John Terborgh

Tribù mai contattate

da ''The New York Review of Books''

SCOTT WALLACE, The Unconquered: In Search of the Amazon’s Last Uncontacted Tribes, Crown, pp. 494, $26.00

 

 

 

ANTROPOLOGIA – Ancora oggi nell’Amazzonia esistono tribù “incontattate”, ovvero mai entrate in contatto con la così detta “civiltà moderna”, che vivono secondo regole sociali immutate nel corso dei secoli. Ma quali sono i benefici e i rischi che corrono queste tribù con questo incontro?

 La specializzanda di Princeton Carol Mitchell  alzò lo sguardo dal suo lavoro e rimase impietrita nel vedere undici uomini nudi avvicinarsi all’edificio dal tetto di paglia in cui stava compilando i suoi appunti sul campo di ricerca. Quel pomeriggio Carol era da sola, essendo gli altri ricercatori del campo base fuori nella foresta circostante. La sua perplessità stupefatta si trasformò presto in un moto di sdegno quando alcuni degli uomini si misero a raccogliere i vestiti stesi sul filo ad asciugare. Si precipitò fuori dalla costruzione imprecando ad alta voce e strappò i panni dalle mani degli uomini, a quel punto altrettanto spaventati. Rientrando rapidamente al coperto, sbatté la porta e depositò sul tavolo i panni recuperati. Ne seguì una situazione di stallo, con Carol all’interno e gli uomini all’esterno a fissarsi reciprocamente attraverso la rete che in quel clima tropicale fungeva da muro. Fu così che venimmo a sapere degli Yaminahua o Yora, una popolazione che viveva a monte del fiume e che aveva terrorizzato i suoi (e nostri) vicini, i Machiguenga, per almeno una generazione.

Carol non sapeva come comportarsi con quella delegazione, ma le loro intenzioni erano chiaramente pacifiche visto che non avevano con loro le armi – archi e frecce. Nei suoi pensieri alimentati dall’adrenalina balenarono svariate possibilità. Dall’esitazione da entrambe le parti si capiva che il campo non era sotto attacco, quindi Carol decise che l’ospitalità sarebbe stata la strategia più opportuna. Uscì dalla costruzione e, facendo segno agli uomini di seguirla, entrò nella mensa adiacente, dove riempì tazze di refresco (una bevanda simile al Kool-Aid) e le distribuì a tutti. Gli uomini, riuniti nell’area riservata del refettorio del campo, bevvero con aria solenne le loro razioni.

Poiché la conversazione era impossibile, regnò il silenzio finché il capo non decise che era ora di andare. Gli uomini si alzarono, ma prima di partire si unirono in un fitto capannello a pochi centimetri dal viso di Carol e le cantarono una canzone. Dopodiché uscirono in fila indiana dalla costruzione e si rimisero in marcia. Non rivedemmo nessuno di loro per molti mesi. Questo episodio avvenne nel1985 inPerù, nel cuore del parco nazionale Manù nell’Amazzonia sudoccidentale, in un campo biologico rurale dove conducevo ricerche con studenti e colleghi sin dal 1973.

Né noi né i vicini Machiguenga, di lingua arawak, capivamo una parola di quello che in seguito scoprimmo essere un idioma di ceppo Panoano1. Così i motivi che avevano spinto gli Yora a scendere a valle in luoghi in cui non si erano mai avventurati prima rimasero al momento oscuri. Apprendemmo più tardi che un’epidemia si era diffusa nella loro comunità e che molti erano morti, costringendo i sopravvissuti a cercare aiuto nel mondo esterno. Alcuni anni più tardi l’intera comunità Yora si trasferì all’esterno del parco in un altro bacino idrico, dove divennero i custodi di una missione domenicana. Non li vedo più da molti anni.

