Paul Krugman e Robin Wells

L’invelenimento della democrazia americana

da ''The New York Review of Books''

 

NOAM SCHEIBER, The Escape Artists: How Obama’s Team Fumbled the Recovery, Simon and Schuster, 351 pp., $28.00                                                  
THOMAS FRANK, Pity the Billionaire: The Hard-Times Swindle and the Unlikely Comeback of the Right, Metropolitan, 225 pp., $25.00                                                  
THOMAS BYRNE EDSALL, The Age of Austerity: How Scarcity Will

POLITICA-ECONOMIA: Al termine del suo primo mandato, l’amministrazione Obama ha deluso molti dei suoi elettori, soprattutto per quel che riguarda la politica economica. Nessuna riforma del sistema bancario, tagli alla spesa pubblica, poche delle promesse fatte da Barack Obama nel 2008 sono state mantenute. Ma queste promesse disattese sono imputabili solo all’attuale presidente, o anche ad un ostruzionismo feroce del Partito Repubblicano che mira alla vittoria elettorale a qualsiasi costo?

Nella primavera del 2012, gli strateghi della campagna elettorale di Obama hanno deciso di rintracciare i trascorsi di Mitt Romney alla Bain Capital1, una società di private equity2 e specializzata nell’assumere il controllo di altre aziende e strappare denaro per i suoi investitori – qualche volta promuovendo la crescita, ma spesso invece a spese dei lavoratori. In effetti c’erano diversi casi in cuila Bain aveva fatto profitti facendo fallire le società rilevate.

Perciò erano molte le ragioni per attaccare la biografia di Romney, come erano chiare le ragioni politiche per effettuare l’attacco. Prima di tutto, aveva funzionato con Ted Kennedy, che nella corsa del1994 asenatore del Massachusetts, aveva fatto uso contro Romney dei racconti dei lavoratori danneggiati dalla Bain. Inoltre, nella misura in cui Romney aveva un tema da proporre in campagna elettorale, questo era la sua pretesa che da uomo d’affari di successo egli avrebbe saputo rimettere in quadro l’economia, dove Obama aveva fallito. E dunque aveva un senso mettere in luce le molte ombre della storia imprenditoriale di Romney e quanto ciò fosse stato buono perla Bainnon lo fosse stato per l’America.

Eppure, mentre stavamo scrivendo la recensione, due politici democratici di spicco si sono messi in mostra compromettendo il messaggio di Obama. Per primo, il sindaco di Newark Cory Booker, che ha definito «nauseanti» gli attacchi agli investimenti in private equity. Poi nientemeno che Bill Clinton ha detto la sua, definendo «eccellente» il curriculum di Romney, aggiungendo: «non credo che dobbiamo assumere la posizione in cui affermiamo “Questo è un cattivo lavoro. Questo è un buon lavoro!”» (più avanti Clinton è apparso con Obama dicendo che una presidenza Romney sarebbe «una catastrofe»).

Che cosa stava succedendo? La risposta va al cuore delle delusioni – politiche ed economiche – degli anni della presidenza Obama.

Quando egli fu eletto nel 2008, molti progressisti si auspicavano un revival del New Deal3. Del resto, la situazione economica era molto simile. Come negli scorsi anni ’30, un sistema finanziario impazzito aveva dapprima generato un debito privato eccessivo, e poi una crisi finanziaria. E il crollo che ne seguì (e che persiste tuttora), pur non essendo grave comela Grande Depressione, ha molti connotati simili. Per quale ragione, allora, le scelte collettive e la politica non dovrebbero seguire un copione analogo?

