Gianfranco Pasquino

Donne che sfidano gli uomini

DONATELLA CAMPUS (a cura di), L’immagine della donna leader, Bologna, Bononia University Press, 2010, pp. 221, € 22,00

Scienza Politica: Michelle Bachelet, Hillary Clinton, Angela Merkel, Ségolène Royal, Margaret Thatcher sono cinque donne che hanno raggiunto cariche politiche di rilievo, grazie ai loro meriti e al loro impegno. Pasquino, analizzando il libro dedicato a queste donne leader, di Donatella Campus (L’immagine della donna leader), riflette sul ruolo della donna in politica, riferendosi in particolare al lungo dibattito tutto italiano delle quote rosa e comparando le figure prese in esame con le nostre donne “leader” e con la politica italiana in generale.

Pochissime sono le donne che hanno conquistato cariche politiche di vertice, o che hanno tentato di ottenerle. Ovviamente, le troviamo tutte nei regimi democratici anche se il caso luminoso di Aung San Suu Kyi in Birmania dimostra che la sfida femminile può essere condotta a fondo con coraggio contro un regime militare repressivo. Nelle società aperte, quelle occidentali, un numero notevole di donne ha fatto carriere prestigiose in molte professioni altamente competitive, e l’eguaglianza di opportunità e, un po’ meno, di esito fra i due generi sembra, naturalmente con differenze che rimangono significative fra Paese e Paese, quasi conseguita. Nei parlamenti scandinavi e in quelli anglosassoni, a eccezione degli USA, le donne sono circa il quaranta per cento. In alcuni governi di quei Paesi, la presenza di ministri donne si avvicina alla metà. Quando, però, si guarda ai capi dei governi, primi ministri e presidenti, la situazione risulta significativamente diversa. A quel livello, le donne sono pochissime. Pertanto, rappresentano eccezioni degne di nota e di approfondita analisi anche per capire quali ostacoli le donne vittoriose hanno superato e come ci sono riuscite. Soltanto incidentalmente noterò che il caso italiano si colloca su tutti gli indicatori sopra menzionati a livelli medio-bassi.

Secondo Donatella Campus, che ha curato questo interessante volume che analizza le esperienze di, in ordine alfabetico, Michelle Bachelet, Hillary Clinton, Angela Merkel, Ségolène Royal, Margaret Thatcher, le donne sono sostanzialmente vittime di tre stereotipi che ne comprimono le aspirazioni politiche e ne ostacolano e complicano qualsiasi “carriera” politica. Primo, vengono loro attribuite alcune qualità considerate tipicamente femminili, compassione e disponibilità al dialogo, e inadeguate per l’attività politica, contrapposte alle qualità ritenute tipiche degli uomini politici, durezza e determinazione decisionale. Secondo, di conseguenza si sostiene che, proprio a causa delle qualità tipicamente femminili, le donne sarebbero più adatte ad alcune aree di attività come l’istruzione, il welfare, il lavoro, forse la cultura, mentre, ovviamente, gli uomini vengono considerati più adatti a occuparsi di difesa, affari esteri, economia. A proposito degli affari esteri, è interessante notare che negli USA fra gli ultimi quattro segretari di Stato tre, Madeleine Albright, Condoleeza Rice e Hillary Clinton, sono state donne prescelte non necessariamente per la loro dolcezza e la loro pazienza, ma proprio per le loro capacità, conoscenze politiche e anche per il loro rigore e la loro fermezza. Terzo, e più importante, le donne sarebbero vittime dello stereotipo del cosiddetto doppio vincolo, individuato da Kathleen Jamieson nel 1995 e ritenuto assolutamente rilevante da tutte le autrici e gli autori di questo libro. Campus sintetizza il doppio vincolo con queste parole: «le donne devono mostrarsi aggressive per non venir bollate come deboli e quindi non qualificate per fare il capo, ma se agiscono con troppa decisione vengono criticate come troppo aggressive». A conclusione della sua introduzione, la curatrice si chiede anche, con inquietudine per la sfida delle donne in politica, riflettendo sulle doti mostrate da Barack Obama, «non sarà che femminilizzare il potere riesce più facile a un uomo che a una donna?».

