Nathaniel Rich

Un tuffo negli abissi del pericolo

da ''The New York Review of Books''

La prima immersione a una profondità di mille piedi (304,80 metri) fu compiuta nel 1962 dal matematico elvetico Hannes Keller, un ventottenne che indossava occhiali a giorno e ogni mattino per colazione beveva Coca-cola. [...]

La prima immersione a una profondità di mille piedi (304,80 metri) fu compiuta nel 1962 dal matematico elvetico Hannes Keller, un ventottenne che indossava occhiali a giorno e ogni mattino per colazione beveva Coca-cola. Con quell’immersione, Keller ruppe il record che lui stesso aveva stabilito un anno prima, quando aveva fugacemente raggiunto i 728 piedi (221,89 metri). Come riuscisse a compiere tali immersioni senza rimetterci la vita era un segreto ben custodito. All’epoca si riteneva generalmente che nessun essere umano potesse raggiungere in sicurezza delle profondità superiori ai trecento metri. E questo perché dai cento piedi (30,48 metri) in poi, un sommozzatore che respira esclusivamente aria inizia a perdere i sensi.

Tale disturbo, detto narcosi da azoto, è noto anche come “effetto Martini”, poiché dà al sub l’impressione di aver bevuto un Martini a stomaco vuoto – per la precisione: un Martini ogni cento metri di profondità. Un rischio addirittura più grave è rappresentato dai “bends” (deformazioni): una manifestazione della malattia da decompressione che si verifica quando l’azoto satura il sangue e i tessuti corporei. Il problema non si verifica durante la fase di discesa, bensì di risalita: mentre il sub torna in superficie, le bolle di azoto aumentano di volume e finisco nelle articolazioni, nelle arterie, negli organi interni e talvolta nel cervello o nella spina dorsale, dove possono causare dolore e, potenzialmente, la morte. Per evitare le bends occorre che i sub risalgano in superficie con una lentezza direttamente proporzionale alla profondità raggiunta.

Nel 1956 un nostromo della Marina Reale riuscì a raggiungere i seicento piedi di profondità (circa 183 metri) evitando la narcosi d’azoto grazie all’impiego di una miscela respiratoria a base di elio ed ossigeno. Per riemergere in superficie gli ci vollero però dodici ore. Viceversa Keller, dopo la sua prima immersione da record, era riemerso in meno di un’ora, attribuendo il proprio successo ad alcune miscele di gas “segrete” e appositamente calibrate per le diverse profondità, di cui non volle rivelare le esatte percentuali. Dopo la pubblicazione sulla rivista ‘Life’di un articolo sull’immersione di Keller a 728 piedi (221,89 metri), scritto da un giornalista che aveva partecipato all’evento, la Marina Usa iniziò a interessarsi alla faccenda. E altrettanto fece la compagnia petrolifera Shell.

La Marina offrì a Keller ventiduemila dollari per finanziare l’immersione a mille piedi (304,80 metri), mentre la Shell mise a sua disposizione un’imbarcazione sperimentale per le trivellazioni in mare aperto, la Eureka, e una camera di decompressione. All’epoca la Shell aveva già iniziato a perforare al largo della costa, senza mai superare però i 250 piedi (76,2 metri) di profondità. Anche questa volta Keller scelse come compagno di immersione un giornalista: Peter Small, di trentacinque anni, direttore della rivista ‘Triton’(oggi ‘Diver’) nonché fondatore del club britannico Sub-Acqua. L’immersione ebbe luogo nella California meridionale, nei pressi dell’isola Santa Catalina; Keller e Small volevano essere i primi uomini a mettere piede sulla piattaforma continentale1. A bordo dell’Eureka, tra gli osservatori, erano presenti diversi ufficiali del programma sperimentale per le immersioni della Marina Usa, un gruppo di rappresentanti della Shell, due giovani sub di supporto e Mary Small, moglie di Peter, di ventitré anni. I due erano sposati da meno di tre mesi.

Poco prima di mezzogiorno del 3 dicembre gli uomini entrarono in una campana d’immersione chiamata Atlantis, progettata e costruita da Keller: una capsula alta circa due metri e tredici centimetri e dal diametro di centotrentasette centimetri, sul cui fondo si apriva uno sportellone a tenuta stagna attraverso il quale i due sarebbero potuti uscire. L’Atlantis era collegata all’Eureka da diversi cavi, uno dei quali permetteva agli osservatori in superficie di seguire gli eventi tramite una telecamera a circuito chiuso. Prima che l’Atlantis raggiungesse i mille piedi (304,80 metri) di profondità trascorsero sedici minuti, e quando fu a un metro e mezzo dal fondale Keller uscì dallo sportellone, portando con sé due bandiere, una svizzera e una americana, che intendeva piantare sul fondo dell’oceano.

