Andrew Hacker

Dove troveremo lavoro?

da ''The New York Review of Books''

da ‘The New York Review of Books’

Anthony P. Carnevale, Nicole Smith e Jeff Strohl, Help Wanted: Projections of Jobs and Education Requirements Through 2018, Georgetown University Center on Education and the Workplace, pp. 111, disponibile su cew.georgetown.edu/jobs2018

Tony Wagner, The Global Achievement Gap: Why Even Our Best Schools Don’t Teach the New Survival Skills Our Children Need – And What We Can Do About It, New York, Basic Books, pp. 314, $ 16,95

Achieve, Math Works: The Building Blocks of Success, pp. 14, disponibile su www.achieve.org/BuildingBlocksofSuccess

Phillip Brown, Hugh Lauder e David Ashton, The Global Auction. The Broken Promises of Education, Jobs, and Incomes, Oxford, Oxford University Press, pp. 198, $ 27,95

Eric Newburger e Thomas Gryn, The Foreign-Born Labor Force in the United States,US Bureau of the Census, pp. 15, disponibile su www.census.gov/prod/2009pubs/acs=10.pdf

Robert B. Archibald e David H. Feldman, Why Does College Cost So Much?, Oxford, Oxford University Press, pp. 289, $ 35,00

Andrew Hacker

Attualità e società: Cinque studi recenti ci trasportano nella realtà occupazionale americana e mostrano le varie problematiche legate al mondo del lavoro e le prospettive future. Cosa si richiede ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro? È vero che nei prossimi anni sarà necessario avere una laurea per fare anche il più semplice dei lavori? Quali sono le occupazioni “nuove” e più richieste? E qual è il ruolo degli immigrati, che pare stia diventando sempre più importante ne mondo del lavoro?

L’ impressione è che, negli Stati Uniti, la disoccupazione non sparirà mai continuando ad affliggere la nostra vita politica. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) ritiene tuttavia che entro il 2018, con un tasso di crescita annuale del 2,4 per cento, l’economia potrà contare su circa 166 milioni di posti retribuiti, il dieci per cento in più rispetto a dieci anni prima, avvicinandosi a livelli di piena occupazione. Stando alle medesime valutazioni, anche se la recessione ha avuto un impatto di breve termine sull’economia, il BLS prevede che il conseguente rallentamento nella crescita sia della produttività che della forza lavoro avrà invece una notevole influenza di lungo periodo sull’economia. Nel corso del prossimo decennio, l’imponente generazione dei baby boomer1 abbandonerà i ranghi della forza lavoro, migrando dagli anni d’oro dell’età lavorativa all’età pensionabile. Per effetto di ciò, il BLS prevede una crescita annuale dello 0,8 per cento medio della forza lavoro tra il 2008 e il 2018, pari allo 0,3 per cento in meno rispetto all’1,1 per cento registrato dal 1998 al 20082.

Anche se si dovesse raggiungere l’obiettivo di 166 milioni di posti retribuiti, c’è però da chiedersi di che tipo di lavori si tratterà. Si sta affermando la convinzione dell’approssimarsi di una nuova era dell’impiego in cui le vecchie ipotesi non avranno più valore. Libri e articoli apparsi di recente lanciano moniti e proposte, concentrandosi in particolare sulle nuove capacità e competenze necessarie in futuro alla forza lavoro e su chi sia pronto a farne parte.

Il più ambizioso tra questi studi è Help Wanted di Anthony Carnevale, Nicole Smith e Jeff Strohl, della Georgetown University. Per molti aspetti esso proietta nel futuro l’intreccio storico esistente fra tecnologia e istruzione che fu indagato qualche anno fa da Claudia Goldin e Lawrence Katz3. Il lavoro parte dall’analisi di circa 1.400 tipi di occupazione, specificando – sulla base di un modello economico – quanti posti di lavoro offrirà ciascuno di essi, sempre nel 2018.

Secondo questo modello, in quell’anno l’economia darà lavoro a 573.727 baristi, 8.827 tappezzieri, 36.655 specialisti in terapia familiare e 10.049 chirurghi facciali. Gli autori individuano inoltre il livello di istruzione relativo a questi lavori. Il 19 per cento dei direttori di casinò avrà perlomeno una laurea breve, come pure il 22 per cento dei designer floreali e il 18 per cento dei cuochi di fast-food. Non mancheranno notevoli differenze fra Stato e Stato all’interno degli USA. Nel Nebraska servirà una laurea al 71 per cento degli “specialisti finanziari”, mentre nell’Oregon ne avrà bisogno solo il 63 per cento.