La tematica della leadership politica femminile presenta notevoli sfide e offre importanti opportunità analitiche che, nei diversi capitoli del libro qui discusso, vengono affrontate e sfruttate, come è giusto, con riferimento anche ai contesti politici nei quali si sono affermate, o hanno perso, le candidate donne. L’elemento comune a tutti i capitoli è costituito dalle modalità con le quali i mass media descrivono, riferiscono, valutano le candidate donne. Naturalmente, il pregiudizio che si esprime attraverso i media potrebbe dipendere, da un lato, dal fatto che gli uomini, giornalisti, produttori e anchorman, che dominano i media, almeno nelle posizioni più elevate; dall’altro, che i media danno maggiore spazio ai commenti, ai pareri, alle dichiarazioni degli uomini in politica, in special modo se quegli uomini vengono sfidati dalle donne. In una certa misura, il caso più significativo di donna che sfidava un partito di uomini è stato rappresentato da Margaret Thatcher la quale, in assenza di capitoli su Golda Meir e Indira Gandhi, donne che hanno conquistato il potere in momenti storici nei quali i mass media erano meno invasivi e, forse, influenti, è stata l’antesignana sia, come dimostra molto efficacemente Lidia De Michelis nel suo capitolo, della capacità di rompere gli stereotipi sia del successivo uso del potere, senza remore senza scrupoli senza ripensamenti, in chiave assolutamente “maschile”. Thatcher è ancora più importante per qualsiasi analisi comparata delle modalità con le quali le donne sono in grado di sconfiggere gli stereotipi e di conquistare il potere poiché nella sua ascesa, nel suo ruolo di governo e, infine, nella sua sconfitta è possibile individuare veri e propri paradigmi. In primo luogo, tutte le donne che hanno acquisito la carica di governo più elevata (qui: la cancelliera tedesca Angela Merkel, la presidente del Cile Michelle Bachelet e, per l’appunto, Margaret Thatcher), ma anche le donne che hanno mirato alla presidenza della Repubblica francese (Ségolène Royal) e degli Stati Uniti d’America (Hillary Rodham Clinton) lo hanno fatto potendo vantare una lunga e prestigiosa biografica politica. Di nessuna di loro si può dire che ha saltato tappe grazie ad amicizie influenti con uomini politici potenti, tranne, ovviamente, il caso di Hillary Clinton che aveva un marito popolare, ammirato, centrale nella rete politica dei democratici, rivelatosi, al tempo stesso, un vantaggio, ma anche una palla al piede, né tantomeno che ha fatto carriera grazie alla cooptazione. Tutte queste donne hanno combattuto a viso aperto battaglie difficili.

In secondo luogo, alcune delle differenze che riscontriamo nel modo di candidarsi e di fare politica delle donne discendono dagli assetti istituzionali. Le forme di governo parlamentare non prevedono l’elezione popolare del capo del governo, mentre le forme di governo presidenziale e semi-presidenziale si basano proprio sull’elezione popolare diretta. In questo caso, è giusto esplorare come le donne riescano a ottenere la candidatura ancora prima delle modalità di competizione per la carica. Ségolène Royal ha dovuto sconfiggere tre candidati uomini sufficientemente agguerriti nelle primarie svolte all’interno del Parti Socialiste, mentre Hillary Clinton non ha conquistato la nomination del Partito Democratico in una competizione senza precedenti, che è difficile immaginare possa riprodursi in tempi brevi, con un candidato afroamericano più giovane di lei. Nella misura in cui gli stereotipi di genere hanno giocato contro entrambe, i capitoli di Janine Mossuz-Lavau (su Royal) e di Franca Roncarolo (su Clinton) suggeriscono che non sono comunque stati decisivi. Certamente, in nessuno dei due casi i mass media hanno fatto sconti alle due donne candidate, ma entrambe le autrici sottolineano che sia Royal sia Clinton hanno commesso errori politici, forse non sapendo loro stesse come “maneggiare” la loro differenza di genere. Tuttavia, Mossuz-Lavau osserva che Royal ha praticato «l’inversione dello stigma»: «si è messa in gioco con la sua femminilità, la sua eleganza, insistendo proprio sul fatto di essere donna». Però, Campus sottolinea che «tra le cause della sconfitta di Royal, vi è stata verosimilmente la sua incapacità a stabilire un’immagine “presidenziale”». Anche la socialista Michelle Bachelet è passata attraverso la trafila di elezioni primarie combattute con una candidata democristiana e poi nell’elezione presidenziale contro due uomini candidati della destra cilena. L’autore del capitolo, Manuel Antonio Garretón, non dà nessuno spazio all’analisi degli stereotipi di genere probabilmente perché una candidata torturata dal regime di Pinochet che le ha ucciso il padre, generale, e che aveva già ricoperto la carica di ministro della Difesa, non era suscettibile di offrire il fianco a nessuna critica associata a caratteristiche “femminili” del suo modo di essere in politica e di praticarla. In seguito, le qualità personali e di governo dimostrate dalla Presidente Bachelet hanno visto la sua popolarità salire a livelli elevatissimi. Purtroppo, la costituzione cilena non permette la rielezione immediata cosicché il candidato della destra ha avuto modo di conquistare la Presidenza dopo quattro vittorie consecutive della Concertación Democratica sconfiggendo il candidato democristiano.

