David Cole

Dovremmo fare a meno della Costituzione?

da ''The New York Review of Books''

LOUIS MICHAEL SEIDMANOn Constitutional Disobedience, Oxford University Press, pp.162, $ 21.95

POLITICA: La Costituzione americana fa più male che bene? Lo chiede David Cole, recensendo il saggio di Louis Seidman On Constitutional Disobedience, in cui l'autore afferma che i cittadini americani dovrebbero smettere di occuparsi della Costituzione, la quale, secondo l'autore, raramente ha protetto le libertà civili, distrae i cittadini dai “meriti” di una data legge o azione ed è responsabile per la surriscaldata retorica partigiana della politica americana moderna.

La Costituzione americana fa più male che bene? Lo scorso anno, la più importante legislazione sul welfare dal New Deal, l’Affordable Care Act1, fu quasi annullata dalla Corte Suprema sulla base del fatto che il Congresso non ha il potere di richiedere alla gente che può permettersi di pagarsi un’assicurazione sanitaria, di farlo o di pagare una tassa. Stabilito questo, la Corte può annullare sia il programma di affirmative action2 dell’Università del Texas, sia il provvedimento Voting Rights Act3 che ha avuto un ruolo centrale nel limitare le pratiche di voto discriminatorio sulla base della razza nel Sud. Tre anni fa, in Citizens United v. Federal Election Commission, la Corte decise che la Costituzione proibisce i limiti sui finanziamenti elettorali da parte delle aziende. E chi può dimenticare Bush v. Gore, in cui cinque membri conservatori della corte invocarono la Costituzione per bloccare un riconteggio in Florida e in concreto insediarono George W. Bush come presidente?

Queste ed altre decisioni, insieme all’esperienza di diversi decenni sotto una Corte Suprema controllata da giudici conservatori, ha condotto molti studiosi della legge progressisti a porsi la questione dell’importanza di una revisione della Costituzione nel nostro sistema democratico. Mark Tushnet, della Harvard Law School e l’ex decano della facoltà di legge di Stanford, Larry Kramer, hanno argomentato che noi dovremmo «tenere la costituzione fuori dai tribunali» e autorizzare invece “il popolo” a prendere decisioni costituzionali – una raccomandazione curiosa, alla luce del fatto che la Costituzione fu disegnata sia per controllare “il popolo” che per limitare il governo.

Altri, come Barry Friedman della NYU Law School, hanno detto che la Corte in realtà dipende solo dai risultati delle elezioni, e perciò in effetti non serve a proteggere la libertà contro l’intolleranza della maggioranza. E il professor Michael Klarman, della Harvard Law School, ha sostenuto che quando i tribunali anticipano le principali correnti d’opinione, come nel caso Roe v. Wade4, essi spesso scatenano una reazione conservatrice che fa più male che bene al diritto per cui la protezione è voluta.

Louis Michael Seidman, uno dei principali studiosi della Costituzione del paese e mio collega alla Georgetown Law, cerca di alzare l’asticella. Nel suo ultimo libro On Constitutional Disobedience, dice che noi dovremmo smetterla del tutto di occuparci della Costituzione. Egli ritiene che abbiamo bisogno di mettere in discussione non solo le decisioni individuali della Corte Suprema conservatrice, e non solo il potere della Corte di avere l’ultima parola sulle questioni costituzionali, ma l’intera avventura del costituzionalismo. Egli asserisce che poco bene e molto danno derivano dal nostro obbligo percepito di essere costretti dalla Costituzione. Essa ha raramente protetto le libertà civili. Ci distoglie dai “meriti intrinseci” di una data legge o azione, poiché noi discutiamo invece se essa si accordi con quello che pensava un piccolo ed esclusivo gruppo di uomini più di duecento anni fa. Ed è responsabile per la surriscaldata retorica partigiana di oggi, perché nelle discussioni sulla Costituzione si trattano gli oppositori come traditori della comunità politica. Staremmo meglio, conclude, senza una Costituzione.

Seidman concede che «una proposta di ignorare sistematicamente la Costituzione farà apparire molti come stupidi, malevoli, pericolosi o tutti e tre insieme». Alla fine, trovo la sua argomentazione non convincente, ma certamente non stupida, malevole o pericolosa. Il suo pregio principale non è comunque, come spera Seidman, di liberarci dalle catene dell’obbligo costituzionale, ma di spingerci a sostenere in maniera più adeguata per quali motivi la Costituzione dovrebbe in primo luogo vincolarci.

Seidman esprime la sua posizione contro il costituzionalismo in maniera più concisa in un editoriale del ‘New York Times’ che ha recentemente pubblicato in contemporanea con l’uscita del suo nuovo libro. Là, egli domandava:

 

Immaginate che dopo attenti studi un ufficiale governativo – diciamo, il presidente o uno dei leader di partito al Congresso – raggiunga un meditato convincimento che una particolare linea d’azione sia meglio per il paese. Improvvisamente, qualcuno irrompe nella stanza con nuove informazioni: un gruppo di possidenti bianchi che sono morti da duecento anni, che non conoscevano nulla della nostra attuale situazione, che agivano illegalmente per quello che riguarda la legge dell’epoca e che pensavano fosse giusto possedere degli schiavi, si dichiarano in disaccordo con questa nuova linea d’azione. È anche remotamente plausibile che l’ufficiale governativo debba cambiare la sua opinione a causa di questa divinazione?5

 

Il libro, della lunghezza di meno 150 pagine, sviluppa il punto in maniera magistrale. Nonostante ciò che afferma il preambolo della Costituzione, spiega Seidman, “Noi il popolo”, non demmo il nostro consenso ad essere vincolati dal documento. Solo una piccola minoranza della popolazione all’epoca di questo scenario poteva votare e naturalmente nessuno di loro è ancora in vita. Il fatto che “loro” scelsero di affermare la loro autorità su di “noi” centinaia di anni dopo, giustifica difficilmente il nostro seguire i loro diktat.

Alcuni argomentano che poiché la Costituzione poteva essere emendata, e noi generalmente non l’abbiamo fatto, abbiamo in concreto acconsentito ad essere vincolati ad essa. Ma come sottolinea Seidman, la Costituzione Americana è la più difficile al mondo da cambiare. Anche se una solida maggioranza del popolo americano e i nostri rappresentanti al Congresso concordassero che la Costituzione dovrebbe essere cambiata, il cambiamento risulterebbe spesso impraticabile, poiché richiede un voto favorevole dei due terzi di entrambe le camere del Congresso e un’approvazione di tre quarti degli stati. In ogni caso, l’argomentazione sull’obbligo costituzionale basato sulla clausola dell’emendamento è circolare, perché pone la questione in primo luogo del perché dovremmo essere vincolati dalla clausola dell’emendamento.

Altri argomentano che noi dovremmo attenerci alla Costituzione perché gli estensori erano saggi, ed ebbero vista lunga nell’articolare i principi fondamentali per un buon governo. Ma gli storici hanno mostrato che la Costituzione fu guidata sia da interessi economici egoistici di breve termine che da più nobili ambizioni. Ed anche il più acuto degli estensori non poteva aver previsto il mondo in cui noi ora viviamo, con armi nucleari, smartphone, terrorismo internazionale, Internet, un’economia globale interconnessa e il riscaldamento globale. Se concordassimo oggi con l’opinione degli estensori, sostiene Seidman, dovremmo condividerla perché nella realtà suona attuale nella sua sostanza – e non perché alcuni uomini morti da lungo tempo cercarono di imporci quell’opinione.

Tuttavia, altri difendono la Costituzione come forma di impegno preventivo. Come Ulisse che istruisce i suoi marinai a legarlo all’albero maestro quando passa vicino alle Sirene, noi spesso scegliamo in anticipo certe linee d’azione, sapendo che in tempi brevi saremo tentati di agire contro il nostro miglior interesse di lungo termine. Un matrimonio, una dieta, un arruolamento nell’esercito o un’università, tutto ciò richiede questo tipo di scelte. Prevediamo che potremmo andare fuori strada e promettiamo di seguire una linea definita in anticipo. La Costituzione, in modo simile, ci impegna preventivamente come nazione a rispettare certi diritti e a seguire certe procedure, anche quando una maggioranza della popolazione non lo farebbe.

