Hugh Eakin

Cosa è andato storto al Getty

da ''The New York Review of Books''

JASON FELCH E RALPH FRAMMOLINO, Chasing Aphrodite. The Hunt for Looted Antiquities at the World’s Richest Museum, Orlando, Houghton Mifflin Harcourt, pp. 375, $ 28,00

Arte e mercato. Un problema che già dovette affrontare Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, quello del commercio delle opere d’arte. Un problema che ha attraversato i secoli e che ancora non è stato risolto, come ci racconta Hugh Eakin. Egli prende in esame alcuni episodi che riguardano il Getty Museum di Los Angeles e ripercorre la storia del suo acquisto di opere d’arte antica illegalmente commerciate, come la statua di Afrodite che ospitava e che solo recentemente è stata riconsegnata alla Sicilia, dopo l’intervento di legali e forze dell’ordine.

1.

Il 5 agosto del 70 a.C., all’una e mezza del pomeriggio, ebbe inizio a Roma un’importante causa penale. Un giovane procuratore di nome Marco Tullio Cicerone conduceva contro Gaio Verre, un anziano funzionario romano, l’accusa di concussione e malgoverno durante il suo incarico come propretore in Sicilia. «Per tre lunghi anni ha depredato e saccheggiato la provincia a tal punto che riportarla al suo stato precedente non è più possibile» proclamò Cicerone nella sua coraggiosa orazione iniziale.

Verre aveva conoscenze importanti, e il caso sembrava avere poche possibilità. Imperterrito, Cicerone affermò che i suoi crimini erano talmente numerosi che era arduo tenerne traccia: aveva saccheggiato il tesoro, corrotto i tribunali, rubato il grano ai contadini, ed era connivente con i pirati; aveva imprigionato chiunque non gli piacesse (o i mariti delle donne che desiderava) nelle latomie, la terrificante prigione scavata nella roccia vicino Siracusa, o semplicemente li aveva crocefissi.

Il vorace appetito di Verre per l’arte era superiore a ogni cosa. «Gli antichi monumenti donati da facoltosi monarchi per adornare le città della Sicilia […] furono depredati dal primo all’ultimo, da questo stesso pretore» continuò Cicerone.

E non furono solo le statue e i monumenti pubblici che egli trattò in questa maniera. Tra i più sacri e venerati santuari siciliani, non ce ne fu nemmeno uno che riuscì a sfuggirgli; non un solo dio Verre lasciò in possesso dei siciliani, se solo vi riconosceva una buona opera d’arte o un’antichità di valore.

Questo discorso iniziale fu talmente vigoroso, come le prove usate per supportarlo, che Verre si rifugiò in esilio e la causa non fu mai portata a termine. Ma ciò non importò molto a Cicerone, che pubblicò ugualmente l’intero corpus di orazioni da lui preparato e due anni più tardi venne eletto pretore. «Egli non scrisse mai più nulla di quel livello» scrive Elizabeth Rawson nella sua ormai classica biografia dell’oratore. «Roma doveva esserne rimasta molto impressionata.»

A partire dalle Verrine, l’argomento delle opere d’arte trafugate si è ritagliato un posto speciale nell’immaginazione popolare, come fu per Byron, che denunciò il saccheggio operato da Lord Elgin ad Atene («le tue sacre membra razziate / da profane mani inglesi […]»), e per Thomas Hoving, che indugiò in un comportamento analogo a quello di Elgin prima di divenire un fanatico della causa anticollezionista1. Dall’inizio del ventesimo secolo, se non prima, è anche divenuta una questione legale. Molti paesi hanno dichiarato proprietà dello stato tutti gli artefatti trovati nel (o sul) loro suolo; più di recente, alcuni, tra i quali l’Italia e la Grecia, si sono dimostrati pronti a perseguire legalmente coloro che ne fanno commercio. Certamente, negli ultimi decenni il mercato di arte antica sembra essere divenuto sempre più torbido, a causa di quel tipo di traffici oscuri che avrebbero grandemente deliziato Cicerone al vertice della sua ispirazione inquisitoria. Raramente, tuttavia, l’ombra lunga delle Verrine – tra saccheggio e retorica – è stata più presente che nella causa contro Marion True, l’ex direttrice del dipartimento d’arte antica del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, che è terminata lo scorso anno, una causa senza precedenti nemmeno nell’antica Roma.

