Benjamin M. Friedman

E se la Cina implodesse?

da ''The New York Review of Books''

MICHAEL SPENCE, La convergenza inevitabile. Una via globale per uscire dalla crisi, LaTerza, 372 pp., € 24,00

 

 

 

ECONOMIA- Nell’ultimo decennio, paesi come Cina e India, sono stati protagonisti di un boom economico rapidissimo. Ma cosa accade, se alla crescita e alle riforme economiche, non si accompagnano anche riforme politiche e democratiche come nel caso della Cina? Partendo da libro del Premio Nobel Michael Spence, Benjamin Friedman cerca di rispondere a questi interrogativi.

Gli occidentali percepiscono la Cinacome una potenziale minaccia economica ormai da molto tempo. La loro principale protezione, pensavano, era la distanza. Nel 1750 David Hume scriveva che «un cinese lavora per tre penny e mezzo al giorno ed è molto laborioso. Se fosse vicino a noi come la Franciao la Spagna, ogni cosa che useremmo sarebbe cinese». Ma naturalmente la Cinanon era così vicina: «la distanza della Cina è un impedimento fisico – spiegava Hume – che riduce a poche merci il nostro commercio; e… che aumenta il prezzo di quei beni a causa del lungo viaggio, dei dazi e dei monopoli»1.

La Cinasembra oggi molto più vicina. Come l’India. Le nuove tecnologie rimuovono progressivamente le barriere al commercio internazionale, tagliando i costi dei trasporti dei beni materiali sulle lunghe distanze e permettendo una gamma sempre più ampia di servizi a distanza: non solo la scrittura dei codici di programmazione e la allocazione e l’impiego di personale nei call center e nelle operazioni bancarie, ma anche attività “qualificate”, come il disegno artistico, la ricerca legale, il lavoro redazionale.

Come risultato, i paesi nel mondo in via di sviluppo che hanno preso l’abbrivio stanno riducendo il divario – come reddito pro capite, come standard di vita e come struttura della loro economia – che le aveva per lungo tempo tenute a distanza dall’Occidente industriale e postindustriale. Per buona parte di due secoli le aree del mondo che hanno conosciuto per prime l’industrializzazione sono state avanti. Ora quelli che stavano seguendo li stanno agguantando e la divergenza storica tra loro e l’Occidente sta facendo posto alla convergenza.La Cina, per esempio, è seconda in classifica per il numero di articoli scientifici pubblicati, dietro ai soli Stati Uniti.

Intanto le parti del «mondo in via di sviluppo» che ancora devono iniziare questo processo, per esempio in Africa, continuano a perdere terreno, e non solo rispetto all’Occidente, ma anche verso i paesi in via di sviluppo più fortunati di loro.

Come Hume e altri occidentali avevano previsto allora, questa convergenza non è incondizionatamente la benvenuta nei paesi a reddito più elevato. Un complesso di timori – più politici che economici – è puntato non tanto sul processo di convergenza in sé, quanto sui paesi convergenti la cui popolazione è particolarmente numerosa: in particolare sulla Cina e (più defilata all’orizzonte) l’India. La popolazione cinese è più di quattro volte quella statunitense, e la popolazione indiana è prossima a quella cinese e sta crescendo con un passo più spedito. Sebbene in Cina la produzione pro capite sia appena un sesto di quella americana, se consideriamo le differenze dei prezzi dei beni nei due paesi, la Cina, con la sua popolazione straripante, è già la seconda economia al mondo2. Ed entro un decennio sarà la prima. L’India, dove la produzione pro capite è appena la metà di quella cinese, rimane ben distanziata. E tuttavia con la rapida crescita economica e demografica, il suo emergere come la terza più importante economia mondiale sarà solo questione di tempo3. Col tempo entrambe sorpasseranno l’economia USA in quanto a pura dimensione.