In conclusione, Carnevale e colleghi affermano che tra il 2008 e il 2018 all’economia americana «serviranno 22 milioni di nuove lauree», vale a dire che molti dei lavori disponibili ne richiederanno una. Ma il sistema economico «resterà al di sotto di quel numero di almeno 3 milioni». (In un altro punto propongono «l’obiettivo di produrre 8,2 milioni di nuovi laureati».)

Da questa analisi il titolo del libro, “cercasi aiuto”, appunto. Per la prima volta da cent’anni a questa parte, vi si legge, gli Stati Uniti dovranno affrontare una grave carenza di manodopera o, più esattamente, una carenza di individui con «competenze necessarie a svolgere incarichi e attività complessi». Parte di queste competenze consisterà in cognizioni tecniche, parte nella capacità di accettare le innovazioni nelle strutture organizzative. Gli autori quindi guardano a un allargamento dell’istruzione universitaria non per rendere l’America un Paese più acculturato, ma perché credono che solo una formazione di tipo universitario possa «far fronte alle sofisticate esigenze della nuova industria». In un suo articolo, Carnevale sollecitava gli atenei ad abbracciare «la missione di aiutare gli studenti ad avere successo nel lavoro»4.

Il dato sui designer floreali con formazione universitaria spinge a interrogarsi sul perché questo tipo di lavori per cui serve una laurea siano destinati ad aumentare così tanto. Il libro non dice quali campi di studio accresceranno le probabilità di impiego dei laureati, né si fa parola degli studi di specializzazione, che oggi sono intrapresi dalla metà di quanti hanno conseguito un diploma universitario. Viceversa, si dà grande importanza al «dilagare della tecnologia in ambito economico», lasciando intendere che un’avanzata base tecnica, acquisita più spesso all’università che non sul campo, sarà richiesta in numerosi mestieri, se non addirittura nella maggioranza.

Ovviamente, la formazione professionale ha sempre avuto un posto di rilievo nelle università americane. Ogni ateneo dell’Ivy League5 ha un corso di laurea in ingegneria. Stando ai miei calcoli, circa i due terzi – il 64 per cento – degli studenti universitari scelgono attualmente discipline direttamente connesse a un futuro impiego. Non c’è praticamente occupazione per cui non sia previsto un corso di laurea specifico: design di moda (Texas Tech), studi sulle tossicodipendenze (Kansas Wesleyan), scienze del riciclaggio (Miami University), stenografia giudiziaria (University of Mississippi), gestione di casinò (Florida State University), tutti programmi di studi volti a dotare gli studenti dei requisiti richiesti dai futuri datori di lavoro6.

Help Wanted non menziona neppur di sfuggita le discipline umanistiche, in cui comunque si registrano oltre 750.000 lauree tra brevi e lunghe. Sarebbe stato interessante conoscere l’opinione degli autori sugli studenti che scrivono una senior thesis su argomenti di storia medievale o di arte del Rinascimento, magari con una minor thesis in illuminazione digitale… Né ci viene detto alcunché su quali “competenze” di questi studenti potrebbero essere richieste dalla futura nuova economia. Tony Wagner, autore di The Global Achievement Gap, docente all’Harvard’s Graduate School of Education, non ha dubbi sul fatto che gli studenti in materie umanistiche abbiano senz’altro delle capacità professionali. Anzi, va oltre affermando che le università non dovrebbero promuovere programmi di studi strettamente connessi a un’occupazione specifica.

Questa è da tempo l’opinione professata da atenei come Amherst e Pomona, che si astengono dalla formazione professionale e i cui laureati se la cavano decisamente bene anche in lavori impegnativi. Wagner scrive che le compagnie di high-tech «danno relativamente poco valore alla conoscenza della materia». A prescindere dalla carriera che si finisce per fare, afferma, l’esigenza principale è quella di capacità di ben più largo respiro come, ad esempio, «pensiero critico, ragionamento analitico, buona capacità di comunicazione scritta e di risoluzione di problemi».

