Luca Alvino

Responsabilità, poesia e feticismo in Abraham B. Yehoshua

Luca Alvino

Letteratura contemporanea: Abraham B. Yehoshua, l’autore ormai divenuto un classico della letteratura moderna grazie ai suoi L’amante, La sposa liberata e Il responsabile delle risorse umane, viene letto e analizzato in questo saggio di Luca Alvino, che ci presenta i suoi romanzi più importanti e li confronta, sottolineando alcuni aspetti ricorrenti nelle opere dell’autore ebreo: la responsabilità, l’arte e il feticismo.

In piena notte, durante una tempesta di neve nel cuore di un Paese caucasico non meglio identificato, un gruppo di uomini viaggia a bordo di un grottesco mezzo cingolato dismesso dall’esercito locale. Siamo nel terzo capitolo del Responsabile delle risorse umane di Abraham B. Yehoshua. Gli uomini, profondamente diversi l’uno dall’altro, si conoscono appena, e stanno discutendo della concezione dell’amore espressa da Platone nel Simposio. «Eros» afferma uno di loro parafrasando il filosofo greco «non è né dio né uomo, bensì un demone. Coriaceo, sporco, scalzo, povero, senza una casa, vagabondo. Però ha il potere di rappresentare il legame tra l’umano e il divino, tra l’eterno e il temporaneo»1. Platone – e con lui Yehoshua – non parla qui dell’amore romantico, che sancisce vincoli benedetti riconducendoli a un’idea di superiore assolutezza e inviolabile sacralità; ma allude piuttosto all’aspetto indecente dell’amore, quello più ingovernabile, che non rinsalda certezze, ma che – al contrario – disorienta, genera scompensi, mette in discussione. Non di una forza che unisce, ma di un’energia che separa, incentrata assai più sulla conflittualità dell’eros che non sulla stabilità di rapporti definiti. L’autore custodisce questa sapiente conversazione in un nucleo ben protetto tra le volute narrative della sua storia, ma non per celare in uno scrigno accessibile a pochi una perla di erudizione; al contrario, tale concezione sporca dell’amore, macchiata da vitale e feconda impurità, rappresenta un efficace grimaldello per analizzare il concetto più importante esplorato nel romanzo: la responsabilità.

Julia Regajev, una donna straniera, è morta a Gerusalemme in un attentato terroristico, e l’azienda per la quale lavorava, un panificio noto in tutta la città, sembra essersi dimenticata di lei, non accorgendosi nemmeno della sua assenza dal posto di lavoro. La salma rimane all’obitorio per una settimana senza che nessuno si assuma la briga di identificarla, fino a quando un giornalista non denuncia pubblicamente la vicenda, accusando la dirigenza dell’azienda di una spietata mancanza di umanità. Per difendere la reputazione del panificio, l’anziano proprietario assegna al responsabile delle risorse umane il compito di investigare sull’accaduto e lo incarica di scortare nella sua patria asiatica il cadavere della donna. Durante il viaggio rocambolesco che egli intraprende per portare a termine la missione a lui affidata, l’uomo compie un itinerario non soltanto nel paese natale di Julia, ma nella sua stessa esperienza umana. Addentrandosi nel territorio ostile della ex repubblica sovietica, in condizioni climatiche accanitamente avverse, egli viene in contatto con la non facile famiglia della donna, con la sua cultura distante dalla propria e con il paradosso politico e di civiltà lasciato in eredità dalla guerra fredda. Si avventura in un luogo per lui assai remoto non soltanto da un punto di vista geografico, ma anche sotto un profilo umano e antropologico. E in tal modo prende pian piano consapevolezza del significato più profondo della parola responsabilità.

