Christopher R. Browning

Come poterono farlo i tedeschi normali?

da ''The New York Review of Books''

MARY FULBROOK, A Small Town Near Auschwitz: Ordinary Nazis and the Holocaust, Oxford University Press, pp.421, $34.95 SÖNKE NEITZEL, HARALD WELZER, Soldaten. Combattere uccidere morire. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati, trad. it.di S. Sullam, Garzanti 2012, pp. 460, € 24,50

STORIA: Christopher Browning, già autore di Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, recensisce due saggi che indagano, ognuno di essi sotto punti di vista diversi, su come civili e soldati tedeschi “comuni” parteciparono volontariamente alle politiche razziali e allo sterminio degli ebrei durante l'epoca Nazista.

La consapevolezza crescente dell’Olocausto nella cultura accademica come nella società in generale, è divenuta evidente nei tardi anni ’70 e si è intensificata nei tardi ’80. Al principio, importanti ricerche si focalizzarono sui differenti ruoli di Hitler, sull’ideologia Nazista e sulla struttura della dittatura nel dare forma al processo decisionale che condusse all’Olocausto. La ricerca si concentrò pure sulla complicità delle varie professioni e istituzioni con il Terzo Reich e in particolare con le SS. Era all’epoca ancora carente lo studio empirico attento di come la politica razziale Nazista fosse stata sostenuta anche dai tedeschi “normali”.

Due fatti negli anni ’90 hanno alterato questa situazione. Il primo è stata la pubblicazione del mio libro Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia (Einaudi) nel 1992, subito seguito dal libro di Daniel Goldhagen I volenterosi carnefici di Hitler (Mondadori) del 1996. Il secondo fu la mostra organizzata dall’Istituto di Amburgo di Ricerca Sociale, “Guerra di Annichilimento: i crimini della Wehrmacht tra il 1941 e 1944”, che girò in lungo e in largo per la Germania tra il 1995 e il 1999 e produsse sia grande attenzione che notevoli controversie. Uomini comuni e I volenterosi carnefici di Hitler concentravano la loro attenzione sul Battaglione 101 della Riserva della Polizia come caso emblematico, poiché il suo comandante aveva apertamente concesso ai suoi uomini – gente arruolata casualmente, riservisti di mezza età con un basso livello di partecipazione alla vita del partito e scarso training politico e indottrinamento ideologico – l’opzione di non partecipare alle esecuzioni di massa di ebrei in Polonia. Ciononostante la grande maggioranza di loro non si avvalse di questa opzione.

Entrambi i libri dimostravano che gli uomini tedeschi “comuni” – e non solo fanatici e ideologi delle SS attentamente selezionati e indottrinati – divennero assassini di massa. Ma i due libri differivano significativamente nel cercare di spiegare questo fenomeno di partecipazione non coatta. Io avevo posto l’accento sulle caratteristiche universali della natura umana e sui fattori psicosociali nel formare le dinamiche di gruppo, come per esempio il conformismo, la deferenza nei confronti dell’autorità e l’adattarsi a ruoli relativi al lavoro di unità di occupazione che hanno il compito di controllare un territorio nemico durante la guerra. Goldhagen poneva l’accento sulla particolarità della cultura tedesca nella forma di ciò che egli descrive come un atteggiamento “eliminazionista” antisemita profondamente radicato, che spinse praticamente tutti i tedeschi a desiderare la morte degli ebrei e poi ad ucciderli con crudeltà entusiastica quando gli fu data l’opportunità di farlo di persona.

Il Battaglione 101 della Riserva della Polizia forniva un caso esemplare di studio per mettere alla prova e confutare supposizioni riguardanti i fattori necessari, spesso presunti, per spiegare la partecipazione individuale nell’omicidio di massa. Tra questi fattori che si supponevano cruciali, c’erano la speciale selezione da parte delle autorità Naziste di coloro che avrebbero preso parte all’Olocausto, il dichiarato impegno ideologico, una dura disciplina e un duro addestramento e la coercizione esercitata da ordini drastici e dalla minaccia di punizioni. Nessuno di questi fattori operò sui ai poliziotti della riserva. Ma la maggior parte dei tedeschi comuni che parteciparono alla sforzo di guerra Nazista e sperimentarono la realtà dell’occupazione Nazista dell’Europa, lo fecero nelle forze armate e non nei battaglioni di polizia. Di qui l’impatto esplosivo in Germania della mostra “Crimini della Wehrmacht”. A dispetto di due decenni di studi accademici che affermavano il contrario, il confortevole mito post-guerra della “Wehrmacht pulita” era sopravvissuto relativamente intatto nella coscienza popolare tedesca fino a metà anni ’90.