Queste capacità sono senz’altro molto ambite e gli atenei si compiacciono nel dire che è quanto insegnano. Se gli studenti fossero tenuti a scrivere parecchio e se i loro componimenti fossero riconsegnati con un vasto apparato di commento, si potrebbe pensare di poter raggiungere uno di questi obiettivi. Sono meno sicuro riguardo agli altri, a meno di non saperne di più su come vengono insegnati. Prendiamo il “pensiero critico”: possiamo dire che gli adulti con una laurea siano più “profondi” di quelli che si sono fermati al liceo? Si può affermare ad esempio che la riflessione che precede le loro decisioni di voto sia di un livello più elevato? Qualunque sia la risposta, è lecito asserire, sulla base di una gran quantità di studi e di testimonianze, che all’università gli studenti diventano in genere più disinvolti sul piano verbale e riescono a formulare il proprio pensiero in maniera più persuasiva di quelli che hanno mollato prima. E tale capacità di trovare le parole adatte è tenuta in gran conto dai datori di lavoro.

L’università attesta altre cose importanti, e non solo per i futuri datori di lavoro. Il fatto di aver seguito abbastanza lezioni da esser giunti alla laurea è prova che qualcuno sa leggere e seguire le regole, nonché svolgere i compiti con soddisfazione dei docenti. Averlo fatto con continuità è indice di determinazione, poiché ci vogliono vari anni prima di laurearsi. Un campus universitario è anche un ambiente in cui predomina il ceto medio. Per gli studenti di famiglia operaia o piccoloborghese è un modo per trovarsi a contatto con nuovi modi di esprimersi e di comportarsi. Qui i docenti costituiscono il modello, incarnando uno strato sociale di cui gli studenti desiderano entrare a far parte. Le università più esclusive consentono la vicinanza non solo a compagni di studi ben introdotti in società ma anche a ragazzi, spesso matricole, con alti agganci nel mondo dell’industria e della politica. Gli studenti possono assimilare alcuni dei rituali e delle procedure che le persone di successo danno per scontate. Per questo motivo i laureati dell’Oklahoma che hanno fatto strada vogliono mandare la prole a studiare a Yale.

La maggior parte di noi nutre un timore reverenziale nei confronti della matematica. Se anche non abbiamo occasione di usare i polinomi7, abbiamo la tendenza ad accettare che ogni adolescente debba studiare l’algebra, la trigonometria e un po’ di calcolo. Un gruppo di amministratori e dirigenti d’azienda, denominatosi Achieve, fa leva su questo modo di pensare, affermando in un intervento dal titolo Math Works che «tutti gli studenti – quali che siano i loro progetti per il dopolaurea – dovrebbero seguire dei rigorosi corsi di matematica». E non per semplici ragioni accademiche. Ai giovani viene detto che, se vogliono un posto decente, è meglio che abbiano un po’ di algebra sul loro curriculum. Secondo i componenti di questo gruppo, perfino tappezzieri e idraulici avranno bisogno di cognizioni matematiche di livello universitario. «Agli americani» ammoniscono inoltre «serve la matematica per restare competitivi a livello globale». In un test di matematica svolto da studenti di liceo dei trentaquattro Paesi dell’OCSE, gli americani sono finiti al venticinquesimo posto, dietro non solo a quelli di Corea e Giappone, ma anche di Estonia e Australia?8

Se vogliono andare nella stessa direzione in cui va l’economia, intima Achieve, i giovani avranno bisogno della matematica: «la crescita dei lavori di tipo scientifico e ingegneristico ad alto tasso matematico sta sopravanzando di tre a uno la crescita complessiva di posti di lavoro». C’è un nocciolo di verità in questo. Le società dipendono più che mai dalla matematica. Senza i suoi algoritmi, i congegni che diamo per scontati non funzionerebbero. I prezzi dei biglietti aerei sono stabiliti da formule algebriche e gli stessi velivoli sono progettati sulla base di equazioni differenziali. La nostra è un’epoca di prodotti high-tech, dai browser per portatili ai telefonini multifunzione, dai videogiochi per preadolescenti ai derivati trattati sui mercati finanziari. Apple e Google, e le aziende che con queste cooperano o fanno loro concorrenza, avranno sempre bisogno di gente capace di utilizzare la matematica appresa al liceo e affinata all’università.

Tuttavia, le cifre di Math Works richiedono di essere passate al vaglio. Si registrerà indubbiamente una crescita significativa nei posti di lavoro high-tech. Nel decennio 2008-2018, il numero dei biochimici crescerà del 37 per cento e quello degli ingegneri ambientali del 31. Ma ciò che lo studio non dice è che campi come questi resteranno settori di specializzazioni relativamente piccoli. (Secondo il Bureau of Labor Statistics le due attività forniranno complessivamente 25.000 posti di lavoro in più.) Di fatto, come si vedrà, l’esplosione occupazionale avverrà lontano dalla scena tecnologica in cui, per lavorare, serve l’algebra.