La responsabilità è un percorso scosceso, faticoso, assai più impegnativo della semplice moralità. La moralità fissa delle norme astratte che, calate nella concretezza della realtà, necessitano inevitabilmente di essere interpretate. Ma si tratta di un’interpretazione sbilanciata pericolosamente dalla parte dell’astrazione, che guarda con diffidenza verso le imprevedibili conformazioni della storia concreta. Così come la giurisprudenza, la moralità si accontenta di consegnare alla giustizia colpevoli o innocenti, riducendo nella spietata rigidità di un verdetto l’imponderabilità delle dinamiche del divenire. Viceversa, la responsabilità invita a compiere un percorso esattamente nel cuore di tali dinamiche, e si affatica nella difficoltà di comprendere il groviglio delle motivazioni che le innescano. La moralità, nel momento in cui si irrigidisce in un repertorio di norme che rimangono esterne e indifferenti rispetto alla complessità delle relazioni umane, rischia di insterilirsi, divenendo nient’altro che una gabbia di detestabili costrizioni, anziché una consapevolezza maturata con lo scopo di sensibilizzare al rispetto e alla comprensione. Naturalmente, anche la responsabilità necessita di un paradigma di riferimenti certi, indipendenti dalle dinamiche mutevoli delle implicazioni personali. Ma sono riferimenti che non hanno senso fino a quando non si incarnano nella mutevolezza dell’esperienza, finché non si incontrano con la capricciosa incoerenza delle circostanze. Assumersi una responsabilità significa compiere un percorso che unisce in modo poco lineare il principio ispiratore di un precetto e l’azione che ne consegue, rincorrendo l’evoluzione tortuosa cui il primo viene sottoposto per scaturire nell’altra. Significa ricostruire la relazione tra la fredda astrattezza della norma e la sofferenza carnale del suo adempimento, seguendo un itinerario che ha molto a che fare proprio con l’amore. E con la bellezza.

Il responsabile delle risorse umane, pur avendo assunto personalmente la donna alcuni mesi prima della sua uccisione, non ne rammenta più il volto, e la foto sgranata reperita nello schedario aziendale non lo aiuta a metterne a fuoco il ricordo. Diversamente, tutti coloro che hanno avuto a che fare con lei non soltanto la ricordano con precisione, ma la descrivono come una donna di bellezza singolare, nonostante non fosse più giovanissima. La bellezza non contemplata o dimenticata di Julia tormenta l’uomo per tutto il romanzo: l’essere stato incapace di percepire tale bellezza si rivela a poco a poco la sua vera mancanza di umanità e di responsabilità. Il fascino di Julia Regajev aveva a che fare con il taglio tartaro dei suoi occhi, che le conferiva un aspetto esotico. L’esotismo attrae in quanto induce un eccitante desiderio di conoscenza. Non si desidera conoscere ciò che è già noto, ma ciò che non è familiare, in quanto sovverte i consueti schemi di riferimento suggerendo possibilità mai considerate in precedenza. L’amore nasce dal desiderio di verificare i criteri di un’armonia che si discostano da quelli abituali, che indirizzano verso strade nuove. Per questo l’amore è viaggio, ed è ricerca. Per questo mette in comunicazione l’umano con il divino, il temporaneo con l’eterno. A torto o a ragione, l’armonia – e in modo particolare l’armonia che sorprende, quella cui non siamo abituati – evoca necessariamente una teleologia, una progettualità. Al di fuori di un’interpretazione finalistica, infatti, difficilmente si riesce a comprendere la bellezza, una tale monumentale eccezione alla propensione della materia verso l’entropia, ovvero la tendenza naturale al disordine che incessantemente tende a ingarbugliare l’universo. L’ordine richiede sempre una forzatura, la meticolosità di un lavoro e la determinata volontà di portarlo a compimento: l’ispirata ostinazione di un diavoletto di Maxwell animato dall’intenzione precisa di sovvertire la puntigliosa rigidità di una legge fisica. E dunque rimanda al trascendente, sottintende che alle spalle del caso operi una necessità, una regia in grado di incanalare il non-senso nelle rassicuranti coordinate di un progetto, rendendo l’enigmatico decifrabile e riconducendo la frammentarietà verso la coesione.

