Joyce Carol Oates

Ellroy: un «pervertito vagamente riformato»

da ''The New York Review of Books''

James Ellroy, Caccia alle donne, Milano, Bompiani, 2010, € 17,50

 

 

Dio mi interpella attraverso le donne. Il mio compito è sempre stato quello di portare le donne a Dio. [James Ellroy]

James Ellroy è, come ci dice lui stesso, «sciatto, grosso e goffo». È un «ragazzino sporcaccione con un’impronta religiosa»; ha il suo primo «annebbiamento alcolico» all’età di nove anni. «Esamina» e «soppesa» le ragazze e subito dopo le «perseguita» e le «tallona». È un bambino disadattato e solitario il cui scopo nella vita è «leggere, covare, spiare, pedinare, rintanarsi e fantasticare», nella stretta di una «voracità noir-infantile». Dopo che i suoi genitori «separarono i letti» nel 1955, lui e il suo papà, «artista del raggiro» e «parassita hollywoodiano» con un «randello da quaranta centimetri», vanno a vivere insieme; non in una casa decente a Santa Monica, ma in una «stamberga». Il padre lo rende il «co-denigratore» di sua madre: «Il suo mantra era È una troia e un’ubriacona».

Anche prima che sua madre, Jean Hilliker Ellroy – «la pelle bianca e i capelli rossi, divisi in mezzo» – sia violentata e strangolata nel 1958 e il suo assassino mai identificato, egli aveva una fissazione per la femmina intesa come “l’Altra” ed era schiacciato dalla maledizione: «odiavo [mia madre] perché la volevo in modi indicibili». Ama bighellonare, è un voyeur, un «devoto pischello protestante» il cui sguardo è attratto da «qualsiasi donna nei paraggi». Nell’adolescenza i suoi ormoni «intonano osanna» e diventa un ladro compulsivo – un artista del furto con scasso – che non lascia tracce e non si fa mai beccare. Come un tempo si era seduto nel guardaroba della sua bellissima madre dai capelli rossi e aveva annusato la sua lingerie e le sue divise da infermiera, così a casa delle compagne di scuola di sua conoscenza si distende «sui Loro letti, [passa] il naso sui Loro cuscini, [ruba] completi di lingerie». Dopo il liceo viene «esonerato per motivi psichiatrici da tre mesi di naia».

Diviene dipendente dalla benzedrina: «tamponi di cotone imbevuti di una soluzione a base di anfetamina», «una fonte sempre disponibile di sesso segaiolo». Giunge «molto vicino alla psicosi» – «mi contorcevo, sbandavo e tradivo il mio stato mentale» – fino a quando all’età di ventinove anni, nell’agosto del 1977, inizia a frequentare gli incontri degli Alcolisti Anonimi e smette «con l’alcol, l’erba e i medicinali stimolanti» oltre che «con il taccheggio e le intrusioni nelle case». Diviene un «pervertito vagamente riformato, in balia delle onde», convinto di aver scoperto la missione che Dio ha per lui: «scrivere libri e cercare l’Altra».

Ma si tratta di una pausa breve. La fantasia sessuale è «indefinitamente ripetitiva e facilmente trasferita». Alle prese con il suo inseguimento dell’Altra – «lei, lei, lei o Lei?» – il narratore ipersessuato e sovreccitato di Caccia alle donne torna immediatamente al suo sé stesso pervertito di sempre: si apposta nelle librerie presso il campus della UCLA1, ritorna nelle tane di Los Angeles dove continua a spiare, pedinare, e in generale a seguire le donne con l’appassionata intensità di un visionario, o un serial killer in azione. Un’ossessione per Beethoven – «Beethoven era l’unico artista nella storia a rivaleggiare con l’ancora ignoto e inedito Ellroy» – lo conduce a piantonare il Dorothy Chandler Pavilion2, nel quale, dopo i concerti, «donne con violini e violoncelli sgattaiolavano via dalle uscite posteriori… Uscivano anche donne sole trasportando pesanti strumenti. Offrii il mio aiuto a diverse di loro. Tutte mi dissero No». L’identificazione con Beethoven non è puramente ascetica, ma qualcosa di più basilare: Beethoven

era uno che covava, si scaccolava e si grattava i coglioni. Anelava donne in silente solitudine. Il volume della sua anima raggiungeva i miei stessi decibel spaccatimpani. Tu e io, ragazzo:

Lei, Ella, l’Amata Immortale/l’Altra. Congiungimento, comunione, consacrazione e il completamento del tutto. L’umanità progredisce e si placano tutte le anime quando due anime si uniscono. La sacra compenetrazione di sesso e arte per toccare Dio.