Le dimensioni contano. Come gli strateghi militari hanno capito da tempo, disporre di una popolazione numerosa consente infatti a una nazione di schierare un esercito più grande; e avere una grande economia permette a un paese di pagare per esso. Henry Kissinger chiude le sue oltre seicento pagine di Cina (Mondadori, 2011) analizzando un rapporto del 1907 sul futuro delle relazioni britanniche con la Germania scritto da Eyre Crowe, un funzionario del Foreign Office britannico4 Crowe concludeva che nessuno, nemmeno i tedeschi, sapevano prevedere quello che la Germania avrebbe fatto, politicamente o militarmente, e che dunque la Gran Bretagna doveva eguagliare, e se possibile superare, l’escalation navale tedesca. Tre anni dopo, Norman Angell, autorevole giornalista e futuro premio Nobel per la Pace, sosteneva ne La grande illusione (Humanitas, Bari, 1913) – un libro di grande successo – che nel mondo moderno i legami commerciali e finanziari hanno unito a tal punto le economie delle nazioni che la guerra tra grandi potenze diventa impossibile. Quattro anni dopo, gli eventi avrebbero risolto quella disputa.

Alcuni autorevoli studiosi americani considerano seriamente la prospettiva di un conflitto armato tra gli USA e la Cinaentro i prossimi decenni5. A dare un margine in più ai loro timori è il fatto che, contrariamente al modello a cui assistiamo di solito nelle società occidentali, il continuo aumento, rispetto a tre decenni fa, del reddito pro capite e degli standard di vita raggiunti dal popolo cinese non ha partorito una democrazia; perlomeno, non a livello del governo nazionale, che è poi il responsabile della politica estera e delle decisioni in materia di sicurezza nazionale. Negli ultimissimi anni, persino il progresso modesto chela Cina pareva avere compiuto verso la liberalizzazione politica, in particolare a livello locale, sembra oggi affievolirsi. E pur ammettendo la versione attuale dell’ipotesi di Norman Angell, e cioè che le democrazie non si dichiarano guerra a vicenda,la Cina risulta fuori anche da questa ipotesi. Recentemente, l’amministrazione Obama ha annunciato la richiesta di un piano decennale della difesa per ridurre l’impegno militare statunitense complessivo, e per rimpolpare tuttavia la presenza americana in buona parte dell’Asia orientale.

Ma la sfida politica lanciata dalla convergenza militare di oggi, è più di una mera questione di un potenziale conflitto militare. Di nuovo è una questione di dimensioni. Nessuno crede che gli Stati Uniti avrebbero potuto assumere il ruolo influente a livello mondiale di cui hanno effettivamente goduto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale – nella creazione delle Nazioni Unite, nel guidare istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ela Banca Mondiale, e in innumerevoli sfere politiche, diplomatiche, culturali e persino sociali – se non fossero stati i leader mondiali dell’economia, capaci di fornire scambi commerciali e finanza, tecnologie e competenze professionali ai paesi esteri che ne avevano bisogno. Oggi che l’economia cinese è un gigante e il suo continuo surplus della bilancia dei pagamenti ne fa un creditore verso il resto del mondo (mentre il cronico deficit commerciale fa degli Stati Uniti un debitore netto), i cinesi finanziano e assistono altri paesi, in particolare quelli ricchi di fonti di energia e di altre risorse naturali, di cuila Cinaha bisogno per sostenere la sua ulteriore crescita.

A chi crede che questi flussi economici non siano accompagnati da vincoli verso il creditore non coglie il punto dell’esperienza storica.La Cinaè da molto tempo un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con diritto di veto proprio come gli Stati Uniti; ma d’altra parte i cinesi sono ancora alla ricerca di un ruolo di spicco nella politica mondiale. Tali sforzi daranno sicuramente i loro frutti. Nei casi in cui l’America ela Cinasi trovano in sintonia su un problema, ad esempio su come mantenere la stabilità nei mercati monetari mondiali, un’azione più incisiva della Cina sarebbe la benvenuta. È il caso, per esempio, in cui dovesse fornire una corposa assistenza finanziaria ai paesi europei attualmente sommersi dal debito. Ma quando gli interessi confliggono – evento non raro – e le diverse prese di posizione verso il programma nucleare iraniano sono un esempio recente, gli americani considerano problematica la nuova competizione. Il predominio è un concetto relativo.