Per quanto incredibile possa sembrare, e per quanto non possa esserci al mondo un anacronismo più grande, esistono ancora esseri umani “selvaggi” che vivono in alcuni tra i più remoti angoli dei tropici. Le ubicazioni note, o sospette, di gruppi “incontattati” sono mappate e identificate nel sito www.uncontactedtribes.org (cliccare su Where are they?). Si trovano perlopiù intorno ai margini dell’Amazzonia nelle aree frontaliere del Brasile, soprattutto nel vicino Perù, dove si ipotizza che i gruppi incontattati siano almeno quindici. Fuori dal Sudamerica, gli unici umani a rimanere senza contatto vivono nelle isole Andamane2 o nella provincia di West Papua in Indonesia (la metà occidentale della Nuova Guinea).

“Incontattate”. Cosa significa quest’espressione? Per quanto le definizioni possano variare, in sostanza ci si riferisce alle società umane che non hanno rapporti regolari con il mondo moderno, sebbene possano avere contatti di secondo o terzo grado con partner commerciali o con parlanti della stessa lingua. Vivono senza o con pochi manufatti industriali, a parte forse qualche occasionale machete o ascia acquisita tramite scambi commerciali. Perlopiù parlano lingue che nessun altro capisce. Di conseguenza le remote barriere che li isolano sono sia fisiche sia linguistiche.

In Amazzonia, i gruppi rimasti senza contatto sono isolati da una terza barriera: il terrore assoluto derivante dalle orribili atrocità che seguirono il boom della gomma3. Questi eventi di cent’anni fa rimangono un ricordo ancora molto vivo inscritto indelebilmente nella coscienza di ogni bambino che vive in isolamento. I popoli amazzonici incontattati conducono un’esistenza nomade presso le più remote sorgenti dei fiumi secondari, spesso al di sopra di rapide che nemmeno un piccolo cayuco4 sarebbe in grado di risalire. In quei luoghi essi vivono nella costante paura di essere scoperti, resi schiavi o uccisi dai bianchi.

In una notte stellata, dopo che avevamo entrambi bevuto qualche birra, un mio conoscente amazzonico si lasciò andare e mi raccontò della vita che faceva da bambino prima che i membri della sua famiglia allargata stabilissero contatti con il mondo esterno. Spostavano di frequente gli accampamenti e, nel farlo, si preoccupavano di nascondere i segni della loro presenza, soprattutto i falò. Il terreno veniva spianato, le ceneri sparse in giro e la macchia carbonizzata veniva nascosta sotto una coltre di foglie morte. Quando attraversavano un torrente, cancellavano le impronte dietro di loro per non lasciare alcuna traccia. Se incontravano per caso qualcuno che non faceva parte del gruppo ristretto, questi veniva considerato un nemico mortale.

E questo vale anche per i Flecheiros (il popolo delle frecce), un gruppo amazzonico incontattato che vive presso le sorgenti dei fiumi Itaquaí e Jutaí, sul lato brasiliano del confine tra Perù e Brasile. Temuti dai vicini amazzonici, e con la reputazione presso gli stranieri di un’immotivata ferocia, avevano vissuto in isolamento nelle loro roccaforti alle sorgenti dei fiumi sin dalla fine del boom della gomma.

L’avventuroso e coinvolgente libro di Scott Wallace The Unconquered (Gli invitti) presenta la cronaca delle esperienze di giornalista nel corso di un’estenuante spedizione durata settantasei giorni attraverso la giungla per verificare la situazione e le condizioni dei Flecheiros. La spedizione era organizzata e guidata da Sydney Possuelo, fondatore e direttore del Dipartimento per gli Indios Isolati nell’ambito del FUNAI (Fundação Nacional do Índio), l’agenzia brasiliana per le popolazioni native. Nelle remote regioni di frontiera del Brasile, gli espropri di terra si giustificano in genere col fatto che l’area in questione non è occupata. L’agenzia di Possuelo, perciò, subiva la costante pressione di dover dimostrare la presenza di abitanti indigeni nelle aree in via di sviluppo.