Ancor più singolare è l’enfasi accordata da questo studio a test e punteggi. «Se gli Stati Uniti riuscissero a migliorare il proprio rendimento in scienze e matematica sì da rendere competitivi a livello mondiale i propri studenti» dicono gli autori di Math Works «il prodotto interno lordo degli USA potrebbe crescere di un altro 36 per cento».

Un’affermazione non da poco – sarebbe un incremento fenomenale per il PIL di qualsiasi Nazione, figuriamoci per un Paese sviluppato come gli Stati Uniti. Gli autori sembrano partire dal presupposto che portare i punteggi degli adolescenti americani al livello di quelli di Estonia e Corea richiederebbe cambiamenti sociali e pedagogici di tale portata da farne un Paese del tutto diverso. Riusciamo a immaginarci un’America con una complessiva popolazione studentesca in grado di tener testa, in geometria ellittica, a quella di Singapore?

In realtà, pochi lavori richiedono fattivamente l’uso della matematica – algebra, calcolo o trigonometria. Tony Wagner si è consultato con i dirigenti americani, e questi si lamentano molto dei candidati a un impiego che si presentano loro, soprattutto per ciò che concerne la loro capacità di capire le situazioni nuove e di esprimersi in modo chiaro. Ma anche presso le compagnie di high-tech, afferma, «la conoscenza della matematica non rientrava neanche tra i dieci requisiti che i datori di lavoro giudicano più importanti». David Edwards, docente di ingegneria all’Università della Georgia, riconosce che per la maggior parte dei lavori che faranno i suoi allievi non sarà necessario qualcosa di più di cognizioni matematiche da scuola media, vale a dire sapersela cavare in aritmetica. Gli stessi reclutatori che vengono a incontrare i suoi studenti di informatica non mancano di dire che per i loro futuri incarichi non servirà la conoscenza della matematica9.

Ciò che serve è abilità coi numeri: moltiplicazione, divisione, decimali, proporzioni, decifrazione di statistiche e calcolo delle probabilità. È questa l’opinione della General Electric, che ha di recente aperto uno stabilimento per la produzione di parti di motori a reazione, usando codici computerizzati per foggiare strutture in fibra di carbonio. Da ogni punto di vista un lavoro di grande precisione. Eppure la compagnia ha deciso di collocare la fabbrica nella contea di Panola, in Mississippi, pur sapendo benissimo che gli studenti delle sue scuole non hanno voti altissimi in matematica. La GE è convinta che, se i candidati hanno buone attitudini, si può insegnare loro quanto necessario.

In The Global Auction Philip Brown e i suoi colleghi riconoscono che gli Stati Uniti sono una «economia azionata dal sapere», ma non ritengono che di per sé questo «incrementi la richiesta di dipendenti con un’istruzione universitaria». La ragione addotta è che, se è pur vero che i laureati americani posseggono cognizioni e competenze quanto mai agognate, ciò che offrono lo si può trovare altrove a costi molto meno elevati. The Global Auction sostiene che esiste oggi una grande offerta di «intelligenze a basso costo» da parte di una «forza lavoro altamente qualificata che si offre a salari contenuti», perlopiù al di fuori degli USA. Già oggi si appaltano funzioni di high-tech ad altri Paesi, e non solo per la produzione di giocattoli. Gli ingegneri asiatici costruiscono interi sistemi industriali, anche se sulla base di modelli creati altrove. La General Electric produrrà in Cina, e anche per il mercato cinese. Le cliniche mediche di Singapore non hanno riscontrato perdita di qualità quando hanno mandato ad analizzare le proprie lastre da radiologi indiani. Alcuni studi legali americani distribuiscono buona parte delle pratiche ad avvocati indiani. È probabile che la tua dichiarazione dei redditi sia stata messa a punto da un contabile di Bombay. Una cosa è perdere potere concorrenziale nella produzione di beni di consumo e un’altra accorgersi che i professionisti di altri Paesi hanno testa e competenze altrettanto valide delle nostre, ma più a buon mercato. The Global Auction non fa parola dei visti H-1B, che forniscono agli Stati Uniti un afflusso di manodopera straniera «altamente qualificata e a basso costo». Ditte come IBM, Microsoft e Oracle li assumono dopo la conclusione degli studi universitari, consentendo loro altri sei anni di residenza negli USA. Trattandosi di persone ancora giovani, esse sono disposte ad accettare retribuzioni più basse di quelle che americani di analoga formazione accademica pretenderebbero.