Ma, argomenta Seidman, l’idea dell’impegno preventivo, pone molte difficoltà. Come possiamo sapere, per esempio, che la nostra opinione allo stesso tempo, quando facciamo la promessa, sia più valida del nostro giudizio successivo, quando stiamo considerando di romperla? I tempi cambiano, e gli impegni che avevano senso ieri, possono non averlo oggi – come, per esempio, dimostra la percentuale di divorzi. Quando, come nel caso della Costituzione, l’impegno preventivo è fatto da uomini con cui non abbiamo relazione e che avevano una scarsa nozione delle sfide con cui ci confrontiamo, perché dovremmo aderire al loro impegno preventivo?

Con queste domande, Seidman effettivamente dimostra che l’argomento dell’obbligo costituzionale è molto poco evidente in se stesso più di quanto molti pensino. Egli costringe i costituzionalisti fra di noi ad esporsi con risposte migliori.

Gli argomenti di Seidman sono comunque meno convincenti quando si rivolge dalla teoria alla pratica. Egli sostiene, per esempio, che noi ci siamo già allontanati dall’obbligo costituzionale, perché le violazioni della Costituzione sono molto ampie. Per supportare quest’asserzione, egli dovrebbe dimostrare sia che le violazioni costituzionali siano così prevalenti che i doveri sono in realtà una finzione, o che le violazioni sono espressamente autorizzate. Egli non dimostra nulla del genere.

Osserva, per esempio, che diverse dottrine giuridiche limitano il ricorso alla giustizia nel momento in cui la Costituzione possa essere stata violata. I tribunali non riconosceranno pene pecuniarie quando l’imputato è soggetto ad immunità. I tribunali respingeranno anche le sfide legali quando alla parte offesa manca “il diritto di far causa”, quando la materia è una “questione politica” non adatta alla risoluzione giudiziale, o quando il caso non può essere giudicato senza rivelare “segreti di stato”. Ma queste dottrine non costituiscono violazioni costituzionali; esse semplicemente riconoscono limiti costituzionali su quali situazioni i tribunali possono sentenziare. I pubblici officiali rimangono obbligati ad obbedire alla Costituzione in tutte queste circostanze.

In maniera ancor meno convincente, Seidman cita giudici in disaccordo che talvolta accusano i loro colleghi di aver mal interpretato la Costituzione. Ma il fatto che i giudici non concordino su cosa la Costituzione richieda, non implica che sia accettabile violare la Costituzione. Al contrario, l’intensità di tali disaccordi è guidata da un senso di obbligo costituzionale.

Seidman dedica un’attenzione speciale al giudice Robert Jackson, che egli dichiara abbia apertamente violato la Costituzione in almeno tre casi storici. Se Seidman, potesse dimostrare che Jackson, uno dei più rispettati giudici nella storia della Corte Suprema, difese e praticò la disobbedienza costituzionale, questo potrebbe ben supportare la sua tesi. Ma, anche qui, la prova fallisce il compito. Seidman per primo cita il dissenso nel caso Korematsu v. United States, l’infausta decisione della Corte Suprema durante la Seconda Guerra Mondiale, che sosteneva l’internamento di un giapponese-americano sulla base della sua razza. Jackson argomentò che la Corte non aveva giurisdizione, ma egli con ciò non avvallò una violazione della Costituzione; al contrario, esattamente dissentiva per la preoccupazione che avere giurisdizione in tali casi potesse condurre ad una convalida di pratiche costituzionalmente dubbie.

Successivamente, Seidman cita l’opinione di Jackson su una decisione del 1952 che dichiarava incostituzionale il sequestro da parte del Presidente Truman delle acciaierie americane durante la Guerra di Corea. Là Jackson scrisse, con un’argomentazione che ha influenzato da allora la giurisprudenza sulla separazione dei poteri, che poiché la Costituzione non stabilisce limiti espliciti sul potere esecutivo, questi limiti saranno spesso influenzati dall’azione del Congresso e che, se il Congresso non ha agito, la legalità delle azioni del presidente può mutare «sulla base dell’urgenza degli eventi o dell’imponderabilità del momento, piuttosto che sulla base delle astratte teorie della legge». Ma dire che, quando sia il Congresso che la Costituzione, non impongono limiti espliciti all’azione del governo, la validità di quell’azione sarà determinata in maniera pragmatica, non equivale ad avvalorare una disobbedienza costituzionale; semplicemente sottolinea la difficoltà di decidere su questioni costituzionali senza una chiara guida testuale.