Ma se l’economia attuale appare analoga a quella degli anni ’30, la stessa cosa non può dirsi per la scena politica. I democratici e i repubblicani, infatti, non sono più quelli di una volta. Veniamo alla presidenza Obama. Ebbene, buona parte del partito democratico è stato contiguo, conquistato forse?, dagli stessi interessi finanziari all’origine della crisi, e come hanno illustrato gli episodi di Booker e di Clinton, una parte del partito continua a esserlo. Dal canto loro, i repubblicani sono diventati estremisti come non lo erano tre generazioni fa. È sufficiente il confronto fra l’opposizione totale che Obama ha incontrato in materia economica con il fatto che la maggior parte dei repubblicani del Congresso votò a favore, e non contro, il Social Security Act4 del 1935, l’impresa culminante di FDR (Franklin Delano Roosvelt).

Questi cambiamenti nei partiti politici americani spiegano perché non si è verificato un secondo New Deal e perché la risposta politica alla prolungata crisi politica è stata così inadeguata. La parziale conquista del partito democratico da parte di Wall Street e l’effetto distorsivo di quella conquista sulla politica sono i temi centrali di The Escape Artists: How Obama’s Team Fumbled the Recovery di Noam Scheiber, un resoconto dall’interno del team economico di Obama dai primi giorni della transizione presidenziale alla fine del 2011.

Scheiber comincia con l’influenza esercitata da Wall Street sulla formazione di quel team economico. Nei suoi primi stadi, egli racconta, la campagna di Obama si affidava per la sua linea politica a «oscuri accademici, irritanti seccatori e burocrati non più di primo pelo», come Austan Goolsbee, un giovane docente di economia dell’Università di Chicago, e Paul Volcker, l’ottuagenario ma ancora vigoroso ex numero uno della Federal Reserve. Ma settembre del 2008, fu formato un altro gruppo di esperti economici, che cominciò a competere con gli altri per influenzare la campagna di Obama, composto da «insiders pieni di soldi. La maggior parte dei quali aveva lavorato per Robert Rubin, già segretario al tesoro di Clinton».  Rubin era stato un partner della Goldman Sachs prima di fare parte dell’amministrazione Clinton; alla fine dell’incarico, divenne un direttore e consulente, e poi presidente, di Citigroup.

Subito, hanno completamente rimpiazzato la squadra originaria. Per esempio, la persona incaricata di scegliere i potenziali esperti economici era Jason Furman, uno stagionato economista di Washington, che aveva diretto il progetto Hamilton, un think tank neoliberale fondato da Rubin e finanziato da amici dei democratici. Mike Froman, assistente di Rubin quando era segretario al tesoro, e che poi lo avrebbe seguito in Citigroup, era stato il capo del personale del team di transizione di Obama. Fu lui a proporre Larry Summers e Tim Geithner come principali candidati alla segreteria del tesoro.

Summers, l’economista harvardiano, già sottosegretario al Tesoro sotto Rubin, e che gli sarebbe poi succeduto come segretario al Tesoro, oltre a essere consulente di un fondo speculativo di Wall Street, sarebbe diventato il massimo consigliere economico di Obama nella veste di direttore del National Economic Council5. Geithner, luogotenente di Summers durante gli anni al tesoro nell’amministrazione Clinton e in seguito Ceo della Federal Reserve Bank di New York, era stato una delle tre persone che, nell’autunno del 2008, operò per salvare le banche più grandi del paese, nei termini più graditi alle banche. Come scrive Scheiber, «assegnando a Mike Froman il ruolo di fare campagna acquisti, Obama stava in effetti scegliendo di formare lo staff della sua amministrazione con esperti non al di sopra delle parti  e interni al sistema economico».