Praticamente da sempre, scrivono gli autori di The Global Auction, gli americani hanno creduto nell’«investire in se stessi attraverso l’apprendimento». Ma, quando si tratta di formazione in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (le discipline del cosiddetto STEM), è probabile che un tale adagio si debba considerare superato. Già oggi, affermano, «la forza lavoro STEM negli Stati Uniti ammonta a circa 4,8 milioni di persone, vale a dire meno di un terzo dei 15,7 milioni di lavoratori con una laurea in almeno una disciplina dello STEM». Questi 4,8 milioni rappresentano il totale dei posti attualmente retribuiti; altri se ne potranno aggiungere solo nel momento in cui i datori di lavoro ritengano che ne valga la pena. Non si può neppure dire che le professioni dello STEM costituiscano immancabilmente la base di carriere di lunga durata. Un ingegnere elettronico guadagna raramente più di 130.000 dollari l’anno, per cui, quando si avvicina alla quarantina, come molti di essi passa alle vendite o a incarichi amministrativi. Neppure si può dire che le cose siano migliori all’inizio della carriera. Da un recente studio risulta che dal 37 al 66 per cento degli studenti delle facoltà di ingegneria non consegue una laurea specialistica.

Stando al numero delle nascite, gli Stati Uniti hanno inoltre smesso di riprodursi. Per sostituire una popolazione, la regola empirica è che ogni cento donne devono generare 210 figli. Secondo gli ultimi dati, risalenti al 2008, gli USA arrivano invece a 208. Per le donne nere la cifra è 211, per le asiatiche 205, mentre le bianche sono a 183. Sono le donne ispaniche che tengono in piedi il quoziente nazionale con 291 bambini. Cionondimeno, la popolazione totale sta aumentando grazie all’arrivo degli immigrati, che abbiano o meno i documenti richiesti.

Se l’America abbia effettivamente bisogno di immigrati è, come si sa, materia di intenso dibattito. Vale quindi la pena analizzare il loro attuale contributo alla forza lavoro. I dati più recenti, per il 2007, si trovano in un rapporto dell’ufficio nazionale censimenti, The Foreign-Born Labor Force in the United States. Da questo risulta che i lavoratori non-nativi costituiscono circa il 16 per cento della forza lavoro totale. Più nel dettaglio, sono il 72 per cento dei braccianti agricoli della California, il 41 per cento del personale alberghiero di New York, il 32 per cento degli operai edili della Florida. Non è un segreto che i datori di lavoro preferiscano gli immigrati di data recente, perché accettano salari più bassi e non si lamentano delle condizioni di lavoro. Ma non solo le aziende ne traggono vantaggio. «Tutto quel che mangiamo oggi» ha significativamente osservato Arnold Schwarzenegger «è in gran parte raccolto e confezionato da immigrati clandestini»10. James P. Smith e Barry Edmonston aggiungono che «quando cenano in ristoranti costosi, fanno lavare la macchina e si fanno confezionare abiti su misura […] le famiglie traggono un considerevole vantaggio economico dall’immigrazione»11. Gli americani nel loro complesso pagano meno di quel che farebbero per i lavori, per esempio, di assistenza all’infanzia e di giardinaggio, per non parlare delle cotolette affettate dagli immigrati negli impianti di lavorazione della carne. Sono dunque gli ultimi arrivati a foraggiare il resto dei cittadini statunitensi, così come è quasi sempre stato nella storia di questo Paese.

Molti di loro fanno già parte del ceto medio. Oggi non meno del 26 per cento dei medici americani sono stranieri di nascita, come lo è il 28 per cento dei diplomati Ph.D. I guadagni degli americani di origine asiatica tra i 35 e i 44 anni sono del 16 per cento più elevati di quelli dei bianchi nativi e, dato ancor più impressionante, il 71 per cento di essi hanno perlomeno una laurea breve, di contro al 37 per cento dei bianchi.

