G.W. Bowersock

Dall’ira di Achille alla saggezza di Senofonte

da ''The New York Review of Books''

<strong “>Caroline Alexander<span “>,<em”>The War That Killed Achilles: The True Story of Homer’s Iliad and the Trojan War<span”>, New York, Viking, pp. 296, $ 26,95The Landmark Xenophon’s Hellenika, a cura di Robert B. Strassler, tradotto dal greco da John Marincola, e con un’introduzione di David Thomas, New York, Pantheon, pp. 585, $ 40,00

 

Nel 396 a.C. il re spartano Agesilao organizzò una spedizione per liberare i greci dell’Asia Minore dalla tirannia dei satrapi persiani e trasferì le sue forze davanti all’isola di Eubea, in modo da lanciare l’invasione dalla costa sudorientale. Non molto lontano da qui, sulla costa della Grecia continentale, si trovava Aulide, luogo in cui Agesilao volle ardentemente sacrificare un cervo alla dea Artemide, per ottenere venti favorevoli all’attraversamento dell’Egeo. Si trattava di una trovata propagandistica che ogni greco avrebbe capito al volo, perché proprio da qui Agamennone partì per la guerra contro Troia oltre 850 anni prima. Agamennone, come era noto, sacrificò la stessa figlia Ifigenia, benché secondo la tradizione Artemide l’avesse salvata strappandola all’ultimo momento dall’altare.

Era evidente che Agesilao voleva accreditarsi come un secondo Agamennone, sebbene rifiutasse di offrire in sacrificio il figlio per imitare quello di Ifigenia da parte di Agamennone. Ma i Tebani, nel cui territorio era ubicata Aulide, non erano per nulla contenti di vedere il loro leggendario sito utilizzato dagli spartani per un’autopromozione. Così interruppero la cerimonia sacrificale e costrinsero il re spartano a partire senza aver compiuto il progettato omaggio ad Agamennone.

Il piano di Agesilao mostra con quale profondità la guerra di Troia fosse radicata nella memoria collettiva dei Greci. L’Iliade di Omero, che prende il nome da Ilio, il nome greco di Troia, era, insieme all’Odissea, la sacra scrittura laica dell’Ellenismo. Sebbene descrivesse solo una parte del decimo e ultimo anno del conflitto, faceva dipendere la sua forza dallo sfondo di una futile guerra che pareva non avere mai fine.

Nel suo nuovo libro, The War That Killed Achilles, Caroline Alexander ricorda non solo i brutali conflitti del fatale ultimo anno, ma anche gli eventi accaduti prima e dopo. Poeti le cui opere sono andate perdute avevano narrato le storie date per scontate nell’Iliade, e tutto ciò era ben noto ai Greci che andavano a teatro o utilizzavano la bella ceramica figurata dipinta di rosso e nero, che oggi è l’orgoglio dei direttori dei musei e dei collezionisti privati. Quando Eschilo scrisse il suo Agamennone, sfidò consapevolmente il pubblico, facendo lamentare il coro del fatto che Ifigenia in Aulide era in realtà stata uccisa, mentre Euripide avrebbe poi creato due commoventi opere con diverse storie della sua liberazione. I miti erano fondamentali ma anche assai fluidi.

Anche un austero storico come Tucidide si sentì in dovere di fare riferimento a Troia all’inizio della sua trattazione della guerra intestina che lacerò la Grecia nel V secolo a.C. Pur considerando la guerra del Peloponneso il più grande sconvolgimento (kinesis) della storia documentata, sapeva che lo sfondo di tutte le guerre greche era stato il decennale assedio di Troia. Senofonte, un ateniese che proseguì la storia che Tucidide aveva lasciato incompiuta alla sua morte, non fu meno consapevole del fascino e del prestigio della storia dei troiani. Aveva anche combattuto con Agesilao dalla parte degli spartani, e lo aveva ammirato molto. Sapeva ciò che il re stava cercando di fare in Aulide e si premurò di registrare l’avvenimento nel suo seguito dell’opera di Tucidide.