Infine, Seidman sostiene che Jackson votò per dichiarare incostituzionale la segregazione nel caso Brown v. Board of Education per ragioni “politiche”, anche se egli non credeva che il Quattordicesimo Emendamento proibisse la segregazione. Seidman appoggia questa notevole affermazione su un criptico estratto da una parafrasi di uno storico e da una singola frase da un memorandum non pubblicato, che Jackson abbozzò prima che il caso fosse deciso. La parafrasi, ricostruita da note di altri due giudici ancora più criptiche durante la conferenza interna della Corte, che discuteva del caso Brown, afferma che Jackson disse: «Questa è una questione politica. Per me personalmente questo non è un problema… come decisione politica, posso essere d’accordo con essa ma riconoscendo che è politica». Ma anche ritenendo questo racconto di terza mano affidabile, il suo testo conciso solleva così tante domande quanto quelle a cui risponde. Non dice neppure a quale aspetto del caso Jackson si stesse riferendo – il merito della decisione, la scelta dell’argomentazione o la decisione di ordinare una nuova discussione sulla materia sensibile del  rimedio alla segregazione?

Il memorandum che Jackson scrisse, è in realtà un chiaro segnale del suo pensiero, ma, al contrario dell’affermazione di Seidman, non dice che la Corte sia libera di ignorare la Costituzione, o che la segregazione sia costituzionale ma che debba essere eliminata comunque. Invece, traccia nel dettaglio un fondamento legale, non politico, per provare che la segregazione è incostituzionale. Jackson argomentò che le condizioni erano cambiate da Plessy v. Ferguson6, in cui la Corte aveva sostenuto la dottrina del separate but equal (separati ma uguali), e che, anche se fosse stato un fondamento logico per prendersi cura degli schiavi allora appena liberati, il loro rapido progresso rese tali distinzioni non più giustificate. Il memorandum non afferma in nessun modo che la decisione sia politica, non proferisce nemmeno una parola di protesta7. Perciò, il principale esempio di Seidman in favore della disobbedienza costituzionale risulta essere stato fedele alla Costituzione fino in fondo.

Anche l’affermazione di Seidman che il costituzionalismo sia da biasimare per l’aspra cultura politica partigiana di oggi, non può essere dimostrata con delle prove. L’iper-partigianeria è relativamente recente, ma la Costituzione è stata con noi fin dal 1789. La cultura politica contemporanea è molto più probabilmente influenzata da altri fattori: la polarizzazione dei media tra Fox e MSNBC e le loro controparti; la modifica dei distretti elettorali in collegi elettorali “sicuri”, in cui le primarie sono la sola gara reale, in modo tale che i candidati abbiano bisogno di soddisfare solo la loro “base”; l’abilità delle campagne per rivolgere messaggi elettorali diretti a “microtarget” di popolazione per rinforzare i loro stessi giudizi acquisiti; e l’elettorato diviso in parti uguali, che alza la posta su tutta la linea, perché piccoli spostamenti di voto possono trasferire il controllo della maggioranza da un partito a un altro.

Né l’evidenza supporta la profonda accusa di Seidman che il costituzionalismo sia «profondamente distruttivo della comunità politica», perché i temi costituzionali «escludono di fatto il perdente dalla comunità». Seidman non è chiaro su cosa intenda qui per «comunità», ma i nostri sistemi politici e giudiziari sono sopravvissuti all’influenza presumibilmente distruttiva della Costituzione per più di duecento anni. Avendo perso la mia parte di conflitti sulla Costituzione, posso dire che non mi sono mai sentito come conseguenza “escluso dalla comunità”. Posso capire, come credo capiscano la maggior parte degli americani, che le questioni costituzionali siano spesso difficili, e che i tribunali non sempre decidano quel che noi vogliamo. I difensori dei diritti civili non si sono arresi come perdenti esiliati dopo il caso Plessy; né lo hanno fatto i sostenitori pro-vita dopo il caso Roe v. Wade. Hanno continuato a lottare oltre il significato della Costituzione, e in entrambi i casi hanno avuto successo in alcuni provvedimenti significativi.