Tuttavia, in termini puramente economici, l’ascesa, basata sulla tecnologia di buona parte del mondo in via di sviluppo, creerebbe problemi analoghi all’America e ad altri paesi occidentali in condizioni simili, anche sela Cinae l’India fossero la somma di cinquecento Singapore indipendenti. Nessuna delle quali sarebbe una minaccia politica, e tantomeno militare. Ma le implicazioni per la competitività delle economie occidentali, e per i redditi, i posti di lavoro e i profitti dei loro cittadini sarebbero identiche.

Una paura ossessiva che si annida nella mente di molti economisti è che i luddisti6 potrebbero un giorno dimostrarsi dalla parte della ragione: che i lavori pesanti, che il lavoro liberato dal processo tecnologico, potrebbe non trovare un’occupazione produttiva alternativa, quantomeno non in un tempo – magari di una generazione o due – sufficiente per incidere profondamente nella vitalità della società. Da che mondo è mondo in ogni economia dinamica i lavoratori perdono il lavoro, talvolta a causa di una nuova tecnologia oppure perché cambiano i gusti dei consumatori quando nuovi prodotti sono immessi sul mercato (una forma di cambiamento tecnologico anch’essa). Alcuni lavoratori estromessi, in genere i più anziani o quelli con un livello culturale più basso o le cui competenze sono limitate a una particolare mansione, subiscono la sorte peggiore, irrimediabile, incapaci come sono di trovare un lavoro con uno stipendio o altre gratificazioni comparabili con il lavoro perduto.

Il modello storico prevalente tuttavia è differente. Quando il progresso tecnologico nella fornitura dei beni, o l’evoluzione dei gusti fra gli aspiranti a quei beni, spodestano i lavoratori da un’occupazione, prima o poi un altro tipo di lavoro li assorbirà in gran parte e con una paga equivalente o superiore. Almeno, così è accaduto a partire dalla Rivoluzione Industriale. Gli Okies, gli emigranti dall’Oklahoma, che fuggirono dalle tempeste di sabbia ma soprattutto dall’avvento del trattore, e che soprattutto dovettero farlo durantela Grande Depressione, patirono gli stenti raccontati da John Steinbeck. Col tempo loro e i loro figli divennero la prosperosa popolazione Orange County, i lussuosi sobborghi sulle colline di Los Angeles.

Ma questa è solo un’osservazione empirica, una visione di eventi accaduti nel passato, che induce le persone attente a domandarsi: «e se la nostra epoca fosse differente?» Di solito, chi  pone tale domanda ha in mente alcuni motivi che renderebbero «la nostra epoca» differente. Oggi, nei paesi industrializzati ad alto reddito, il motivo indicato da molti non è lo sviluppo tecnologico in sé, ma la convergenza internazionale di economie che la tecnologia, specialmente quella dell’informazione, sta generando. Per i lavoratori americani in molte industrie di produzione di beni, la Cinaè ormai vicina, come se fosse uno Stato confinante: portare in America prodotti made in China, e qui commerciarli, è quasi altrettanto facile. Un’occhiata in un qualsiasi Walmart sarà sufficiente. E per chi opera in vari ambiti del trattamento delle informazioni, anche nelle aziende manifatturiere, l’India potrebbe essere se non il vicino di pianerottolo l’inquilino del piano di sopra.