Piuttosto diversi sono i casi di Margaret Thatcher e Angela Merkel. Entrambe costituiscono a tutt’oggi gli unici due esempi di conquista da parte di donne della più alta carica di governo nei rispettivi sistemi politici: Gran Bretagna e Germania. Per giungere al successo, entrambe hanno dovuto sia superare pregiudizi di genere, peraltro non fortissimi in nessuno dei due Paesi, nei quali di donne importanti in ruoli dirigenti nella società ce ne sono molte, sia conquistare il potere a cominciare da quello, decisivo, dentro il loro partito. Dopodiché, le loro performances al governo appaiono piuttosto diverse. Margaret Thatcher ha gradualmente, ma costantemente, proceduto ad accentuare le qualità personali e individuali, del tutto noncurante delle caratteristiche di “genere”, della sua leadership. Anche grazie a “fortunate” circostanze, come la guerra con l’Argentina per le isole Falkland/Malvinas, si è caratterizzata, anzi, imposta, con enorme compiacimento, come la Lady di ferro che non aveva nulla da invidiare agli uomini sul piano del vigore decisionale e della determinazione persino bellicosa. Dal canto suo, Angela Merkel ha dato prova di notevole autonomia politica, qualcuno direbbe anche di un po’ di opportunismo, prendendo le distanze dal suo mentore, Helmut Kohl, mentre cadeva in disgrazia per fatti di corruzione politica e di capacità di governo, senza mai accentuare sue proprie caratteristiche personali. Ha scelto di essere una donna politica che guida un partito e una coalizione, mentre Thatcher era una donna che guidava un governo, dando imperiosamente la linea ai suoi ministri uomini, ponendosi al di sopra del suo partito. È interessante aggiungere, come rilevano sia Reimar Zeh sia Lidia De Michelis, che entrambe hanno mantenuto nell’ombra i loro rispettivi mariti. Curiosamente, per Hillary Clinton e per Ségolène Royal, il problema dei mariti o dei compagni (Royal ha avuto quattro figli da François Hollande, segretario del Parti Socialiste nel corso della sua candidatura, ma non lo ha sposato) ha, invece, costituito un fattore, al tempo stesso, di relativa facilitazione e di ingombro politico.

La famiglia è una componente essenziale della politica e della iconografia americana. In Francia vi ha fatto irruzione soltanto di recente ed è stata accentuata sia dalla condizione di Royal che dalle recenti vicissitudini di Sarkozy. Non sembra facile valutarne l’impatto relativamente agli stereotipi di genere, quando, cioè, sono le donne che entrano in politica. Almeno nel caso di Hillary Clinton è possibile dire che il potente marito le ha consentito ampio accesso alla sua rete di rapporti politici, ma, al tempo stesso, la sua stessa presenza ha dato fiato alla critica che va sotto l’etichetta della parola “dynasty”, ovvero il paventato rischio che la vittoria della Senatrice Clinton portasse alla prosecuzione del potere nelle mani della stessa famiglia (o clan).