Insieme a due mercanti d’arte, Robert Hecht e Giacomo Medici, la True è stata accusata di aver preso parte a un pactum sceleris – un’associazione a delinquere – durato decenni, per traffico d’arte greca e romana rubata. Come nel processo di Verre, le accuse si basavano su un ingente numero di prove – in questo caso, migliaia di impressionanti polaroid appartenenti a Medici, un mercante italiano residente a Ginevra che mostravano opere d’arte classica appena trafugate e successivamente acquistate dal Getty e da altri importanti musei. Per l’ennesima volta, con grande clamore, l’accusa affermava che una statua di una dea greca era stata brutalmente rimossa dal suo santuario siciliano.

A differenza di Cicerone, Paolo Giorgio Ferri, il piccolo, intenso pubblico ministero del caso True, non è un grande oratore. Per di più, molti dei beni considerati nel caso erano stati acquisiti dal Getty e dagli altri musei venti o anche trenta anni fa – ben prima della legge che limita la rivendicazione ordinaria dell’arte rubata – e la sua teoria dell’associazione a delinquere incontrò numerosi problemi. Tuttavia, pur non riuscendo a ottenere un verdetto, il tenace pubblico ministero riuscì a scuotere, a convincere e a imbarazzare cinque dei più importanti musei d’America, al punto da indurli a riconsegnare più di cento opere d’arte al governo italiano. Alcuni di questi musei hanno addirittura smesso di collezionare opere d’arte antica; uno, il Boston Museum of Fine Arts, ha accettato di sottoporsi al controllo italiano – che in effetti ne ha acquisito il diritto di veto – su ogni acquisto di questo genere di opere.

Per ottenere questi inattesi risultati, Ferri è stato assistito dalla migliore squadra italiana di polizia nel campo dell’arte rubata, ovvero il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, la cui competenza investigativa ha condotto alla scoperta dell’archivio fotografico delle opere rubate in un magazzino del porto franco di Ginevra; e da un gruppo di funzionari del Ministero della Cultura Italiana che ha intravisto una disponibilità per il controllo dei grandi musei americani e l’ha sfruttata. Determinante, tuttavia, è stato l’interesse dei giornalisti americani. Durante il processo, i funzionari italiani rivelarono informazioni a giornalisti a loro graditi, e non fecero alcun mistero di come stessero combattendo la loro battaglia attraverso la stampa. Nel 2006, Maurizio Fiorilli, un avvocato italiano che era coinvolto da vicino nell’azione giudiziaria, espresse il concetto in questi termini: «Abbiamo l’attenzione di un giornale in ogni città [americana] in cui c’è un grande museo».

Anche tenendo conto di questo elemento, l’inchiesta sul Getty Museum condotta dal quotidiano locale, il ‘Los Angeles Times’, si è comunque distinta in modo particolare. Non solo il giornale, articolo dopo articolo, ha messo in chiaro i dettagli dell’indagine contro Marion True con particolare forza. Tutto da solo ha anche portato alla luce una straordinaria raccolta di nuove prove, nella forma di documenti legali riservati provenienti dall’ufficio del difensore interno del Getty. A inizio settembre del 2005, per esempio, il giornale ha rivelato che al principio del 2001 un avvocato aveva consigliato al presidente del consiglio di amministrazione del Getty, Barry Munitz, di non mettere a disposizione delle autorità italiane la corrispondenza della True con i mercanti sospetti, perché le lettere che si riferivano alle spese del museo e a potenziali acquisti erano «problematiche». Ciò fece sospettare a Ferri, come poi mi ha confermato a Roma, che il Getty avesse «commesso qualcosa di illecito» nascondendo materiale informativo riguardante i propri acquisti di arte antica. Come se non bastasse, un’indagine parallela del ‘Los Angeles Times’ nello stesso tempo stava dimostrando un dissipato uso personale del denaro del Getty compiuto da Munitz, rivelazioni che alla fine lo condussero alle dimissioni.

Ora, gli accaniti reporter che hanno ottenuto i documenti del Getty, Jason Felch e Ralph Frammolino, hanno pubblicato Chasing Aphrodite, un resoconto dettagliato della loro inchiesta. Si tratta di un libro importante, non forse, tuttavia, per i motivi che hanno in mente loro.

2.

Cinico ritratto del Getty Museum e della sua ex direttrice, Chasing Aphrodite intende smentire l’opinione che i musei d’arte potrebbero avere ragioni legittime per collezionare opere d’arte del passato antico. «I musei hanno provocato la scomparsa di molta più conoscenza di quella che hanno preservato» asseriscono categoricamente gli autori nel loro prologo, un’affermazione che non supportano con nessuna prova o argomentazione. Poi introducono il loro tema principale: «Per più di quattro decenni il Getty ha inseguito molti capolavori proibiti […] Una di queste acquisizioni – l’icona del museo, la statua alta più di due metri e mezzo che rappresenta Afrodite, la dea greca dell’amore – sarebbe diventata il simbolo della meravigliosa bellezza dell’arte antica. La dea aveva un fascino così grande che un museo ha rischiato tutto per possederla; una nazione si è sollevata per esigere la sua restituzione; archeologi, investigatori privati e giornalisti hanno perlustrato il globo per rintracciarne le origini; e una direttrice si è rovinata per tentare di trattenerla».