«Convergenza» significa presumibilmente che gli standard di vita americani e quelli cinesi e indiani diventeranno più simili, come già si sono avviati a diventare. Probabilmente avverrà anche perché gli standard di vita cinesi e indiani cresceranno rapidamente, come già sta accadendo. Ma cosa succede se – punto di domanda – parte dell’attuale processo di convergenza diventasse un netto declino del reddito americano, forse non in aggregato sulla popolazione occupata della nazione ma in suoi ampi segmenti, della maggior parte addirittura? Recentemente, la General Electric ha accolto con entusiasmo la sua ripresa della produzione in territorio USA di scaldabagni e di frigoriferi, una scelta resa economicamente possibile assumendo nuovi operai con una paga oraria dai 10 ai 15 dollari inferiore a quella dei colleghi già impiegati.7

In aggiunta, il fatto che queste forze competitive non colpiscano tutti i lavoratori allo stesso modo solleva, poi, ulteriori preoccupanti interrogativi. Uno dei trend più sorprendenti degli ultimi decenni nei tre paesi è stato l’allargamento della disuguaglianza economica. Nelle economie a basso reddito, come in quella cinese o indiana, allargare la disparità significa creare una classe media là dove prima la maggioranza delle persone era perlopiù povera (e molte continuano ad esserlo). Viceversa, in un’economia a reddito elevato, come quella statunitense, l’allargamento della disparità minaccia la middle class esistente.

La convergenza inevitabile, di Michael Spence, economista premio Nobel, già presidente della Commissione Indipendente sulla Crescita e lo Sviluppo e docente alla New York University, offre un quadro sostanzialmente ottimistico della direzione in cui ci sta portando questo processo. L’attenzione di Spence è concentrata sui paesi in via di sviluppo protagonisti di una rapida convergenza con l’Occidente industrializzato, in particolare sulla Cina. Come altri studiosi che hanno indagato il fenomeno – penso a Thomas Friedman (nessuna parentela con il sottoscritto, di cui io sappia) – Spence sostiene che l’attuale globalizzazione dovuta ai progressi nella tecnologia dell’informazione la renda qualitativamente differente. Produrre merci di dimensioni più contenute e leggere, e abbassare i costi del loro trasporto su lunghe distanze, sarebbero già elementi di prima grandezza. Fornire una gamma sempre più ampia di servizi a distanza usando il telefono o internet va oltre il più e meglio della stessa cosa.

La visione Spence è segnata dall’ottimismo: «nel complesso, le economie emergenti possono destreggiarsi con successo in un mondo destabilizzato dalla crisi dei paesi industrializzati», conclude. E, a proposito dell’ascesa della Cina e dell’India, scrive:

 

La Cina è grande abbastanza da avere abbassato negli ultimi quindici anni il prezzo relativo dei beni manifatturieri. È ipotizzabile che l’ingresso dell’India possa sovraccaricare il mercato globale… Mentre il giudizio resta in sospeso, è ragionevole che la sequenza e la tempistica saranno tali che l’economia globale saprà adeguatamente assorbirli.

 

E, a proposito delle economie che si svilupperanno in seguito, prosegue:

 

Nel momento in cui l’attuale insieme di paesi relativamente poveri che potrebbero entrare nella fase di grande crescita saranno collettivamente grandi a sufficienza da avere un impatto… la Cina e poi l’India vivranno la loro transizione al reddito medio, creando un grande «spazio» economico per i nuovi arrivati.

Il saggio di Spence ha toni pacati e prudenti. L’autore passa in rassegna le lezioni apprese negli scorsi due decenni di ricerche in materia di sviluppo economico, e quando la ricerca di cui disponiamo non lo convince, egli non lo nasconde. L’ottimismo di Spence non è miope verso le sfide poste dal proseguimento dell’attuale convergenza economica mondiale. Le sfide da lui evidenziate in La convergenza inevitabile prevedono la necessità di cambiamenti «strutturali» nelle economie in fase di sviluppo, ma anche in quelle con reddito elevato. Le economie in via sviluppo vincenti non dovranno limitarsi all’esportazione di merci a basso costo (come i tessuti cinesi) e di servizi economici (come i call center indiani). Infatti, con l’aumento delle tariffe salariali, il loro vantaggio nei costi di produzione sulle economie ad alto reddito si ridurrà, e nuove economie in via di sviluppo con salari orari più bassi entreranno nella coda della convergenza dietro di loro. Le economie ad alto reddito dovranno riconfigurare i sistemi educativi per addestrare le forze lavoro a ritornare produttive in modo nuovo, per reggere la crescente competizione dal basso; così come dovranno rinnovare e modernizzare le loro vetuste infrastrutture.