Per questo nella narrativa di Abraham Yehoshua l’arte, la musica, la poesia – e l’esperienza catartica che a esse si associa –, con il loro potenziale di ordine e di bellezza, spesso rappresentano un efficace antidoto in grado di risanare drammatiche situazioni di frattura o di smarrimento. Nel racconto Base missilistica 612 un uomo che vive una profonda crisi matrimoniale sembra improvvisamente in grado di ritessere le fila di una spaventosa desolazione scovando sorprendentemente in un brutto volume di versi una poesia meravigliosa, «tre strofe semplici, cristalline, ogni parola al proprio posto, come perle in un cumulo di paglia»2. Da vari mesi l’uomo non riesce ad avere con sua moglie un dialogo pacato, che non sia intossicato dall’odio e dal risentimento. Il figlio, un bambino che si approssima con timore all’adolescenza, si ritrova a dover fronteggiare l’esperienza più terribile della sua giovane vita senza il conforto dei genitori, troppo occupati a combattere la propria guerra personale l’uno contro l’altra. Il mondo ostenta un aperto disinteresse di fronte a tanta sofferenza, dimostrando una crudele indifferenza verso la sua solitudine e la sua disperazione. Nonostante tutto ciò, la scoperta di una perla di poesia, che sta lì a rendergli conto dell’esistenza del bello, della comprensibilità e del valore, gli infonde la forza per telefonare a sua moglie, affrontare la sua freddezza disarmante, la sua non celata ostilità, per essere nuovamente disponibile al confronto, a lottare, se necessario: «Quell’eterno disprezzo, l’ostilità immutata, forse ha persino cercato di suicidarsi. Se è così sono ancora in guerra. Invece lui, lì per lì, si sente disposto a cedere, a perdonare. Il mal di testa aumenta. La pipa spenta gocciola nella sua mano. Lui barcolla un poco sotto la tettoia bucata. Ma tornerà a casa pronto per la battaglia»3.

Ma è forse nella Sposa liberata che Yehoshua accorda il credito più cospicuo alla funzione catartica dell’arte. Una sera i coniugi Rivlin (i protagonisti del romanzo) si recano a Ramallah, nel cuore della Galilea, per assistere a un rinomato festival della poesia d’amore organizzato dalla popolazione locale. Nonostante si tratti di un evento culturale eminentemente islamico, ambientato in un villaggio arabo, l’attrattiva principale della serata consiste nell’esibizione di una suora, una cristiana libanese il cui canto sembra irradiare un’intensità spirituale talmente sconvolgente da commuovere violentemente gli ascoltatori e provocare nella religiosa stessa uno spettacolare svenimento al culmine della performance. Lo svenimento della monaca non disattende le aspettative della platea culturalmente eterogenea dell’evento; non sottintende un esito poco fruttuoso del tentativo di dipanare il groviglio mediorientale di contaminazioni urticanti e di aspirazioni frustrate, incantandole in quel formidabile impasto di tecnica canora, speculazione intellettuale e abbandono sensoriale che la sua interpretazione costituisce. Al contrario, l’esibizione acquisisce un’aura di nobiltà esattamente a causa della sua incompiutezza, che ne esalta la purezza e la gratuità. Il canto della suora – animato da una commozione profondissima di natura mistica – è accompagnato dalla ritmica incalzante di musicisti arabi che, suo malgrado, trascinano la religiosa verso sonorità sempre più profane, al limite di quella sensualità erotica che costituisce il tema principale del festival; ed è reso ancora più suggestivo da un marchingegno fumogeno che crea nel locale un’atmosfera più somigliante a quella di uno spettacolo rock che non a quella di un concerto sacro. La suora libanese, pur nella sua fragilità, si presta alla contaminazione. Accetta di esibirsi in una manifestazione organizzata da fedeli di una religione diversa dalla propria, non temendo di mescolare il lirismo monodico delle sue melodie con la ritmica corale legata a differenti sonorità, e non si tira indietro di fronte alla sorpresa dei fumogeni, che probabilmente la intimoriscono con l’evocazione di realtà stereotipicamente associate a situazioni peccaminose. Non vive la fede in maniera individualista, ma accetta di inquinarne la purezza aprendola al contagio della diversità, fornendo in tal modo alla storia e alla società quella risposta concreta che – se non altro da un punto di vista etimologico – il proprio senso di responsabilità le richiedeva.