Le crude fotografie, le lettere raggelanti e i documenti esposti nella mostra di Amburgo che ritraggono le foto e gli atteggiamenti dei soldati comuni, riuscirono dove i libri accademici non erano riusciti, in definitiva, a formare una consapevolezza più ampia che i crimini orribili della guerra e dell’occupazione tedesca nell’est, non furono ordinati semplicemente dalle SS e solo da loro conosciuti. La mostra aveva qualche difetto. Alcune fotografie risultarono essere state classificate in modo falso ed altre, a seguito di un’analisi più approfondita, non poterono essere autenticate; le lettere e i documenti selezionati attentamente per avere il massimo effetto scioccante non avrebbero potuto essere rappresentative ad un qualsiasi livello statistico. Ma la lezione d’insieme per il pubblico, era in linea con decenni di studi accademici precedenti.

La ricerca su coloro che presero parte alla persecuzione Nazista è continuata nel nuovo millennio, sostanzialmente confermando e allargando, piuttosto che restringendo o cambiando, gli esiti precedenti. Nessun accademico serio ha tentato di discutere il fatto che l’uomo comune tedesco divenne un assassino di massa o che la Wehrmacht – l’istituzione che di gran lunga formò l’esperienza e il comportamento dei gruppi più ampi di tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale – non fosse pesantemente coinvolta nei crimini Nazisti. Ma la ricchezza di nuovi studi, basati su nuove fonti e su approcci innovativi, ha approfondito la nostra conoscenza e la nostra comprensione. Due esempi sono A Small Town Near Auschwitz: Ordinary Nazis and the Holocaust di Mary Fulbrook e Soldaten. Combattere uccidere morire. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati di Sönke Neitzel e Harald Welzer.

Mary Fulbrook ci invita a superare la distinzione tra, da una parte, l’irriducibile, ideologicamente guidato Nazista e dall’altra parte gli uomini tedeschi “comuni”. Ci spinge a considerare il ruolo nell’Olocausto della figura ibrida che lei definisce il “Nazista comune”. Al centro del suo case study vi è Udo Klausa, il Landrat (la principale carica amministrativa civile) della contea di Będzin (Bendsburg) e sua moglie Alexandra. Uno dei grandi meriti di questo studio, è che Fulbrook ha avuto accesso alle carte personali e alle lettere della famiglia Klausa. Una complicazione è il fatto che lei ha potuto godersi questo accesso a causa del fatto che conosceva personalmente la famiglia Klausa. La madre di Fulbrook e Alexandra erano amiche d’infanzia, finché sua madre dovette fuggire dalla Germania Nazista per ragioni politiche e razziali – lei era «un’attivista socialista e una cristiana impegnata di origine ebrea» – ma esse ridiedero vita alla loro amicizia dopo la guerra, fino al punto che Alexandra divenne la madrina di Mary Fulbrook. Uno dei più affascinanti aspetti dello studio accademico della Fulbrook è come essa riesca a gestire i propri “coinvolgimenti personali” in un modo che è sia trasparente che riflessivo.

Cruciali per il libro della Fulbrook, sono le differenti prospettive fornite dalle sue quattro fonti principali: la documentazione Nazista del tempo riguardante il regime di occupazione tedesca della Silesia nord orientale (territorio annesso al Terzo Reich nel 1939), specialmente della città e della conta di Będzin, a cinquanta miglia scarse da Auschwitz; le lettere dell’epoca di Alexandra Klausa; i numerosi, auto-assolutori racconti fatti nel dopo guerra da Udo Klausa; e i rari documenti dell’epoca (il diario di una ragazza adolescente, per esempio) e le testimonianze rese nel dopo guerra dagli ebrei di Będzin, che vivevano nella stessa città ma in un mondo costantemente sotto minaccia completamente differente da quello della famiglia Klausa. È la contrapposizione delle testimonianze dei sopravvissuti con i documenti Nazisti, con le lettere di Alexandra e con i racconti del dopo guerra che giace al cuore di questo libro rivelazione.