Spence ritiene che esaudire queste sfide implicherà superare due serie di ostacoli, correlati. Primo, molti dei paesi ad alto reddito devono ancora ristabilirsi dalla flessione che, per la maggior parte di essi, è stata la più notevole dopola Seconda GuerraMondiale, e dalla crisi finanziaria, che è stata ovunque la più grave dopo gli anni ’30. In molte economie occidentali la disoccupazione rimane elevata, le banche indebolite concedono prestiti a fatica, e non solo il settore finanziario ma anche i nuclei famigliari dovranno per un po’ di tempo «disinvestire» ancora: vendendo i beni e ripianando i debiti, così da riportare i loro bilanci in linea con il reddito e il patrimonio netto. E dunque nessuno prevede il ritorno in breve tempo a una piena occupazione.

Spence teme che molti cittadini di questi paesi saranno più sensibili del normale a ogni ulteriore minaccia percepita alla loro occupazione che provenga da paesi stranieri. Sarà probabilmente debole il sostegno politico a transizioni strutturali che sembrano dispendiose a livello sia individuale sia aggregato: per esempio l’aiutare i lavoratori a riqualificarsi e a cambiare settore o investire in sistemi di trasporto o educativi più efficienti. Invece, le misure per limitare l’impatto della competizione derivante dalle importazioni avranno ancora più appeal del solito. Una svolta verso il protezionismo dei paesi ad alto reddito arresterebbe tuttavia il progresso della Cina, dell’India e di altri paesi che stanno convergendo.

Secondo, la perdita di posti di lavoro e la riduzione dei redditti e dei profitti durante la recessione seguita alla crisi finanziaria ha causato deficit fiscali abnormi in molti degli stessi paesi ad alto reddito. I governi che già ricorrevano a un prestito eccessivo prima dell’inizio della recessione (gli Stati Uniti, per esempio) e quelli che già erano gravati da un elevato rapporto fra Pil e debito pubblico (Grecia, Italia), ora intravedono la prospettiva di un lungo periodo di ridimensionamento fiscale. La pressione per l’austerità fiscale è particolarmente elevata fra i paesi dell’eurozona che vivono la contraddizione di avere un’unione monetaria ma non un’unione fiscale. Ciò non rende disponibile un riequilibramento tra oneri fiscali e spese statali da un’area all’altra, come avviene automaticamente tra gli stati USA, per compensare gli squilibri inevitabili quando economie in condizioni differenti devono convivere sotto la stessa politica monetaria.

Come risultato, è probabile che molti paesi occidentali ad alto reddito traggano la conclusione di non potersi permettere nuove costose iniziative per riformare il sistema scolastico o per ricostruire le infrastrutture. Le loro economie e i loro cittadini occupati rimarranno quindi vulnerabili alla competizione del lavoro a salario più basso dei paesi esteri, e la risposta protezionista – teme Spence – diventerà quanto mai probabile.

