Roberta Corvi

Convinzione vs Convenienza

NICLA VASSALLO, ANNA LONGO, Conversazioni, Mimesis, Milano - Udine 2012, pp. 100, € 10,00

«Mamma, perché c’è il vento?», chiede una bimba di quattro o cinque anni alla madre che la sta accompagnando a scuola. Qualche tempo prima aveva domandato: «Dov’ero io prima di nascere?». Difficile rispondere se si è presi alla sprovvista, [...]

«Mamma, perché c’è il vento?», chiede una bimba di quattro o cinque anni alla madre che la sta accompagnando a scuola. Qualche tempo prima aveva domandato: «Dov’ero io prima di nascere?». Difficile rispondere se si è presi alla sprovvista, come spesso è difficile dare spiegazioni ai mille “perché” dei bambini che rivelano non solo una legittima curiosità sul mondo che li circonda, ma anche una spontanea inclinazione filosofica che riguarda i molteplici aspetti della realtà in cui siamo immersi.

Per questo ormai da anni, soprattutto negli Stati Uniti, ma in misura crescente anche in Italia, fioriscono le iniziative filosofiche dedicate ai bambini. Già, ma che cos’è propriamente la filosofia?

A questa e ad altre domande, che spaziano dalla conoscenza alla sessualità, cerca di rispondere Nicla Vassallo tramite un intenso dialogo con Anna Longo: una giornalista che intervista una filosofa in meno di cento pagine, apparentemente e realmente divulgative, che però hanno molto da dire anche allo specialista, perché si tratta di un libro che consente diversi livelli di lettura e quindi è adatto a lettori di varia formazione, dal filosofo di professione al dilettante appassionato.

La scelta del dialogo come forma di scrittura rimanda a illustri esempi nella storia della filosofia, da Platone a Feyerabend, ma in questo caso non si tratta di un dialogo artificioso in cui l’autore finge di parlare con altri, bensì di una conversazione reale fra due persone vere, che si confrontano, precisando che non si tratta di chiacchiere, ma appunto di conversazioni.

Come ha rilevato Heidegger in Essere e tempo, la chiacchiera si genera nel momento in cui il linguaggio, che richiede comprensione e interpretazione, rinuncia a una richiesta di fondamento, pertanto «l’incertezza iniziale in fatto di fondamento si aggrava fino a diventare infondatezza»1. Per sottrarsi al rischio di cadere nelle chiacchiere, Nicla Vassallo ritiene che il filosofo debba sempre disporre di buone argomentazioni – e debba anche esporle – a favore delle tesi che sostiene, evitando il conformismo implicito in ciò che “si dice”, “si pensa” o “si fa”. Il filosofo deve sempre valutare criticamente teorie e scelte di vita prima di prendere pubblicamente posizione, serbando in privato convinzioni e credenze per cui non si dispone di buone argomentazioni.

Come diceva Sofia Vanni Rovighi, il filosofo è caratterizzato da un atteggiamento di “spregiudicatezza radicale” nella ricerca, che equivale a non accettare alcuna assunzione o persuasione prima di aver stabilito se è giustificabile razionalmente2. Di conseguenza, come ribadisce anche Vassallo, il filosofo giudicherà le diverse teorie che si offrono come soluzioni ai problemi sollevati dal suo tempo solo se accettabili dal punto di vista razionale, in quanto argomentate e non semplicemente perché conformi a  un’appartenenza politica, religiosa o culturale (p. 22). Anzi, il filosofo dovrebbe essere appunto colui che riflette e ragiona sulla propria appartenenza, esaminando i pregiudizi insiti nel gruppo sociale o etnico di cui fa parte, arrivando anche, quando è il caso, a sospendere il giudizio, ammettendo di non avere elementi sufficienti per sostenere una posizione piuttosto che un’altra (p. 48). Il compito del filosofo è di mettere in discussione gli stereotipi e di combattere il conformismo che ne deriva.

Stereotipi che hanno condizionato e condizionano tuttora il ruolo sociale e familiare delle donne e degli uomini; in particolare alla donna vengono attribuite le caratteristiche dello stereotipo femminile come l’emotività contrapposta alla razionalità maschile, senza che ci siano buone ragioni per sostenere un dualismo così radicale, anzi abbiamo «buone ragioni per credere che si debba a mere costrizioni sociali l’attribuzione alle femmine/donne di alcune caratteristiche e ai maschi/uomini di tutt’altre ma, proprio in quanto costrizioni, l’essere umano consapevole e responsabile dovrebbe liberarsene» (p. 54). Anche perché tali stereotipi non sono affatto innocui e incidono sulla percezione che le donne hanno di se stesse, come rivelano alcune ricerche volte a mettere in luce che le prestazioni cognitive delle donne, per esempio nella soluzione di problemi matematici sono peggiori, se le donne ritengono di essere geneticamente inferiori, e migliorano nel momento in cui si identificano con altre caratteristiche, per esempio l’essere asiatiche.