Sul versante imprenditoriale, edicole gestite da indiani e pakistani, saloni di manicure coreani e ristoranti messicani fanno oggi parte del paesaggio nazionale. Ogni anno la Forbes400 e la Fortune 50012 annoverano sempre più dirigenti e imprenditori stranieri di nascita, come Sergey Brin di Google e Indra Nooyi di Pepsi-Cola. O, quanto a questo, Georges Soros e Felix Rohatyn13. La loro presenza su questi elenchi indica che hanno superato e anche tratto vantaggio da colleghi o concorrenti nati e cresciuti negli USA. Di quando in quando, mi trovo a ricorrere opportunamente ad Alexander Hamilton: «È nell’interesse degli Stati Uniti aprire ogni possibile strada all’emigrazione dall’estero […] di preziosi lavoratori d’ingegno nelle varie arti e mestieri».

Dire, come si fa in Help Wanted, che non si stanno producendo abbastanza laureati per soddisfare le future esigenze dell’economia pare un assunto nella migliore delle ipotesi discutibile. Anche in epoche di prosperità, non tutti i laureati ottengono un posto di lavoro connesso al proprio titolo di studio. Nel 2006, mentre l’economia tirava ancora, il Bureau of Labor Statistics ha rilevato che il 17 per cento dei baristi era in possesso di un titolo universitario, come il 32 per cento dei massoterapisti e il 26 per cento dei fotomodelli. Più che una carenza di laureati, si registra un ammanco di quegli impieghi che i laureati spesso considerano come loro dovuti. Inoltre ci ricorda Paul Barton dell’Educational Testing Service, non dobbiamo pensare «che, se qualcuno che ha fatto l’università è collocato in un posto, necessariamente quel posto richieda un laureato»14.

Se consideriamo gli impieghi destinati a registrare la crescita maggiore in termini di posti di lavoro, ci accorgiamo che pochi di essi richiedono un lungo periodo di formazione, per non parlare di un titolo accademico. Vi sarà ancora, inutile dirlo, abbondanza di impieghi professionali e di lavori high-tech. Aumenteranno le aziende come Facebook che avranno bisogno di personale qualificato. Le stime per il 2018 prevedono posti di lavoro per 1,2 milioni di ingegneri elettronici, circa 300.000 in più di quelli che stanno lavorando ora.

Nel corso del secolo appena concluso, l’economia è stata dominata dalle grandi industrie – acciaierie, reparti di assemblaggio, e anche società ferroviarie – in grado di fornire una massa critica di impieghi stabili. Nel 1955, la sola General Motors dava lavoro a 625.000 persone. (Il suo equivalente attuale è la Wal-MArt, i cui 2,1 milioni di dipendenti si avvicendano spesso e con buste paga di gran lunga meno gonfie.) Nella produzione odierna l’“informazione” svolge un ruolo molto più cruciale, e il suo utilizzo richiede competenze altamente tecniche. Di fatto, non è possibile fare un conteggio del numero di americani oggi occupati in questo ambito, trovandosi questi impieghi ormai quasi in ogni attività, dagli ospedali alle vendite online alle agenzie teatrali. Non ne saranno certamente meravigliati i giovani – la futura forza lavoro –, cresciuti come sono in mezzo all’elettronica fin dalla sala parto.

Contemporaneamente, vi saranno maggiori assunzioni in altri campi. La tabella qui riportata (vedi immagine a pag.23), desunta da un’appendice di Help Wanted, fornisce i dati per alcuni di essi – tutti presenti nell’elenco del Bureau of Labor Statistics delle occupazioni a crescita più rapida, questa volta misurata in numeri. Si prevedono pertanto più cene al ristorante, più anziani bisognosi di assistenza e maggiore ricorso ai call-center per ottenere la pensione e per altre questioni da chiarire. Un maggior numero di camionisti provvederà alla consegna degli acquisti online. Ma pochi tra questi lavori richiederanno titoli universitari e la loro retribuzione difficilmente si discosterà molto dalle medie odierne, pari a 41.089 dollari per gli uomini e a 29.867 per le donne.

Sembra probabile pertanto che continuerà a esistere un’economia a due livelli. Il coefficiente Gini, un indice usato dal Census Bureau, indica che la forbice tra i guadagni è aumentata del 22 per cento dal 1980. Un altro dato, che pure ha il 1980 come termine di riferimento, mostra che il reddito complessivo delle famiglie più ricche, il 12 per cento, è cresciuto del 32 per cento. Mandare più persone all’università o far loro padroneggiare la matematica potrebbe modificare queste cifre ma non è affatto detto, poiché a cambiarle sono stati prima di tutto fattori come l’enorme aumento di retribuzione per gli alti dirigenti e non l’aumento dei livelli occupazionali.

