Giorgio Celli

Il significato della biodiversità

Che cosa è la biodiversità? Questa parola, che è diventata il grido di battaglia degli ambientalisti, è nata, per dir così, a Rio de Janerio, nel 1922 quando si tenne in quella città il primo grande congresso sulla salute del pianeta. La biodiversità che viene celebrata quest’anno, può essere paragonata, per scopi pedagogici, a una torta a tre strati. Il primo strato, la glassa, serve a rappresentare il numero di specie viventi oggi sull’intero globo terracqueo. Quante sono? A dire il vero nessuno lo sa. Malgrado la scienza vera e propria abbia più di quattrocento anni di età, le specie annoverate nei nostri cataloghi sono ancora una parte infima di quella che si suppone sia la contingenza totale. I nostri libri contabili ne ospitano poco più di un milione e mezzo, una cifra che vede negli insetti i più rappresentati, ma esiste, tra gli scienziati, chi suppone che tutte le specie siano dieci milioni, venti milioni, perfino cento milioni. Il fatto inquietante è che, se da un lato ogni anno si scoprono nuove specie, molte di più si registrano come estinte, ed è doloroso pensare che numerose scompaiano prima di averci dato testimonianza della loro esistenza: vissute ed estinte nell’anonimato.Il secondo strato della torta metaforica, che abbiamo chiamato in causa fin dall’inizio, il pan di spagna, rappresenta la biodiversità dei diversi ecosistemi terrestri. Nel mondo esistono alcune aree geografiche formate da più ecosistemi, ovvero da biomi, in cui la biodiversità si esprime al meglio. La foresta amazzonica è una di questi Eden, ma anche il bacino del Mediterraneo con la sua macchia caratteristica e le grandi foreste superstiti delle zone temperate costituiscono dei luoghi di privilegio dove troviamo ancora una residua complessità ecologica.

Il campo coltivato che dà vita a un nuovo ecosistema creato dall’uomo, che si estende a macchia di leopardo su tutto il globo, è contraddistinto, invece, da un’estrema semplificazione ecologica, sia floristica che faunistica, legata alla monocultura e, nell’ultimo secolo, all’uso e abuso della chimica.

Il terzo strato della torta, la crema, è costituito dalla biodiversà genetica degli organismi. Ogni essere vivente, esclusi i gemelli monocoriali, viene stampato in una copia unica dal punto di vista biochimico e questa biodiversità individuale consente alla specie di superare le eventuali emergenze. Scoppia un’epidemia? Alcuni individui di una popolazione soccombono, mentre altri no. Se tutti gli individui fossero stati portatori della stessa sensibilità alla malattia, la popolazione in questione si sarebbe estinta. La diversità genetica costituisce una assicurazione sulla sopravvivenza delle specie. Le piante coltivate, rese geneticamente uniformi dalla selezione compiuta dall’uomo, si ammalano in massa. Come è successo alle coltivazioni irlandesi per il marciume della patata alla metà dell’800. Ma a che serve, vista in chiave utilitaria, la biodiversità? Intanto la foresta amazzonica è il polmone del pianeta e ogni nostro respiro in qualche misura è alimentato dal lavoro di fotosintesi di tutti quegli alberi. Tra l’altro, la captazione dell’anidride carbonica da parte di questa immensa massa di vegetali verdi contribuisce a contrastare l’effetto serra e la conseguente variazione climatica. Più in particolare, scendendo da un discorso sui massimi sistemi ai minimi, la biodiversità può anche essere all’origine di ottimi affari. Lo sanno bene le industrie farmacologiche che attualmente destinano il settanta per cento dei loro investimenti nella ricerca di molecole terapeutiche come prodotti secondari delle piante. Un solo esempio valga per tutti: la vinca rosa del Madagascar era una pianticella di nessuna importanza, finché un chimico ha scoperto che i suoi tessuti ospitavano un composto, battezzato come vincoblastina, molto efficace nella cura della leucemia dei bambini. Anche gli animali più infimi, come le sanguisughe, possono riservarci delle sorprese in tal senso: la loro saliva contiene delle molecole anticoagulanti che servono per sciogliere i grumi di sangue che ostruiscono il sistema circolatorio. In entrambi i casi, le industrie hanno potuto conseguire dei ricchissimi dividendi con questi prodotti farmaceutici diffusi nei circuiti commerciali. Ogni specie animale o vegetale che si estingue può portare con sé una nostra possibilità di sopravvivenza e, perché no?, di guadagno. L’ abbattimento della foresta amazzonica non solo costituisce un attentato alla salute globale del pianeta, ma è un pessimo affare: il legno viene venduto a basso costo, e per ottenerne dell’altro bisognerà attendere dei secoli, il terreno disboscato è messo a pascolo, ma dopo solo qualche anno affiora la roccia e si muta in un deserto. È stato calcolato che lo sfruttamento controllato della foresta potrebbe essere ben più redditizio del ricorso alla sega circolare. Ma la biodiversità soddisfa anche alcune nostre valenze che vengono spesso trascurate. L’uomo ha bisogno di bellezza, e la natura gli offre uno spettacolo di sé che può contribuire a una maggiore qualità della nostra vita. Inoltre, la biodiversità costituisce un segnale: se in un prato che state attraversando ci sono molti fiori, molte api e farfalle sulle loro corolle, se le bisce strisciano tra le erbe e le allodole cantano nel cielo, potete essere certi che quel luogo è salubre, e che, per sovrappiù, contribusice alla nostra felicità suggerendoci che l’uomo non è ancora solo nel mondo. Che tristezza pensare che un giorno non esisteranno più le balene nel mare, gli elefanti nel Serengeti, e le tigri nelle foreste dell’India! La biodiversità ci serve anche perché alimenta i nostri sogni, dove le piante e gli animali sono ancora quei totem che erano alle origini.

Il significato della biodiversità, con l’andar del tempo, è mutato sempre più, trasformandosi, secondo me, da una nozione scientifica, in un mitologema, e dando vita così a un vero e proprio fondamentalismo. E ogni fondamentalismo, nel passaggio fatale dalla ragione all’emozione, dal principio di realtà al fanatismo, comporta spesso dei curiosi fraintendimenti. Mi spiego subito meglio. Alla fine dell’Ottocento, in California, è nata una pratica di gestione sanitaria delle colture nota come lotta biologica. Un funesto insetto era giunto in quel beato paradiso della frutticoltura dalla lontana Australia, imbarcato con le merci su qualche nave da carico, e, in assenza di nemici naturali nel luogo d’arrivo, aveva cominciato a riprodursi attivamente e a produrre gravi danni agli agrumi. Consapevoli della lotta per la vita annunciata da Carlo Darwin, che detta come ogni specie sia tenuta a bada nella sua ascesa demografica da predatori e malattie, si pensò di andare nel paese d’origine del flagello, di cercare i suoi limitatori naturali, e di trasferirne il più attivo in California perché continuasse a svolgere il suo ruolo di controllore dell’insetto dannoso. Il risultato fu positivo, e da quegli anni in poi la lotta biologica, uscita dall’empirismo per diventare scientifica, è stata adottata in molte parti del mondo, finché, dopo l’avvento delle molecole di sintesi, di cui il ddt è l’illustre prototipo, ha conosciuto un certo declino. Tuttavia, i danni ambientali dei pesticidi impiegati in modo spesso dissennato in agricoltura hanno fatto sì che la lotta biologica, riscoperta come uno dei più importanti esempi di ecologia applicata, riprendesse quota, e oggi è in piena ripresa d’interesse. Ahimè, in nome della biodiversità, sta maturando una convinzione, che l’Unione Europea sembra voler far sua, che se un insetto venuto da altrove minaccia, con la sua invasione, la biodiversità di un certo ecosistema, introdurre il suo nemico naturale significherebbe compiere un attentato ulteriore all’integrità floristica e faunistica del luogo. Ma se l’organismo, un insetto per esempio, è dannoso alle colture, come fare per difenderle? Ma con i pesticidi, che diamine! Insomma, quelle molecole di sintesi, che essendo dei biocidi spazzano via  quasi tutti gli organismi con cui entrano in contatto, per un curioso paradosso, rischiano di divenire, con l’entusiastico consenso delle multinazionali produttrici, dei presidi attivi della conservazione ambientale. In realtà, la nozione di biodiversità deve essere considerata con un po’ di sale. Nel tempo, gli esseri viventi hanno viaggiato lungo tutte le rotte e le strade del pianeta. Il mais e la patata, di consumo giornaliero, sono di origine americana, e, se si considera il popolamento vegetale della Costa Azzurra, così lussureggiante, facciamo delle piccole scoperte: le palme dei grandi viali di Cap-d’Antibes vengono da diverse parti del mondo, l’eucalipto e la mimosa sono di origine australiana, il geranio, l’aloe e la petunia vengono dal Sud-Africa, le agavi sono messicane, gli agrumi cinesi, il platano proviene da due varietà ibridate nel giardino di Oxford. Mi piace concludere con un esempio pratico. Negli anni Venti del secolo scorso, per combattere le zanzare malarigene, è stato introdotto dall’America nel nostro paese un pesciolino che ne divora le larve con grande efficienza e voracità: la gambusia. Ora, la mia equipe sta conducendo nel nord Italia una attiva campagna di lotta contro le zanzare e quel predatore acquatico farebbe al caso nostro. Ma può essere usato soltanto con molta discrezione. Perché il poverino viene da altrove e per impiegarlo è necessario chiedere alle Regioni, un anno dopo l’altro, delle continue deroghe. Non mi risulta che dal suo arrivo presso di noi siano stati lamentati gravi danni prodotti alle nostre specie ittiche dalla gambusia, per cui potremmo anche darle un attestato di cittadinanza, come si è fatto per tanti immigrati della nostra specie. La nozione di biodiversità andrebbe riconsiderata dal punto di vista dinamico, e non statico, e senza troppi fondamentalismi, per favore!

GIORGIO CELLI entomologo e scrittore, è Professore Emerito all’Università di Bologna. Partecipa a numerosi progetti e gruppi di ricerca scientifica. Collabora con ‘Il Messaggero’ e ‘La Stampa’. È anche autore teatrale. Fra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Il condominio dei gatti (Piemme, 2003), L’avvocato degli animali e del cane (Perdisa, 2004) e La mente dell’ape (Editrice Compositori, 2008).

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