La prevalenza di uomini di Rubin nella nuova amministrazione scioccò molti progressisti, poiché per molti di loro l’abrogazione caldeggiata da Clinton del Glass-Steagall Act6, patrocinata da Robert Rubin ma contrastata da Paul Volcker, era il simbolo di quanto la crisi finanziaria del 2008 fosse il frutto della relazione eccessivamente amichevole tra l’amministrazione Clinton e Wall Street. Vero è che la Glass-Steagall, una legge risalente all’epoca della Grande Depressione – che proibiva di mescolare, sotto il tetto della stessa compagnia, lo scambio di titoli e di accettare depositi assicurati dalla FDIC, la Federal Deposit Insurance Corporation– non avrebbe comunque impedito l’implosione di Wall Street del 2008. Piuttosto, il carburante della conflagrazione sono stati i livelli straordinariamente elevati di pressione sulle banche di investimento come Lehman e Merrill Lynch, così come il possesso di enormi portfolio di mutui ad alto rischio da parte di banche di deposito comela Bank of America. Ma i progressisti avevano ragione a percepire che Wall Street era stata pericolosamente poco regolamentata, e per troppo tempo, e che oggi era l’intero paese a pagarne il prezzo.

Eppure, quelle preoccupazioni sono giunte a orecchie sorde all’interno della nuova amministrazione. Come racconta Scheiber, quando un senatore democratico protestò che la squadra guidata da Geithner e da Summers negli anni ’90 era stata troppo benevola nei riguardi di Wall Street, Obama liquidò i timori affermando che «aveva bisogno di gente su cui contare in un momento di crisi. Inoltre …  essi erano cambiati».

È stato tutto una specie di complotto? La risposta è negativa. Come spiega Scheiber, fu meno intenzionale e più complicato di così. In parte è dipeso dal bisogno di Obama di mani esperte e di una credibilità immediata nel tourbillon della peggiore crisi finanziaria dopola Grande Depressione; e in parte dipese dalla leggerezza di Obama riguardo all’ottica politica. È peraltro chiaro che la personalità e l’indole di Obama sono stati cruciali nell’allineare il suo destino con gli uomini di Rubin. Come osserva acutamente Scheiber, Obama e Geithner erano uniti da un’infanzia simile, dal fatto di aver vissuto all’estero, e per lo stile discreto e autocritici che tendeva a evitare il conflitto diretto. È indubbio che lo staff economico di Obama, composto da «stelle di prima grandezza dell’economia», gli diede quella «sicurezza intellettuale» di cui, osserva Schreiber, «egli era alla spasmodica ricerca».

Ma quella squadra, che pure avrà dato a Obama la sicurezza intellettuale, non gli ha dato consigli molto buoni. A ben vedere, la risposta di Obama alla crisi finanziaria è stata a un tempo sbilanciata e inadeguata: Wall Street ha ricevuto una generosa iniezione di liquidità, senza troppe condizioni, mentre i lavoratori e i proprietari di casa sono stati messi al tappeto da piani radicalmente insufficienti per lo stimolo all’economia e per la cancellazione del debito.

D’accordo, non tutti i membri della squadra hanno sbagliato. Oggi sappiamo che, in particolare Christina Romer, docente a Berkeley e designata a guidare il Council of Economic Advisers (la squadra di consiglieri economici) di Obama, aveva fatto inizialmente la richiesta di uno stimolo economico molto più sostenuto di quello proposto dall’amministrazione. Romer però fu emarginata. Era Larry Summers – una persona non schiva nel mostrarsi brillante – che Obama ascoltava. In linea di principio, ciò non avrebbe dovuto fare molta differenza. Nei panni accademici, Summers espone concezioni economiche keynesiane, non poi così differenti da quelle di Romer (o dalle nostre). Ma Summers, piuttosto che fornire un’analisi economica diretta, ha cercato di mostrare la propria astuzia politica in relazione ciò che il Congresso avrebbe, secondo lui, accettato e ha minimizzato di conseguenza le ragioni a favore di un maggiore stimolo alla crescita.

Ma è Tim Geithner, il segretario al tesoro di Obama, che sembra, ancora più di Obama, la persona decisiva in questa telenovela. A differenza di Summers, che Scheiber dipinge come un seguace di Rubin ma comunque flessibile e riformista, disposto a cambiare idea di fronte alle evidenze, e che crede in particolare che gli azionisti delle banche salvate potrebbero e dovrebbero pagare di più ai contribuenti, Geithner invece viene descritto come un seguace ortodosso di Rubin, che considerava come suo compito primario ristabilire la fiducia dei mercati finanziari. Che, nella sua testa, significava non fare nulla che potesse indisporre Wall Street.

Stante il fatto che un salvataggio finanziario fosse indubbiamente necessario, Geithner comunque si oppose a Summers, e persino ad Obama, progettando un salvataggio in cui i contribuenti americani si assumevano tutti i rischi senza ottenere nulla in cambio. Un salvataggio nel quale gli scambi speculativi della Goldman Sachs contro l’AIG – il colosso assicurativo con sede a New York – che ha mandato quest’ultimo fuori controllo, sono stati pienamente onorati e pagati con il salvataggio della AIG da parte del governo; e in cui il piano per regolare i derivati era – nelle parole di un lobbista – «il piano proposto dagli stessi intermediari [dei derivati]». Naturalmente, non ci sono state discussioni sulle responsabilità, né accenni al pessimo operato dei banchieri nel ridurre l’economia in tale situazione. Questo, dopotutto, intaccato la fiducia dei mercati.

Com’è riuscito Geithner a dominare le scelte politiche cosi completamente? Dipende in parte dalla sua abilità nei rapporti politici. Persino quando non poteva imporre il suo punto di vista direttamente, ci riusciva poi per altre vie. Spesso si limitava semplicemente ad aspettare, tattica che ha adottato con Rahm Emanuel, sapendo che l’attenzione maniacale di quest’ultimo si sarebbe allentata col tempo. E cosa decisiva, Geithner è stato favorito dalla riluttanza di Obama a interrompere le situazioni di stallo tra i suoi collaboratori. Pertanto, quando montò la rabbia della gente sul salvataggio delle banche, David Axelrod, Robert Gibbs e Rahm Emanuel si rivolsero a Geithner appellandosi affinché facesse pagare agli azionisti delle banche un certo prezzo per il salvataggio statale del settore bancario. Geithner non cedette, con l’argomento assai pretestuoso che le banche avevano già pagato un prezzo, essendo costrette a raccogliere capitali dal mercato. Come Scheiber mette accuratamente in luce, questo argomento, ignorava il fatto che, sostenendo le banche durante l’implosione che si erano inflitte da sole, il governo americano aveva efficacemente  fornito loro una polizza di assicurazione equivalente a miliardi di dollari. Alla fine, la spuntò Geithner.

Se è vero che questi è il tessitore del salvataggio di Wall Street, Obama è la persona che ha passivamente favorito l’intransigenza repubblicana. Scheibner descrive come, più e più volte, la ricerca ponderata di Obama di scelte bipartisan abbia avvantaggiato i repubblicani. Scheiber osserva che «nella mente di Obama il termine partisan, traducibile con settario, equivaleva a “mentalità ristretta”, o addirittura “corrotta”», che lo ha indotto a «fare enormi concessioni prima ancora che avesse inizio la trattativa [sullo stimolo all’economia]», che – prosegue Scheiber – il desiderio di Obama di un’approvazione bipartisan era «profondamente sfasata» e, cosa forse ancora più determinante, la verità del fatto che, contrariamente a come si approccia Obama «l’approccio muscolare settario può servire molto bene l’interesse pubblico, dal momento che non c’è altro modo per varare una legislazione».

Il centrismo innato di Obama lo ha indotto a fare proprio la preoccupazione per il deficit di bilancio di Geithner e di Peter Orszag (il direttore dell’ufficio del bilancio e protégé di Rubin) in opposizione alle proteste verbali sia di Summers chee di Romer che affermavano non fosse il momento di preoccuparsi dei deficit. Come risultato, Obama non avrebbe mai riconosciuto che lo stimolo originale  non era sufficientemente grande, una posizione che lo lasciò senza margini di manovra quando era ormai chiaro – come già lo era nell’estate del 2010, se non prima – che lo stimolo era stato di gran lunga troppo esiguo.