Nonostante ciò, vi sono numerosi casi in cui i datori di lavoro richiedono credenziali universitarie, pur mancando di un nesso evidente con l’incarico da svolgere. Le ragioni sono evidenti: il requisito della laurea riduce ad esempio la mole di curriculum da passare al vaglio e accresce altresì la caratura di un’occupazione, anzi, addirittura contribuisce a conferirle uno status professionale. Gli ospedali vogliono poter dire che i propri infermieri sono laureati in scienze, mentre, d’altra parte, gli assistenti veterinari muniti di una laurea biennale sono declassati al rango di infermieri.

Se molti più studenti devono allungare la propria istruzione, ciò avrà naturalmente un costo. Gli autori di Help Wanted calcolano che «produrre 8,2 milioni di nuovi laureati comporterà un aumento di 158 miliardi di dollari» nel budget dell’istruzione superiore. Come siano arrivati a questa cifra non è dato sapere, ma supponiamo di dividerla equamente tra lauree lunghe e lauree brevi, rilasciate perlopiù da un junior college. I costi delle lezioni variano. Ad esempio Swarthmore spende 66.785 dollari a studente, senza considerare vitto e alloggio. Per comodità ho preso due casi più tipici: la Colorado State University di Fort Collins e il Lamar Community College all’estremità orientale del medesimo Stato. La prima spende ogni anno 25.656 dollari per ciascuno dei suoi studenti, il secondo 7.912. A queste cifre, gli 8,2 milioni di nuovi laureati costerebbero circa 550 miliardi di dollari, cioè tre volte e mezzo la stima fatta dagli studiosi della Georgetown e per di più senza mettere in conto le spese di vitto e alloggio. Per quel che mi riguarda, mi piacerebbe vedere più giovani iscriversi e portare a termine l’università. Sarebbe bello se i futuri idraulici avessero sentito parlare di Socrate e fossero stati messi a contatto con i rudimenti del DNA. Ma, se il nostro modello sono i seminari per tutti in stile Swarthmore, non possiamo illuderci che sia una cosa economica.

Vediamo però se sia possibile ridurre le tariffe universitarie. Robert Archibald e David Feldman, entrambi docenti di economia al College of William and Mary, non lo ritengono realmente possibile. Un dato imprescindibile della moderna vita economica, affermano in Why Does College Cost So Much?, è che «tutte le industrie che impiegano manodopera di formazione universitaria hanno dovuto pagare di più i propri principali service provider». E mostrano che i fatturati degli studi legali, dei gabinetti dentistici e delle agenzie finanziarie sono lievitati con la stessa proporzione delle rette universitarie. La cura personale di un professionista non può ovviamente essere a buon mercato. Queste categorie sono essenzialmente strutturate come «corporazioni di categoria» fondate su «rapporti di conoscenza personale». I due autori notano inoltre che laboratori e biblioteche universitarie, e fin le stesse aule, hanno oggi bisogno di computer e di congegni costosi per impartire «un diverso tipo di conoscenza e un diverso pacchetto di competenze».

La «caccia al prestigio», aggiungono Archibald e Feldman, non dà alle università altra scelta se non limitare l’orario di insegnamento dei professori più quotati allo scopo di riuscire a tenerseli. Gli atenei, poi, si ritengono in dovere di fornire agli allievi centri di consulenza per l’avviamento professionale, nonché di dar loro alloggio in «sontuosi dormitori». Per gli autori, tali stimoli competitivi sono ineludibili. Per quanto concerne il migliorare la produttività, ritengono inadeguati i corsi online perché non in grado di trasmettere appieno «i gesti, il tono di voce e le espressioni del volto» che esaltano la didattica svolta nelle vere aule universitarie. È strano notare come non facciano parola dello sport, anche se la gran maggioranza delle squadre universitarie sia in deficit. La stessa università William and Mary, per cui lavorano i due, stanzia più di 17 milioni di dollari all’anno per foraggiare i suoi diciannove programmi interuniversitari, tra cui una sontuosa squadra di football con una rosa di centouno giocatori e tredici allenatori: un contingente più vasto del suo dipartimento di filosofia.