L’esistenza di stereotipi non dovrebbe però far dimenticare che esistono realmente delle differenze fra uomini e donne sul piano biologico, differenze che Vassallo tende a minimizzare, insistendo sulla varietà che domina anche tra la popolazione maschile da una parte e la popolazione femminile dall’altra per cui non sono rare donne robuste e dotate di notevole forza fisica mentre non mancano uomini gracili e delicati. Nemmeno il fatto che la donna possa partorire e l’uomo no sembra una differenza che conta agli occhi di Nicla Vassallo, poiché ritiene – giustamente – che la maternità non sia una necessità o un obbligo per le donne. Tuttavia, sebbene la donna possa scegliere di non essere madre, è indubitabile che, a differenza dell’uomo, può esserlo. Perché negare questa differenza? Perché negare una differenza che non dovrebbe incidere sul riconoscimento di una pari dignità più di quanto non incidano altre differenze come quelle che caratterizzano un watusso da un giapponese o in pigmeo da uno svedese? La richiesta di pari opportunità dovrebbe fondarsi sul rispetto delle differenze e non sulla loro negazione.

A maggior ragione, questo è vero se la sessualità contribuisce a definire l’identità di un individuo, ma non la esaurisce, tanto più che ci sono molti modi diversi di vivere la sessualità che non si realizzano necessariamente nel “far sesso”, ma trovano altre forme espressive. Per questo motivo Vassallo auspica una società che consenta agli individui la libertà di coltivare e custodire i propri amori all’insegna della creatività senza obblighi e pregiudizi calati dall’alto. Un’utopia, o quasi, poiché le questioni affettivo-sessuali, come ha insegnato Freud, sono così complesse e problematiche che in qualche misura una regolamentazione sociale e giuridica è utile per la collettività, anche se non sempre lo è per il singolo. Il problema consiste – almeno credo – nella misura dell’intervento sociale che dovrebbe mirare alla tutela dei soggetti più deboli, consentendo tutte quelle espressioni che non recano danno ad altri.

Le diverse società umane nelle diverse epoche hanno prodotto forme organizzative tese a normare la sfera sessuale, dando origine a diverse strutture familiari, condizionate anche dal contesto economico: non a caso le famiglie rurali si sono rette per secoli su forme patriarcali, mentre le famiglie urbane già a partire dal XIV secolo si configurarono come famiglie nucleari. Nel corso dell’Ottocento si impose il modello della famiglia borghese, basato sugli affetti e sull’intimità dei coniugi. Questo tipo di famiglia non sempre ha saputo sfuggire ipocrisie e conformismi, tuttavia complessivamente ha svolto una funzione sociale anche a tutela dei più deboli, in particolare dei bambini e dei minori in generale. Rimane vero che spesso il prezzo di tale salvaguardia è stato pagato dalle donne, cui è stato assegnato un ruolo subalterno all’interno della famiglia tradizionale basata su una distinzione piuttosto rigida delle funzioni. La sfida dei nostri tempi, e ancor più dei tempi futuri, sarà proprio quella di realizzare delle forme familiari che non mortifichino le singole individualità, pur realizzando un’organizzazione sociale che tuteli i minori e i membri della famiglia più deboli sul piano economico.

Sebbene sia opportuna una regolazione sociale dei rapporti privati che si instaurano all’interno dei gruppi familiari, resta da appurare se esista una sorta di famiglia “naturale”, che proprio per questo deve essere privilegiata rispetto ad altri modelli familiari. Vassallo si mostra dubbiosa e afferma che la «famiglia, cosiddetta “naturale”, basata sulla monogamia eterosessuale che di naturale non contiene nulla» è piuttosto «una costruzione sociale, giuridicamente regolata» (p. 77).

Nella fattispecie il problema nasce dal fatto è che non è per niente semplice distinguere ciò che è naturale da ciò che è culturale, infatti spesso definiamo naturali quegli elementi della nostra cultura così radicati e consolidati da apparire immodificabili e perciò, appunto, “naturali”. Ma, anche ammesso e non concesso che sia possibile identificare con certezza la base naturale dei nostri comportamenti, si finisce per dare per scontata l’equazione “naturale = buono”, mentre “non naturale = cattivo”. Equazione che solleva almeno due problemi: uno di ordine lessicale e uno invece di carattere ontologico. Il primo: l’opposto di naturale che cosa è? Artificiale, artificioso, fittizio, culturale? Si tratta ovviamente di significati diversi che possono essere tutti visti in opposizione a ciò che è naturale. Il secondo: non sempre ciò che è naturale è buono per l’uomo, tanto è vero che noi combattiamo senza troppi scrupoli il bacillo del colera o lo streptococco, che pure appartengono alla natura. D’altra parte, non sempre ciò che è artificiale o culturale è negativo per l’umanità, infatti riteniamo confortevole avere case riscaldate durante l’inverno e climatizzate d’estate, mediante artifici tutt’altro che “naturali”; così come riteniamo giusto che la società limiti con le leggi il naturale (se così si può definire) egoismo degli esseri umani, che talora può spingersi fino all’aggressività.

Allora come decidere che cosa è bene e che cosa è male o, più realisticamente, che cosa è meglio e che cosa è peggio in certe circostanze in relazione a un certo problema? Non abbiamo altra strada che quella della conoscenza, di una conoscenza critica e approfondita che fornisca un bagaglio di informazioni che non sarà mai completo, ma almeno sufficiente per prendere decisioni consapevoli e responsabili.

Non a caso uno dei problemi più dibattuti dal pensiero filosofico in ogni epoca, è quello della conoscenza nelle sue diverse forme e nei suoi diversi contenuti. A questo proposito Vassallo distingue diversi tipi di conoscenza: oltre alla conoscenza diretta, esperienziale della realtà, grazie alla quale conosciamo luoghi e persone, nonché gli oggetti di cui facciamo uso nella nostra vita quotidiana, c’è una conoscenza proposizionale o know that e una conoscenza competenziale o know how. La conoscenza proposizionale si riferisce a contenuti espressi in proposizioni che possono essere vere o false, per esempio “Tokio è la capitale del Giappone”, “Giacomo Leopardi ha scritto le Operette morali”, “Oggi a Milano piove”; mentre il know how riguarda il saper fare: saper scrivere, saper nuotare, saper guidare un’auto o un aereo, ma anche saper costruire e gestire una centrale atomica o saper valutare un bilancio societario. È evidente che il saper fare non solo non è sempre un sapere semplice alla portata di tutti, o comunque un sapere più semplice del know that, ma è anche un sapere che spesso richiede una grande quantità di conoscenza proposizionale, in particolare quando si configura come conoscenza tecnica e tecnologica di indubitabile complessità.

A questo proposito Vassallo accusa di incoerenza quegli intellettuali che si dicono contrari alla tecnologia pur continuando ad avvalersi dei suoi ritrovati, dai computer agli aerei, dagli esami diagnostici alle cure mediche, ed esorta i detrattori del sapere competenziale a considerare che gli strumenti non sono in sé buoni o cattivi, ma buono o cattivo è l’uso che se ne fa. Pur condividendo in linea di massima questo principio, non si può fare a meno di osservare che, anche quando l’uso dello strumento è destinato a scopi non solo moralmente accettabili, ma addirittura vantaggiosi, può comportare rischi e pericoli. È il caso delle centrali nucleari, che costituiscono un’incognita indipendentemente dalle buone intenzioni e dal fine per cui sono state progettate e costruite: il disastro della centrale di Fukushima ne è un esempio. Il terremoto e maremoto del marzo 2011 ha provocato un incidente che è stato provvisoriamente classificato al settimo e massimo grado della Scala INES3, che corrisponde all’incidente catastrofico, grado che prima di allora era stato attribuito solo alla sciagura di Černobyl. Inoltre, pur ipotizzando un perfetto funzionamento delle centrali nucleari anche in caso di avversità naturali, restano molto problematici lo smaltimento e la gestione delle scorie radioattive. Tali difficoltà, tuttavia, non dovrebbero indurre a disprezzare il sapere tecnico, ma al contrario dovrebbero stimolare la ricerca con l’obiettivo di produrre una conoscenza più adeguata e più approfondita.

La conoscenza scientifica, che è la conoscenza proposizionale da cui la tecnologia deriva, è secondo Vassallo «per contenuti, metodi, oggettività, razionalità, la più condivisibile da ogni individuo pensante. È pure la più accessibile e la meno controversa» (p. 30), a differenza della conoscenza di tipo estetico, etico, religioso o politico. Certamente c’è più uniformità in certo settore disciplinare della comunità scientifica rispetto alle posizioni che riscontriamo in campo etico o religioso, tuttavia non bisogna dimenticare che i contenuti della scienza sono così specialistici e complessi che non sono facilmente accessibili a molti, così come spesso anche la conoscenza scientifica è guidata da interessi extrascientifici che riguardano particolari gruppi di potere economico o politico. Con questo non si intende sminuire l’apporto delle scienze alla conoscenza – contributo che rimane fondamentale anche per il filosofo, il quale se vuole partire dai dati empirici relativi a un problema dovrà rivolgersi alle scienze competenti in quel campo. Occorre però suggerire l’opportunità di un approccio critico anche rispetto al sapere scientifico, come nei confronti di qualsiasi altra sfera culturale.

Tale approccio critico può realizzarsi solo grazie alla relazione con altri soggetti conoscenti, che Vassallo enfatizza in particolare per quanto riguarda la conoscenza di se stessi, in quanto si approfondisce la conoscenza di se stessi «grazie agli altri – plausibilmente in virtù della teoria secondo cui l’identità personale coincide, in gran parte, con un’identità relazionale» (p. 33). Si potrebbe aggiungere, riprendendo una tesi di Donald Davidson, che si dà conoscenza di qualsiasi oggetto solo in quanto si crea una triangolazione fra l’oggetto e almeno due soggetti conoscenti. Infatti chiunque abbia qualche credenza sul mondo, deve avere anche il concetto di verità oggettiva, poiché deve poter distinguere tra una credenza vera e una falsa, tra apparenza e realtà, ma il concetto di verità oggettiva può scaturire solo dal confronto con altri soggetti conoscenti nella comunicazione interpersonale4.

Questa concezione della conoscenza non lascia spazio al relativismo, che apparentemente si oppone alle ideologie intransigenti e promuove la tolleranza, mentre di fatto impedisce la discussione e il confronto fra opinioni diverse; infatti, se due interlocutori hanno opinioni diverse e sono entrambe sullo stesso piano e non c’è modo di stabilire quale è più valida, perché impegnarsi nel dialogo?  Non solo, se ogni opinione vale quanto qualunque altra, con quali argomenti sarà possibile condannare una convinzione aberrante? Al contrario, sarà possibile giustificare qualunque affermazione.

In particolare il relativismo sembra da respingere proprio laddove trova i maggiori sostenitori, cioè in ambito etico, in cui il relativismo può giocare a favore di un’etica della convenienza a scapito di un’etica della convinzione. A favore della prima si schierano tutti coloro che adottano come criterio di comportamento e di scelta la propria convenienza, senza farsi troppe domande su quello che sarebbe giusto o sbagliato, perché «l’etica della convinzione è scomoda» (p. 18), ma, benché le sue conseguenze possano essere talvolta poco allettanti, rimane l’unica etica, quella per cui dalle convinzioni, maturate disponendo di buone ragioni, seguono azioni coerenti. Purtroppo – lamenta Nicla Vassallo non a torto – pochi pensano con la propria testa e molti aderiscono a teorie preconfezionate, preferendo vivere più superficialmente, ma meno problematicamente.

C’è da chiedersi a cosa è dovuta questa deriva morale, che proviene anche da scarso senso critico. Possibile, forse probabile, che questo accada perché in Italia si fa poca filosofia e troppa storia della filosofia, mentre sarebbe auspicabile affrontare direttamente le opere dei grandi filosofi. Certamente la cosa migliore sarebbe leggere personalmente i libri di filosofia, perché, come affermava Galileo, si impara a suonare l’organo da chi lo sa suonare, ma la loro comprensione richiede una preparazione lunga e impegnativa, che non sempre chi pratica altre professioni è in grado di acquisire, se non altro per mancanza di tempo. Quindi anche la storia della filosofia può avere una sua funzione propedeutica alla filosofia vera e propria; quello che manca, a mio avviso, è invece della buona storia della filosofia, che affronti problemi sollevati dal pensiero occidentale nella sua storia plurimillenaria e che non si riduca a una collezione di filosofi «dai presocratici ai giorni nostri, il cui pensiero viene appiattito su riassuntini» (p. 16), senza offrire agli allievi la possibilità di riflettere sui problemi e sulle soluzioni offerte, cercando di definire i concetti implicati e valutando criticamente le tesi che sono state proposte nel relativo contesto.

E di nuovo si ripresenta il dubbio che in realtà non interessi molto formare negli individui e nei cittadini una coscienza critica, capace di impostare correttamente i problemi e di valutare con competenza le possibili soluzioni. Più in generale quello che è mancato negli ultimi anni – e continua a mancare – in Italia è l’apprezzamento nei confronti della cultura e dei beni immateriali, che sono stati soppiantati nella coscienza collettiva dalla ricerca dei beni materiali, che ormai costituiscono il fine ultimo della vita e delle azioni di molti uomini e donne. Un fine che giustifica anche l’etica della convenienza e fa terra bruciata delle convinzioni.

Sembra una conclusione amara e sfiduciata, smentita però, nei fatti dall’esistenza di un libro come questo, dall’attività di persone come Nicla Vassallo e Anna Longo che si adoperano per testimoniare l’etica della convinzione, l’unica che consenta alla comunità umana non solo di sopravvivere, ma – cosa ancor più importante – di qualificarsi come “umana”.

La filosofia può dare un contributo all’affermazione della convinzione contro la mera convenienza individuale, se la filosofia è intesa come sapere rigoroso, non tanto nei risultati e nelle conclusioni, che sono sempre rivedibili e fallibili, quanto nell’atteggiamento di ricerca e nel metodo rigoroso. Nicla Vassallo sarebbe senz’altro d’accordo con Putnam quando il filosofo americano dice che la buona filosofia ci può illuminare. Ma cosa dobbiamo intendere come buona filosofia? Vassallo su questo punto non potrebbe essere più esplicita: la buona filosofia è «una filosofia per obiezioni e risposte», in cui ci sono premesse, argomentazioni e conclusioni (p. 13). E forse non sottoscriverebbe la tesi di Putnam, secondo cui «questa illuminazione può provenire da qualunque tipo di filosofia. Con i loro argomenti rigorosi i filosofi analitici ci possono aiutare a evitare diverse forme di irrazionalità, ma anche le riflessioni sui nostri modi di vivere – e specialmente su ciò che è sbagliato in questi modi di vivere – condotte da filosofi come Emerson, Kierkegaard, Sartre, Marx e Thoreau, esprimono una funzione vitale della filosofia, che l’ha sempre contraddistinta. In entrambe le sue accezioni, la filosofia può svolgere un’importante funzione critica e contribuire alla nostra emancipazione»5.

Ovviamente, anche le riflessioni sulle nostre “forme di vita” possono svilupparsi tramite definizioni, premesse e argomentazioni. Quello che forse Vassallo non accetterebbe è una commistione tra il livello argomentativo, tipico della filosofia, e le modalità espressive tipiche della poesia, pur dedicandosi lei stessa alla creazione poetica.

Insomma, il filosofo deve essere rigoroso, perché la filosofia è rigorosa, richiede che si definiscano con precisione i concetti che vengono utilizzati e che si forniscano motivazioni valide per le tesi proposte, che devono derivare come conclusioni conseguenti dalle premesse accettate; in questo la filosofia si differenzia nettamente dalla poesia, che non pretende definizioni e non esige argomentazioni, ma dipinge e sollecita emozioni.

Ciò non toglie che una stessa persona, come per esempio Nicla Vassallo, possa essere ora filosofo e ora poeta, ma occorre tenere distinti i ruoli e sicuramente il filosofo non deve essere «un collaboratore del poeta», come invece suggeriva Rorty6, almeno non nel senso che il filosofo può o addirittura deve adottare gli strumenti della poesia.

 

1. Martin Heidegger, Essere e tempo (1927), Longanesi, Milano 1976, p. 213.

2. Sofia Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, La Scuola, Brescia 1972, vol. I, pp. 97-101.

3. Scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici. N.d.R.

4. Donald Davidson, Soggettivo, intersoggettivo, oggettivo (2001), Cortina, Milano 2003.

5. Hilary Putnam, Realismo e senso comune, in M. De Caro e M. Ferraris (cur.), Bentornata realtà, Einaudi, Torino 2012, p. 10.

6. Richard Rorty, La filosofia dopo la filosofia (1989), Laterza, Roma-Bari 1989, p. 15.

ROBERTA CORVI insegna Storia della filosofia contemporanea presso la Facoltà di Psicologia  dell’Università Cattolica  di Milano. Si occupa di teoria della conoscenza in ambito analitico; ha pubblicato diversi saggi e volumi, tra cui le monografie su Feyerabend (I fraintendimenti della ragione, Vita e Pensiero1992) e Popper (Invito al pensiero di Popper, Mursia 2011), di quest’ultimo è stata anche pubblicata una versione inglese (An Introduction to the Thought of Karl Popper, Routledge 1997). Tra la produzione più recente, oltra al volume Temi filosofici del Novecento (Università Cattolica 2010), figurano la curatela di Esperienza e razionalità (Franco Angeli 2005) e dell’antologia La teoria della conoscenza nel Novecento (UTET 2007).

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