Che tipo di persona era Udo Klausa e cosa intende Fulbrook con il termine “Nazista comune”? Klausa veniva da una famiglia di cattolici conservatori e nazionalisti e aspirava ad una carriera sia sotto le armi che nella vita civile. La sua salute fragile gli fu d’impedimento all’inizio più di quanto lo fu in seguito lo svantaggio di essere cattolico. Membro del partito fin dal febbraio del 1933, egli poté tenere a freno le riserve anche dei Nazisti anti-cristiani più infervorati, grazie al suo leale ed efficiente attaccamento al regime. Fulbrook riassume come segue la valutazione di Klausa da parte di un noto Nazista oppositore delle chiese Cristiane:

 

A dispetto del fatto che Klausa dentro di se “sentiva se stesso legato alla sua religione cattolica”, egli non aveva “in nessun modo” lasciato che questo si mettesse di mezzo nel suo “impegno pratico per la causa Nazionalsocialista” e nella sua prontezza “nel fare del suo meglio per compiere l’opera del Führer”.

 

Klausa condivideva le idee di molti suoi compatrioti circa il diritto della Germania ad avere un ruolo imperiale nell’Europa dell’est su popoli inferiori dal punto di vista razziale e culturale. Notevolmente dimentico dell’impatto umano della politica razziale e di “Germanizzazione” Nazista su ebrei e polacchi, egli percepiva se stesso come «dignitoso», non «veramente» un Nazista e un servitore civile apolitico che era stato coinvolto nella «semplice amministrazione». Attraverso un racconto parallelo dell’esperienza e del destino degli ebrei di Będzin, Fulbrook dimostra che ciò che per Klausa era «semplice amministrazione» fu in effetti l’implementazione delle politiche tese ad umiliare, espropriare, sfruttare, impoverire, affamare, sradicare e infine uccidere gli ebrei di Będzin. Le loro famiglie furono separate e le loro vite finirono attraverso leve successive per i lavori forzati e poi con le selezioni per la deportazione ad Auschwitz.

L’atmosfera di razzismo informale e diritto imperiale in cui la famiglia Klausa viveva a Będzin, è catturato in modo da togliere il respiro nelle lettere di Alexandra riguardanti la sfida nel cercare là e ammobiliare la loro nuova casa. Essa ricorda la sua prima impressione: «La città è incredibilmente ripugnante, squallida, fatiscente, sporca, non ho mai visto nulla del genere. Le strade sono brulicanti di sudici, cenciosi, disgustosi ebrei…La sola casa abitabile a Będzin è la villa dell’ebreo Schein, un grosso industriale che è riuscito a fuggire». In realtà gli Schein scapparono verso est da Będzin nel 1939, ma vennero uccisi più tardi durante l’Olocausto. Con riferimento all’attività di arredare la sua nuova casa, scrisse: «L’amministratore che ha stabilito i prezzi per la mobilia ebraica era proprio qui…Prenderò ogni cosa…». Mentre aspettava che la casa fosse dipinta e nel frattempo spacchettava le sue cose inviate da Berlino, si lamentava: «La mia sola occupazione è andarmene in giro per la casa tutto il tempo, per prevenire che qualcuna delle nostre cose “si infili tra le dita” degli ebrei. È un’attività molto snervante, perché rubano come corvi».

Contrapponendo i racconti del dopoguerra di Udo Klausa con altre fonti, Fulbrook conclude che egli visse nel tipico «universo morale razzista» del colonialismo che considerava normale amministrazione prima del 1942 le morti causate da fame, abbandono, fatica ed esecuzioni arbitrarie. Della sua propria responsabilità nell’alimentare e sostenere la politica Nazista e quindi nell’agevolare la Soluzione Finale, Klausa sembra dimentico sia durante che dopo la guerra.

Attraverso varie affermazioni non vere, destinate da una parte ad evitare responsabilità legali e dall’altra a crearsi un’identità accettabile per il dopoguerra, Klausa negava anche di sapere della deportazione e dell’omicidio di massa degli ebrei di Będzin nel 1942. Allo stesso tempo, dichiarava di essere scappato dalla sua carica amministrativa per arruolarsi di nuovo nel servizio militare, proprio per evitare di «diventare da innocente a colpevole». Mentre rappresenta la falsità dei racconti post-guerra di Klausa, Fulbrook ciononostante conclude che con l’inizio della Soluzione Finale nel 1942, Klausa fu apparentemente disturbato dal fatto che la politica razziale Nazista culminasse in un programma omnicomprensivo di sterminio di massa che egli aveva favorito ma che non aveva previsto o desiderato. Le lettere di Alexandra indicano che dall’inizio delle prime grandi deportazioni di ebrei da Będzin ad Auschwitz nel maggio 1942, fino alla stessa partenza di Udo da Będzin nel dicembre seguente, egli fu soggetto ad una crisi psicologica che gli causava debolezza e nervi scossi, apparentemente senza cause fisiche riconoscibili.