Il nostro autore è poi sensibile alle dimensioni delle sfide per i paesi convergenti. Molti fra loro si stanno avvicinando a quella che, a suo dire, sarà una «transizione al reddito medio» particolarmente complicata. Essendo cresciuti da una povertà diffusa a un reddito pro capite che si aggira intorno ai 5000 dollari annui: un successo benvenuto, che in molti paesi fa addirittura gridare al miracolo, ma che rimane pur sempre modesto rispetto al reddito pro capite di circa 20.000 dollari dei paesi meno benestanti dell’Europa occidentale, per non parlare dei quasi 50.000 dollari degli Stati Uniti-  hanno necessità di trovare nuove strade per mantenere la loro crescita al ritmo attuale. A quel punto, le strategie basate su stipendi poco più che bassi non saranno più percorribili.

La Cina, con i retaggi dell’età comunista, si ritrova di fronte alla necessità ulteriore di dirottare l’attività economica dal settore degli investimenti pubblici (i turisti a Pechino o a Shanghai a volte si domandano se il paese la smetterà di cementificare) verso le aziende di consumo private. Gli elevati livelli di risparmio cinesi, che consentono il suo alto tasso di investimento, riflettono non solo la grande percentuale del reddito risparmiata da buona parte delle famiglie cinesi, ma anche la modesta percentuale del prodotto totale dell’economia che raggiunge gli individui in primo luogo sotto forma di reddito. Sia gli alti tassi di risparmio, sia la bassa percentuale del reddito salariale sono materie di politica governativa.

Le famiglie cinesi risparmiano molta parte del reddito non tanto per una superiore virtù calvinista, quanto perché il governo cinese quasi non fornisce reti protettive in caso di pensionamento o di malattia. Quando le aziende cinesi spendono solo una piccola parte delle loro entrate per i salari stanno seguendo la politica dello Stato-partito maoista: nonostante tre decenni di privatizzazioni, quasi tutti i grandi datori di lavoro sono ancora controllati dallo Stato. Spence condivide il pensiero di altri osservatori dell’economia cinese, che per anni hanno sottolineato che cambiare queste politiche significherà mettere in campo programmi di sicurezza sociale, reindirizzando la produzione verso offerti al mercato interno e costruendo una rete di vendita al dettaglio in grado di consumare questi beni ai consumatori.

Ciò nonostante, egli è ottimista sulle prospettive della Cina, osservando che i settori più avanzati dell’economia sono «ben addentro» alla transizione al reddito medio, una transizione essenziale. Piuttosto, Spence segnala il pericolo del protezionismo dei paesi ad alto reddito. Contrarre il commercio mondiale sarebbe dannoso per tutti i paesi, ma specialmente per quelli comela Cina, per i quali le esportazioni rappresentano una grossa fetta della produzione totale. Le attuali economie convergenti sono particolarmente vulnerabili da questo punto di vista. Ma anche nella migliore delle ipotesi, néla Cinané altri paesi sapranno creare con la dovuta tempestività i cambiamenti strutturali necessari per eliminare in tempi brevi la dipendenza dalle esportazioni verso i paesi ad alto reddito, per proseguire la loro crescita economica (benché, aggiunge Spence, «l’elevata dipendenza dalle economie avanzate stia diminuendo, in particolare da una decina d’anni»).

La soluzione che egli consiglia a questa possibile impasse è il coordinamento internazionale delle politiche economiche. Il problema principale – crede – sono «i limiti alla globalizzazione nel contesto di una struttura di governance sostanzialmente nazione-centrica», e che perciò determina «esiti non cooperativi» inferiori a quelli che ciascun paese otterrebbe se cooperasse. Quello che egli sostiene invece, è «un insieme coordinato e complesso di azioni negoziate sotto gli auspici delle nazioni del G20». Questo programma includerebbe, ad esempio, azioni fiscali come rimedio ai problemi di distribuzione creati dagli squilibri commerciali. (Per inciso, alcuni lavoratori occidentali perderanno inevitabilmente il loro posto e altri lo conserveranno e trarranno qualche vantaggio dai beni a basso costo made in China che essi possono acquistare nella grande distribuzione). Altri elementi del pacchetto proposto da Spence sarebbero le politiche atte a dare una svolta all’istruzione e alla ricostruzione delle infrastrutture; a sincronizzare le politiche monetarie dei differenti paesi; a riformare i mercati e le istituzioni finanziarie; e soprattutto a salvaguardare il libero flusso di merci e gli investimenti dallo spettro di dazi e di altre forme di protezione. Spence aggiunge forte e chiaro che il ruolo del governo dei singoli paesi sarà decisivo. Ed è certamente consapevole del ruolo centrale del settore privato nelle economie, pur sottolineando «l’importante ruolo complementare del settore pubblico».

Alcuni lettori, anche chi considera persuasive le argomentazioni di Spence, rimarranno tuttavia delusi dalla sua mancanza di concretezza sul contenuto specifico della coordinazione della politica internazionale a cui fa appello La convergenza inevitabile. L’argomentazione per opporsi al protezionismo è chiara a sufficienza. Ma poi? Sottolineare a più riprese che le economie convergenti e i loro partner con un alto reddito dovranno andare incontro a importanti transizioni, e sostenere credibilmente che queste ultime saranno più indolori se i paesi le affronteranno in modo coordinato, lascia irrisolta una questione: che cosa si dovrebbe fare, e da parte di chi, quando i paesi interessati si siederanno intorno a un tavolo per trovare una soluzione?

Il saggio di Spence manca poi di specificità circa i passi interni – come giustamente osserva – che i paesi ad alto reddito dovrebbero compiere. Da anni, gli americani sentono parlare della necessità sia di una riforma del sistema educativo per preparare la forza lavoro a un ruolo produttivo nella competizione economica mondiale, sia di infrastrutture obsolete e fatiscenti. Persino chi è d’accordo con entrambe le affermazioni ha il diritto di chiedersi: che cosa dovremmo fare, specie oggi che il governo federale deve affrontare un deficit da record e un rapporto in rapida crescita tra debito e PIL, mentre la maggior parte delle nostre scuole primarie e secondarie è per buona parte sotto il controllo di circa 14.000 consigli d’istituto sparsi nel paese? Spence non dà consigli specifici.

La ragione più probabile, si può desumere, è che i particolari dell’eventuale coordinamento economico internazionale dovrebbero essere troppo dettagliati, e forse cambiano troppo rapidamente con l’evolversi delle condizioni economiche per poter essere trattati in un saggio rivolto – come questo di Spence intende essere – a un pubblico ampio. Le proposte di budget del governo americano sono soggette a cambiamenti in un tempo troppo ristretto per poter essere trattate in un libro di questo genere, e il dibattito sul miglioramento della istruzione primaria e secondaria americana (incluso il dibattito più fondamentale sulle sue inefficienze) è un argomento assai controverso. Però, letto il ripetuto e urgente richiamo a provvedere su queste materie, molti lettori rimarranno insoddisfatti. Non disporranno infatti di un parametro per giudicare se i leader che loro hanno eletto stanno procedendo secondo il consiglio di Spence, o quali candidati alle ormai prossime elezioni americane più verosimilmente lo seguiranno.

Infine, che cosa pensare dei massimi leader stranieri non eletti dal popolo, e della ulteriore prospettiva che questo fatto solleva per i loro paesi ed economie? Anche quila Cinaè emblematica. Molti osservatori, incluso il sottoscritto, si aspettavano di vedere che lo straordinario miglioramento economico cinese – che finora ha quasi raddoppiato ogni dieci anni, e per tre decenni consecutivi, lo standard di vita medio – avrebbe prodotto anche importanti liberalizzazioni politiche. Finora ci siamo sbagliati. E se il contrasto tra l’economia cinese e la sua politica persisterà?