Ma il momento peggiore – nel resoconto di Scheiber – è stata l’inetta gestione di Obama delle trattative del 2010 sulla materia dei tagli alle tasse voluti da Bush. La sua squadra di economisti, preoccupata che «il presidente fosse AWOL»7, uccel di bosco, in materia, si è presa la briga di risolverlo da sola. Sono stati Geithner e l’ex braccio politico di Clinton Gene Sperling a strappare alcune concessioni ai repubblicani sull’accordo finale, mentre Obama stava ancora cercando un compromesso. Un’altra mancanza di questo periodo è stato un reale progresso nella cancellazione del debito per i mutuatari di casa indebitati. Alla fine del 2010, Summers, e anche Romer, se ne sono andati da Washington, frustrati.

Il libro di Scheiber è in sostanza un racconto avvilente di come l’influenza di Wall Street sui democratici abbia permesso a quest’ultima di evitare di pagare il prezzo adeguato per il caos che ha generato, sfuggendo al contempo a un’ efficace regolamentazione, e di come Obama non abbia saputo tenere testa ai repubblicani intransigenti. Ma che cosa li ha resi intransigenti a tal punto? Sotto angolature diverse, è l’argomento di due saggi freschi di stampa, Pity the Billionaire di Thomas Frank, e The Age of Austerity di Thomas Edsall.

Frank si concentra – nelle sue parole – su «qualcosa di unico nella storia dei movimenti sociali americani: la conversione di massa alla teoria del libero mercato come risposta ai tempi duri». È davvero notevole. Del resto, nei tre decenni che hanno preceduto la crisi finanziaria, la politica e le scelte americane sono state sempre più dominate dall’ideologia del laissez-faire, dalla convinzione che i mercati – quelli finanziari, in particolare – avrebbero dovuto agire liberi. Poi è arrivato il crollo, inevitabile. Ma lungi dal richiedere un ritorno a una più stretta regolamentazione, buona parte dell’elettorato americano ha sposato la tesi che la crisi fosse causata da un intervento statale eccessivo e ha fatto quadrato intorno a politici che avevano come obiettivo un’immersione ancora più profonda nelle politiche causa delle crisi.

Com’è potuto accadere? Sono stati i salvataggi, risponde Frank. Ma agendo come aveva agito Geithner – salvando i banchieri senza condizioni, né attribuzioni di responsabilità – l’amministrazione Obama ha creato nel popolo americano, comprensibilmente arrabbiato, l’idea corretta che qualcuno stava scappando col malloppo. E la destra si è dimostrata all’altezza per cavalcare quella percezione. La celebre invettiva di Rick Santelli, nel febbraio 2009 sul network televisivo CNBC, che diede il via al movimento Tea Party era una denuncia del TARP (Trouble Asset Relief Program), il maxiprogramma salvabanche che era stato approvato nei giorni ormai al tramonto della amministrazione Bush (benché buona parte degli elettori crede che sia stata approvata durante l’amministrazione Obama). A onor del vero, Santelli aveva concentrato la sua invettiva su una piccola parte del TARP, vale a dire l’aiuto pianificato ai proprietari di casa, gli homeowners indebitati coi mutui (aiuti che non si sono quasi mai materializzati), e non contro l’aiuto, ben più sostanzioso, alle banche. Ma perlomeno stava incolpando qualcuno, una posizione che l’amministrazione Obama si stava rifiutando di prendere.

E quando Obama ha timidamente cominciato a suggerire che forse alcuni banchieri si erano comportati un po’ scorrettamente, era troppo tardi. Il partito repubblicano al completo e buona parte dell’elettorato si erano abituati alla storia che la crisi finanziaria del 2008 – una crisi seguita a quattordici anni di dominio di un’inflessibile destra repubblicana al Congresso e a otto anni in cui conservatori altrettanto intransigenti avevano controllato i tre rami del governo – era causata da (pensate un po’) …  un eccessivo intervento statale a favore dei poveri e, specialmente, dei non-bianchi. Scrive Frank:

 

Ancora una volta il solito colpevole buono per tutte le stagioni: il governo… e il fatto che la  Federal Reserve ha costretto le banche a elargire prestiti speciali a mutuatari delle minoranze… e il fatto che… l’intera crisi finanziaria era una conseguenza dell’intervento statale.

 

Così, la destra ha vestito i panni da nemica dell’«alta finanza», non in quanto finanza, ma in quanto non sufficientemente «alta». Nessuna prova migliore della diffusione di quella visione delle cose, come evidenzia Frank, di un articolo pubblicato nel 2009 su Forbes da Paul Ryan8 (candidato alla vicepresidenza di Mitt Romney), Down with Big Business, in cui sostiene: «tocca al popolo americano – innovatori, imprenditori, proprietari di piccole aziende… prendere posizione».

Ma per quale ragione la destra è stata molto più brava di Obama e soci nel cogliere l’attimo? La risposta l’abbiamo già in parte vista: i democratici in generale, e Obama in particolare, erano troppo contigui a Wall Street per gestire con efficacia una crisi creata dalla stessa Wall Street. Frank, poi, sottolinea un altro punto importante, e cioè che, nel recente clima politico, l’ignoranza si è rivelata una forza. Si potrebbe pensare che l’ermetico universo intellettuale che la destra ha creato per se stessa, una sorta di realtà alternativa inattaccabile da qualsiasi prova capace di contraddire la fede nelle meraviglie del libero mercato e nei mali dell’intervento statale, potrebbe essere uno svantaggio per il GOP. E invece sconvolge l’attuale fare politica. Tuttavia, in termini politici ha dato ai repubblicani unità e sicurezza, mentre i democratici sono stati deboli e divisi.

Ma da dove nasce l’unità dei repubblicani? Frank non lo spiega. Una teoria piuttosto valida l’ha proposta Thomas Edsall in The Age of Austerity. Stranamente, però, non è la teoria che espone lo stesso Edsall.

La tesi apparente di Edsall, proposta all’inizio del libro, è che la scarsità sia alla radice nelle nostre nuove battaglie politiche; e che siamo entrati in una nuova era di politica dura perché un’economia che va contraendosi e un deficit del bilancio che continua a crescere rendono impossibile esaudire i bisogni politici dei due partiti allo stesso tempo:

 

I due maggiori partiti politici sono coinvolti in una lotta all’ultimo sangue per proteggere i vantaggi e i privilegi propri delle rispettive basi, ognuno dei due tenta di espropriare le risorse dell’altro. Ci aspetta un futuro brutale.

Tuttavia buona parte delle prove che Edsall propone a favore della sua tesi puntano il dito sulle conseguenze della crisi economica, che non è affatto una crisi di scarsità, quanto piuttosto una crisi dovuta a una cattiva politica finanziaria e macroeconomica. Per quale ragione ci deve essere una «lotta all’ultimo sangue» per le risorse quando l’economia statunitense potrebbe, secondo le stime dell’Ufficio del Bilancio del Congresso, produrre l’equivalente di 900 miliardi di dollari in più di beni e servizi proprio ora, se solo rioccupasse i lavoratori disoccupati e altre risorse non impiegate? Perché mai ci deve essere una dura lotta in materia di bilancio quando il governo statunitense, pur gestendo grandi deficit, riesce a indebitarsi con i più bassi tassi di interesse della storia?

La verità è che l’austerità che Edsall sottolinea è il risultato, più che la causa, della politica invelenita. La nostra economia è depressa in buona parte perché i repubblicani hanno praticamente bloccato ogni iniziativa di Obama mirata a creare posti di lavoro, rifiutando addirittura di confermare i candidati del presidente al board della Federal Reserve (Peter Diamond, economista del MIT e premio Nobel, è stato rifiutato perché privo delle qualifiche sufficienti). Noi abbiamo una battaglia feroce sui deficit, non perché i deficit veramente pongano un immediato problema, ma perché i conservatori hanno scoperto che l’isteria sul deficit è un modo utile per attaccare i programmi sociali.

Stando così le cose, da dove veramente deriva l’invelenimento della politica? Lo stesso Edsall fornisce in gran parte la risposta. In particolare, quello che lui ritrae è un partito repubblicano che è stato radicalizzato non dalla lotta sulle risorse – il carico fiscale sui ricchi è il più basso che questi hanno visto dalle ultime generazioni – ma dalla paura di perdere la sua presa politica mentre il paese cambia. La parte più sorprendente di The Age of Austerity, almeno mentre lo leggiamo, è il capitolo, fuorviante nel titolo, «The Economics of Immigration». Il capitolo non dice in realtà molto  sull’economia dell’immigrazione; quello che fa invece è documentare la misura in cui gli immigrati e i loro figli stanno, letteralmente, cambiando il volto dell’elettorato americano.

Come Edsall ammette, questo cambiamento del volto dell’elettorato ha avuto l’effetto di radicalizzare il GOP. «Per i bianchi con tendenza conservatrice», scrive – e non è quella la definizione della base repubblicana? –

 

il passaggio a una nazione di maggioranza della minoranza ( cioè, una nazione in cui le minoranze costituiranno la maggioranza della popolazione) rinforzerà l’idea, già ampiamente condivisa, che i programmi a vantaggio dei poveri stanno trasferendo i loro dollari elargiti in tasse a beneficiari delle minoranze: un tempo dai bianchi ai neri, e oggi ai browns, gli ispanici».

 

Ed è proprio il messaggio dell’invettiva di Rick Santelli.

Ebbene, il GOP avrebbe potuto, in linea di principio, rispondere a questi cambiamenti cercando di ridefinire se stesso, in modo diverso dall’essere il partito dei bianchi. Invece, scrive Edsall, la risposta è stata «scommettere che il GOP possa continuare a vincere come partito dei bianchi nonostante la forza crescente del voto delle minoranze». E ciò significa una strategia di confronto radicale, senza esclusione di colpi su ogni tema: dalla politica sull’immigrazione, alle tasse, e naturalmente al sostegno (stimulus) economico, una parte del quale sarebbe pagato alle minoranze.

L’effetto immediato di questo aspro scontro è stato di paralizzare la politica economica durante la crisi. Obama poteva avere avuto una finestra di opportunità nei primi mesi del suo mandato, ma come illustra Scheiber, la finestra fu chiusa -e da allora ci sono state poche possibilità di un’azione efficace. Così la crisi si trascina. Ma come Thomas Mann e Norman Ornstein spiegano nel recentissimo saggio It’s Even Worse than It Looks9, (È persino peggio di quanto sembra) il Congresso – anzi l’intero sistema politico americano – è vicino al completo collasso istituzionale. Siamo entrati nella nuova politica «del prendere ostaggi» – raccontano – riassunta da ma da non significa limitata  alla lotta del 2011 sul tetto del debito. E gli autori dicono a gran voce che il fiasco in corso della politica macroeconomica potrebbe essere solo l’inizio.

È un bel libro, se pure sconfortante. Ed è significativo, considerando la sua provenienza. Mann e Ornstein sono infatti esperti di politica del Congresso che godono di ampia stima, e il libro sembrerebbe riassumere in superficie lo sforzo bipartisan che gli insiders di Washington dichiarano di amare: Mann fa parte della progressista Brookings Institution, e Ornstein della conservatrice American Enterprise Institution. Tuttavia, i due autori rifiutano la tentazione di sfumare le loro conclusioni in nome dell’”equilibrio”. Quello che il paese sta affrontando – scrivono – non è tanto un problema di partigianeria in astratto, quanto un problema con un partito in particolare:

Per quanto scomodo possa essere riconoscerlo per la stampa tradizionale e per gli analisti non schierati, uno dei maggiori partiti, quello repubblicano, è diventato un combattente ideologicamente estremista, incurante del regime politico sociale ed economico ereditato, sprezzante verso i compromessi, non persuaso dal modo comunemente accettato di interpretare i fatti, l’evidenza delle cose e la scienza; un partito sprezzante e che non da credito alla legittimità della sua opposizione politica. Quando un partito si sposta a tal punto dal centro della politica americana, è estremamente difficile attuare delle politiche che rispondano alle sfide più pressanti del paese.

 

E dov’è in tutto questo, la speranza, che era così diffusa nel 2008? Francamente è difficile trovarla. Il presidente Obama è in parte uno dei responsabili; ha scelto di ascoltare le persone sbagliate e probabilmente ha perso la sua migliore opportunità per far girare l’economia (Giusto per essere chiari, con questo non vogliamo suggerire che Mitt Romney farebbe di meglio. Al contrario, Romney è profondamente legato alla falsa favola repubblicana riguardante ciò che affligge la nostra economia. E tutti gli indizi dicono che, se lui vincerà, renderà la situazione molto, molto peggiore). In definitiva, il problema profondo non riguarda le personalità o le leadership individuali, ma riguarda la nazione nel suo complesso. Qualcosa è andata molto male qui in America: non solo la sua economia, ma la sua capacità di funzionare come nazione democratica. Ed è difficile intravedere quando e come questa distorsione della democrazia sarà rimediata.

 

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

1. Azienda fondata da Romney nel 1984, di cui è stato azionista unico, presidente e CEO fino al 1999. Così sostiene Romney. Ma secondo il Boston Globe, Romney avrebbe ricoperto le cariche non già fino al 1999, bensì fino al 2002. Un dettaglio non da poco, perché dal 1999 al 2002la Bain Capitalsi macchiò di devastanti manovre contro l’occupazione statunitense. N.d.T.
2. Il private equity è un’attività finanziaria tramite la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società target (obiettivo) sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target. N.d.R. [Fonte Wikipedia]
3. Durante il New Deal, si vide un notevole aumento delle tasse per i contribuenti più abbienti: la tassa di successione arrivo fino al 77%, l’imposta sul reddito fino al 79% e i profitti societari arrivarono a essere tassati fino al 45%. N.d.R.
4. La legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, l’indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia. N.d.T.
5. Un ramo dell’ufficio esecutivo del Presidente degli Stati Uniti, il quale se ne serve per ricevere consigli di natura economica. N.d.T.
6. Il Glass-Steagall Act fu la risposta del Congresso degli Stati Uniti alla crisi finanziaria iniziata nel 1929, che all’inizio del 1933 mise in ginocchio numerose banche americane. La legge mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari. N.d.T.
7. AWOL, acronimo di Absent Without Official Leave (Assente senza giustificazione). N.d.T.
8. Paul Ryan è membro della Camera dei Rappresentanti dal 1998, 42 anni, è il punto di raccordo fra l’establishment e l’ala destra del partito sui temi fiscali ma anche su quelli sociali. N.d.T.

9. It’s Even Worse than It Looks: How the American Constitutional System Collided with the New Politics of Extremism (Basic Books, 2012).

 

PAUL KRUGMAN è un giornalista del New York Times e professore di economia a Princeton. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’Economia. In Italia sono stati pubblicati molti suoi libri, fra cui: Fuori da questa crisi, adesso! (Garzanti, 2012), La coscienza di un liberal (Laterza, 2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi (Garzanti, 2009).

ROBIN WELLS, ha insegnato economia a Princenton, alla Stanford Business School e al Mit. Con Paul Krugman ha scritto Macroeconomia e Microeconomia (entrambi usciti nel 2006 per i tipi Zanichelli) e L’essenziale di economia (Zanichelli, 2007)

 

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