Lo scopo dichiarato della spedizione era quello di fornire informazioni al FUNAI circa le dimensioni delle popolazioni incontattate, l’ubicazione dei villaggi, l’estensione dell’area usata per la caccia e le attività di approvvigionamento alimentare, e magari indizi relativi alle loro caratteristiche etniche e linguistiche. Ma in realtà gran parte di queste informazioni si sarebbero potute ottenere con maggiore facilità e sicurezza tramite sorvoli e interviste ai membri delle tribù contattate che confinavano con i Flecheiros. Tredici villaggi Flecheiro erano già stati precedentemente localizzati col GPS e fotografati durante ricognizioni aeree. Dal numero di strutture presenti nei villaggi si poteva dedurre l’entità della popolazione. Il proposito dichiarato della spedizione appariva, quindi, piuttosto esile.

C’era tuttavia una motivazione parallela, ossia quella di attirare l’attenzione su Possuelo e i suoi sforzi per proteggere le popolazioni senza una rappresentanza al parlamento di Brasilia. Questo motivo contribuisce a spiegare meglio il perché due americani con limitata esperienza di giungla, Scott Wallace e Nicolas Reynard (un fotografo incaricato dal National Geographic), fossero stati invitati a documentare la spedizione. A Possuelo occorrevano finanziamenti per sostenere le sue attività, e un servizio speciale su una grande rivista internazionale avrebbe dato un bell’incremento alla sua raccolta fondi.

L’8 giugno del 2002 la spedizione partì da Tabatinga, un minuscolo porto al confine con Perù e Colombia dove il Rio delle Amazzoni s’immette in Brasile. La flottiglia di tre battelli trasportava una ragguardevole compagnia multietnica composta da una trentina di uomini, compresi i rappresentanti di tre gruppi indigeni locali. Benché l’intenzione fosse quella di costeggiare diversi villaggi dei Flecheiros per stabilire la misura e l’intensità del loro sfruttamento della terra, non si potevano escludere incontri fortuiti. Nel grande stress di un simile momento, avere nel gruppo persone capaci di parlare tutte le lingue note della regione avrebbe potuto rivelarsi decisivo per la sopravvivenza.

La spedizione risalì il fiume Itaquaí fino al punto in cui esso poteva essere prudentemente navigato in una stagione di secche, e proseguì con un cayuco a motore finché il fiume divenne troppo basso e ingombro di alberi caduti per essere solcato da qualunque imbarcazione. Da quel punto in poi, l’obiettivo era raggiungere a piedi l’adiacente bacino dello Jutaí. La comitiva sarebbe poi ridiscesa lungo lo Jutaí fino ad arrivare a un punto in cui il fiume potesse essere navigato con i cayucos. Il programma prevedeva una sosta di due settimane durante le quali si sarebbero costruite due imbarcazioni ricavandole dai tronchi degli alberi. Non si trattava certo del tipo di canoe che due persone usano per affrontare le rapide; una era lunga diciotto metri e l’altra quattordici. Insieme, le due imbarcazioni trasportavano più di trenta uomini, viveri e attrezzatura compresi. La descrizione di Wallace di come gli uomini costruirono le canoe è uno dei momenti salienti del libro.

Il pericolo era un compagno costante. C’era sicuramente la possibilità di essere attaccati dai Flecheiros, ma rischi ancora maggiori erano insiti nel viaggio stesso. Per più di due settimane, gli uomini sovraccarichi avanzarono a fatica lungo lo spartiacque tra l’Itaquaí e lo Jutaí. Era un terreno molto accidentato, solcato da innumerevoli ruscelli (fino a venticinque in un solo giorno di marcia) con rive scoscese da scalare o dalle quali lasciarsi scivolare. Le frequenti piogge, dopo che erano passati i primi uomini, rendevano il percorso simile a una colata di fango. Senza prendere in considerazione serpenti e giaguari, in realtà molto sopravvalutati. Il vero pericolo era quello di scivolare e spezzarsi un arto, o di cadere e finire impalati sulle canne aguzze lasciate dagli apripista armati di machete in testa alla spedizione.