Con questa trama hollywoodiana, Felch e Frammolino aspirano a manipolare l’ampio corpus di memoranda interni, resoconti legali e corrispondenza del museo – che occupa la parte più vasta del loro libro di quasi quattrocento pagine – trasformandolo in una saga familiare di soldi, arte e potere. Anche se all’inizio non faceva parte dell’indagine sull’associazione a delinquere, la cosiddetta Afrodite, una scultura greca della prima età classica, divenne motivo di impasse nel caso italiano. Acquistata nel 1988 per diciotto milioni di dollari dal mercante londinese Robin Symes, l’acrolito (letteralmente, “con le estremità di pietra”) di marmo e calcare era stato messo sul mercato senza nessuna indicazione sulla sua origine. Quattro eccellenti specialisti ne attestarono la capitale importanza e, a dispetto delle voci circa un’illecita provenienza siciliana, True spinse per il suo acquisto.

Durante l’inchiesta, gli investigatori assunti dal Getty trovarono delle fotografie in possesso dell’ex poliziotto svizzero che secondo i procuratori aveva venduto la statua a Symes, le quali mostravano come essa fosse stata trafugata nei decenni precedenti e fatta a pezzi per il trasporto. Era stata consegnata a un piccolo museo siciliano all’inizio del 2011. Così, nel racconto degli autori, «l’avidità della direzione» e il fascino di una «voluttuosa» divinità del quinto secolo a.C. trasformano Marion True, la direttrice del «museo più ricco del mondo», nella «più grande peccatrice» in un ambiente già straripante di attività illecite e corruzione.

Il loro approccio ha un interesse espressamente mirato. Aiuta a conferire una prospettiva tematica a un resoconto un po’ troppo dettagliato sulla burocrazia del Getty e consente ai lettori di ipotizzare un intento fraudolento negli affari di routine del museo – tutti in qualche modo finalizzati a collezionare antichità trafugate. E, con la causa legale italiana contro la True, gli autori hanno anche un personaggio centrale intorno al quale costruire la propria storia, un’«eroina da tragedia greca».

Felch e Frammolino scandagliano il background e la carriera della True per trarne indizi di ciò che loro suggeriscono essere un graduale scivolamento nel compiere atti criminosi. Per esempio, nonostante sembri che non siano mai riusciti a parlare con lei (la True si è rifiutata di essere intervistata per il loro libro), attribuiscono un significato rilevante al tono alto della sua voce, che potrebbe essere un «segno di falsità». Una serie di lavori part time da lei svolti in gallerie d’arte commerciali durante il suo dottorato a Harvard significa che fosse una «arrampicatrice di professione». E il fallimento del suo primo matrimonio – molti anni prima che approdasse al Getty – viene attribuito al «suo crescente gusto per la stravaganza».

Nei suoi anni come direttrice, gli autori tracciano la «trasformazione della sua personalità» in «una matrona autoritaria» che «fulminava le persone con un’occhiata gelida o un’osservazione pungente e metteva al bando chiunque fosse giudicato colpevole di slealtà». Allo stesso tempo, ogni giorno di più «ostentava il senso di compiaciuta autorevolezza che sembrava contagiare tante persone al Getty». In primo luogo c’era la «piccola villa» – una casa del valore di quattrocentomila dollari – che la True aveva comprato all’isola di Paro con denaro prestato «da persone che avevano venduto arte antica al Getty per un valore di dieci milioni di dollari su sua raccomandazione: un conflitto di interesse che la condusse alle dimissioni nel settembre 2005, proprio mentre stava iniziando la causa che la riguardava in Italia2.

Tuttavia i particolari della rovina di Marion True (e l’analogia euripidea) non sono, a questo punto, particolarmente nuovi; né l’esito ambiguo del processo giustifica le pesanti conclusioni che gli autori vogliono dimostrare. Certamente, la conclusione della causa – che terminò nell’ottobre del 2010 per la scadenza dei limiti processuali delle accuse contro di lei – è relegato in appena due frasi nell’epilogo del libro, con gli autori che notano en passant come rimanga «irrisolta la questione della sua colpevolezza o innocenza». Altrettanto oscuri sono gli esiti di due ulteriori cause contro True ad Atene, innescate entrambe dall’accusa italiana, e che in modo simile si sono concluse con la cancellazione di tutte le imputazioni da parte del tribunale. (Gli autori fanno menzione soltanto di una delle due cause, definendola una «conclusione senza esiti»).

La continua enfasi sulla sola True lascia perplessi, considerando la luce che gli autori avrebbero potuto gettare su tutto ciò che si consumò al Getty e sul motivo per cui il museo e l’amministrazione che lo dirige, con tutte le loro immense risorse, si siano cacciati in questo pasticcio che potevano tranquillamente evitare da subito.

3.

È difficile pensare a un’istituzione più adatta del Getty Museum a un’investigazione simile a quella su Verre. Nei primi anni Ottanta, dopo la morte del suo fondatore, il magnate del petrolio J. Paul Getty, il museo ricevette un’eredità miliardaria; e, come per la maledizione del petrolio3, il denaro si presentò insieme a una sequenza apparentemente infinita di scandali, che spaziavano dalla frode fiscale, alla contraffazione, alle accuse di molestie sessuali e alla cattiva gestione dei fondi. (Il museo fa parte dell’amministrazione Getty, che dirige anche istituti dedicati alla ricerca artistica e alla conservazione dell’arte). Questi incidenti non raccontano in nessun modo la storia del Getty, e alcuni di loro hanno ben poco a che fare con la causa italiana. Ma forniscono uno sfondo a tinte fosche per il racconto di Felch e Frammolino. Certamente, nonostante il fatto sia stato in qualche modo coperto nell’ampia inchiesta del ‘Los Angeles Times’ sulla causa di Roma, i documenti del Getty ceduti ai reporter non riguardavano soltanto, e nemmeno principalmente, Marion True.

Senza dubbio la singola rivelazione più esplosiva riguardante la raccolta di arte antica, per esempio, è contenuta in un insieme di appunti criptici annotati nel 1987 dall’ex direttore del Getty Museum John Walsh durante una conversazione con Harold Williams, il presidente dell’amministrazione Getty: «HW: Stiamo dicendo che non verificheremo la provenienza. Sappiamo che è rubata. Symes è un ricettatore».

Sia Walsh che Williams hanno insistito che queste maledette parole avevano solo un intento ipotetico: essi stavano valutando come applicare una nuova politica per le acquisizioni (all’epoca in fase di definizione), nel caso in cui si fossero imbattuti in un oggetto sospetto durante l’acquisto. Ma a prescindere da ciò, la battuta rese chiaro come la dirigenza del museo fosse perfettamente consapevole, e assolutamente tranquilla, riguardo ai problemi del mercato dell’arte antica. Peggio. Al momento della conversazione, il museo stava sicuramente valutando un grande acquisto da Symes: l’importantissima statua di culto (la cosiddetta Afrodite) che in seguito divenne fondamentale nel caso True. Walsh e Williams stavano affermando che loro sospettavano che fosse rubata? Per quale motivo dunque ne approvarono l’acquisto?

E le rivelazioni non finiscono qui. Prima che True divenisse direttrice del dipartimento di antichità, il suo predecessore, Arthur Houghton, aveva comunicato per iscritto inquietanti informazioni a Deborah Gribbon, vice direttrice di Walsh: Giacomo Medici, uno dei mercanti che in seguito sarebbe stato accusato insieme alla True, aveva detto a Houghton che tre opere appena acquistate dal museo per 10,2 milioni di dollari – una statua di Apollo, una lekane di marmo (un tipo di vaso dell’antica Grecia dalla forma schiacciata e larga), e un raro gruppo scultoreo del quarto secolo a.C. raffigurante due grifoni che attaccano una cerbiatta – erano state rubate alla metà degli anni Settanta da una località «non lontana da Taranto», nel sud Italia; la lekane e i grifoni, disse, erano stati ritrovati nella stessa tomba.

Qualche anno dopo, quando la stessa Gribbon era succeduta a Walsh come direttrice, i membri dello staff del Getty avrebbero fatto riferimento a questo memo come alla «pistola fumante»; all’epoca dell’indagine sulla True, il memo fu ulteriormente accreditato da una delle polaroid più impressionanti trovate dalla polizia italiana, un’immagine dei grifoni, sporchi e avvolti in giornali italiani, nel bagagliaio della macchina di un trafugatore. Come scrivono Felch e Frammolino, «il messaggio più importante è rimasto non detto. I problemi nel dipartimento dell’arte antica erano precedenti all’arrivo della True e implicavano i suoi superiori, compreso l’attuale direttore del museo».

Non dovrebbe sorprendere il fatto che, in qualità di direttori di un museo giovane con un’ingente capacità di spesa, Walsh e Gribbon abbiano attivamente incoraggiato i rapporti della True con mercanti d’arte e collezionisti privati. Tuttavia, come specificano Felch e Frammolino, essi erano spesso meno scrupolosi di quanto non fosse lei riguardo l’arte greca e romana di provenienza sospetta. In una serie di capitoli dedicati alla True, gli autori la ritraggono come una maestra di «doppiezza» che inganna gli investigatori, tradisce i colleghi, si accompagna a personaggi equivoci e fa la cresta su spese esagerate. Ma quando dovrebbero entrare nel merito delle sue colpe concrete, gli autori concedono: «Non esisteva nessuna prova a indicare che la True avesse agito come una direttrice disonesta». Certamente, i documenti rinvenuti durante la revisione interna indicavano che Gribbon, Walsh e Williams erano perfettamente consapevoli del fatto che il museo stesse comprando opere d’arte trafugate e avevano approvato l’acquisto di tutti gli oggetti intorno ai quali gli italiani stavano costruendo la loro causa.

Fino ai tardi anni Novanta, era la True che criticava gli standard troppo permissivi nell’acquisto dell’arte antica – e che auspicava che il Getty restituisse volontariamente gli oggetti per i quali eventualmente fosse emersa una chiara evidenza di provenienza illecita – e la Gribbon che si opponeva a lei. «Gribbon iniziò a lamentarsi con Barry Munitz, l’amministratore delegato del Getty [che succedette a Williams nel 1998], della crociata della True contro le antichità trafugate» scrivono gli autori. «True dovette rassegnarsi.»

Per quale motivo il museo non fece uno sforzo per difendere pubblicamente la True in maniera energica? Era preoccupato che altri potessero rimanere coinvolti? Felch e Frammolino non rispondono direttamente alla domanda. Ma riferiscono che quando i membri del consiglio di amministrazione del Getty cominciarono a preoccuparsi della perseguibilità legale della gerarchia del museo, fino a includere lo stesso consiglio, gli avvocati interni del Getty prepararono una relazione che minimizzava la scoperta di «documenti “sospetti” e polaroid “impressionanti”» negli archivi del museo; in una nota a piè di pagina gli autori aggiungono anche che, secondo un testimone, quando gli amministratori furono interrogati oralmente riguardo la situazione della True, fu omesso «ogni dettaglio che potesse accusare direttamente la Gribbon».

Ma ci fu qualcosa di ancora più interessante nella prontezza con cui i funzionari del Getty sacrificarono la loro direttrice per correre ai ripari. Non accorgendosi che la causa italiana riguardava in realtà tutto il museo, Munitz, Gribbon e il consiglio dei fiduciari del Getty non colsero numerose opportunità per risolvere la questione molto prima che andasse a finire in tribunale.

4.

Nell’estate del 2002, mentre scrivevo un articolo per una rivista sugli sforzi dell’Italia per dare un giro di vite al mercato clandestino dell’arte antica4, mi capitò di parlare con alcuni degli ufficiali coinvolti nell’indagine ad ampio raggio che tre anni più tardi avrebbe portato all’incriminazione di Marion True. A quel tempo, le prove non erano state ancora rese pubbliche, e dunque essi non potevano rivelare che stavano valutando una mossa senza precedenti, ovvero quella di sollevare accuse penali contro un direttore museale americano. Tuttavia mi confidarono di avere delle prove schiaccianti che dozzine di opere conservate nei musei americani fossero state trafugate in Italia. Mi dissero anche che avevano consegnato al Getty una lista di quarantotto di queste opere e che erano disposti a chiudere un occhio se il museo avesse accettato di restituirne qualcuna.

«Stiamo chiedendo un atto simbolico di restituzione» mi disse in quell’occasione Daniela Rizzo, un’archeologa, dipendente dell’amministrazione dello stato, che lavorava a stretto contatto con i carabinieri e che in seguito sarebbe divenuta una testimone chiave dell’accusa nel processo True. «Basterebbero dieci di questi quarantotto pezzi, dopo di che potrebbe iniziare una nuova era nelle nostre relazioni»5. Poi aggiunse un avvertimento: «Il museo è libero di decidere di non restituire nulla, ma in tal caso dovrà interrompere le sue relazioni con l’Italia. Su questo punto siamo pronti a dare battaglia».

Infatti, come rivelano i documenti ceduti al ‘Los Angeles Times’, sia Munitz che la Gribbon erano già stati dettagliatamente informati in questi stessi termini riguardo all’indagine italiana. Nel loro primo incontro con Ferri, nel dicembre del 2000, gli avvocati del Getty furono avvertiti, come sintetizzano Felch e Frammolino: «Restituite i pezzi contestati, e True sarà scagionata». Meno di due mesi dopo, nel medesimo memorandum confidenziale in cui Munitz fu consigliato di non mettere a disposizione degli inquirenti italiani certa corrispondenza «problematica», Richard Martin, un avvocato esterno assoldato dal Getty, lo informò che il generale Roberto Conforti, il capo dell’unità dei carabinieri contro i furti d’arte, era strettamente coinvolto nell’indagine e che «bisogna essere pronti ad affrontare l’evenienza di un’imputazione pubblica contro la dottoressa True in un futuro relativamente prossimo». Ciò che gli autori non specificano è che la preoccupazione principale di Conforti era, ancora una volta, quella di riavere indietro le opere d’arte. Nel memo, che la Gribbon ebbe in copia, Martin citava l’elenco delle opere inviato dal procuratore (a quel tempo si trattava solo di quarantadue oggetti) e, in un passaggio non citato dagli autori, sottolineava l’importanza di stipulare un accordo per la restituzione: «Noi crediamo che il generale Conforti stia facendo pressione per procedere contro la dottoressa True. In passato, il generale Conforti ha richiesto la restituzione di numerosi pezzi, che […] il Getty ha ritenuto non appropriato restituire. Il generale Conforti è rimasto deluso da tale posizione […]. Mentre il procuratore ha spesso dichiarato che a lui interessa perseguire la rete dei mercanti piuttosto che la dottoressa True, noi ci chiediamo se lui e Conforti possano volere qualcosa dal Getty in cambio di un accordo con il quale potrebbero riconoscere che il coinvolgimento della dottoressa True sia stato, al massimo, il risultato di negligenza, e non un comportamento intenzionalmente illecito».

Profeticamente, Martin scriveva anche: «Credo che in Italia potremmo difendere con successo la dottoressa True […] Ci rendiamo conto, tuttavia, che le udienze e gli appelli in un tribunale italiano, indipendentemente dal buon esito per la dottoressa True, sarebbero un disastro per la reputazione sua e per quella del Getty, e prolungherebbero per anni il clamore di questi fatti».

A dispetto di tali espliciti avvertimenti, la Gribbon decise di fare ostruzionismo agli italiani. Un punto di svolta ci fu a Roma nel giugno del 2002, quando, stando a Felch e Frammolino, il generale Conforti e altri ufficiali anziani italiani presentarono alla Gribbon lo stesso accordo di cui i carabinieri mi avevano parlato quell’estate. «Se il Getty intendeva dare indietro alcuni degli oggetti trafugati come gesto di buona volontà, proposero gli italiani, sarebbero tornati sui loro passi» scrivono gli autori. «Altrimenti» aggiunse l’ufficiale dei carabinieri «tutto ciò andrà avanti per anni e anni, e alla fine dovrete restituirceli ugualmente». Incredibilmente, la Gribbon si limitò ad alzarsi e ad abbandonare la riunione.

Più di due anni dopo, il 14 settembre 2004, il Getty si offrì finalmente di restituire tre oggetti all’Italia, ma per due di questi sussistevano già precedenti ragioni per la restituzione, e il gruppo scultoreo dei grifoni, che era stato palesemente trafugato, non era compreso. Da questo punto, doveva passare del tempo perché Ferri decidesse di procedere con le accuse contro la True. Una settimana dopo l’offerta oltraggiosa fatta dal Getty, la Gribbon rassegnò le proprie dimissioni da direttrice del Getty, adducendo a motivo molestie sessuali ricevute dal suo capo, Barry Munitz; una denuncia che aveva fatto distrarre non poco il museo dall’indagine italiana. Come riportano Felch e Frammolino, le furono dati sottobanco tre milioni di dollari di buonuscita per farle ritirare le accuse e per non farla parlare con la stampa. (Accusato di cattiva gestione dei fondi, lo stesso Munitz si sarebbe dimesso all’inizio del 2006.)

5.

Le conseguenze complessive dei colossali passi falsi commessi dal Getty nel caso Marion True devono ancora essere valutate. Ma una stima ottimistica può essere fatta calcolando il costo totale del caso per lo stesso Getty. Così tanti avvocati hanno lavorato sulla causa e sulla controversia del museo con Italia e Grecia che è difficile fare una stima di quanto sia stato speso in tutto.

Recentemente ho revisionato gli archivi fiscali dell’amministrazione Getty dai quali si riscontrano sedici milioni di dollari pagati per servizi legali esterni soltanto tra la metà del 2005 e la metà del 2007, un periodo durante il quale il museo aveva affidato i suoi affari con l’Italia al team di avvocati di uno studio legale di altissimo livello di Los Angeles. (Questa cifra non include i 750.000 dollari che, secondo Felch e Frammolino, il Getty ha pagato a un’azienda specializzata nella «gestione delle crisi», sempre di Los Angeles, per «consigli sostanzialmente inutili».) Una stima più realistica, tuttavia, dovrebbe tenere conto anche delle centinaia di milioni di dollari che costituiscono il valore delle opere d’arte – molte più di quelle che avrebbero accontentato gli italiani nel 2002 – che alla fine furono restituite a Roma e ad Atene, trasformando il Getty Villa come una pallida ombra di se stesso. Raramente degli avvocati sono stati pagati così tanto per perdere così tanto.

Tuttavia il vero danno del caso – a parte le rovinose e ingiuste conseguenze per la stessa True – potrebbe consistere nei suoi effetti ad ampio raggio su parecchi altri musei, che si sono affrettati a restituire numerose opere greche, romane ed etrusche dalle loro gallerie all’Italia, talvolta per delle ragioni che sono sembrate più che prudenziali. Allo stesso tempo, un procuratore italiano ha iniziato di recente un’indagine legale sul direttore del Museum of Art dell’Università di Princeton con la simile accusa di aver preso parte, insieme a un mercante italiano, a un’associazione a delinquere per trafficare in opere d’arte rubate. Il caso potrebbe ancora risolversi fuori dai tribunali (magari inviando ulteriori pezzi a Roma), ma ciò è sintomatico di come l’approccio giudiziario sia divenuto allettante in alcuni ambienti del governo italiano6.

Da parte sua, l’amministrazione Getty ha ora assunto James Cuno – direttore dell’istituto d’arte di Chicago e convinto difensore dei musei di collezione – come suo nuovo presidente. (Il Getty Museum continua a cercare un direttore, una posizione che è rimasta aperta per più di un anno.) Sarà interessante vedere se Cuno riuscirà a dissuadere l’Italia dai suoi continui sforzi di riavere indietro il Getty Bronze, un bronzo del secondo o terzo secolo a.C. che rappresenta una giovinezza vittoriosa a grandezza naturale, trovata nel mar Adriatico nei primi anni Sessanta; una pretesa che anche alcuni di coloro che propongono la restituzione vedono come una forzatura.

Nel raccontare il disastro del Getty con tale compiacimento, Chasing Aphrodite gli attribuisce la funzione di «un cambiamento epocale nella storia del collezionismo d’arte». Certamente il caso ha accelerato un numero di innovazioni ben accette ai grandi musei (americani) di collezione, che sono divenuti molto più attenti alla provenienza dell’arte che acquistano. Ha avuto anche un effetto salutare su nazioni con vaste risorse archeologiche come l’Italia, che hanno iniziato ad allentare le restrizioni per concedere in prestito materiale importante dai loro musei e dai loro depositi a musei esteri. Questo è uno sviluppo particolarmente auspicabile (che, come notano gli autori, la stessa True aveva desiderato) e si deve sperare che anche prestiti a lungo termine, o anche prestiti semipermanenti, possano consentire a musei stranieri ben organizzati di divulgare ed esporre delle opere a un pubblico molto numeroso senza dover ricorrere all’acquisto di materiale di provenienza oscura dal mercato dell’arte.

Tuttavia, per tutti i documenti che portano alla luce, risulta piuttosto incomprensibile la presunzione di certezza giudiziaria che Felch e Frammolino conferiscono alla loro storia. Come rivelano le loro estese note a piè di pagina, i fatti che loro vogliono interpretare in un certo modo si possono benissimo interpretare in modo differente. Ancora adesso, gli esperti stanno tentando di determinare l’identità della statua di culto dalla quale gli autori hanno tratto il nome per il loro libro (molti ritengono che non si tratti di Afrodite); e gli archeologi continuano a cercare il posto in cui essa fu ritrovata. Allo stesso tempo, l’Italia può godersi le medesime splendide opere d’arte di origine ignota che in precedenza avevano abbellito le vetrine americane: una vittoria in meno per l’archeologia, forse, ma non per i musei di collezione, i quali, grazie alla possibilità di mostrare splendidi oggetti anche senza conoscere con esattezza la loro provenienza, possono riportare in vita il mondo antico per il pubblico contemporaneo.

(Traduzione di Luca Alvino)

1. Il conte di Elgin (1776-1841), esponente della nobiltà scozzese, durante il suo mandato come ambasciatore britannico a Costantinopoli fece un viaggio in Grecia, ad Atene. Durante un sopralluogo all’acropoli antica, fece smembrare i bassorilievi che decoravano il Partenone (le metope dell’architrave, realizzate da Fidia nel 440-446 a.C., e il fregio continuo della cella interna del tempio) e li portò a Londra, dove tutt’ora sono conservati (presso il British Museum). Cfr. Colin Thubron, I segreti delle mummie, ‘451’, 7, 2011, n., p. 40. Per l’influenza delle Verrine sul pensiero moderno circa la proprietà dell’arte, si veda Margaret M. Miles, Art as Plunder. The Ancient Origins of Debate About Cultural Property, Cambridge, Cambridge University Press, 2008.

2. Il racconto di Felch e Frammolino della villa di Marion True a Paro è piuttosto incongruente. Riportando le affermazioni di un nipote di Christo Michaelides – il socio del mercante londinese Robin Symes, che aveva venduto numerose opere al Getty – gli autori asseriscono più di una volta come dato di fatto che True inizialmente comprò la casa da 400.000 dollari grazie a un «prestito di Christo Michaelides». In seguito scrivono che estinse il debito con un secondo prestito avuto dai collezionisti Lawrence e Barbara Fleischman, aggiungendo: «Molti anni più tardi, non era chiaro se lei avesse pagato davvero le rate [del debito]. Gli avvocati del Getty non riuscirono a trovare nessuna prova che l’avesse fatto». Questo resoconto non è accurato. Come gli autori riconoscono altrove, il primo prestito fu quadriennale e lo ebbe da Dimitrios Peppas, un avvocato greco che procurava finanziamenti per compagnie di navigazione e che fu raccomandato a True da Michaelides. Gli autori non forniscono nessuna documentazione o altri tipi di prova a supporto del fatto che il denaro di Peppas provenisse da Michaelides, cosa che True ha categoricamente smentito, né dicono chiaramente che la storia del prestito avuto da Michaelides – o da Symes, come suggerivano le indiscrezioni iniziali – fosse venuto alla luce dopo la morte di Michaelides, in un momento in cui suo nipote stava combattendo una battaglia legale contro Symes per il patrimonio di Michaelides. A meno che non ci sia una prova concreta del contrario, sembra improbabile che Michaelides – che gli autori indicano come un amico personale della True – abbia gravato l’amica con l’altissimo interesse del 18 percento caricato sul prestito di Peppas (un dato che gli autori non ricordano di menzionare). Riguardo il prestito di Fleischman – di durata trentennale che nel dicembre 1998 fu erogato con il tasso corrente dell’8,25 percento – nel febbraio 2006 l’avvocato della True inviò una dichiarazione a Luis Li, un avvocato assunto dal Getty per occuparsi del caso delle antichità, che affermava che i conti della True presso la Bank of America erano stati rivisti per i sette anni precedenti e che «le registrazioni mostravano che dal gennaio 1999 al gennaio 2006 i pagamenti del prestito superavano i 162.000 dollari e nel complesso erano in linea con il piano dei pagamenti della documentazione del prestito». Accettare un prestito da collezionisti che avevano venduto opere al Getty era una seria mancanza di buon senso da parte della True, ma i fatti del finanziamento della casa non sostengono le accuse degli autori.

3. La “maledizione del petrolio” è un termine utilizzato per indicare la condizione di molti stati che, benché ricchi di petrolio, non riescono ad avere uno sviluppo; fra le cause di questa maledizione vengono spesso poste ai primi posti la corruzione e l’assenza di democrazia che caratterizza i loro governi. N.d.R.

4. Si veda Looted Antiquities?, ‘ARTnews’, ottobre 2002.

5. Nel 2002 i carabinieri mi dissero che esisteva una lista di quarantotto oggetti al Getty che ritenevano acquistati in violazione alla legge italiana. Di questi, tuttavia, ce n’erano quarantadue che il pm Ferri aveva ufficialmente elencato come parte dell’indagine nell’autunno del 2000, e che quindi erano stati menzionati dall’avvocato Martin nel suo memo a Munitz del gennaio 2001. Negli elenchi successivi i pezzi aumentarono fino cinquantadue oggetti (che comprendevano sia l’Afrodite che il Getty Bronze). In un accordo di restituzione del 2007, il Getty acconsentì a restituire quaranta opere, compresa l’Afrodite.

6. Si veda il mio articolo Italy Focuses on a Princeton Curator in an Antiquities Investigation, ‘The New York Times’, 2 giugno 2010. Vale la pena notare che l’indagine ancora una volta fa menzione di oggetti in un certo numero di diversi musei americani.

HUGH EAKIN è membro del comitato redazionale della ‘New York Review of Books’. Scrive articoli di politica e di arte anche su ‘The New Yorker’, ‘Slate’ e ‘The Economist’. È professore alla scuola di giornalismo della Columbia University.

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