Similmente, il responsabile delle risorse umane non ha timore di abbandonare i territori noti della propria patria e di addentrarsi in un territorio ostile, nel quale i servizi e le infrastrutture non gli consentono di viaggiare con una sicurezza nemmeno lontanamente paragonabile a quella a lui familiare; ma accetta fino in fondo di contaminarsi con quella realtà, che a un certo punto rischia di divenirgli potenzialmente letale. Nell’ultima parte del romanzo, la spedizione che andava scortando la salma di Julia Regajev fino al suo villaggio di provenienza decide di concedersi una divagazione per andare a visitare una base militare dei tempi della guerra fredda, un bunker che in passato era destinato a ospitare nelle profondità del sottosuolo i leader politici della Nazione nel caso di un conflitto nucleare. In attesa di discendere in questa spaventosa cavità situata nel cuore della terra, gli uomini trascorrono la notte insieme alla guarnigione di soldati di guardia alla piazzaforte, e il responsabile delle risorse umane sogna di essere tornato ragazzo e di essere innamorato di Julia, la donna uccisa. Risvegliatosi nel cuore della notte, esce all’aperto per telefonare al proprietario dell’azienda e in prossimità della base scorge una sorta di corte dei miracoli, un mercato zingaresco che attira fortemente la sua attenzione. Ancora commosso dal sogno, egli vorrebbe comprare un oggetto caratteristico del luogo, forse per stabilire con Julia quell’intimità che non aveva potuto sperimentare durante la loro effimera conoscenza, o perlomeno vorrebbe bere qualcosa di caldo per trovare sollievo dall’inclemente rigidità del clima. Acconsente dunque a ingurgitare una pozione fumante che una povera mentecatta andava rimestando sinistramente in un suo pentolone per degli scopi poco chiari, ma certamente non destinata a riscaldare budella infreddolite. La funesta bevanda gli provoca una grave infezione intestinale, che lo costringe a un’umiliante degenza di alcuni giorni presso la base militare, durante la quale, per l’incapacità di controllare le violente scariche di dissenteria, è costretto a rinunciare al senso del pudore, a indossare pannoloni e a lasciare che degli estranei lo puliscano dai suoi stessi escrementi. Scegliendo consapevolmente di trangugiare l’infuso stregonesco, l’uomo non fa altro che addentrarsi lungo il percorso intrapreso per assumersi la propria responsabilità, procedendo lungo un itinerario che lo conduce a confrontarsi con la concretezza vissuta da Julia Regajev, fino ad addossarsi in modo carnale le conseguenze delle proprie scelte di fronte alla storia.

In alcune opere di Yehoshua il bisogno di prendere consapevolezza della realtà – immergendosi fisicamente e sensorialmente nella concretezza organica e materiale della vita – sfocia in esiti apertamente feticistici. Nel suo primo romanzo, L’amante, Adam e Asya perdono il loro bambino di cinque anni in seguito a un incidente. Per riuscire a elaborare il lutto e a ritrovare la voglia di vivere, dopo un lungo periodo in cui si era abbandonato a se stesso e a una tetra malinconia, Adam decide di avere un altro figlio, ma non riesce a trovare una ragione per riaccostarsi a sua moglie: «Io avevo una barba che mi cresceva incolta e lei era molto trascurata, non eravamo proprio adatti a fare l’amore. L’ho afferrata con forza, senza passione. “Che cosa vuoi?” si è ribellata. Allora sono caduto in ginocchio, le ho baciato i piedi, ho risvegliato la mia voglia, perché di voglia non ne avevo»4. Per ritrovare l’eccitazione, Adam ha bisogno di baciare i piedi della moglie, sentirne l’odore che lo riavvicina alla terra; riappropriandosi dei propri istinti, egli ritrova una vitale concretezza e apre in tal modo un varco nella gabbia mentale della propria depressione.

Nel racconto Base missilistica 612, il protagonista si reca nel deserto a tenere una conferenza presso una base militare: un discorso del tutto astratto, al quale i soldati – sopraffatti dalla brutale incombenza del loro destino di provvisorietà – non sono minimamente interessati. Snobbato e umiliato dai militari, che lo percepiscono come un elemento completamente estraneo alla loro realtà, al termine della conferenza l’uomo viene riaccompagnato alla base aerea – da cui avrebbe fatto ritorno a Tel Aviv – da un’enorme soldatessa: una donna alta, grassa, rossa di capelli, profusa di una grottesca sensualità e che emana un forte odore di grosso animale. La soldatessa riesce a risvegliare in lui una strana eccitazione. Fin quando egli non cade ai suoi piedi e inizia a baciarli, ma di punto in bianco ne percepisce il sudiciume, si ritrova con la bocca piena di granelli di sabbia, nauseato, avvilito, sorpreso per l’umiliante fraintendimento e disprezzato dalla donna stessa5.

In Un divorzio tardivo Assa, un insipido professore di storia, è sposato con Dina, una giovane donna eccezionalmente bella. Chiuso in se stesso e nel suo freddo rigore – allo stesso modo in cui Gerusalemme (la città nella quale risiede) appare prigioniera della sua leggenda e chiusa alla contaminazione del nuovo – Assa non riesce a fare l’amore con sua moglie, forse spaventato dalla sua troppo aperta sensualità, forse frenato dalla propria rigida austerità. Durante un breve viaggio a Tel Aviv – città simbolo del sionismo, ricettacolo di commistioni e contemporaneità – l’uomo vive un’impacciatissima avventura con una meretrice. La scena si svolge di sera, in un negozio di calzature, dopo l’orario di chiusura. Spaventato dalla propria inesperienza e timoroso di fare fiasco con la prostituta esattamente come con sua moglie, per approcciare la donna Assa finge – come in un gioco – di essere un commesso del negozio, e misurandole una scarpa inizia a baciarle i piedi. Ma purtroppo rimane sopraffatto troppo precocemente dalla propria eccitazione, non riesce ad avere con la donna un rapporto completo ed è per di più costretto a subirne la stizza e la derisione6.

In tutti e tre gli episodi citati, il feticismo legato ai piedi appare come un tentativo – anche se maldestro – di ritrovare un rapporto con la realtà da parte di uomini che vivono una profonda condizione di alienazione. Rivela il loro sforzo di comprendere da un punto di vista sensoriale – giacché razionalmente o emotivamente non ne sono in grado – la consistenza della propria umanità: materica, terrosa, al tempo stesso eccitante e umiliante. Anche in tale approccio feticistico, dunque, troviamo nuovamente quell’aspetto indecente dell’amore, quella feconda connotazione di sporcizia che enfatizzando il temporaneo apre un canale verso l’eterno e inchiodando i viventi alla propria umanità li proietta repentinamente verso il divino.

In ciò consiste la responsabilità. Nel ricondurre un’idea astratta di giustizia nelle coordinate verificabili della storia. Essere responsabili non significa emettere sentenze di condanna o di assoluzione, stabilire il torto e la ragione, delimitare il consentito e l’illecito, discernere il conveniente dall’indecente, quanto piuttosto confrontare le ragioni del principio morale con la difficoltà della sua attuazione, compiere un itinerario in discesa, dagli svettanti baluardi della forza verso i bassifondi polverosi della debolezza. Significa misurare la distanza che separa la cristallina eminenza del precetto dall’ineluttabile imperfezione del suo adempimento, attraverso il transito difficoltoso per le regioni poco pervie delle circostanze. Senza il timore di mettersi in gioco, rischiando in prima persona, mettendo in discussione i propri valori più sacri, aprendoli al confronto con la diversità, alla fertile contaminazione con l’altro. Ma facendolo con il confortante viatico della bellezza, con la certezza che esista la possibilità di estorcere un senso ai sentieri tortuosi dell’inadeguatezza, e che lo sforzo aggregante della ricerca sia in grado di ottenere – se non il risultato atteso – almeno il balsamo della mutua indulgenza, della solidale comprensione. «Ma che dice? Tutto questo non ha senso» replica il proprietario dell’azienda al responsabile delle risorse umane, davanti all’annuncio della sua decisione di riportare nuovamente a Gerusalemme la salma di Julia Regajev. «Un senso, signore, lo troveremo insieme. Io, come sempre, l’aiuterò.»7

1. Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane, Torino, Einaudi, 2005, p. 203. 2. Idem, Base missilistica 612, in Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2001, p. 455.

3. Ivi, p. 462.

4. Idem, L’amante, Torino, Einaudi, 1995, pp. 80-81.

5. Idem, Base missilistica 612, cit., p. 459.

6. Idem, Un divorzio tardivo, Torino, Einaudi, 1998, pp. 172-173.

7. Idem, Il responsabile delle risorse umane, cit., p. 258.

LIBRI DI ABRAHAM B. YEHOSHUA CITATI NELL’ARTICOLO:

L’amante, Torino, Einaudi, 1995

Un divorzio tardivo, Torino, Einaudi, 1998

Base missilistica 612, in Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2001

La sposa liberata, Torino, Einaudi, 2003

Il responsabile delle risorseumane, Torino, Einaudi, 2005

LUCA ALVINO è nato e vive a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana all’università di Tor Vergata. Si è occupato a lungo di Gabriele d’Annunzio e ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Si interessa di letteratura contemporanea e di cinema e ha collaborato con alcune riviste letterarie, tra le quali ‘La Rivista dei Libri’ e ‘Nuovi Argomenti’.

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