Se uno degli americani inesperti – o chiunque altro – fosse rimasto ferito, la cosa avrebbe avuto gravi ripercussioni su tutto il gruppo, poiché non c’era modo di portare in salvo qualcuno. Le barche che avevano condotto gli uomini fino alle sorgenti dello Itaquaí erano tornate in porto. L’unica possibilità era andare avanti, e per farlo occorreva uno sforzo di tenacia e perseveranza lungo cinquanta giorni che avrebbe ridotto di quindici chili la struttura fisica dell’autore del libro. Possuelo aveva con sé un telefono satellitare che però offriva solo un’illusione di sicurezza in quanto il terreno irregolare e le ininterrotte chiome degli alberi non avrebbero consentito l’atterraggio di un elicottero.

In una lunga spedizione come questa, le razioni di cibo sono un argomento critico, non solo per le riserve energetiche, ma anche per il morale. Nessuno è in grado di portarsi dietro scorte per cinquanta giorni, oltre all’amaca, al vestiario, e ad altro equipaggiamento essenziale. La caccia quotidiana colmava le carenze. Ovviamente, il bottino in certi giorni era migliore e in altri peggiore. Se si riusciva ad assaltare una mandria di pecari, l’abbondanza di carne permetteva a tutti di riempirsi lo stomaco e dormire soddisfatti. Ma in molte altre occasioni i cacciatori mettevano in carniere soltanto alcune scimmie. Una ciotola di brodo di una scarna scimmia non poteva certo compensare un lungo giorno di marcia e lasciava tutti di cattivo umore.

Wallace racconta bene la storia, abbellendola di istantanee verbali e vividi ritratti dei compagni di avventura nella foresta: dal gruppo compatto dei Matis, popolazione solo recentemente contattata, allo stesso formidabile Sydney Possuelo. Il resoconto cronologico mantiene un ritmo costante e culmina nei tesissimi capitoli centrali in cui il gruppo è sul punto di avere un incontro ravvicinato con i Flecheiros, e il piano di emergenza di Possuelo va a rotoli. Wallace cattura il sapore della marcia, il caldo, la pioggia, le punture degli insetti, lo sfinimento quotidiano e lo sforzo mentale necessario a mantenere un atteggiamento positivo di fronte a scoramento, solitudine, fatica e paura.

Wallace ritrae Possuelo come un invasato, un personaggio autocratico e alieno ai compromessi che pare uscito da un film di Werner Herzog. Egli esercitava il comando con l’intimidazione e non con la persuasione, pretendendo che gli ordini venissero eseguiti alla lettera. Sanzionava con durezza anche le mancanze più insignificanti, procurandosi l’ostilità di chi subiva il peso della sua collera. Poteva essere tenero e indulgente, soprattutto verso i meno sofisticati indios della spedizione, ma generalmente teneva le distanze, preferendo impartire lezioni piuttosto che stringere amicizie.

Malgrado tutto, a suo modo, la spedizione fu un successo. Rispettò il percorso e il programma stabiliti, documentò la presenza dei Flecheiros in una vasta area – pur senza incontrarli di persona – e tutti i partecipanti sopravvissero. Ma quali furono i risultati concreti? Questo aspetto è meno chiaro. Quali vantaggi ricaveranno i Flecheiros ora che un’audience globale è al corrente della loro presenza? Wallace è più ambiguo rispetto a tali questioni di fondo.

Quale sarà, in effetti, il destino dei Flecheiros e di altre popolazioni simili? L’idea di Possuelo è che continueranno a vivere isolati finché, come gli Yora in Perú, non decideranno per proprio conto di fare altrimenti. Wallace spiega con chiarezza la fatica di Sisifo che attende chi ha il compito di mantenere gruppi di persone in isolamento. Essi devono essere attivamente protetti dalle incursioni dei coloni, dei taglialegna, dei cercatori d’oro e di altri opportunisti. I brasiliani rurali, molti dei quali non hanno terre che possano definire proprie, non si capacitano del fatto che una manciata di indios abbiano il dominio esclusivo su un’enorme “zona proibita” (da cui tutti gli estranei sono esclusi per legge). La zona occupata dai Flecheiros si estende per una regione selvaggia grande quanto il Maine, pur ospitando appena 4.500 persone.

Due anni prima della spedizione, una folla ebbra e collerica di circa trecento uomini armati di fucili aveva tentato di violare con la forza la zona proibita. Lo stesso Possuelo era presente quel giorno al minuscolo posto di blocco che ne segnava l’accesso. Si mise in contatto radio con la Polizia Federaleche, per un raro colpo di fortuna, aveva in zona un elicottero. Ben presto l’apparecchio sorvolò la zona con i portelli aperti e i fucili puntati sul gruppo di malintenzionati. I potenziali invasori si ritirarono. Ma sarà così la prossima volta? Senza la “forza maggiore” pronta a intervenire, la frontiera illegale avanzerà all’interno di un altro ricovero selvaggio di nativi americani. Qualunque sia il destino finale delle zone proibite del FUNAI, non si può che ammirare l’enorme impegno che il Brasile ha profuso per i suoi indigeni, contattati e non, ospitati in riserve di circa seicentomila chilometri quadrati. È un’area più grande degli stati di California, Washington, e Oregon messi insieme, cinque volte più grande del territorio dell’Oklahoma in cui il presidente Andrew Jackson aveva confinato i Cherokee e altre tribù.

L’attuale politica del FUNAI di isolare le popolazioni incontattate in aree proibite riconosciute per legge è una strategia di terza generazione. Due precedenti linee politiche erano state abbandonate in quanto fallimentari. La prima era stata avviata dal maresciallo Cândido Rondon, lo stesso a cui è dedicato lo Stato della Rondônia5. Rondon divenne celebre per aver diretto con successo la costruzione di linee telegrafiche attraverso il Mato Grosso ben oltre la linea di frontiera. Era un militare carismatico e dai solidi principi, che considerava gli indios persone degne di essere trattate con rispetto e umanità. L’opera di costruzione delle linee telegrafiche lo aveva messo in contatto con numerosi gruppi etnici da cui aveva ottenuto collaborazione con metodi non violenti. Rondon viveva secondo il motto: «Morire se è necessario. Uccidere mai». Era convinto che l’unico futuro per gli indios fosse l’assimilazione e aveva profuso ogni sforzo per portare loro l’istruzione che li avrebbe aiutati a inserirsi nella società. Nel 1910 fu nominato direttore dell’SPI (Servizio di Protezione degli Indios) col mandato di integrare gli indios nella cultura brasiliana.

La politica dell’assimilazione alla lunga naufragò perché le idee di Rondon non erano condivise da molti dei suoi connazionali. Gli indios erano considerati cittadini di seconda categoria, se non peggio, e trattati con derisione dai coloni che continuavano a spingersi sempre più oltre verso l’interno. La cultura di sussistenza degli indios, che aveva funzionato benissimo prima del loro incontro con la civiltà occidentale, ebbe in seguito poca o nessuna rilevanza. La lusinga delle “cose” (alcool compreso) era irresistibile e conduceva alle dipendenze. I missionari impedirono loro di girare nudi e li costrinsero a procurarsi in qualche modo dei vestiti. Se si dispone della comodità dei fiammiferi si perde ben presto l’abilità di accendere il fuoco. I fucili sono decisamente più efficaci di archi e frecce, ma le cartucce debbono essere comprate a un prezzo accessibile.

Ne risultò che le nuove dipendenze sconvolsero la vita degli indios, che si videro costretti a fare un lavoro stipendiato anziché trascorrere i giorni dedicandosi alla caccia, alla pesca e alla cura degli orti. Sfruttati dai coloni e da mercanti senza scrupoli, e con poche prospettive di raggiungere un livello di prosperità, indipendenza e rispetto di sé che li avrebbe portati oltre il divario culturale verso una vera e propria assimilazione, molte comunità indigene rimasero invischiate in uno stato di scoramento e di profonda miseria culturale, non essendo più ciò che erano un tempo e non potendo essere ciò che Rondon aveva previsto per loro.

Dopo Rondon, all’SPI vennero meno le idee e la leadership, e l’organizzazione sprofondò in un pantano di burocrazia, apatia e corruzione. Lo stato delle popolazioni indigene in Brasile diventò talmente miserevole che nel 1967 il ministro degli Interni diede l’incarico a un’alta commissione di analizzare la situazione. Le cinquemila pagine del rapporto finale svelarono una realtà da incubo, fatta di delitti, torture, schiavitù, abusi sessuali e appropriazione di terre, che portò nel 1970 all’istituzione del FUNAI, guidato da Cláudio e Leonardo Villas Boas. Al pari del loro predecessore Rondon, i fratelli Villas Boas erano carismatici, buoni comunicatori mediatici e molto solidali con gli indios. Ma stavolta l’idea di fondo era diversa. Nel 1970 il Brasile stava avviando la costruzione della Via Transamazzonica, una vasta rete di strade aventi lo scopo di integrare l’Amazzonia nell’economia nazionale. I suoi percorsi, progettati tracciando linee su una mappa, attraversavano grandi aree di terra incognita, patria di numerose tribù, in gran parte incontattate, di alcune delle quali non si conosceva neppure l’esistenza (e molto meno le loro caratteristiche etniche e linguistiche).

Se gli indios che vivevano sul tracciato della Transamazzonica non fossero stati contattati (“pacificati” era il termine usato allora) e trasferiti altrove, le conseguenze sarebbero state disastrose. I conflitti con le squadre dei topografi e dei costruttori erano inevitabili. Come lo erano le malattie occidentali: morbillo, influenza, dissenteria, malaria. I popoli isolati non hanno difese contro tali malattie e il primo contatto con gli europei porta spesso a perdite demografiche che superano l’80 per cento. Dopo un crollo demografico, molte tribù cessavano semplicemente di esistere come entità organizzate.

Per arginare queste terribili prospettive, i fratelli Villas Boas organizzarono un programma d’urto, condotto da ben addestrati sertanisti – capisquadra – allo scopo di stabilire i primi contatti per poi pacificare e ricollocare interi villaggi e tribù. La pacificazione si realizzava attraverso l’offerta di beni occidentali, tra cui machete, asce, pentole metalliche, ami, fiammiferi, zanzariere e capi di vestiario. Il richiamo seduttivo di questi oggetti era pressoché irresistibile, poiché ognuno di quegli attrezzi portava un sensibile miglioramento della qualità della vita nelle foreste. L’acquisizione di alcuni o tutti quegli articoli è un’esperienza trasformativa che rende il contatto essenzialmente irreversibile. Una volta che qualcuno conosce quelle cose, sia lui che la sua comunità cambiano in modo irrevocabile. I missionari che cercano di stabilire contatti per salvare le anime lo sanno bene e sfruttano questa caratteristica per attrarre le persone nella trappola della dipendenza. La dipendenza degrada all’istante popolazioni fiere, fiduciose e indipendenti fino a uno stato di mendicanti pietoso da vedere.

I sertanisti portarono avanti la politica di pacificazione del FUNAI con vigore e dedizione, ma con un successo pesantemente condizionato. I gruppi neo-contattati contrassero invariabilmente le malattie occidentali e subirono pesanti perdite. Intere etnicità furono trasferite in un’enorme riserva sul fiume Xingu, dove furono mescolate ad altri gruppi etnici, ivi compresi, a volte, anche antichi nemici. La ricollocazione accompagnata dalla forte mortalità decimò le famiglie, lasciando i superstiti confusi, disorientati e scoraggiati. Alla fine anche gli stessi sertanisti si persero d’animo. L’insoddisfazione per la politica di pacificazione da parte di chi era responsabile di averla portata avanti, e il completamento del progetto della Transamazzonica, contribuirono a gettare le fondamenta di una terza linea politica. L’esperienza aveva ampiamente dimostrato che gli indios non possono essere contattati e trasferiti senza essere uccisi o demoralizzati.

La soluzione migliore, sostenne Possuelo, era lasciarli in pace dov’erano. Scoprire dove vivevano, creare per loro riserve in absentia e tenerne fuori il resto del mondo. A colpi di carisma, reputazione e forza di carattere, Possuelo discusse, blandì e alla fine convinse il governo a creare un nuovo tipo di riserve, le cosiddette “zone proibite”, dove le tribù incontattate potessero vivere secondo le loro tradizioni senza rischiare di imbattersi in armi da fuoco o germi. La politica di Rondon era quella di estendere i confini, mentre quella di Possuelo aveva l’effetto opposto, quello di congelare le frontiere.

Se la strategia dell’acculturazione forzata e quella della pacificazione si rivelarono entrambe fallimentari, il giudizio è ancora sospeso circa la politica di Possuelo dell’isolamento in zone demarcate. Wallace racconta solo parte della storia, ma non si assume l’arduo compito di suggerire cosa si dovrebbe fare per prevenire futuri disastri. Mentre le esigenze di sviluppo crescono di anno in anno e l’illegalità alle frontiere è in aumento, le zone proibite si possono considerare tutt’al più un espediente temporaneo. Col tempo, di certo saranno violate dai cercatori di risorse, con tutte le conseguenze negative che la loro istituzione avrebbe dovuto evitare.

Faccio solo un esempio di cosa ci si può aspettare. Il disboscamento illegale è diffuso in tutta l’Amazzonia ed è pressoché incontrollabile. Avviene all’interno dei parchi naturali e di altre aree teoricamente protette, così come in territori privati, indigeni o statali. I benintenzionati sforzi internazionali per impedire l’estinzione del mogano latifoglie ha portato nei primi anni2000 auna brusca impennata del prezzo del legname. Ne è seguito un assalto, una vera e propria corsa all’oro, alle zone del mogano nel parco nazionale da poco istituito dell’Alto Purus in Perù, una vasta e selvaggia zona boscosa occupata da svariati gruppi indigeni incontattati. L’intrusione in larga scala di uomini, motoseghe e pesanti attrezzature ha terrorizzato gli abitanti del parco, inducendo alcuni gruppi a fuggire al di là del confine brasiliano e altri a cercare rifugio altrove in Perù.

È stata stimata in cinquemila unità la presenza di taglialegna illegali nel parco, un numero che sovrasta di gran lunga la manciata di guardie incaricate di proteggere il territorio. Servizi giornalistici sul saccheggio del mogano nel parco sono apparsi in Perù nei più importanti media nazionali – giornali, riviste, televisioni. Le identità dei grossisti responsabili di gran parte delle esportazioni di legname erano ben note al pubblico, tuttavia, per quanto ne so, non è mai stato eseguito alcun arresto. Sarebbero auspicabili livelli molto più decisi di applicazione della legge perché le riserve dedicate a indigeni non elettori possano rimanere inviolate a lungo.

A un livello più filosofico: noi vogliamo mantenere le persone in un “museo culturale”, in una piega del tempo, per così dire? Lasciando da parte le questioni pratiche su come realizzarla, è questa la cosa moralmente giusta da fare? È una questione di valori, e alcuni dei miei colleghi antropologi a quelle domande risponderebbero di sì. Ma la moralità della domanda si deve valutare alla luce delle nostre origini culturali. In tempi remoti, gli antenati di ognuno di noi vivevano in una civiltà pre-moderna. Quelle origini culturali sono adesso del tutto cancellate dalla nostra memoria collettiva. Qualcuno di noi rimpiange la perdita di tale memoria? Qualcuno preferirebbe tornare alle nostre condizioni ancestrali piuttosto che vivere nel mondo moderno? Pochi, per non dire nessuno, risponderebbero di sì. Vivere in isolamento significa condurre una vita dura e breve, in assenza della moderna medicina e in completa ignoranza di storia, geografia, scienza, e arte.