Sia che si vogliano sia che ci servano più laureati, la soluzione è semplice: far sì – attraverso aiuti finanziari e migliori strumenti didattici e consultivi – che tra quanti cominciano l’università un maggior numero arrivi a laurearsi. Se prendiamo gli americani fra i trenta e i trentacinque anni con un’iscrizione universitaria alle spalle, il 56 per cento di essi ha oggi perlomeno una laurea di primo grado. Un altro 15 per cento ha conseguito un titolo biennale e meno di un quinto di essi è andato oltre. Il che significa che il 29 per cento di loro si è iscritto senza mai arrivare alla laurea. La ragione più comune di chi abbandona, quando non è per motivi economici, è che i primi anni sono spesso basati su rapporti impersonali, di scarsa utilità e poco indirizzati. All’università dell’Ohio, 623 matricole assistono alle lezioni di biologia in un’aula immensa e agli esami vengono valutati da un computer. Una sezione di economia dell’Università del Michigan ha 578 studenti, per cui la maggior parte vede il professore da lontano. Gli anni che ho passato in aula mi hanno convinto che i giovani hanno tutti la capacità di apprendere e sono tutti curiosi del mondo. Ma i nostri atenei dovranno rivedere parecchie loro abitudini costose, ribadite in modo automatico e quindi insensate se vogliono poter chiamare “istruzione superiore” ciò che fanno.

1. I baby boomer sono le persone nate fra il 1945 e il 1964 nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Canada o in Australia, in un periodo di grande incremento delle nascite, il cosiddetto baby boom. N.d.R.

2. Ian D. White e Kathryn J. Byum, The US Economy to 2018: From Recession to Recove-

ry, ‘Monthly Labor Review’, novembre 2009.

3. Claudia Goldin e Lawrence F. Katz, The Race Between Education and Technology, New York, Belknap Press/Harvard University Press, 2008. Si veda la mia recensione, Can We Make America Smarter?, ‘The New York Review of Books’, 30 aprile 2009.

4. Anthony Carnevale, Ours Is a Society Based on Work, ‘On Campus’, gennaio-febbraio 2011, p. 3.

5. Titolo che accomuna le otto più prestigiose università private americane, fra cui Yale, Harvard, Princeton, University of Pennsylvania e Columbia University.

6. Si è anche sostenuto che i cosiddetti programmi professionali, o presunti tali, abbiano in realtà poca o punta relazione con il mondo del lavoro, ma esistano unicamente per apporre agli studenti il marchio “qualificato”. Quarant’anni fa, Ivar Berg pubblicava Education and Jobs, un trattato meglio noto per il suo sottotitolo, The Great Training Robbery. Lodandolo, Lawrence Stone alludeva alla «futile mania certificatoria che oggi minaccia di sviare gli atenei dalla loro vera funzione». Si veda The Ninnyversity?, ‘The New York Review of Books’, 28 gennaio 1971.

7. Si tratta di un’espressione di algebra, contenente una o più operazioni (somma, sottrazione, moltiplicazione o divisione), con variabili combinate. Un polinomio potrebbe per esempio essere 3x + 2xyz.

8. Si veda Highlights from PISA 2009, ‘National Center for Education Statistics’, dicembre 2010, p. 18.

9. David A. Edwards, Revolutionary Implications, ‘Notices of the American Mathematical Society’, agosto 2010, p. 822.

10. Cit. in Peter Schrag, Not Fit for Our Society: Nativism and Immigration, Berkeley, University of California Press, 2010, p. 186.

11. Si veda il loro studio, The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, Washington, National Academy Press, 1997, p. 235.

12. Si tratta di due liste che vengono pubblicate annualmente. Forbes 400 è compilata dalla rivista di economia e finanza ‘Forbes’ ed è l’elenco dei 400 uomini più ricchi d’America; Fortune 500 è la lista, pubblicata da ‘Fortune’, delle 500 maggiori imprese societarie statunitensi. N.d.R.

13. Felix Roathyn è direttore di una finanziaria americana, famoso per aver contribuito a prevedere la famosa bancarotta di New York degli anni Settanta. È stato anche ambasciatore degli Stati Uniti in Francia.

14. Paul E. Barton, How Many College Graduates Does the US Labor Force Really Need?, ‘Change’, gennaio-febbraio 2008.

(Traduzione di Alessio Catania)

Joyce Carol Oates è Roger S. Berlind Professor all’Università di Princeton, oltre a essere una famosa scrittrice, fra le più prolifiche. Fra i suoi più recenti libri usciti in Italia, tutti editi da Mondadori, ricordiamo: Sorella, mio unico amore. La storia segreta di Skyler Rampike (2009), La figlia dello straniero (2008), La madre che mi manca (2007). Il suo ultimo libro è uscito nel 2010: Una brava ragazza (Bompiani).

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico