

Si trattava di uno dei forti d’assedio che i papalini avevano eretto attorno alla Mirandola, ricettacolo ormai di ogni genere di epidemie e dove, nel generale abbandono e scoramento, le carogne degli animali marcivano a fianco dei morti lasciati insepolti (uno dei difensori della Mirandola raccontò che il fetore si sentiva per oltre due miglia fuori dal forte e che entrando era rimasto colpito dalle braccia e dai piedi dei cadaveri mal sepolti che uscivano dal fango).

La tregua firmata dal papa con Ottavio (aprile 1552) precedette di poco quella firmata da Ferrante nel nome dell’imperatore. Parma restava ai Farnese, i quali, due anni dopo l’allontanamento del Gonzaga dal governo di Milano, nel 1556, grazie a nuovi accordi, recuperarono anche Piacenza. L’ascesa dei Farnese al potere in Emilia rappresenta dunque, come si è cercato di dimostrare, un elemento di continuità nella politica italiana rispetto al Quattrocento, al di là dell’ingresso di nuovi attori stranieri di grandi dimensioni geografiche e demografiche.

Persino nella cornice del consolidamento dell’egemonia spagnola e imperiale, la presenza di una potenza concorrente come quella francese garantiva il protagonismo degli attori locali – nobili feudali, o stati regionali che fossero, tutti coinvolti in quella che può essere letta come una vera “guerra civile” italiana – rendendo indispensabile una via consensuale allo stabilirsi in modo permanente di tale egemonia.

 

 

1. Ci riferiamo al vescovo di Fano, vittima del cosiddetto “Oltraggio di Fano” (1537), un aneddoto della vita di Pier Luigi Farnese mai del tutto chiarito né provato.

2. La sifilide è una malattia a trasmissione sessuale oggi curabile con una terapia antibiotica ma, fino a un secolo fa, letale. Era nota come “mal francese” perché la prima epidemia conosciuta in Italia scoppiò a Napoli nel 1495 e si diffuse in tutta la penisola attraverso la risalita dell’esercito del re francese Carlo VIII (sceso in Italia allora) verso nord. Ovviamente in Francia è nota come “male napoletano”. N.d.R.

3. Originaria del territorio di Orvieto, la famiglia Farnese aveva visto accrescere il proprio potere nel Quattrocento con Ranuccio il Vecchio, uomo d’armi, titolare di feudi tra il Lazio e la Toscana, amico di papi e primo membro della famiglia ammesso al Senato di Roma.

4. Rodrigo Borgia (1431-1503), papa dal 1492, col nome di Alessandro VI, ebbe numerosi figli, tra cui Cesare, detto il Valentino (1475-1507) e Lucrezia (1480-1519).

5. Il termine tercios, che indica l’unità reggimentale dell’esercito spagnolo in età moderna, venne coniato proprio in Italia, nel 1535, quando Carlo V divise, da un punto di vista sia logistico che amministrativo, le truppe iberiche in tre parti (ciascuna delle quali era un terzo, tercio appunto, dell’intero), corrispondenti ai tre contingenti di stanza nei tre stati sotto controllo asburgico in Italia, ossia Milano, Napoli e la Sicilia.

6. Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V, la futura sposa di Ottavio Farnese, era andata in sposa al duca di Toscana, Alessandro Medici, ucciso in una congiura nel 1537; Beatrice di Portogallo, anch’essa parente dell’Asburgo, si era coniugata col duca di Savoia, Carlo II, detto il Buono, padre del famoso Emanuele Filiberto.

7. Sugli Strozzi, padre e figlio, si veda Paolo Simoncelli, Fuoriuscitismo repubblicano fiorentino, 1530-1554. Volume primo. 1530-37, Milano, Franco Angeli, 2006.

8. Adottando la tattica della terra bruciata, il comandante francese Anne de Montmorency, riuscì a stringere l’esercito imperiale tra le fortificazioni francesi lungo il Rodano e la munitissima piazza di Marsiglia: preso tra due fuochi e a corto di rifornimenti, il campo imperiale si disgregò rapidamente.

9. Ottavio Farnese (1524-1586), duca dal 1547; Alessandro Farnese (1520-1589), cardinale dal 1534. Un terzo fratello, Ranuccio (1530-1565), fu cardinale dal 1544.

10. Così le definirà il vescovo di Augusta, in una lettera del 1546, scritta al cardinale di Trento Niccolò Madruzzo.

11. Già potenti signori di Ferrara nel XIII secolo, capitazione dei guelfi della regione, gli Este si erano poi impadroniti anche di Modena e Reggio-Emilia (1288). Feudatari papali, assai turbolenti e pugnaci, specialmente con Alfonso I (1476-1534), marito di Lucrezia Borgia, avevano tenuto a bada tanto le pretese dei pontefici a sud, quanto le puntate veneziane a nord.

12. In breve, l’abbondanza del Quattrocento aveva generato un aumento della popolazione che già nella prima metà del Cinquecento gravava sulle insufficienti risorse delle campagne.

13. I Montefeltro, duchi di Urbino, furono per tutto il Quattrocento apprezzati condottieri di ventura, tanto che le loro truppe, reclutate nelle zone più povere dell’Umbria e delle Marche, venivano sovente paragonate, per valore e disciplina, ai lanzichenecchi tedeschi o ai picchieri svizzeri.

14. Fautori di una congiura contro Lorenzo il Magnifico, diversi membri della famiglia dei Pazzi vennero trucidati da partigiani medicei ed esposti alle finestre di Palazzo Vecchio a Firenze (26 aprile 1478).

15. Comandante tra i più crudeli dell’intero conflitto, il Del Monte (1518-1552) aveva caldeggiato l’attacco contro Parma, probabilmente nella speranza di costituire a sua volta un dominio personale in Emilia.

 

 

 

 

Michele Rabà è in forza al Cnr, presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea. Collabora con l’Università Statale di Milano e con l’Università di Pavia e ha pubblicato diversi saggi sulla storia militare italiana del Cinquecento, tra cui Gli Italiani e la guerra di Parma (1551-1552). Cooptazione di élite e “sottoproletariato militare a giornata” nella Lombardia di Carlo V (nell’Archivio Storico Lombardo) e I tercios di Carlo V in Italia, tra percezione, auto percezione e mondo del quotidiano (in Studi di Letteratura ispano-americana). Collabora infine al notiziario on-line Dal Mediterraneo agli Oceani’.

 

 

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