Per il mio modo di pensare, certamente pregiudiziale, il mondo moderno offre un’esistenza di gran lunga più ricca – intellettualmente, culturalmente, fisicamente. Non soltanto viviamo in media il doppio, ma siamo in grado di viaggiare, di sperimentare i risultati di una storia culturale lunga tremila anni e di assaporare le migliori creazioni di una cucina globale assai differenziata. Persone recentemente contattate, che ho incontrato sia in Nuova Guinea sia in Amazzonia, mi hanno riferito la loro gratitudine per il contatto. Per la prima volta erano in grado di muoversi liberamente, senza il peso dell’angoscia che deriva dal vivere in uno stato di ostilità con i vicini o con il mondo esterno. In realtà non c’è proprio paragone, e molti amazzonici che conosco, specialmente delle ultime generazioni, non vedono l’ora di immergersi nella società occidentale.

Il problema è: come fare il salto? L’abisso culturale è ampio e profondo e non c’è un modo facile per colmarlo. Tre generazioni di politiche del FUNAI non sono riuscite a dare una risposta alla domanda su come assistere adeguatamente le popolazioni isolate a negoziare il loro salto nella vita moderna. Un nativo dell’Amazzonia non sa come comportarsi nella società contemporanea. Parla una lingua non scritta e possiede abilità buone per la giungla che sono di scarso valore nell’economia monetaria. Se si aggiunge a questi svantaggi la tendenza quasi universale delle società di frontiera a sfruttare e discriminare i membri di gruppi etnici meno acculturati, le barriere diventano pressoché insormontabili. L’ostracismo sociale, lo scoramento e l’alcolismo costituiscono lo sterile sottobosco che esiste tra gli stati culturali.

È proprio questa trappola che Rondon non riuscì a percepire quando promosse una politica di assimilazione. A mio parere, tuttavia, l’assimilazione offre l’unica opzione morale e permanente. Se il divario culturale può essere colmato, è solo attraverso l’istruzione. In realtà i servizi educativi forniti ai nativi non acculturati sono generalmente d’infima qualità. È qui che potrebbe prendere l’avvio una politica di quarta generazione in grado di guadagnare terreno beneficiando delle intuizioni acquisite attraverso le esperienze di migliaia di abitanti dell’Amazzonia che hanno pagato con la vita per gli errori del passato.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

1. Lingua parlata da alcune tribù in Perù, Bolivia e nel Brasile dell’est. N.d.R.

2. Gruppo d’isole indiane che si trovano a sud del Golfo del Bengala. N.d.R.

3. Nel primo decennio del ’900 molte compagnie britanniche utilizzarono membri di tribù indigene amazzoniche come manodopera per la raccolta della gomma. In soli dodici anni più di 30.000 persone furono uccise, schiavizzate e torturate. N.d.R. [Fonte:http://www.survival.it/notizie/7556]

4. Canoa ricavata da un tronco svuotato. N.d.T.

5. È situato nella sezione nordoccidentale del paese. Confina a ovest con l’Acre, a nord con l’Amazonas, a est con il Mato Grosso e a sud conla Bolivia. Lacapitale è Porto Velho. N.d.R [Fonte Wikipedia].

JOHN TERBORGH, lavora nell’Amazzonia Peruviana dal 1973. È ricercatore presso la Nicholas Scholl of the Enviroment and Earth Sciences at Duke. È direttore del Center of Tropical Conservation. Il suo utlimo libro, scritto con James A. Estes, è Trophic Cascades: Predators, Pray and the Changing Dynamics of Nature, (Island Press, 2012).  

 

 

 

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