L’assalto dei tebani al grandioso imbarco di Agesilao da Aulide instillò in lui un odio duraturo per questo popolo, che talvolta offuscava la sua reputazione fino a mettere a repentaglio la sua leadership. Ciò spiega in parte la sconfitta spartana per mano dei tebani a Leuttra nel 371 a.C. L’interruzione del sacrificio fu un episodio imbarazzante al punto che, quando Senofonte scrisse un elogio di Agesilao dopo la sua morte, fu costretto a omettere l’episodio. Agesilao non era riuscito nell’intento di essere un nuovo Agamennone.

I greci erano talmente suggestionati dagli eroi dell’Iliade che sotto l’Impero Romano prosperava una vivace produzione di falsi letterari, che erano ritenuti essere stati scritti prima di Omero e fornivano punti di vista non greci (frigi, fenici) sulla guerra di Troia. Era questo l’unico modo per sfuggire dalla morsa tenace dell’Iliade e delle poesie collegate alla guerra di Troia. Ma non sorprende che sia stato Omero a prevalere e che prevalga tuttora.

In un libro che è assai migliore di quanto il titolo e il sottotitolo lascerebbero credere, Caroline Alexander racconta la trama dell’Iliade alternandola a commenti interessanti. Appare strano che il libro sia intitolato The War That Killed Achilles (“La guerra che ha ucciso Achille”, n.d.T.), dal momento che non risulta che Achille sia stato ucciso nell’Iliade (sebbene la sua morte sia annunciata nel Libro XXII). Egli morì in guerra per mano di Paride e per il tramite di Apollo, ma, poiché questo episodio esula dal racconto della narrazione omerica fatto dalla Alexander, lei è costretta a introdurlo incidentalmente. Il sottotitolo, The True Story of Homer’s Iliad and the Trojan War (“La vera storia dell’Iliade di Omero e la guerra di Troia”, n.d.T.), è sconcertante, perché non vi si trova una “vera” storia dell’Iliade: abbiamo solo la storia che c’è nell’Iliade. Quale sia la vera storia della guerra di Troia non è dato sapere. Ma quello che fa Alexander, e lo fa molto bene, è riassumere ciò che è contenuto nel poema. Ci riesce a tal punto da coinvolgere anche un lettore che potrebbe non essere disposto a sorbirsi tutti i ventiquattro libri dell’originale omerico.

Alexander ricorre frequentemente a citazioni dall’Iliade, che ha scelto di fornire nella traduzione di Richmond Lattimore, elogiata per la sua «dizione semplice ma con una gravitas e un tono epici». A eccezione del nono capitolo, quello dedicato alla morte del comandante dell’esercito troiano Ettore per mano di Achille. Per l’intero libro XXII ha infatti abbandonato la traduzione di riferimento sostituendola con quella da lei stessa fatta. La sua esposizione della morte dell’eroe troiano diventa così una resa virtuosistica di uno dei libri più avvincenti di Omero e i risultati dimostrano che una bella traduzione può essere a buon diritto la forma più elegante e rivelatrice di commento. E non si può dire che ad Alexander manchino i necessari requisiti critici. Le sue note finali sono un concentrato di erudizione che non stonerebbe in una dotta monografia destinata ai colleghi accademici.

Il suo viaggio attraverso l’Iliade comincia, come si conviene, con l’attacco di Achille alla leadership di Agamennone e la conseguente rottura tra i due uomini che provocò quell’ira che è anche la primissima parola (mênin) dell’intero poema. Alexander sottolinea l’inutilità di nove anni di guerra con Troia, senza che la vittoria arridesse a una delle parti in causa. L’Iliade si apre con una chiara dimostrazione dell’incompetenza di Agamennone come generale e della sua arroganza come individuo. Anche se una squadra-ombra di dei e dee ne motivavano l’azione, non abbiamo alcun dubbio sul fatto che Agamennone avesse maltrattato Achille privandolo della sua concubina Briseide.

Il fallimento della guerra fino a quel momento, oltretutto, era una prova sufficiente di quanto Agamennone fosse inadatto al comando. È giusto che ci venga ricordato, perché lo splendore della leggenda omerica, più tardi, trasformò Agamennone nel tipo di leader che Agesilao avrebbe voluto imitare in Aulide. Il poeta latino Orazio poteva anche scrivere che «vissero ancora prima di Agamennone / molti eroi valorosi»1 ma, a suo dire, se non ne abbiamo mai sentito parlare è perché non vi era nessun Omero a celebrarne le gesta. In realtà il poema omerico sottolinea la debolezza, piuttosto che il coraggio, di Agamennone.

Il materiale che Alexander ha selezionato dall’Iliade per offrire particolari commenti è coerentemente assennato e avvincente. La studiosa, opportunamente, pone l’accento sui due straordinari cavalli che il padre regalò ad Achille prima della partenza per Troia. I lettori omerici hanno sempre trovato memorabili quei cavalli. Perfino il poeta moderno Costantino Kavafis, pur poco interessato a Omero, fu indotto a scrivere una poesia su di loro. I cavalli sparsero lacrime nell’assistere alla morte dell’amico di Achille, Patroclo, e in seguito, quando Achille li rimproverò per aver lasciato l’amico nella polvere, uno di essi, Xanthos, acquistò improvvisamente la voce per parlare in loro difesa. È un momento di realismo magico che Alexander chiama giustamente «uno degli avvenimenti più francamente stravaganti dell’epica». Xanthos arrivò al punto di prevedere la stessa morte di Achille: «Achille, in salvo questa volta ancor / Ti trarremo noi, sì; ma ti sovrasta / L’ultim’ora»2.

Fu la morte di Patroclo a portare Achille sulla strada della frenetica carneficina. Benché fino a quel momento avesse deliberatamente risparmiato le vite altrui, come dice lui stesso, la perdita dell’amico lo mandò fuori di testa. Alexander descrive succintamente l’angosciato Achille che fende «le schiere dei Troiani, l’asse del suo carro affondato nel sangue e la sua squadra immortale di cavalli che calpesta i morti»3. Alexander brevemente, ma in modo rivelatore, confronta con le guerre contemporanee le trasformazioni di Achille a seguito del trauma da combattimento, e cita un veterano del Vietnam che ricorda: «Persi la testa. Lo tirai fuori nella risaia e lo sventrai con il pugnale […] Avevo perduto ogni misericordia. I danni che potevo fargli non erano mai abbastanza […] Per ogni nemico che uccidevo mi sentivo meglio»4. Alexander non eccede con i paralleli moderni, ma li sceglie bene.

Per quanto riguarda la morte di Achille a cui allude il titolo del libro, essa avviene dopo che l’Iliade è giunta al termine, quando Paride centrò con una freccia il suo proverbiale tallone. Curiosamente, come Alexander sa, la spiegazione di questo punto vulnerabile sul corpo dell’eroe è sconosciuta alle antiche attestazioni precedenti l’Impero Romano, quando apprendiamo che la madre di Achille, Teti, immerse il bambino nel fiume Stige per assicurargli l’immortalità. Purtroppo, tenendolo per il tallone, gli lasciò in quella parte la vulnerabilità, un po’ come l’unico punto vulnerabile sulla schiena di Sigfrido nel Nibelungenlied.

Cosa abbia fatto Achille prima della sua morte, ma dopo la fine dell’Iliade, è oggetto di molte varianti nella tradizione antica. La più affascinante è la sua presunta infatuazione per l’amazzone Pentesilea. Anche se in ultima analisi si riteneva che lui l’avesse uccisa, il drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist ha avvalorato un’antica ipotesi che l’eroe potesse in realtà essere stato ucciso proprio da lei. Nella sua ancora oggi scioccante tragedia Penthesilea la regina non solo uccide Achille, ma si unisce ai suoi cani per far scempio del suo cadavere con i denti.

La guerra è stata la principale fonte d’ispirazione della letteratura e della cultura greca e perciò non sorprende che le sue tre opere storiche più antiche esistenti abbiano tutte a che fare con questa. Erodoto descrisse la grande guerra tra Persia e Grecia nel secolo V a.C., Tucidide riprese la storia dalla guerra del Peloponneso che vide fronteggiarsi Atene e Sparta all’indomani della vittoria sulla Persia e Senofonte completò il lavoro di Tucidide con un resoconto degli ultimi sei anni di questo scontro, continuando poi con la narrazione delle guerre successive fino alla sconfitta dell’egemonia tebana a Mantinea nel 362 a.C.

Più di dieci anni fa, Robert Strassler concepì l’idea di presentare i grandi classici della storiografia greca in nuove traduzioni con ampio apparato di note, eccellenti mappe, e contributi di importanti studiosi. Egli chiamò i suoi volumi edizioni Landmark (“pietre miliari”), e in effetti lo sono. Non c’è nulla che regga il confronto. Con la pubblicazione del primo volume Landmark, dedicato a Tucidide, fu subito evidente che per la prima volta un lettore digiuno di greco avrebbe potuto studiare il testo attentamente e criticamente, proprio come avrebbe potuto fare un classicista professionista. Dopo Tucidide, Strassler ha prodotto l’altrettanto riuscito Landmark: Erodoto5. Ora ci ha dato il suo Landmark sulle Elleniche di Senofonte.

Nessuno se la sentirebbe di mettere Senofonte nella stessa categoria di Tucidide o Erodoto, ma la storia che ha raccontato è essenziale per la comprensione dei turbolenti cinquant’anni di transizione dalla fine della guerra del Peloponneso fino all’ascesa del Macedone.

Gli antichi avevano una stima di Senofonte più elevata di quanto ne abbiamo noi, non tanto per il suo stile limpido quanto per il suo contributo alla filosofia. I suoi quattro trattati su Socrate sono le principali alternative contemporanee all’immagine di Socrate che Platone mise in piedi nei suoi dialoghi. Nella storia dei greci (Elleniche), tuttavia, non c’è traccia del Senofonte filosofo. Lo stesso Socrate appare soltanto una volta nell’opera, quando viene citato per aver sollevato obiezioni alle grida di vendetta contro i generali responsabili del disastro navale ateniese alle Arginuse nel 406 a.C. Il processo di Socrate nel 399 a.C. non viene neppure menzionato.

La vita di Senofonte negli anni successivi alla guerra del Peloponneso fu senza dubbio avventurosa. Si schierò al fianco del fratello ribelle del re persiano Artaserse per guidare un esercito di mercenari greci attraverso l’Asia Minore fino in Mesopotamia, allo scopo di deporre il re in favore di suo fratello, ma la spedizione si concluse con un’umiliante sconfitta nella battaglia di Cunaxa, non lontano da Baghdad. A Senofonte toccò il compito di condurre il demoralizzato esercito dei Greci verso ovest, in direzione del Mar Nero. In seguito scrisse l’intera storia nell’Anabasi. Pochi momenti della storia greca sono più emozionanti di quando i Greci, nella loro lunga ritirata, raggiunsero finalmente la costa e gridarono «Thalassa thalassa» («Il mare! il mare!»6). Dopo questo episodio Senofonte si unì ad Agesilao e combatté con l’esercito spartano nel 394 a.C., contro una coalizione che comprendeva gli ateniesi, suoi concittadini, nella battaglia di Coronea. Fu senza dubbio questo il motivo per cui venne esiliato da Atene per svariati decenni. Gli spartani invece, riconoscenti, gli assegnarono dei terreni nei pressi di Olimpia.

Una carriera così turbolenta può sembrare sorprendente in uno scrittore dalla prosa così melliflua, garbata, ma può spiegare il fatto che occasionalmente, come nell’avvenimento cruciale dell’Anabasi, Senofonte possa elevarsi a un’eloquenza non comune.

Solitamente si ritiene, anche se manca la certezza, che il primo libro e metà del secondo delle Elleniche, che completano Tucidide, siano stati scritti nella prima fase della carriera letteraria di Senofonte, forse non molto tempo dopo il suo esilio da Atene. I ricordi sembrano freschi, talvolta perfino crudi. In queste pagine Senofonte ha rappresentato mirabilmente il degrado della sua città natale. Sin da allora, l’occidente ha visto questa umiliazione attraverso i suoi occhi: «La Paralos [una sacra trireme, n.d.T.] giunse di notte e subito in Atene si diffuse la notizia del disastro [di Egospotami, n.d.T.]. Un lamento corse dal Pireo, attraverso le Lunghe Mura, fino alla città, dove gli abitanti si passavano la notizia l’un l’altro. Quella notte nessuno dormì; tutti piangevano non solo i caduti, ma, ancor più, se stessi, prevedendo di dover subire la sorte che gli Ateniesi avevano inflitto agli abitanti di Melo»7.

L’evocazione del lamento lungo le mura che univano il porto del Pireo con Atene è riequilibrata non molte pagine dopo, quando Senofonte registra la demolizione delle mura mentre gli Spartani e gli esuli di ritorno arrivano sulla costa: «le Mura furono demolite al suono delle flautiste, in mezzo a un grande entusiasmo, perché erano in molti a pensare che quel giorno segnava l’inizio della libertà per la Grecia»8.

Senofonte doveva essere ben consapevole che l’umiliazione di Atene non sarebbe stata l’inizio della libertà per la Grecia, ma semplicemente l’inizio del nuovo ciclo di guerre che in seguito egli avrebbe raccontato nella parte rimanente delle sue Elleniche.

La descrizione della demolizione delle mura tra il Pireo e Atene è stata per lungo tempo l’emblema delle false speranze. Vale la pena ricordare che negli Stati Uniti, nel 1863, in piena guerra civile, un grande classicista come Basil Gildersleeve scrisse sul ‘Richmond Examiner’ che la storia antica poteva fornire un misero conforto attraverso i paralleli storici, malgrado l’impressione che a volte  ci sembri  «di leggere una storia contemporanea». Ma, osservava lo studioso, la piaga di Atene non era ancora riapparsa, benché la quarta piaga d’Egitto (le mosche) si sia «diffusa, con mirabile imparzialità, in entrambi gli eserciti». Poi, con una sorprendente allusione a Senofonte, prese di mira il falso ottimismo dei suoi compatrioti a Richmond: «La catastrofe è lusinghiera per gli entusiasmi sudisti; e mentre le mura di Atene venivano rase al suolo alla musica dei flauti, le facciate di marmo della Fifth Avenue dovranno essere livellate alle note dei banjo e al battito delle nacchere»9.

Per il suo volume su Senofonte, Strassler ha messo insieme una notevole squadra di collaboratori, e il ricco saggio introduttivo di David Thomas fornisce tutte le informazioni necessarie col tono benevolo di un gioviale maestro di scuola. Una serie di dotte appendici trattano di monete, cronologia, persiani, triremi, e tutte quelle fonti che possano integrare la narrazione di Senofonte con prospettive diverse. Vengono forniti estratti dalla cosiddetta Hellenica Oxyrhynchia, opera di un contemporaneo di Senofonte il cui lavoro ci rimane solo in frammenti su papiro, e la molto più recente storia di Diodoro Siculo, che Thomas correttamente e simpaticamente chiama «tutta un’altra zuppa». Paul Cartledge, l’indiscussa autorità su questioni spartane, fornisce una preziosa analisi sul tema, in particolare circa la carriera di Agesilao, che conosciamo bene attraverso l’encomio di Senofonte e da una biografia di Plutarco.

Quello che non c’è nelle Elleniche di Senofonte della serie Landmark è una seria discussione sulle omissioni presenti nell’opera. Pretendere di più sarebbe come peccare di ingratitudine, ma ogni lettore vorrebbe sapere per quale ragione chi è stato in grado di scrivere quattro trattati su Socrate, ivi compresi resoconti dettagliati sulla sua difesa, abbia scelto di non fare neppure menzione del processo. La spiegazione di Thomas è: «Senofonte aveva già scritto altrove tutto ciò che doveva dire su Socrate e non vedeva alcuna ragione di ripetersi». Non c’è dubbio che i capitoli che coprono l’anno 399 a.C. furono scritti molto più tardi nella vita dello storico rispetto a quelli sulla fine della guerra del Peloponneso, compilati forse dopo il 350 a.C. Ma se Socrate era diventato così importante per Senofonte a quell’epoca, perché allora non avrebbe sentito il bisogno di registrare il processo, dandogli la giusta rilevanza nelle sue Elleniche?

Il Socrate di Senofonte, come contrappeso di quello di Platone, interessò moltissimo il teorico politico Leo Strauss, la cui dissertazione sugli scritti socratici, soprattutto nel Socrate senofonteo10, rinverdirono la stima del mondo antico e del primo mondo moderno per il Senofonte filosofo. Sembra probabile che Senofonte non considerasse la storia un genere che comprendeva la filosofia, più o meno come faceva Tucidide. In fin dei conti risulta chiaro, dalla parodia di Aristofane in Le nuvole, che Socrate fosse una figura nota e provocatoria già nel 420 a.C. Eppure non compare da nessuna parte nel resoconto di Tucidide di quegli anni, a differenza di altre vittime dell’arguzia aristofanesca come Cleonte e Pericle. L’omissione di Socrate da parte di Senofonte probabilmente riflette l’esempio di Tucidide.

Il talento ad ampio spettro mostrato da Senofonte in storiografia, filosofia, e negli encomi, per non parlare della sua vita avventurosa e del suo gradevole stile narrativo, garantirono la sopravvivenza di tutte le sue opere, un destino che venne negato a molti scrittori di maggiore levatura. Sotto l’impero romano, lo storico Arriano, autore dell’Anabasi di Alessandro, fu acclamato come il nuovo Senofonte, e l’oratore filosofico Dione Crisostomo, che operò nel corso del primo e del secondo secolo dell’era cristiana, lo paragonò a ciò che rappresentava Omero in tutte le fasi della vita per la cultura dei Greci. «Omero» scrisse «è l’inizio, la metà e la fine per ogni bambino, adulto, e anziano. Dà di se stesso quanto ognuno può assorbire». Ma con analoga enfasi, nel corso della stessa opera, Dione disse di considerare Senofonte l’unico autore di epoca classica in grado di ergersi come guida per i cittadini, «sia come generale in guerra, come statista della polis, come oratore davanti alla gente o nella camera di consiglio, o come avvocato a corte […] A mio giudizio Senofonte è il migliore di tutti e quello che porta i frutti migliori in tutte le sue imprese».

La lettura dell’Iliade da parte di Caroline Alexander e l’edizione di Robert Strassler delle Elleniche ci aiutano a capire la generosa lode di Dione Crisostomo verso Omero e Senofonte. Entrambi furono il fondamento dell’Ellenismo grazie al quale Dione aveva raggiunto il successo nel mondo greco-romano e la sua fama nell’antichità più recente. Ci fa vedere perché gli antichi ammiravano quelle opere. Ma se oggi, nel leggerle, siamo portati a pensare che stiamo, nelle parole di Gildersleeve, «leggendo storia contemporanea», dobbiamo seguire il suo consiglio e ripensarci. I parallelismi storici sono raramente “paralleli” e generano false speranze.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

 

1. Quinto Orazio Flacco, Ad Lollium, in Gianfranco Nuzzo, I quattro libri delle Odi e l’Inno secolare di Quinto Orazio Flacco, Palermo, Dario Flaccovio, 2009, Libro IV, ode IX, vv. 25-26, pp. 302-303.

2. Omero, Iliade, in Poemi, Roma, Gherardo Casini, 1966, Libro XIX, vv. 408-410, p. 316.

3. Recensito nell’articolo di Peter Green, The Great Marathon Man, ‘The New York Review of Books’, 15 maggio 2008.

4. Questa testimonianza viene dal libro dello psichiatra clinico Jonathan Shay Achilles in Vietnam: Combat Trauma e the Undoing of Character (Athenaeum, 1994).

5. Peter Green, ivi.

6. Ormai divenuto un topos letterario, il grido «Thalassa thalassa» si trova nell’Anabasi di Senofonte (Senofonte, Anabasi, a cura di Fiorenza Bevilacqua, Torino, UTET, 2006, Libro IV, 7,24, pp. 498-499).

7. Senofonte, Elleniche, a cura di Giovanna Daviero Rocchi, Milano, BUR, 2002, Libro II, 1, 3, pp. 214-215.

8. ivi, Libro II, 2, 23, pp. 222-223.

9. Soldier and Scholar: Basil Lanneau Gildersleeve and the Civil War, a cura di Ward W. Briggs Jr., Charlottesville, University of Virginia Press, 1998, p. 120.

10. Leo Strauss, Socrate senofonteo, Lecce, Pensa multimedia, 2009.

 

G.W. BOWERSOCK insegna Storia Antica all’Institute for Advanced Study a Princeton. Il suo più recente libro è From Gibbon to Auden: Essays on the Classical Tradition (Oxford University Press, 2010). In Italia sono stati pubblicati i suoi libri: Saggi sulla tradizione classica dal Settecento al Novecento (Mondadori, 2007), La storia inventata. Immaginazione e sogno da Nerone a Giuliano (Jouvence, 2000) e L’Ellenismo nel mondo tardoantico (Laterza, 1992).

 

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