Lo stesso Seidman concordava esattamente su questo punto in un libro del 2001, Our Unsettled Constitution, dove argomentava che la Costituzione «aiuta a costruire una comunità fondata sul consenso invogliando gli sconfitti a un continuo dialogo»8. In quel libro, egli asseriva che «destabilizzando qualunque tipo di risultato prodotto dal processo politico, [la Costituzione] fornisce ai cittadini un dibattito pubblico e un vocabolario che essi possono usare per continuare la discussione». Seidman non spiega mai perché la stessa Costituzione che dodici anni fa egli aveva applaudito come sostenitrice della comunità, venga adesso da lui accusata di distruggerla.

Ma dove Seidman forse si sbaglia di più è nella sua affermazione che la Costituzione faccia poco per proteggere i diritti civili e le libertà. L’argomento più persuasivo a favore della Costituzione è che essa riconosce certi principi e diritti talmente fondamentali che non dovrebbero essere lasciati in balia della maggioranza. Riconoscendo che in una democrazia, la maggioranza sarà spesso tentata di privare dei diritti civili i suoi oppositori, di imporre selettivamente oneri sugli indifesi, di non tener conto degli interessi della minoranza e di sopprimere le voci dissenzienti, la Costituzione garantisce il diritto di voto, l’uguale protezione delle leggi, le libertà di parola e di religione, la privacy, il giusto processo e l’habeas corpus. Questi diritti devono essere protetti dai giudizi “considerato tutto” che Seidman pensa dovrebbero essere la nostra guida esclusiva. Egli scrive quanto segue:

 

Il test per un imperativo costituzionale sorge quando uno pensa che, considerato tutto, la cosa giusta da fare sia X, ma la Costituzione ci dice di non fare X. È solo in questa situazione che l’imperativo costituzionale si fa sentire davvero. È solo allora che se obbediamo alla Costituzione, lo stiamo facendo per la sola ragione che siamo costretti ad obbedire. Ma quale persona sana di mente vorrebbe far questo? Se siamo convinti, dopo aver considerato ogni cosa, che una linea d’azione sia giusta, perché dovremmo prendere un’altra linea d’azione solo a causa di parole scritte su un pezzo di carta più di duecento anni fa?

 

Ma i giudizi considerato tutto non sempre sono giusti o appropriati. Considerato tutto, così argomentavano, molti nel Sud pensavano che la segregazione razziale fosse la miglior politica, e che ai neri dovesse essere negato il voto e tenuti fuori dalle giurie. Considerato tutto, le maggioranze in molti stati e il governo federale scelsero di rendere reato bruciare la bandiera americana o iscriversi al Partito Comunista. Considerato tutto, molti ufficiali di polizia hanno ritenuto che fosse appropriato estorcere confessioni e perquisire case senza mandati.

Quando la maggioranza o i loro rappresentanti prendono simili decisioni, le vittime sono naturalmente libere di provare a convincerli a cambiare rotta. Ma né la maggioranza né i suoi rappresentanti hanno alcun obbligo, nemmeno di ascoltarli. Se i genitori degli scolari neri di Topeka, Kansas, anziché promuovere un’azione legale nel caso Brown, avessero chiesto al consiglio d’istituto e all’assemblea legislativa di permettere ai loro figli di iscriversi a scuole integrate, sarebbero stati nel migliore dei casi ignorati. Coloro che bruciano la bandiera, i comunisti, le donne che scelsero l’aborto, avrebbero dovuto affrontare pene detentive se la maggioranza avesse fatto a modo suo. Senza una Costituzione, queste e molte altre persone i cui diritti costituzionali erano violati, sarebbero state alla mercé dei giudizi considerato tutto della maggioranza. Con una Costituzione, sostenuta dai tribunali, i loro diritti furono difesi.

Seidman cita il destino fin troppo familiare delle libertà civili in tempo di guerra per suggerire che la Costituzione è impotente nel difendere i diritti. Ma sarebbe come dire che non avremmo dovuto costruire argini a New Orleans perché non avrebbero retto all’Uragano Katrina. Il fatto che la Costituzione non sia stata forte abbastanza da prevenire violazioni in tempo di guerra, difficilmente persuade che sia il caso di sbarazzarsi di tutto.

Seidman, inoltre, omette dalla discussione le decisioni che in tempo di guerra protessero i diritti, come nei casi che riguardano la pubblicazione dei ‘Pentagon Papers’9, la detenzione a Guantánamo e il sequestro di Truman delle acciaierie. Ed utilizzando una prospettiva a lungo termine, la Costituzione ha protetto di più i diritti in tempo di guerra più di quanto suggerisca Seidman. La Corte, come tutti noi, impara dai propri sbagli, e ha spesso, tramite decisioni successive, dichiarato incostituzionali misure prese in precedenti situazioni problematiche. Queste decisioni post-guerra, giocano poi un ruolo protettivo nella guerra successiva. Quindi, oggi è chiaro che persino durante una guerra, un governo non può far diventare reato il parlare contro una guerra, internare persone basandosi sulla loro razza, o imporre la colpevolezza per associazione, anche se in alcune guerre precedenti erano state usate queste misure.

In più, la Costituzione non è solo, o maggioritariamente, per un tempo di guerra. Le corti stabiliscono regolarmente che azioni dei rami politici sono incostituzionali. Ultimamente, la Corte Suprema ha invalidato una condanna per droga basata su una prova ottenuta con un monitoraggio tramite GPS in violazione del Quarto Emendamento10. Ha anche rigettato sentenze di ergastolo per minorenni condannati per omicidio, trovandole crudeli ed inusuali in base all’Ottavo Emendamento. Ha anche revocato dichiarazioni di colpevolezza in quanto all’accusato, in violazione del Sesto Emendamento, non era stata fornita un’efficace assistenza legale; ed ha abolito condanne per indecent speech (“discorso indecente”)11 ad emittenti radiofoniche perché non gli era stato fornito un giusto processo. Meno visibilmente, ma più significativamente, ogni giorno, in tutto il paese, giudici di stato e federali rafforzano la Costituzione abolendo prove ottenute illegalmente e invalidando l’azione esecutiva e legislativa. In pochi di questi casi le vittime avrebbero avuto modo di ottenere aiuto tramite l’ordinario processo politico.

L’obiezione di Seidman a quello che egli definisce “imperativo costituzionale” si basa su una caricatura di come lavorano le costituzioni. Egli dice ripetutamente che l’imperativo costituzionale fa la differenza solo quando c’è un divario tra ciò che noi vogliano e ciò che la Costituzione ci permette di fare. Ed egli definisce ripetutamente la Costituzione come niente più che i punti di vista di estensori morti da tempo. Quando invece noi trattiamo la Costituzione come un insieme cambiante di norme, molte delle quali noi accettiamo, egli afferma, non siamo veramente soggetti a un imperativo.

Ma come tutta la legge, i funzionamenti della legge costituzionale sono più sofisticati di questo. Uno non direbbe che il diritto penale non è vincolante perché molti di noi hanno assimilato le sue norme. Così, anche la Costituzione aiuta a legittimare certi principi, in questo modo limitando le opzioni che noi e i nostri rappresentanti prendiamo in considerazione. Allo stesso tempo, l’interpretazione costituzionale ha sempre riconosciuto che le dottrine possono svilupparsi nel tempo, tanto che la Costituzione di oggi riflette i nostri valori fondamentali così come rifletteva quelli degli estensori. I nostri giudizi di valore sono spesso influenzati dal linguaggio e dai concetti della Costituzione, e il significato della Costituzione è di volta in volta influenzato dai nostri giudizi. Ma ciò non significa che la Costituzione non sia vincolante.

Il fatto che il Congresso raramente cerchi di penalizzare il discorso politico, ad esempio, riflette un impegno verso la libertà di parola, espresso dagli estensori della nostra Costituzione, sviluppato nel tempo dalla Corte, insegnato nelle nostre lezioni di educazione civica e assimilato da molti di noi. La Costituzione, in altre parole, non è un corpo estraneo che ci viene imposto dal corpo morto del passato, ma un riflesso dei nostri impegni più profondi che continua ad evolvere. Si potrebbe dire, come fa Seidman, che una cittadinanza impegnata, rispettosa dei diritti sia la miglior protezione dei diritti civili e delle libertà. Ma la Costituzione aiuta a costruire e a rinforzare quel rispetto, individuando i diritti che abbiamo più a cuore, controllando che le rivendicazioni di quei diritti siano ascoltate, e dando più potere ai tribunali – così come agli organismi politici – per proteggere quei diritti dalle violazioni dei governanti e dei governati. Farne a meno? No, grazie.

 

1. L’ Affordable Care Act è una legge sulla riforma sanitaria approvata dal Congresso il 23 marzo 2010. La legge, voluta dal presidente Obama, aumenta la tutela ai diritti dei malati, i servizi di previdenza sociale e lo sconto sui farmaci con obbligo di ricetta per le persone sopra i 65 anni e riduce inoltre il costo delle spese per le assicurazioni sanitarie. N.d.R.

2. Con affirmative action, ci si riferisce alle politiche di promozione dell’educazione e dell’impiego per gruppi socio-politici non dominanti, come ad esempio per le persone che fanno parte di minoranze etniche o donne. Lo scopo delle politiche di affirmative action è di rimediare agli effetti della discriminazione attraverso, ad esempio, quote riservate a favore del gruppo che si vuole tutelare. Si veda Roland Dworkin, Università americane e minoranze, ‘451’ n. 25. N.d.R.

3. Il Voting Rights Act è una legge del 1965 che ha permesso ai cittadini americani di colore di poter votare alle elezioni. N.d.R.

4. La Roe v. Wade, è una sentenza della Corte Suprema del 1972 che stabilì due principi fondamentali sulla questione dell’aborto: che l’interruzione di gravidanza è possibile per qualsiasi ragione sostenuta dalla donna fino al punto in cui il feto è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, e che in caso di pericolo per la salute della donna, l’aborto è legale anche qualora la soglia oltre il quale il feto è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno sia stata sorpassata. N.d.R.

5. Louis Michael Seidman, Let’s Give Up on the Constitution, ‘The New York Times’, 30 dicembre 2012.

6. La Plessy v. Ferguson è una sentenza del 1896 della Corte Suprema che sancì la legittimità della segregazione razziale negli Stati Uniti. N.d.R.

7. Il memorandum, che Jackson scrisse prima che la Corte decidesse di emettere un singolo parere unanime, e letto come una bozza di questa decisione, è inedito ma disponibile nei documenti Justice Jackson nella libreria del congresso.

8. Our Unsettled Constitution: A New Defense of Constitutionalism and Judicial Review (Yale University Press, 2001), p. 9

9. I ‘Pentagon Papers’ sono dei documenti top secret, pubblicati nel 1971 dal ‘New York Times’, che rivelarono, oltre allo scetticismo dello stesso governo americano sulla possibilità di una vittoria nella guerra in Vietnam, che gli Stati Uniti avevano esteso il proprio ruolo nel conflitto con bombardamenti nel Laos, in Cambogia e nel Vietnam del Nord prima che gli americani ne venissero informati. N.d.R.

10. Si veda David Cole, Mantenere il controllo sull’investigatore, ‘451’ n. 15. N.d.R.

11. L’autore si riferisce alle legge americana che proibisce alle emittenti radiofoniche di mandare in onda “linguaggi osceni, indecenti o blasfemi” nella fascia d’ascolto che va dalle 06 alle 22. N.d.R.

DAVID COLE è professore di Legge presso il Georgetown University Law Center. Ha vinto numerosi premi per diversi libri, fra cui The Torture Memos: Rationalizing the Unthinkable (New Press 2009), Less Safe, Less Free: Why America is Losing the War on Terror (New Press 2007) e Enemy Aliens: Double Standards and Constitutional Freedoms in the War on Terrorism (New Press 2003).

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