Tuttavia, Fulbrook è sicura che il comportamento di Klausa come implementatore della politica razziale Nazista e facilitatore della Soluzione Finale sia storicamente significativo nel suo impatto, non quelle che erano le sue riserve segrete e i nervi tesi che poteva aver nascosto mentre in realtà continuava a sostenere il regime Nazista fino alla fine della guerra. I suoi presunti scrupoli furono, in maniera opportunistica, dichiarati ai suoi bambini e dopo di ciò alla giustizia investigativa. Fu, come scrive Fulbrook, il comportamento dei «facilitatori di Hitler» –«Nazisti comuni» come Klausa – che «fece da propulsore per il dinamismo del Nazismo» e «aiutò ad aprire la strada al genocidio».

Fulbrook non è il primo storico a scoprire il ruolo centrale di implementatori e facilitatori che non fecero né politica, né personalmente uccisero le loro vittime. Fondamentale, per l’analisi di Raul Hilberg della distruzione degli ebrei europei come processo amministrativo di vaste proporzioni, fu il valore dato alla falange di burocrati il cui contributo a identificare, espropriare, concentrare e trasportare ebrei fu essenziale per la Soluzione Finale. Al centro della strategia di difesa di Eichmann a Gerusalemme, ci fu il suo sforzo di far passare se stesso come solo uno tra i tanti semplici burocrati, una strategia di successo con Hannah Arendt, ma non con il tribunale di Gerusalemme, né con molti storici.

Arendt afferrò un concetto importante ma non l’esempio giusto. Ciò che rende il libro di Fulbrook una pietra miliare nella storiografia sull’Olocausto, perciò, non è la scoperta di una nuova categoria di esecutore. Ciò che è notevole è, da una parte, il suo accesso eccezionale alle carte personali di una famiglia di tali esecutori e l’uso che ne ha fatto e, dall’altra parte, l’abile contrapposizione delle loro storie e della terrificante esperienza ebraica a Będzin.

Un altro esempio di nuove, finora inutilizzate fonti che gettano una luce aggiuntiva su vecchi temi – gli atteggiamenti mentali, le credenze e i comportamenti dei semplici soldati tedeschi e il loro rapporto con il Nazionalsocialismo – è Soldaten di Neitzel e Welzer, uno studio sulle conversazioni registrate in segreto tra prigionieri di guerra tedeschi detenuti in Inghilterra e in America che non furono rese disponibili fino al 1996. Per comprendere i soldati tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, argomentano gli autori, «dobbiamo vedere la guerra, la loro guerra, attraverso i loro occhi». Questo, a sua volta richiede di recuperare i “quadri di riferimento” su cui i soldati tedeschi si orientavano e che davano senso al loro mondo.

Due di questi quadri di riferimento furono centrali, dicono. Il primo fu il Terzo Reich e la sua “moralità Nazionalsocialista”, basata su una ineguaglianza razziale di fondo e sulla supremazia della comunità Volk tedesca sugli altri gruppi, così come sui singoli tedeschi. La seconda fu la guerra, durante la quale 17 milioni di tedeschi furono impegnati e si identificarono con le forze armate e sostennero i valori militari largamente condivisi del coraggio, della durezza, dell’obbedienza e della disponibilità al sacrificio. Al confronto con queste due principali influenze, dicono, altri fattori come punti di vista politici precedenti e posizioni individuali, furono marginali nel definire il comportamento.

Gli autori fanno anche notare che la nostra comprensione storica contemporanea dell’era Nazista, che pone l’Olocausto al centro, non fu la prospettiva attraverso cui la maggior parte dei tedeschi – sia soldati che civili – ebbero esperienza della Seconda Guerra Mondiale (infatti, gli autori potevano aggiungere che vedere il Terzo Reich e la Seconda Guerra Mondiale primariamente attraverso il prisma dell’Olocausto, non è prevalso nella visione degli storici e della società in generale, fino agli anni ’80). Ma le conclusioni che gli autori tracciano partendo da queste conversazioni registrate di nascosto, riguardanti la conoscenza degli atteggiamenti mentali verso e la partecipazione ai crimini di guerra e all’omicidio degli ebrei, da parte dei soldati, sono il punto forte del libro.

Molti crimini commessi da soldati tedeschi, analizzano Nietzel e Welzer, erano «più crimini di guerra in generale, che crimini commessi specificamente dalla Wehrmacht ». Questi includevano l’omicidio di prigionieri, avere come bersaglio non combattenti e lo stupro. Molti prigionieri di guerra raccontavano di tali atti, per “intrattenere” i loro compagni di prigionia, e troppo spesso finivano le loro storie di violenza pavoneggiandosi con un «è stato un gran divertimento». Più tipica della Wehrmacht di quanto affermato dagli autori, direi, fu la sua ossessione della resistenza da parte dei partigiani e la «spirale di violenza» della guerra anti-partigiana, in cui il radere al suolo interi villaggi e l’omicidio di massa delle popolazioni civili, divennero entrambe «routine» e furono sentite dai soldati come pienamente giustificate.

Gli autori fanno notare il grado in cui i soldati tedeschi furono “offesi” e spinti alla violenza sfrenata dallo «stile disonesto di combattimento» (attacchi a sorpresa alle spalle), dalle atrocità, dalla resistenza ostinata e dalle donne soldato dell’Armata Rossa. Ma dato il costante uso degli autori della nozione di «quadri di riferimento» specificamente per il Terzo Reich, avrebbero potuto dire di più sulla presunzione sottintesa di sentirsi in diritto alla conquista senza resistenze che è rivelata da queste conversazioni. Agli occhi tedeschi, gli eserciti nemici e le popolazioni che ostinatamente difendevano la loro patria, contro le conseguenze di una orribile conquista straniera, furono viste come intollerabili. In classico stile “incolpa la vittima”, i soldati tedeschi sentirono che i loro nemici meritavano pienamente le terribili sventure che si erano procurati osando resistere.

Una percentuale molto piccola delle conversazioni tra i prigionieri di guerra – 0.2 percento – riguardavano l’Olocausto, se si eccettuano quelle che «rivelavano che molti soldati erano sorprendentemente ben a conoscenza dei dettagli specifici dello sterminio degli ebrei europei». Molti di questi narratori si compiacevano dei dettagli crudi, mentre i loro ascoltatori rispondevano esibendo la curiosità, il voyeurismo e l’atteggiamento tipico di una platea di spettatori (così come mancanza di sorpresa, di obiezioni o di dubbio) che erano tipici di coloro che ascoltavano racconti dei massacri. L’antipatia nei confronti degli ebrei era pervasiva. Alcuni prigionieri di guerra criticavano i metodi orribili che venivano descritti, ma non la politica del genocidio in se stessa.

La principale preoccupazione espressa, non fu legale o morale, ma piuttosto una coscienza largamente condivisa della vendetta che la Germania si sarebbe dovuta aspettare se avesse perduto la guerra. Tra la pletora di crimini Nazisti, solo la morte di massa di prigionieri di guerra sovietici per fame e abbandono sembrava strappare in fondo un po’ di “sdegno”. In definitiva, concludono gli autori, quello che distingueva le campagne Naziste a cui partecipava la Wehrmacht dalla «pratica standard generale della Seconda Guerra Mondiale», fu l’eliminazione degli ebrei, dei prigionieri di guerra e dei rappresentati politici sovietici. «Qui, l’ideologia razzista si rende manifesta».

Gli autori fanno notare che le trascrizioni delle dichiarazioni dei prigionieri di guerra, «parlano di un po’ di tutto» e che un’« accozzaglia » di «frammenti contraddittori» fu più comune di una coerente visione d’insieme Nazista espressa da una piccola minoranza di «guerrieri ideologizzati». Così gli autori spesso parlano di “tendenze” piuttosto che di ferree generalizzazioni. Descrivono le eterogenee e spesso contraddittorie conversazioni tra i prigionieri di guerra con appropriata cautela, e giungono ad alcune utili conclusioni riguardanti gli atteggiamenti mentali della Wehrmacht verso, e la partecipazione a, gli specifici crimini Nazisti che andarono ben oltre i tipi di atrocità commessi da molti eserciti in molte guerre. Ma gli autori, stranamente, concludono il loro libro deviando da questa specificità storica, a favore di generalizzazioni ampie e vuote in modo crescente, del genere che essi stessi avevano precedentemente evitato. Nell’argomentare che «i soldati tendevano a comportarsi allo stesso modo» a causa dell’istituzione militare e delle situazioni di guerra in cui si trovavano, essi, in misura sempre maggiore, sorvolano sulle situazioni specifiche e sulle pressioni ideologiche che i soldati tedeschi incontrarono sul fronte orientale.

Dicendo per esempio, che «è giunto il momento di fermare la sopravvalutazione degli effetti dell’ideologia» che «non spiega perché soldati…commettano crimini di guerra», essi impiegano in realtà un concetto di ideologia molto angusto. Esso è per loro confinato all’auto-dichiarata, coerente visione del mondo Nazista, abbracciata dai «guerrieri ideologizzati» e non comprende i più ampi «quadri di riferimento» del Terzo Reich, come per esempio la superiorità razziale alla sua base, che gli autori stessi enfatizzavano all’inizio del libro (a questi quadri di riferimento aggiungerei l’ampio consenso all’avere diritto all’impero, come esemplificato dall’Udo Klausa di Mary Fulbrook).

Il problema deriva, penso, dal fatto che gli autori distinguono in maniera precisa l’omicidio dei prigionieri di guerra sovietici e il genocidio degli ebrei in quanto «soli casi in cui la violenza può essere vista come Nazionalsocialista» e trattando tutte le altre atrocità non come diverse o nuove tranne che per la loro “dimensione” quantitativa. Questo sfuma una distinzione vitale – sia ideologica che situazionale – tra le “guerre convenzionali” da una parte, e dall’altra le guerre di conquista imperiale basate sulla razza e il soggiogamento di popoli giudicati inferiori. Nel primo tipo di conflitto, le atrocità sono prevedibili ma occasionali e limitate, generalmente causate da un temporaneo accelerarsi degli eventi bellici e dal collasso della disciplina. Nel secondo tipo, l’atrocità è sistemica e su larga scala.

Il pieno significato della guerra Nazista di annichilimento nell’est Europa, come visto attraverso le conversazioni segrete dei soldati tedeschi catturati, forse non è rivelato con compiutezza alla sua fonte. Questo perché nei campi per prigionieri di guerra inglesi che americani, il personale sia della marina e dell’aviazione che il personale dell’esercito della campagna Nord Africana, erano sovrarappresentati, mentre i soldati tedeschi con un’esperienza prolungata sul fronte russo e dei Balcani, erano sottorappresentati. Questa carenza è resa evidente dal fatto che gli autori si allontanano sempre più dalle reali situazioni storiche e dal background immediato degli eventi.

Un esempio di ciò, è la comparazione semplicistica che gli autori fanno fra la partecipazione dei soldati tedeschi nella guerra Nazista di distruzione e il comportamento dei soldati americani in Iraq. Dopo aver descritto l’uccisione da parte di elicotteri d’assalto americani di civili iracheni che erano stati erroneamente identificati come una minaccia nemica nella confusione di una singola operazione, deducono che questa «affinità… può essere pienamente estesa, per definizione, al livello del genocidio» poiché «l’omicidio degli ebrei fu anche definito come atto di autodifesa».

Questa comparazione ignora una differenza cruciale. Nell’esempio dell’equipaggio di un elicottero americano in Iraq, le linee guida operative per prevenire l’uccisione di non combattenti nel furore e nella confusione dell’azione non furono seguite, e gli omicidi poi divennero un evento più grave quando gli americani aggravarono il loro errore iniziale con un’interpretazione autoassolutoria ma falsa degli eventi successivi. Nel caso dei più orrendi crimini della Wehrmacht, furono eseguiti degli ordini, mantenuta la disciplina e milioni di persone morirono proprio perché il sistema non collassò e gli omicidi continuarono sistematicamente per mesi e anni, non per minuti.

Le dottrine della Wehrmacht di rappresaglia collettiva e guerra anti-partigiana, non solo contribuirono a una perdita enormemente più grande di vite civili, ma non possono neanche essere distinte dalla partecipazione della Wehrmacht alla Soluzione Finale nel modo in cui lo fanno gli autori. In Serbia, la Wehrmacht t fucilò praticamente l’intera popolazione adulta maschile di ebrei e “zingari”, in “rappresaglia” per le perdite causate dai partigiani jugoslavi. E in Unione Sovietica, la Wehrmacht combatté le sue battaglie anti-partigiani sotto la linea guida “Dov’è il partigiano è l’ebreo e dov’è l’ebreo è il partigiano” – con prevedibili conseguenze sanguinarie. Data la differenza in scala, struttura e durata tra i crimini di guerra americani in Iraq come descritto dagli autori e i pervasivi e ripetuti massacri e “rappresaglie anti-partigiane” da parte della Wehrmacht e dato il loro impatto sproporzionato su ebrei e “zingari”, il paragone degli autori sembra più pretestuoso che acuto.

Separando l’omicidio dei prigionieri sovietici e il genocidio degli ebrei come «i soli casi in cui la violenza può essere vista come Nazionalsocialista», Neitzel e Welzer non valutano sufficientemente l’effetto combinato di fattori diversi: l’ideologia Nazionalsocialista; un consenso della destra pan-europea (sia fascista che conservatrice tradizionale) al rabbioso anticomunismo e all’identificazione degli ebrei come bolscevichi e viceversa; una tradizione militare tedesca sprezzante di ogni moderazione e fobica riguardo ai partigiani; e le convinzioni della cultura tedesca riguardanti la superiorità tedesca e il suo diritto a un impero sulle popolazioni dell’est europeo. Questa combinazione creava una situazione letale che non fu storicamente nuova, ma la cui considerevole novità giaceva nell’applicazione all’Europa del ventesimo secolo di pratiche di imperialismo razziale fino ad allora riservate a popoli e territori non europei.

Ironicamente, a causa dell’impostazione storica scarsamente specifica degli autori, essi perdono l’opportunità di evidenziare il suo potere nell’influenzare il comportamento in un altro caso importante. Usando le conversazioni registrate dei soldati di guerra italiani, gli autori correttamente notano come i soldati italiani fossero differenti dalle loro controparti tedesche. Ma la ricostruzione temporale è carente. Dopo il 1940, i soldati italiani mostrarono saggiamente una mancanza d’inclinazione via via crescente a combattere e morire (o a divenire complici nella Soluzione Finale) come alleati disprezzati a fianco di una guerra tedesca in cui i risultati furono alternativamente la resa o la subordinazione. Ma se uno guarda al brutale comportamento dei soldati italiani quando combattevano le loro proprie guerre di imperialismo razziale in Libia e in Etiopia negli anni ’30, il mito dell’innocenza italiana svanisce rapidamente, benché la scala delle morti civili sia stata naturalmente molto più bassa. In breve, nell’analizzare la tendenza a commettere atrocità, la vicinanza fra guerra sulla base della razza e conquista imperiale, deve essere tenuta in conto, così come le differenze nella cultura istituzionale tra gli eserciti tedesco e italiano.

In conclusione gli autori affermano che, mentre l’Olocausto oggi è il «crimine storicamente unico» che domina la nostra comprensione della Seconda Guerra Mondiale, esso però «non definisce il carattere della Seconda Guerra Mondiale». La maggioranza dei 50 milioni di vite perdute furono «non come risultato dell’Olocausto». Perciò il fenomeno della guerra stessa (e non la specifica politica e il comportamento tedesco) dovrebbe essere il centro della nostra attenzione. Essi rimproverano gli scienziati sociali, gli storici, e sì, «la modernità», sulla base della loro presunta ingenua illusione riguardante la «natura non violenta» degli esseri umani, e affermano che sia «inappropriato» per noi «mostrare indignazione o sorpresa per il fatto che delle persone siano uccise e menomate quando c’è la guerra. Se guerra è, quello è il modo in cui avviene». In definitiva, l’implicazione finale, sembra essere che noi dovremmo smetterla di indignarci su come e perché soldati della Wehrmacht si sentissero e si comportassero nel modo che fecero nella Seconda Guerra Mondiale, perché la gente è violenta, la guerra è l’inferno e «i soldati uccidono perché è il loro mestiere». Un finale vuoto e deludente per un libro che cominciava in modo così promettente.

 

CHRISTOPHER R. BROWNING è uno storico americano e docente di storia presso l’Università del North Carolina. Nel 2006 è diventato membro dell’American Academy of Arts and Sciences. I suoi libri più recenti pubblicati in Italia sono  Le origini della soluzione finale. L’evoluzione della politica antiebraica del nazismo. Settembre 1939 – Marzo 1942 (Il Saggiatore 2012) e Lo storico e il testimone. Il campo di lavoro nazista di Starachowice (Laterza 2011).

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