In La convergenza inevitabile Spence dedica molto spazio alla Cina e all’India, intese come le più grandi economie allineatesi, e con la crescita più rapida. È altrettanto vero, però, che i due paesi hanno seguito strategie di crescita nettamente differenti. E nel lungo termine l’elemento forse più importante è che una di esse è una democrazia, mentre l’altra chiaramente non lo è. Se l’elite cinese dominante rimane aggrappata al suo monopolio, non solo nel potere politico ma anche sull’ espressione politica, imprigionando i difensori non violenti dei diritti elementari, come il Nobel per la Pace Liu Xiaobo, e manifestando più in generale quello che il Washington Post ha recentemente definito una «tolleranza sempre minore verso il dissenso manifesto»8, ebbene tutto ciò soffocherà la crescita economica (per esempio, permettendo all’evidente corruzione attuale di aumentare sfrenata)?

E poi l’apparato politico non democratico cinese avrà la legittimità, tra una popolazione sempre più «di reddito medio», per guidare il paese attraverso le transizioni economiche strutturali che – come Spence sostiene persuasivamente – sono necessarie? E in caso contrario, che ne sarà della convergenza? Queste potrebbero essere le domande in assoluto più impegnative.

 

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

1. David Hume, Lettera a James Oswald of Dunnikier, 1° novembre 1750, in The Letters of David Hume, J. Y. T. Greig (a cura di), Oxford University Press, 1932, Vol. 1, p. 144.

2. Nel 2010, il PIL USA era pari a 14,6 trilioni di dollari. Misurato al tasso ufficiale di scambio, quello cinese era pari a 5,7 trilioni di dollari (appena superiore a quello del Giappone, che era pari a 5,4 trilioni di dollari).La Cinatuttavia mantiene di proposito sottovalutata la sua moneta. Sulla base di un potere d’acquisto equivalente, il PIL cinese sarebbe pari invece a 10,1 trilioni di dollari, vale a dire più del doppio di quello giapponese.

3. Prima del 1978, la produzione pro capite in India era il doppio di quella cinese. La loro inversione di posto, dopo chela Cinaha adottato le riforme economiche di Deng Xiaoping, mentre l’India rimaneva intrappolata nella sua peculiare combinazione di pianificazione in stile sovietico e di colonialismo britannico, è una dimostrazione fra le più evidenti di quale differenza può fare la politica economica. Nel 2010, il PIL indiano era pari solo a 1,6 trilioni di dollari misurato al tasso di cambio ufficiale, ben al di sotto delle economie europee più ricche; ma su una base di potere di acquisto equivalente, era pari a 4,2 trilioni di dollari: grande quasi quanto quello giapponese.

4. Henry Kissinger, Cina, Mondadori, Milano, 2011, pp. 662.

5. Si veda, per esempio, James Dobbins, David Gompert e altri, Conflict with China: Prospects, Consequences, and Strategies for Deterrence (RAND, 2011); Aaron L. Friedberg, A Contest for Supremacy: China, America, and the Struggle for Mastery in Asia (Norton, 2011); e Robert D. Kaplan, Monsoon: The Indian Ocean and the Future of American Power (Random House, 2010). Per un’analisi precedente, oggetto di numerose discussioni, si veda anche Robert D. Kaplan, How We Would Fight China, in ‘The Atlantic’, giugno 2005.

6. Originariamente il termine deriva dal movimento di operai inglesi del settore tessile che a fine ’700 si opponevano all’utilizzo dei macchinari nelle fabbriche a causa dei licenziamenti che le macchine comportavano. Attualmente con il termine luddista, si indicano delle persone che sono contrarie all’eccessiva intrusione delle tecnologie e dell’utilizzo di internet sul luogo di lavoro. N.d.R.

7. Louis Uchitelle, Factory Jobs Gain, but Wages Retreat, in ‘The New York Times’, 29 dicembre 2011.

 

BENJAMIN M. FRIEDMAN è un economista statunitense e insegna Economia Politica presso l’Università di Harvard. In Italia il suo ultimo libro pubblicato è Il Valore Etico della Crescita. Sviluppo Economico e Progresso Civile (Università Bocconi, 2008).

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico