Gianfranco Pasquino

Dalle oligarchie ai gazebo

a cura di ANTONELLA SEDDONE e MARCO VALBRUZZI, Primarie per il sindaco. Partiti, candidati, elettori, Milano, Egea, 2012, pp. 206, € 22,00

POLITICA: La corsa alle primarie nel centro sinistra italiano è partita. Una corsa che spaventa molti esponenti di vecchia data del PD, i quali si trovano a confrontarsi con rappresentati della società civile, spesso più graditi dalla base e meno dai vertici di partito, come hanno dimostrato le elezioni comunali dell’anno scorso in città come Milano e Napoli.

 

Mi sento immediatamente obbligato a dichiarare ai lettori la possibile esistenza di un mio conflitto d’interessi. In questo articolo, recensisco un libro di giovani colleghi per il quale ho scritto la postfazione. Il possibile conflitto risiede, da un lato, nel mio comprensibile interesse, non da ultimo come autore della postfazione, per la quale, comunque, non riceverò nessuna ricompensa monetaria, a che Primarie per il sindaco ottenga ampia circolazione e raggiunga un vasto pubblico; dall’altro, nel fatto che, quindi, sto facendo pubblicità ad un testo nel quale ho scritto anch’io. Questo conflitto è, penso e spero, più che controbilanciato dall’interesse che i lettori certamente hanno di essere adeguatamente e opportunamente informati sulla disponibilità e sulla qualità di un libro che, come argomenterò ampiamente, è il più maturo e solido contributo in materia di elezioni primarie finora pubblicato in Italia. Sono pervenuto alla convinzione che l’interesse dei lettori meriti di essere considerato prevalente poiché le primarie italiane sono diventate e si sono rivelate uno strumento, al momento sicuramente il più importante ed efficace, ancorché per i cultori della rete, blog e altro, non l’unico, di rinnovamento dei partiti e della politica. Dunque, debbono essere analizzate, spiegate, discusse nella maniera più estesa e approfondita possibile anche perché, purtroppo, in Italia sono tuttora uno strumento conosciuto in maniera piuttosto insoddisfacente sia nella sua realtà numerica sia nelle sue componenti qualitative e nelle sue conseguenze operative. Le analisi, improvvisate e parziali, sostanzialmente inadeguate, che delle primarie hanno fatto i giornalisti, della carta stampata, della radio e delle televisioni, rappresentano uno dei peggiori contributi degli operatori dei media alla comprensione dell’incompiuta transizione politico-istituzionale italiana e della trasformazione della politica. È tempo di svolgere opera di “contro-informazione” e di delucidazione.

Cominciamo dal dato fondamentale e inoppugnabile. Le primarie mirano consapevolmente e deliberatamente a fare slittare il potere di scegliere le candidature alle cariche elettive dalle oligarchie di partito a tutti coloro che accorreranno ad urne appositamente predisposte. Per definire questi spesso improvvisati luoghi di votazione utilizzo il termine “gazebo” con il quale furono bollati con sarcasmo da Massimo D’Alema, noto oligarca orgoglioso di essere tale. Nel dato fondamentale si trova molto di problematico, a cominciare proprio dallo “slittamento di potere”. Infatti, nessun oligarca di partito acconsente allegramente allo slittamento del suo potere di selezione e nomina delle candidature poiché, spesso, è quasi l’unico potere che gli è rimasto. Luca Bernardi e Marco Valbruzzi preferiscono l’espressione “riequilibrio di potere”, tuttora in corso, che contrappongono a “esproprio di potere” (p. 50), nient’affatto possibile nei partiti che conosciamo.

Il tentativo di recupero di qualche pezzetto di potere da parte degli oligarchi passa attraverso l’endorsement, nelle parole di Bernardi e Valbruzzi: “una vera e propria dichiarazione pubblica di sostegno espressa da un dirigente di partito nei confronti di un candidato” (p. 50). Andrei anche oltre sottolineando che alcune dichiarazioni di sostegno sono state persino troppo preventive, vale a dire prima ancora che fossero ufficialmente emerse le candidature alle primarie, ad esempio, per Bologna 2008: potenti endorsement a favore di Flavio Delbono già all’inizio di ottobre di tutti gli alti dirigenti del PD, dal segretario nazionale al Presidente della Regione all’immancabile Romano Prodi, per primarie che si celebrarono a dicembre. Aggiungo che tutti gli alti dirigenti del PD dell’Emilia-Romagna hanno già disciplinatamente dato il loro endorsement a Bersani come candidato alla carica di Presidente del Consiglio nelle eventuali primarie di coalizione. L’obiettivo, tutt’altro che nobile e nascosto, degli endorsement più o meno precoci, consiste in una duplice manipolazione comunicativa. Da un lato, quegli oligarchi fanno sapere agli iscritti e, in una certa misura, anche agli elettori del partito, che loro, che ne sanno di più, hanno una fortissima e chiarissima preferenza. Dall’altro, attraverso i mass media che amplificheranno il messaggio, l’informazione raggiunge anche tutti i potenziali partecipanti alle primarie, in primis i candidati, ma soprattutto la fluida platea dei potenziali votanti. Bernardi e Valbruzzi sostengono che “il ‘male’ dell’endorsement, cioè il sostegno soffocante dell’organizzazione partitica ad un candidato che si vorrebbe proteggere, ma che talvolta si finisce per indebolire” (p. 54) consiste nel rendere quel candidato il rappresentante ufficiale del partito. Al proposito, qualche approfondimento di ricerca sarebbe benvenuto e utile.

Naturalmente, non è né corretto né fattibile né, tantomeno, democratico costringere al silenzio i dirigenti dei partiti, ma, altrettanto sicuramente, oltre a snaturare la logica più vera delle primarie, gli endorsement rischiano di essere a doppio taglio. A fronte di un candidato vittorioso in quanto esplicitamente sponsorizzato dal gruppo dirigente del partito, i perdenti possono decidere di invitare i loro sostenitori a non andare a votarlo con gravi rischi per il partito nella successiva elezione. Quando, invece, il candidato sponsorizzato perde, il gruppo dirigente dovrebbe prendere atto della sua delegittimazione e sentire il dovere morale di dare le dimissioni. In effetti, almeno nel caso delle primarie per la scelta del candidato a sindaco di Milano nel 2011, è avvenuto esattamente questo, ma le apprezzabili dimissioni del segretario metropolitano milanese del Partito Democratico furono respinte: un’occasione perduta. Ciò detto, qui si situa il primo problema relativo alla regolamentazione delle primarie accuratamente affrontato da Marco Croce il quale rileva, anzitutto, la grande varietà dei regolamenti stilati dai diversi partiti Democratici delle grandi città e mette in evidenza soprattutto come, in alcune di quelle primarie, sia mancata la par condicio fra i candidati con riferimento alle risorse e alla visibilità per le rispettive campagne. L’autore conclude suggerendo come soluzione una legge “incentivante” che riguardi “tetto alle spese, propaganda, accesso agli elenchi degli iscritti e degli elettori per la raccolta delle firme” (p.47).

Non entro nel merito poiché credo che ci sarebbero anche altri aspetti da disciplinare, ma ho due obiezioni dirimenti rispetto all’idea stessa di scrivere una legge valida per tutti partiti e per tutte le primarie. La prima è che, essendo le primarie ancora in una fase di sperimentazione, si correrebbe il rischio di un prematuro congelamento di regole non sufficientemente sottoposte alla prova dei fatti. Non sono affatto sicuro che quanto conosciamo consenta già una buona regolamentazione. Temo anche che si vada all’ omologazione forzata di esperienze che meriterebbero di preservare, entro certi limiti, la loro specificità. Qui parliamo di primarie comunali, ma è ovvio che le primarie per la scelta del candidato alla carica di capo del governo e quelle per la selezione dei parlamentari meritano regolamentazioni diverse e molto più mirate. Quelle che, invece, è importante saperlo, non sono, neppure se affidate alla ampia platea dei sostenitori e potenziali elettori del partito,  primarie, vale a dire le elezioni dei segretari dei partiti, dovrebbero essere lasciate alla libera regolamentazione degli organismi di quel partito. La seconda obiezione alla stesura e all’approvazione di una vera e propria legge nazionale sulle modalità di attuazione delle primarie è che ritengo positivo consentire ai vari partiti locali una certa discrezionalità nello stabilire le regole. Nella mia ottica, considero logico e opportuno che l’avere stilato regole pessime e discriminatorie costituisca un altro elemento a carico dei dirigenti di quei partiti che dovranno renderne conto agli iscritti e, eventualmente, anche ai dirigenti nazionali.

Torno allo slittamento del potere poiché è in fondo il fenomeno che fa più notizia. I mass media hanno dato grande rilievo soprattutto ai casi più recenti, come Firenze, Milano, Cagliari e Genova, nei quali ha perso il “candidato del PD”. A Napoli, che è tutta un’altra storia, attraverso il ricorso ad una dose tutt’altro che modica di “voto di scambio”, il Partito Democratico ha fatto hara kiri manipolando malamente le sue primarie e poi annullandone l’esito con la conseguenza di facilitare l’imprevedibile e improbabile ascesa a sindaco di De Magistris. Grosso modo, nello stesso periodo di tempo, i mass media hanno sostanzialmente ignorato i casi nei quali, come a Bologna, Torino e Trieste, il candidato del PD ha vinto abbastanza agevolmente le primarie. Il fatto è che, qualche volta, non c’è effettivamente “il” candidato del PD, ma ci sono diversi candidati iscritti al PD (effetto di un uso distorto delle primarie per risolvere un conflitto interno) che, inevitabilmente, vanno a dividersi il voto degli iscritti al Partito e, naturalmente, anche quelli degli elettori e dei simpatizzanti aprendo la strada ad una candidatura non espressa dal loro partito, proprio come a Genova. Anche per questa ragione è importante andare a leggere con attenzione i dati. Il primo dato importante è che dal 2004 al 2011, hanno documentato Asia Fiorini e Fulvio Venturino, si sono tenute circa 400 elezioni primarie comunali. Aggiungendovi quelle tenute fra il 2011 e il 2012 è probabile che il numero sia già salito a circa500. Insecondo luogo, come mette in grande evidenza Marco Valbruzzi (p. xvi), nelle 122 primarie di coalizione tenutesi fra il 2008 e il 2011, il candidato del PD ha vinto in 97 casi, il 79 per cento delle volte. Nelle 18 città capoluogo che hanno fatto primarie in vista delle elezioni amministrative del 2012, il candidato del PD ha vinto 14 volte, più del 77 per cento delle volte.

Complessivamente, quando il candidato che ha vinto le primarie apparteneva al PD, in quasi il 60 per cento dei casi è andato a vincere anche la carica di sindaco. Purtroppo, non è possibile dimostrare senza ombra di dubbio la non correttezza delle affermazioni di coloro che sostengono che le primarie finiscono per selezionare candidati perdenti. I numeri suggeriscono che non è così, ma non avremo mai la controprova relativa ad raffronto fra elezioni con candidature scelte dai dirigenti dei partiti ed elezioni con candidature selezionate attraverso le primarie. I critici fondano le loro affermazioni sull’alta probabilità delle sconfitte dei candidati selezionati attraverso le primarie sul tipo di composizione dell’elettorato che va a votare per scegliere quelle candidature. In estrema sintesi, i votanti alle primarie rappresentano uno spaccato più estremista e più radicale dell’elettorato in generale. Dunque, ma questo è un punto assai problematico, selezionano candidati più distanti dalle posizioni dell’elettorato che dovrebbe poi votarli. È curioso come questa obiezione non tenga in nessun conto l’intelligenza politica dei candidati vittoriosi alle primarie i quali, una volta selezionati, capiscono che devono assolutamente riposizionarsi, e lo fanno, ovviamente, entro determinati limiti, ma con una notevole disponibilità al tempo stesso che si riposizionano anche i partiti della coalizione che sono obbligati a sostenerli pena la sconfitta di tutti.

Dal punto di vista socio-demografico, i votanti alle primarie sono mediamente più istruiti, sono appena più uomini che donne, sono relativamente più anziani, con una chiara preponderanza di pensionati che ne costituiscono quasi un terzo. Gli studenti rappresentano meno di un decimo dei votanti nonostante le primarie siano aperte anche ai sedicenni. Le caratteristiche socio-demografiche suggeriscono che neppure le primarie smuovono in percentuali elevate le componenti più dinamiche della società, anche se vanno significativamente oltre la platea degli iscritti per lo più retaggio del passato e della consuetudine. Tuttavia, sotto accusa dai critici è soprattutto il profilo politico degli elettori “primari”, ovvero la loro non rappresentatività che condurrebbe verso punte di radicalismo ed estremismo. Opportunamente, Carlo Pala e Giulia Sandri evidenziano come le primarie abbiano conseguito un notevole successo nell’attrarre votanti non iscritti a nessun partito, il 75 per cento. En passant, gli autori fanno notare che il paventato afflusso di elettori di centro-destra a stravolgere l’esito delle primarie è sostanzialmente nullo. Solo l’1 per cento di chi è andato a votare ha dichiarato di avere preferenze di centro-destra. Complessivamente, i votanti delle città analizzate, Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Torino, si autocollocano, con limitate differenze fra le cinque città, piuttosto più a sinistra dell’elettorato alle elezioni politiche svoltesi in quelle città, ma anche più a sinistra dell’elettorato che fa riferimento al Partito Democratico. Quanto ai candidati, sostengono Cavataio e Fasano, “il [loro] successo nelle primarie dipende maggiormente da quanto gli elettori si riconoscano nella collocazione politica del candidato, piuttosto che dal riconoscimento di una comune collocazione politica rispetto al PD” (p. 146). Dal canto loro, i votanti nelle primarie sono molto interessati alla politica e le loro motivazioni nella scelta di voto per il candidato si situano prevalentemente fra l’apprezzamento del programma e, per l’appunto, la valutazione delle qualità personali, con differenze, anche non marginali, fra i votanti delle diverse città. Si rimane sorpresi dal leggere che più di un terzo dei bolognesi che hanno votato nel 2009 dava preminenza alle caratteristiche personali considerate importanti soltanto da poco più di un decimo dei fiorentini, quasi un terzo dei quali ha dichiarato la sua preferenza per il programma. Ed è molto interessante notare che più di un quarto dei votanti alle primarie milanesi ha messo l’accento sulla electability del candidato e quasi alla pari sul suo programma. Insomma, sì, i votanti alle primarie sono leggermente più a sinistra dell’elettorato del centro-sinistra, ma questo non impedisce che quell’elettorato confluisca poi in forze sulla candidatura emersa dalle primarie.

La critica più velenosa alle primarie proviene da coloro che sostengono che i candidati battuti e i loro sostenitori-elettori non accetteranno la sconfitta e si dedicheranno subito a fare perdere i candidati vittoriosi. Da un lato, l’accusa molto grave dice più sulla concezione politica degli accusatori che sui comportamenti tanto dei candidati quanto delle centinaia di migliaia di uomini e donne, di partito e no, che hanno partecipato alle primarie. Si imputa ad entrambe le categorie di essere sempre potenzialmente disposti a non accettare l’esito della competizione e a tradire. In verità, i dati a supporto di questa seria imputazione, ovvero il numero dei candidati che, sconfitti alle primarie, hanno deciso comunque di presentarsi con una lista propria alle successive elezioni risultano sostanzialmente irrilevanti. Anzi, è interessante sottolineare che la grande maggioranza dei candidati sconfitti ha trovato generosa e soddisfacente accoglienza nelle liste del partito o della coalizione, come sottolineano nel loro ottimo capitolo Mariano Cavataio e Luciano M. Fasano. Successivamente, è stata anche premiata con cariche nelle istituzioni: Bologna e Milano sono i due contesti maggiormente emblematici. Non è il caso di Genova, dove le due candidate donne che hanno perso contro Marco Rossi Doria hanno avuto destini differenti. In totale contrasto con il PD, il sindaco uscente, Marta Vincenzi, se n’è semplicemente andata per la sua strada. Quanto alla sen. Roberta Pinotti, conosceremo il suo destino e potremo meglio valutare se e in che modo proseguirà la sua carriera politica soltanto dopo le elezioni nazionali del 2013.

Per i votanti nelle primarie, il dilemma se votare comunque il candidato che ha vinto, anche se non è quello che hanno prescelto, oppure riprendersi la “libertà” di scelta è, ad ogni buon conto, abbastanza delicato. I dati presentati da Pala e Sandri danno, però, una risposta inequivocabile. Vanno da un minimo del 1,5 (le pure molto combattute primarie milanesi) ad un massimo del 6 per cento (nelle molto conflittuali primarie fiorentine) coloro che, nel caso il loro candidato preferito non avesse vinto, affermavano che non sarebbero andati a votare oppure avrebbero votato per un altro candidato. Sono percentuali nient’affatto inquietanti, oserei dire fisiologiche, che non inficiano affatto le primarie come strumento. Insomma, mi pare importante rilevare ed evidenziare che la grandissima maggioranza dei votanti nelle primarie ne conoscono e ne rispettano l’ispirazione e lo spirito.

È tempo di tirare le somme. In modi diversi, entrambi i curatori Marco Valbruzzi e Antonella Seddone offrono pregevoli riflessioni di sintesi. Il primo afferma senza mezzi termini che le primarie sono destinate a rimanere perché “hanno dimostrato di funzionare. Vale a dire: hanno creato occasioni di partecipazione incisiva per gli elettori, favorito la diffusione di informazioni tra i cittadini, promosso un’efficace mobilitazione elettorale in vista delle elezioni generali e, da ultimo, sono riuscite a mantenere saldo il rapporto tra i cittadini e la politica” (p. xx). Appena meno entusiasta, Seddone attribuisce alle primarie due apprezzabili meriti : 1) promuovere “una dinamica di confronto interno fra le elites partitiche, innescando processi di rinnovamento” (p. 181), processi che, a mio modo di vedere, non si sono ancora pienamente sviluppati; e 2) agire “come uno strumento di normalizzazione della personalizzazione della politica, facendola diventare una risorsa di mobilitazione anche per quei partiti più resistenti alle pressioni personalizzanti” (p. 184).

Incanalo la mia versione e la mia interpretazione sulla stessa lunghezza d’onda dei due bravi curatori. Premetto che le primarie costituiscono uno strumento essenziale per impedire che i partiti italiani si avvitino in una spirale di degenerazione autoreferenziale, destino al quale sia gli ex-comunisti sia gli ex-democristiani, ora nel Partito Democratico, stavano andando incontro. Le primarie li hanno salvati al tempo stesso dando qualche benefica scossa alla neghittosa vita interna del loro “nuovo” contenitore partitico, prima appena ravvivata da qualche triste conflitto personalistico.

Adesso, il nodo da sciogliere, e non lo si potrebbe fare neppure con la più affilata e tagliente delle spade di Gordio, è come si costruisce concretamente un “partito delle primarie”. Le fatiscenti e vacillanti oligarchie fanno sempre più fatica a puntellarsi (anche quando si aggregano in veri e propri “cartelli” correntizi) e impiegano sempre più energie nei loro conflitti che, peraltro, non rimangono “interni”, ma vengono esposti impudicamente sulle piazze televisive e telematiche e nelle interviste ai giornali piuttosto che nelle sedi di partito. Ai gazebo una parte del Partito Democratico non vuole, non sa, non riesce (ancora?) ad affidarsi. Nonostante le 400 e più primarie, i gazebo costituiscono ancora terra notevolmente incognita, se non addirittura collocata in partibus infidelium , ovvero fra coloro che nutrono sentimenti molto ambivalenti rispetto al PD e alla sua frammentata leadership. Neanche chi capisce il travaglio di un partito che, chiudo volentieri con altre memorabili parole di Massimo D’Alema, è “un amalgama mal riuscito”, può rinunciare ad incalzarlo, soprattutto ricordando puntigliosamente e costantemente che, soltanto nella misura in cui le primarie sapranno dimostrarsi un “esercizio ben riuscito”, sarà possibile erodere quella palla al piede della democrazia italiana che è, da tempo, ma ancora di più negli ultimi vent’anni, l’antipolitica.

Gianfranco Pasquino professore di Scienza politica nell’Università di Bologna, è Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2010-2013). Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono: Quasi Sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010 (Diabasis 2011); La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Bruno Mondadori 2011) e Politica è (Edizioni CasadeiLibri 2012). Ha curato il fascicolo della rivista ‘Paradoxa’, Liberali, davvero!, gennaio-marzo 2012.

 

 

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