A più riprese le autrici e gli autori dei diversi capitoli e la stessa curatrice del libro sollevano due interrogativi strettamente collegati. Da un lato, stanno i mass media con i loro pregiudizi che talvolta alimentano quelli degli elettori, talvolta li riflettono; dall’altro, si collocano le candidate che hanno la piena consapevolezza di essere obbligate a combattere quei pregiudizi unitamente ai loro oppositori politici. Si direbbe che le candidate siano riuscite meglio nella lotta contro i loro avversari politici che contro i pregiudizi di genere. La faticosa vittoria contro i pregiudizi è stata rivendicata apertamente e in maniera che ritengo abbastanza convincente da Hillary Clinton. La sua campagna nelle primarie, giunta molto vicina alla vittoria, è riuscita a sfondare il soffitto di cristallo che fino ad allora aveva escluso dal rango delle possibilità che una donna potesse ambire addirittura alla presidenza degli Stati Uniti d’America. È una rivendicazione importante e fondata che apre la strada ad altre eventuali candidate donne alla presidenza degli USA. Il paradosso è che la prima a percorrere la strada aperta da Hillary Clinton potrebbe essere una donna dalla personalità assolutamente diversa, quasi opposta. La candidata repubblicana alla vicepresidenza nel 2008, Sarah Palin, è quanto di più distante esista dalla concezione politica di Hillary Clinton, dal suo stile, dalle sue battaglie a cominciare da quella per la riforma sanitaria, poi attuata da Obama, che Palin vorrebbe cancellare completamente. La sua definizione di che cosa è una donna: «un pitbull con il rossetto» e il suo farsi fotografare con una carabina e la testa imbalsamata di un alce la dicono lunga sulla sua interpretazione della politica. Più difficile è dire se anche gli altri casi qui esaminati (Thatcher, Bachelet, Merkel, Royal) possano a loro volta configurarsi come esempi da imitare di sfondamento del soffitto di cristallo e quindi di effettiva apertura di opportunità politiche per le donne. In nessuno dei quattro sistemi politici nei quali hanno avuto successo le donne menzionate sembrano esserci, almeno in questa fase, altre donne già pronte a combattere la prossima battaglia per la più elevata carica di governo. Soltanto Ségolène Royal ha già dichiarato di volersi nuovamente impegnare nella corsa alla presidenza della Francia trovando, curiosamente, un ostacolo in un’altra donna, Martine Aubry, che la ha sconfitta per una manciata di voti nell’elezione alla segreteria del Parti Socialiste e che, quindi, sembrerebbe essere una candidata “naturale” del suo partito che, probabilmente, terrà elezioni primarie fra gli iscritti.

In linea generale, per colmare il divario politico di genere, sottolinea nella sua introduzione e in un capitolo apposito la curatrice del volume Donatella Campus, quello che conta è che emergano donne politiche in grado di caratterizzarsi come “modelli di ruolo”. Se le donne interessate alla politica vedono altre donne che combattono con successo per imporre la loro presenza sulla scena politica, per conquistare cariche e per fare carriera politica, allora potranno essere incoraggiate loro stesse a partecipare, a impegnarsi, a cercare di acquisire ruoli politici rilevanti.

È interessante notare come in nessuno dei capitoli si affronti il tema, ricorrente nel dibattito politico italiano, delle “quote rosa”. Certo, un conto è tentare, coraggiosamente e correndo molti rischi, di sfondare il soffitto di cristallo; un conto molto diverso è farsi portare in parlamento da una scala mobile (nella forma di cooptazione oppure quote rose) manovrata dagli uomini. Un conto è ottenere rappresentanza in Parlamento; un conto molto diverso è conquistare cariche di vertice nel governo, addirittura la più elevata. Per le cariche ministeriali è possibile applicare il sistema delle quote, ma quando il posto è uno soltanto allora lo si conquista unicamente attraverso l’esplicita competizione elettorale. Azzarderei, però, che laddove le donne cercano e accettano la scorciatoia delle quote rosa e nessuna di loro si cimenta e si tempra nella competizione con gli uomini, difficilmente riusciranno, neppure qualora lo desiderassero, a diventare modelli di ruolo. Impoveriranno la loro politica e non susciteranno legittime ambizioni. La biografia politica delle cooptate impallidisce di fronte a quella delle donne che hanno combattuto battaglie per ottenere cariche elettive.

Da buoni libri, come questo, spesso discendono utili ed efficaci suggerimenti operativi. Direi che il più importante di questi suggerimenti è che le donne che intendono impegnarsi a fondo in politica debbono riconoscere fin dall’inizio l’esistenza del double bind, del doppio vincolo che le vuole donne, ma impone loro di esibire qualità attribuite agli uomini, e combatterlo. È possibile mantenere uno specifico femminile e, al tempo stesso, mostrare capacità abitualmente attribuite, senza richiesta di effettivo riscontro, agli uomini? Con tutta probabilità, alle donne è richiesto un surplus d’impegno e di passione, ma il prezzo da pagare non deve mai essere la rinuncia alla qualità di donna che fa politica. Infine, sembrerebbe forse il caso di riflettere sul fatto che laddove molte sono le donne impegnate in politica, come nelle democrazie scandinave, migliore è la qualità della politica e della stessa democrazia. Anche grazie all’attiva presenza, dell’altra metà del cielo, ma, aggiungerei, alla qualità personale e politica delle sue rappresentanti, il sistema politico si trova in condizione di funzionare in maniera più soddisfacente per tutti.

GIANFRANCO PASQUINO professore di Scienza politica nell’Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb 2009 6ª ed., anche in rete: www.scriptaweb.it), Le parole della politica (Il Mulino 2010), Quasi Sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010 (Diabasis 2011) e La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson 2011). È Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2010-2013).

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