Non appena si immerse nell’acqua scura, però, il tessuto delle bandiere rimase impigliato nei cavi che gli permettevano di respirare. Keller era completamente al buio, e per riuscire a districarsi gli ci vollero due minuti, trascorsi i quali fece ritorno nella campana d’immersione, privo di forze e stordito. In quello stato confusionale, Keller non si rese conto che una delle sue pinne era rimasta incastrata nello sportellone, impedendogli di chiudersi ermeticamente. Quando si accorse che la speciale miscela respiratoria stava fuoriuscendo e che non ne era rimasta abbastanza per sostenere se’ stesso e il suo compagno durante la fase di risalita, Keller passò alla respirazione ad aria – ed i due uomini persero immediatamente i sensi.

L’equipaggio a bordo dell’Eureka issò la campana, portandola a una profondità di duecento piedi (60,87 metri) e due sommozzatori d’emergenza si tuffarono per un controllo. Trovarono che la campana stava perdendo pressione, ma non furono in grado di chiuderla ermeticamente. Quando uno di loro, uno studente della UCLA e amico di Small di nome Chris Whittaker, riaffiorò il suo volto era insanguinato. Appariva in stato confusionale. In contrasto con le indicazioni dell’equipaggio di supporto, Whittaker e il suo compagno tornarono a immergersi, decisi a recuperare Small. L’altro sub tagliò la pinna, permettendo allo sportellone di chiudersi a dovere, ma Whittaker non riemerse. Il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Una volta chiuso a dovere, l’Atlantis fu riportato in superficie. Sia Keller che Small ripresero i sensi. Per sei ore rimasero all’interno della camera di decompressione, nella quale la pressione dell’aria veniva gradualmente diminuita. Oltre a soffrire di allucinazioni, causate dal fatto di non aver respirato ossigeno per trenta minuti, l’incidente non provocò in Keller alcun effetto significativo. Small dormiva un sonno agitato. Dopo diverse ore, Keller si accorse che il suo compagno aveva smesso di respirare. La sua bocca stava schiumando. La camera fu aperta e Small fu trasportato di corsa a una nave ospedale della Marina, ma era troppo tardi: un medico legale stabilì che la causa del decesso era il disturbo da decompressione: i suoi tessuti e organi interni erano pervasi da bolle di gas.

A dispetto di tutto Keller era riuscito a confermare la sua teoria. ‘Life’ pubblicò un articolo che comprendeva un’intervista a Kenneth MacLeish, il giornalista che aveva seguito Keller nella sua immersione precedente. «L’idea era geniale; forse l’attuazione non lo è stata», affermò  MacLeish con un eufemismo piuttosto macabro. E aggiunse:

 

Keller andrà avanti con la sua opera, e ogni sommozzatore e studioso del mare che si rispetti dovrebbe rallegrarsene. Il suo metodo aiuterà ad aprire i mari al subacqueo libero, non appesantito da attrezzature ingombranti, non racchiuso in un abitacolo, in grado di stendere le braccia e toccare… e l’animale umano estenderà ancora di più la sua abilità unica di andare dove non è stato progettato per andare.

 

Quelle parole erano più profetiche di quanto lo stesso MacLeish avrebbe potuto immaginare. Venuti a sapere dell’impresa di Keller, i dirigenti della Micoperi, un’azienda italiana specializzata in costruzioni sottomarine, esortarono la Shell a mettere a sua disposizione dei nuovi fondi. Le due imprese diedero vita a una joint-venture chiamata Sub Sea Oil Services, e iniziarono a collaborare alla costruzione di nuove strutture dove Keller potesse proseguire i suoi esperimenti. Nei vent’anni successivi, i sub della Shell si sarebbero spinti sino a 1.900 piedi (579,12 metri) di profondità. Le immersioni “in libertà” avrebbero rivoluzionato l’industria petrolifera, permettendo agli esseri umani di estrarre idrocarburi in molti posti in cui non era stato progettato potessero andare2.

Mary Small, vedova a ventitré anni, non avrebbe tratto alcuna consolazione da questo. In un’intervista rilasciata all’indomani della tragedia di Catalina, la donna definì la morte del marito: «un incidente subacqueo come a volte capitano». Nove settimane più tardi però si tolse la vita. Fu trovata nella sua casa di Londra, le fotografie di suo marito sparse sul pavimento intorno a lei, in una stanza satura di gas.

Per le compagnie petrolifere, quella di inviare regolarmente dei sub a mille piedi (304,80 metri) di profondità per svolgere opera di manutenzione delle condutture e delle piattaforme offshore – mantenendoli a quel livello di compressione anche per un mese alla volta – rappresenta oggi un’esigenza economica e persino geopolitica. A svolgere questo lavoro sono quasi esclusivamente uomini, di età compresa tra i 25 e i 40 anni. Individui più giovani non avrebbero l’esperienza necessaria a svolgere operazioni così impegnative, mentre quelli più attempati potrebbero non tollerare i traumi che queste comportano. Le discese prolungate sono dette “immersioni in saturazione”, poiché i tessuti corporei dei sub che le compiono assorbono la massima quantità possibile di gas inerte.

Il settore attualmente sta attraversando una fase di espansione, iniziata nel 2005, quando gli uragani Katrina e Rita distrussero cumulativamente più di cento piattaforme di trivellazione nel Golfo del Messico, danneggiandone altre cinquanta e compromettendo il funzionamento di quasi duecento condutture – causando quattrocento incidenti inquinanti. I veicoli controllati a distanza erano in grado di valutare e riparare solo alcuni dei danni: gran parte del lavoro richiedeva l’impiego di sommozzatori. Le paghe aumentarono di conseguenza, e da allora, poiché l’industria petrolifera si spinge in acque sempre più profonde, la richiesta di sub ha continuato ad aumentare.

Non si tratta di un lavoro adatto a tutti. Un sub non può soffrire di claustrofobia o essere associale, dal momento che deve trascorrere la maggior parte del tempo in compagnia di altri sub, all’interno di un abitacolo angusto e chiuso ermeticamente. Deve attenersi a una disciplina ferrea ed essere assai intuitivo, perché probabilmente gli capiterà di dover fronteggiare una varietà di imprevisti. Molti dei sub sono ex-militari, o hanno lavorato come riparatori di tetti o meccanici. «I migliori sono quelli dotati di una grande fiducia in se stessi e nelle proprie capacità», mi ha spiegato Phil Newsum, un ex-sub. «Devi essere disposto ad adattartia  qualsiasi situazione. Prendendola con filosofia, quando ti immergi devi aspettarti che qualcosa possa andare storto».

Per via della profondità, i lavori vengono spesso svolti al buio, con un’unica lampada fissata al casco a rischiarare gli abissi. Alcuni sub mi hanno raccontato di essersi inaspettatamente trovati di fronte mante, squali zambesi e anguille lupo, che possono raggiungere i duecentoquaranta centimetri di lunghezza e hanno degli occhi incavati e mesti, un muso a forma di vanga e un’ampia bocca con dentatura irregolare. Un sommozzatore mi ha inviato un filmato girato con la cinepresa attaccata al casco, che mostra un’enorme tartaruga mentre cerca di mordergli i piedi e le mani ogni pochi minuti. Alla fine il sub riuscì a cacciarla premendole un trapano sulla testa. Qualcun altro mi ha spedito la foto di un sommozzatore che cavalca uno squalo balena maculato come se fosse impegnato in un rodeo con un cavallo selvaggio.

Secondo Newsum, che oggi dirige un gruppo chiamato Association of Diving Contractors International (ADCI), su quindici diplomati che escono dalle scuole di immersione professionale solo tre oggi sono in grado di tollerare le difficoltà di questa professione, facendone un lavoro a tempo pieno. Molti sono allettati dai guadagni sostanziosi, ma pochi possono sopportare l’onere fisico e psicologico che il lavoro comporta. E il più delle volte, quelli che resistono vi riescono perché si appassionano alle sue peculiarità.

La vita di un sub professionista è per certi versi meno stabile di quella di un commesso viaggiatore o di un soldato mercenario. Non decide autonomamente quando e dove lavorare, e ha un controllo limitato sul proprio destino – il che spiega perché i sub, negli intervalli tra un incarico e l’altro, sono noti per vivere “intensamente” – come afferma Newsum. Un sommozzatore non sa mai quando gli sarà assegnato l’incarico successivo, e non appena viene convocato deve dirigersi al porto, o all’eliporto, più vicino. Un sub di successo lavora in mare aperto per circa centosessanta giorni all’anno, cumulativamente. Un incarico può durare un giorno o due mesi. Il lavoro è più frequente (per lo meno nel Golfo del Messico) durante i mesi caldi – dalla fine di marzo a novembre – che coincidono con la stagione degli uragani. Questi rappresentano al tempo stesso un flagello e una manna, poiché interrompono i progetti in corso e ne creano di nuovi.

I sub non sono alle dipendenze dirette delle compagnie petrolifere, bensì di imprese private, che possono essere indipendenti e di piccole dimensioni, o grandi e quotate in Borsa – come Cal Dive, Helix Energy Solutions e Oceaneering. Queste ultime addestrano in proprio i sommozzatori in saturazione, attenendosi a dei parametri spesso più rigorosi di quelli imposti dalla legge federale statunitense. Il settore è piuttosto sensibile al tema della sicurezza, soprattutto dopo la tragedia della piattaforma Deepwater Horizon3, della BP, ed è improbabile che la Shell o la ExxonMobil decidano di affidarsi a un’impresa che abbia la fama di operare con imprudenza.

La maggior parte dei sommozzatori altofondalisti aspirano a svolgere immersioni in saturazione («La sat è il top» afferma Newsum). Una volta completata la scuola sub e aver superato un meticoloso esame medico, un sommozzatore inizia come “tender”, o apprendista. I tender prestano servizio come personale di appoggio per i sommozzatori che si immergono in profondità, e lavorano in acque profonde anche solo centoventi centimetri. Un tender spesso collabora ai lavori sulle condutture, che solitamente sono interrate a 120-180 centimetri nel fondale, per evitare che possano entrare in contatto con le navi o la fauna marina. Un tender può essere chiamato per interrare una conduttura appena riparata, smuovendo il fondale con l’ausilio di getti d’acqua compressa in modo che la condotta venga coperta dal fango. O potrebbe aiutare a portare allo scoperto la conduttura, in attesa che un sub più esperto la ripari. Un apprendista guadagna circa quarantamila dollari l’anno.

Con l’accrescersi delle profondità aumentano anche i compensi. Giunto al secondo o al terzo anno di impiego, un apprendista può essere promosso al rango di sommozzatore a tempo pieno, e il suo salario raggiungerà allora i sessantamila o settantacinquemila dollari l’anno. Inizialmente gli saranno affidate immersioni sino a 120 piedi (36,57 metri), che richiedono di respirare unicamente aria. Tra gli incarichi che si svolgono a questa profondità vi è il recupero degli strumenti dai cantieri di lavoro o la recisione e il recupero del cavo di polipropilene che collega le imbarcazioni di superficie ai cantieri sottomarini. In un secondo tempo ai sub verranno assegnati incarichi più complessi, a delle profondità superiori, alle quali ci si affida a delle miscele respiratorie per evitare di risentire degli effetti della narcosi d’azoto mentre si è alle prese con macchinari pesanti. Un sub che lavora a tempo pieno respirando miscele di gas può guadagnare più di centomila dollari l’anno e svolge incarichi a profondità sempre maggiori, a un livello crescente di difficoltà tecnica, sino a quando il suo supervisore non lo riterrà pronto a passare alle immersioni in saturazione. I sommozzatori che lavorano in saturazione possono guadagnare duecentomila dollari l’anno. La sat è il top.

Un complesso per le immersioni in saturazione appare come una piccola stazione spaziale. Può essere di differenti dimensioni, ospitando da sei a ventiquattro sommozzatori. Un complesso tipico che può essere collocato sul ponte di una nave o su una piattaforma petrolifera, ha quattro componenti principali. La prima è l’habitat: un modulo composto tra quello che assomiglia allo scompartimento cuccette di un treno o di un sottomarino, con brande sovrapposte e materassi ignifughi e da una sorta di soggiorno, dotato di televisore. (I sistemi più spaziosi comprendono anche due o quattro habitat). Una camera – spesso chiamata “grande fratello” – si affaccia da un oblò, osservando i sommozzatori. Altri oblò, coperti di plexiglass, permettono ai sommozzatori di vedere il mondo esterno, da cui sono isolati.

Attraverso un passaggio angusto si raggiunge, a carponi, la garitta: una piccola capsula che contiene i servizi igienici, un piccolo lavandino, e una doccia. In cima a questo ambiente è collocato uno sportellone che conduce alla campana da immersione, la quale può avere la forma di un’anfora, una sfera o un massiccio cilindro. La campana è avvolta in un esoscheletro di tubature grazie alle quali può essere calata e issata dal complesso. Un altro sportellone conduce alla camera d’abbandono: un ambiente iperbarico che è l’equivalente di una scialuppa di salvataggio, nel quale è contenuta una quantità di miscela respiratoria sufficiente a garantire all’equipaggio tre giorni di sopravvivenza. Su imbarcazioni più recenti e sofisticate l’impianto di saturazione è integrato nel corpo della nave, sotto il ponte. In questi casi la campana si immerge in acqua tramite il “moon pool”: un’apertura posta sul fondo dello scafo della nave.

Una volta che i sub sono chiusi ermeticamente all’interno dell’impianto di saturazione, la pressione dell’aria viene incrementata sino a raggiungere lo stesso livello della profondità a cui gli uomini sono destinati – in genere ciò richiede circa un giorno. La miscela di gas che viene immessa all’interno del complesso è calibrata in base alle esigenze: più il lavoro è in profondità, maggiore è la percentuale di elio che viene aggiunta alla miscela di respirazione. (Oltre a scongiurare il rischio di narcosi d’azoto, l’elio è più facile da respirare sotto pressione, per via della sua bassa densità; inoltre, rispetto ad altri gas più pesanti viene eliminato con maggiore facilità dagli organi e dai tessuti). La presenza dell’elio fa sì che la voce dei sub risulti distorta, al punto da ricordare quella di Paperino, o dei bambini che alle feste di compleanno respirano l’elio dei palloncini. Tuttavia, i sommozzatori che si trovano all’interno dell’impianto non sempre si rendono conto che la loro voce è cambiata, dal momento che lo stesso accade a tutti i membri dell’equipaggio.

Per via di questo “effetto elio”, ai sub viene frequentemente ricordato di enunciare chiaramente le parole quando comunicano attraverso il citofono con i supervisori e i tecnici di supporto che li monitorano dalla superficie. I sistemi di saturazione sono spesso dotati di un Helium Speech Unscrambler un trasduttore che rallenta la velocità delle voci dei sommozzatori. Una ditta che produce questi strumenti si vanta della propria capacità di correggere “l’effetto elio” nei sommozzatori, riportando la loro voce a livelli “normali e intellegibili”.

Il cibo viene fatto arrivare all’equipaggio tramite un passa oggetti: una sorta di tubo dotato di chiusure a tenuta stagna su entrambi i lati. Prima che i sub possano ritirare i propri pasti, questi devono essere portati alla stessa pressione del resto dell’impianto. I cambiamenti di pressione modificano le capacità olfattive, rendendo i pasti praticamente insapori al gusto. Alcuni tipi di cibo, e in particolare quelli che contengono sacche d’aria, non tollerano la compressione: le bevande gassate perdono le bollicine, il riso soffiato implode, i pancake si increspano. Alcuni materiali addirittura si rompono; il polistirolo espanso, ad esempio, si contrae o implode.

Tutti i lavori che si svolgono alla profondità di trecento piedi e oltre (107,1 metri) richiedono per legge l’impiego di un impianto di saturazione. Da un punto di vista economico, tuttavia, il ricorso a tale impianto è spesso consigliabile anche quando si opera a profondità inferiori per incarichi più complessi. Un sub che respira una miscela di gas non può restare in profondità a lungo, dal momento che simili immersioni richiedono molte ore di decompressione e recupero. I sommozzatori in saturazione possono invece svolgere turni di otto ore, sottoponendosi alla decompressione un’unica volta – ovvero, prima di lasciare l’impianto. Optare per la modalità in saturazione anche per lavori che si svolgono a profondità moderate può rivelarsi economicamente vantaggioso, in virtù del fatto che le immersioni in saturazione consentono di riciclare l’elio (un gas costoso) utilizzato dai sommozzatori. In un impianto di saturazione infatti i gas espirati vengono raccolti in un sistema di bonifica che li filtra e vi aggiunge una miscela di elio ed ossigeno “freschi” prima di convogliarli nuovamente al serbatoio da cui verranno rimessi in circolo. In questo modo, sia l’aria che i sommozzatori vengono riciclati.

L’immersione in saturazione permette inoltre di svolgere un incarico senza interruzioni sino al suo completamento. I sub tendono a lavorare in coppie, poiché la maggior parte delle campane possono contenere due persone. Un equipaggio di tre coppie può dunque lavorare senza interruzioni alternandosi in turni consecutivi di otto ore, rendendo possibile ventiquattro ore di attività continuativa. La campana svolge una funzione simile a quella di un ascensore a due fermate – il cantiere sottomarino e l’impianto di saturazione. Dal suo interno i sommozzatori possono affacciarsi all’oblò e vedere la luce che si affievolisce mano a mano che si inabissano; spesso, una volta raggiunta la profondità di destinazione – il che può richiedere un’ora – sono completamente al buio. La campana tuttavia è dotata di pannelli esterni luminosi che fungono da riflettori e illuminano il cantiere, che potrebbe essere una vecchia piattaforma da smantellare, o una testa pozzo danneggiata.

La campana è collegata all’impianto di saturazione tramite un ampio cavo all’interno del quale si trovano dei tubi più piccoli che a loro volta contengono i gas per la respirazione, i cavi per l’elettricità e le linee a fibra ottica per la comunicazione. La vita dei sommozzatori dipende da questo cavo, detto anche “ombelicale”. Cavi ombelicali più piccoli collegano la muta dei sub alla campana. I loro caschi sono dotati di una telecamera e un microfono, che permettono ai sub di comunicare con il proprio supervisore. (I supervisori di solito sono degli ex sub di saturazione che hanno abbandonato le immersioni per raggiunti limiti di età). Poiché a queste profondità la temperatura dell’acqua sfiora, o è addirittura inferiore allo zero, le mute dei sub sono provviste di una camera d’aria interna nella quale viene pompata, tramite un tubo, dell’acqua calda raccolta in superficie. Secondo un aneddoto, probabilmente apocrifo, il tubo di approvvigionamento dell’acqua calda di un sub un giorno avrebbe aspirato dalla superficie dell’oceano una medusa, spingendola, furibonda, tra le sue natiche.

Una volta completato il lavoro i sub non possono lasciare l’impianto senza prima sottoporsi alla depressurizzazione, che si prolunga per un periodo di tempo proporzionale alla profondità da essi raggiunta (la formula è un giorno di decompressione per ogni cento piedi [30,48 metri] di profondità, più un altro giorno. Ciò significa che prima di tornare a casa un equipaggio che ha lavorato in saturazione a una profondità di mille piedi [304,80 metri] deve aspettare undici giorni. Raramente i sub lavorano a meno di mille piedi [304,80 metri], il punto al quale diventano suscettibili alla sindrome nervosa da alta pressione, che può causare nausea, vomito, tremori e danni neurologici). Durante il periodo di decompressione, la pressione all’interno dell’impianto di saturazione viene progressivamente ridotta, con molti intervalli, per evitare che il corpo subisca dei traumi. Anche la miscela di gas viene via via modificata, sino a quando, l’ultimo giorno, i sub respirano aria normale. Infine, prima di lasciare l’impianto di saturazione, i sommozzatori vengono sottoposti a un’accurata visita medica e tenuti sotto osservazione per altre ventiquattro ore. Per le successive settantadue ore non potranno imbarcarsi a bordo di un aereo.

Se un equipaggio di saturazione si trova già nel Golfo, l’impresa a cui fa capo cercherà di destinarlo, ove possibile, a un incarico successivo. Per una compagnia petrolifera è sempre più conveniente impiegare un equipaggio che si trova già in mare, anziché farne arrivare uno nuovo  dalla terraferma. Con un po’ di fortuna, quindi, un equipaggio può trovarsi nel giro di pochi giorni nuovamente rinchiuso all’interno di una camera di saturazione.

Quello dei sub professionali rimane un lavoro pericoloso, sebbene non per gli stessi motivi che un tempo causavano lo sgomento nei primi sperimentatori, come Hannes Keller. Il tema delle possibili ripercussioni a lungo termine delle immersioni in saturazione sulla salute umana è ancora materia di dibattiti protratti e infuocati. Negli individui che per più di tre anni e mezzo hanno lavorato come sub da saturazione alcuni studi scientifici hanno evidenziato un moderato indebolimento della memoria spaziale, dei livelli di attenzione e dei tempi di reazione. Citando uno di questi studi, nel 2000 il governo norvegese decise di assegnare diversi milioni di dollari di risarcimento ai sub di saturazione che tra il 1965 e il 1990 avevano lavorato per l’industria petrolifera nel Mare del Nord4. Sono trascorsi più di dieci anni da allora, e gli scienziati non hanno ancora raggiunto un consenso sugli effetti residuali che le immersioni di saturazione avrebbero sulla salute.

Il lavoro in sé, tuttavia, è estremamente pericoloso. Un rapporto pubblicato nel 1998 dal Cdc5 stimava che il tasso di mortalità sul lavoro per i sub professionali è di quaranta volte superiore alla media nazionale di tutti i lavoratori, con un’incidenza di 180 decessi ogni 100.000 sommozzatori operativi. Queste cifre sono diminuite appena nel corso dell’ultimo decennio, durante il quale, stando alla Guardia costiera Usa, diciannove sub professionali sono morti in mare aperto. Altri ventiquattro lavoratori sono deceduti nel corso di immersioni interne (in laghi, fiumi o porti situati lungo la costa), che si basano predominantemente sull’impiego di sub. In complesso, il tasso annuale di mortalità ammonta a circa un sommozzatore su mille, ed è ventotto volte superiore alla media nazionale.

I dati rivelano che l’attività dei sub professionali è la terza per pericolosità, dopo quella dei pescatori e dei taglialegna. Pochissime di quelle morti possono essere attribuite direttamente a patologie causate dalla decompressione. A minacciare i sub sono piuttosto gli stessi rischi esistenti in qualsiasi occupazione che prevede l’impiego di macchinari pesanti – solo che nel caso dei sub, questi sono moltiplicati dalle insidie che derivano dal compiere il lavoro sott’acqua, in condizioni di visibilità limitata e costretti all’interno di un muta.

La maggior parte dei sub ha delle storie da brivido da raccontare. Paul Spark, che attualmente lavora come supervisore a bordo di una nave d’appoggio di stanza nel Mare del Nord, ha lavorato per ventinove anni come sommozzatore. Durante la sua prima immersione, nel 1977, nel corso della quale dovette riparare una valvola di sicurezza situata a 410 piedi (125 metri) di profondità, la sua campana si riempì di acqua, rischiando di far affogare lui e il suo compagno. In seguito è quasi rimasto schiacciato da una flangia cieca (una piastra impiegata per sigillare l’estremità di una conduttura) di più di 450 chili, mentre un “pesce lupo di ragguardevoli dimensioni” gli ha morso il piede, facendolo sanguinare; inoltre, quando era impegnato nel salvataggio del Kursk (il sottomarino nucleare russo affondato nel mare di Barents nel 2000, causando la morte di tutte le 118 persone a bordo), mentre stava tentando di forarne lo scafo interno con l’aiuto di un getto d’acqua ad alta pressione, ha assistito a una forte esplosione. Rimasto illeso, è tornato, incredulo alla nave d’appoggio. Non ha mai saputo cosa avesse causato la deflagrazione.

L’elenco dei sub professionali morti nel 2012 comprende i nomi di Brad Sprout, dipendente della Global Diving and Salvage, rimasto ucciso a ventinove anni nel Golfo del Messico, dove si era immerso per recuperare una rete rimasta impigliata nei meccanismi della nave; Paul De Waal, ventisette anni, morto mentre puliva lo scafo della Norwegian Star, una nave da crociera; Pierre Rossouw, ventinove anni, dipendente della Underwater Engineering, deceduto dopo essersi spezzato il collo mentre era alle prese con un carroponte; Jarrod Hampton, ventidue anni, scomparso il suo secondo giorno di lavoro mentre raccoglieva ostriche selvatiche nelle acque antistanti le coste dell’Australia nordoccidentale per conto della Paspaley Pearls; Felix Dzul, trentasei anni, morto nei pressi della penisola dello Yucatan mentre era in cerca di cetrioli di mare.

Benché la maggior parte dei decessi avvenga durante le immersioni effettuate con miscele di gas, esistono delle eccezioni. Il 25 settembre scorso un sommozzatore in saturazione di nome Chris Lemons stava ispezionando una maschera di perforazione – un imponente arnese di metallo che guida la trivella – situata nel giacimento di Huntington, nel Mare del Nord, 115 miglia a est di Aberdeen, in Scozia. La struttura si trovava a trecento piedi (91,44 metri) di profondità, e Lemon l’aveva raggiunta a bordo di una campana collegata alla nave DSV Bibby Topaz. Mentre Lemons e il suo compagno di immersione conducevano alcuni test sulla maschera, il sistema di posizionamento globale della Bibby Topaz perse letteralmente la bussola, e la nave iniziò ad allontanarsi con la corrente, trascinandosi dietro la campana. Lemons e il suo partner furono strappati dai loro ombelicali. Mentre il suo compagno raggiungeva a nuoto la campana, il cordone di Lemons si impigliò nella maschera di perforazione, spezzandosi. Cinque minuti dopo, la Bibby Topaz si era allontanata di quasi 250 metri, abbandonando Lemons da solo nei pressi del cantiere, senza alcuna scorta di aria o di acqua calda. Con sé aveva solo una bombola d’emergenza, contenente abbastanza ossigeno da assicurargli quindici minuti di autonomia.

Nel tentativo di risparmiare ossigeno, Lemons si sedette nel mezzo della struttura tentando – a dispetto delle temperature gelide – di restare quanto più immobile. Quando la scorta di aria si fu esaurita perse i sensi, e solo dopo sedici minuti fu individuato da un sommozzatore di salvataggio e portato all’interno della campana. Qui, malgrado non respirasse da più di un quarto d’ora, Lemons riprese miracolosamente i sensi. Pare che il freddo dell’acqua abbia avuto un ruolo cruciale nella sua sopravvivenza. Tutti i mammiferi, se immersi in acqua fredda, sospendono o riducono per istinto le funzioni non essenziali in modo da conservare energia per la propria sopravvivenza; è il “riflesso di immersione”. Il battito del cuore rallenta, i vasi sanguigni si contraggono, il metabolismo decelera, la digestione si interrompe. Come un computer la cui batteria è quasi scarica, il corpo riduce il consumo di ossigeno per preservare l’energia che gli rimane. Se Lemons non avesse perso il tubo dell’acqua calda probabilmente non sarebbe sopravvissuto.

Negli ultimi cinque anni la paga media di un sommozzatore è aumentata del cinquanta percento. «Poiché oggi esistono mezzi più sofisticati e operati a distanza, ci si illude che le immersioni stiano venendo gradualmente eliminate», mi ha detto Phil Newsum, direttore della Adci. «Tuttavia, sono ancora molte le operazioni che richiedono l’intervento umano, e la situazione non cambierà di qui a breve».

Ho chiesto a Newsum se per caso avesse qualche rimpianto riguardo alla sua vita lavorativa. «C’è un prezzo da pagare – ha risposto – ma mentre molti trascorrono la propria vita alla ricerca di qualcosa da amare, io l’ho trovato. Chiunque lavora in questo settore prova un grande orgoglio per ciò che fa. Ogni volta che incontro una persona nuova, mi chiede del mio lavoro. Nessuno domanda mai a un medico, a un avvocato o a un programmatore di computer di parlare del proprio lavoro».

«È vero – ha aggiunto – ti dà una scarica di adrenalina e probabilmente è stato questo ad attrarre molti di noi. Tuttavia non mi considero a caccia di brividi. Ciò che davvero mi avvince sono gli abissi. Sono attratto dall’ignoto». Una caratteristica che lo pone nella stessa categoria di Hannes Keller e Peter Small – ma forse non in quella della compagnia petrolifera Shell.

(Traduzione di Marzia Porta)

 

1. È la parte sommersa dei continenti e costituisce il naturale prolungamento della terra ferma al di sotto del livello del mare. N.d.R.

2. Per un racconto serrato della storia delle immersioni in profondità si veda: Ben Hellwarth, Sealab: America’s Forgotten Quest to Live and Work on the Ocean Floor (Simon and Schuster, 2012), incentrato sui tentativi compiuti dalla Marina per creare un habitat sottomarino capace di sostenere la vita umana.

3. La Deepwater Horizon era una piattaforma semisommergibile della Transocean, compagnia sotto contratto con la British Petroleum. Il 20 aprile 2010, durante la trivellazione di un pozzo di idrocarburi, un‘esplosione a bordo della piattaforma causò un incendio devastante, 11 persone morirono sul colpo. Due giorni dopo la piattaforma si rovesciò, le valvole di sicurezza per fermare l’estrazione del petrolio non funzionarono, e il petrolio cominciò a sgorgare senza più controllo. La BP fu in grado di riuscire a tappare la perdita del greggio dopo 86 giorni dall’incidente. Si calcola che durante questi giorni siano stati versati in mare tra i 506 e gli 868 milioni di litri di greggio. N.d.R.

4. Si veda: Longterm Health Effects of Diving: An International Consensus Conference, curato da Arvid Hope, Tjostoly Lund, David H. Elliott, Michael J. Halsey e Helge Wiig (Bergen: Norwegian Underwater Technology Center, 1994), p. 391.

5. Center for Disease Control and Prevention (“Centri per la previsione e il controllo delle malattie”). N.d.R.

NATHANIEL RICH è uno scrittore e saggista americano. Scrive per ‘The New York Review of Books’, ‘San Francisco Cronichle’ e ‘The Paris Review’. È autore del saggio San Francisco Noir. The City in Film Noir from 1940 to the Present (The Little Bookroom. 2005) e dei due romanzi The Mayor’s Tongue (Riverhead Books 2008) e Odds Against Tomorrow (Farrar, Straus and Giroux 2013)

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