Beethoven avrebbe compreso la «mia profonda solitudine e il mio profondo dolore… Ascoltavo spesso l’adagio della Sonata Hammerklavier prima di partire per le spiate. Beethoven approvava la pratica più di quanto la condannasse». Anni dopo, avvicinandosi ai sessanta, alle prese con ancora un altro amore di «dimensione cosmica», Ellroy sostiene senza ironia: «Sono Beethoven con gli ultimi quartetti d’archi e l’udito risanato». Ed è Beethoven a fornire l’epigrafe per lo scritto autobiografico di Ellroy senza censure né controlli: «Voglio afferrare il destino per la gola».

partire dal saggio di F. Scott Fitzgerald The Crack-up (1936), con il suo candore franco, ardito, implacabile e rivoluzionario – «a dieci anni dai quarantanove mi accorsi all’improvviso di essermi spezzato prematuramente» – gli scrittori americani hanno perlustrato in lungo e in largo le loro personalità devastate. Il lungo regno dei poeti confessionali americani – Robert Lowell, W.D. Snodgrass, Anne Sexton, John Berryman, Sylvia Plath – attesta l’ambizione di vasta portata e la versatilità del sottogenere. In Caccia alle donne Ellroy non nomina mai Norman Mailer, le cui quasi profetiche esternazioni lawrenciane ne Il prigioniero del sesso (1971) e in altri scritti ricordano molto da vicino i suoi «folli giri di parole» e la prosa «ellroyzzata» al servizio dell’automitologizzazione: «Fede e volontà si scontrano e mi alimentano… Ascetismo e libidine si scontrano e mi alimentano»: «Così le donne mi ameranno. Così ottengo ciò che voglio. Non c’è altra verità».

Come Mailer, Ellroy immagina sé stesso all’eroica mercé del mito, «creato da lui stesso e perfettamente definito», della schiavitù sessuale e della trascendenza – la convinzione «di avere sempre posseduto un destino imperscrutabile». Sia per Mailer che per Ellroy, il «destino» di maschio è inconcepibile senza una componente femminile, o un completamento: l’Altra. (La parola arcaica “musa” sembra essere caduta in disuso. Ma per capire questo pensiero è fondamentale ricordare il famoso assunto di Robert Graves: «Una donna è una musa oppure non è niente».) Con idee radicali tutte sue in politica, Mailer era sorprendentemente conservatore, addirittura primitivo nella sua concezione delle donne e del sesso, mentre Ellroy, autodichiaratosi «razzista-provocatore» e ammiratore di Ronald Reagan, è inaspettatamente liberale, perfino femminista su tali argomenti: «Io adesso sono un matriarcalista».

Ellroy non parla di sé stesso in terza persona, come faceva Mailer in alcuni dei suoi esuberanti saggi autobiografici, ma condivide la propensione di Mailer per la magniloquenza e il misticismo, l’entusiastica identificazione con un sé trascendente: «I miei nervi continuavano a crepitare al ritmo frenetico della Storia»; «io ero un uomo di fede devota». (Fede in cosa, esattamente? Ellroy non va mai oltre lo scherzo relativamente al suo background vagamente accennato di «protestante pio», che non sembra mai incidere sulla sua vita sempre guidata dalle fantasie sessuali.) In sorprendente contrasto con lo stile chiassoso dei suoi tipici discorsi è una voce solenne e oracolare, la cui fondamentale follia è occultata da un linguaggio quasi visionario:

C’è un mondo che non vediamo. Esiste separatamente da e simultaneamente a quello reale. Si entra in questo mondo innalzando la preghiera e il canto magico. Si vive questo solo nella mente. Il mondo reale si dissipa con la disciplina mentale. Il mondo reale si rifiuta con la forza della volontà. Il mondo interiore ti darà ciò che desideri e ciò di cui hai bisogno per sopravvivere.

E ancora:

Possiedo poteri profetici. La loro composizione: estrema monomaniacalità, perseveranza sovrumana e capacità di ignorare le intrusioni inflitte dal mondo reale. Credo nell’invisibilità. È un consapevole sottoprodotto del mio cristianesimo empirico, affinato dagli anni trascorsi da solo al buio.

In questo intenso mondo interiore fatto di donne «evocate nei sogni» con l’accompagnamento della musica di Beethoven, Ellroy non esita a riconoscere di essersi «masturbato a sangue».

Caccia alle donne è in un certo senso il seguito di I miei luoghi oscuri (1996), il racconto di Ellroy della sua appassionata anche se alla fine vana indagine sulla morte di Jean Hilliker, intrapresa con l’assistenza di un investigatore in pensione della squadra omicidi di Los Angeles di nome Bill Stoner, e anche del suo interesse per il famoso caso della Dalia Nera del 1947: qualcuno aveva ucciso, fatto a pezzi e gettato in strada una giovane e bella modella hollywoodiana aspirante attrice di nome Elizabeth Short.

Addentrandosi nel caso poliziesco, più di trentacinque anni dopo la morte di sua madre, Ellroy viene a conoscenza di una serie di dettagli sulla sua vita, molti dei quali umilianti e sordidi, tra i quali il fatto che il corpo parzialmente svestito fu trovato sul ciglio della strada a El Monte, California, nei pressi del campo giochi di una scuola con le sue calze di nylon e un laccio di cotone legati intorno al collo – «il classico scaricamento di un cadavere a tarda notte». Dopo un’indagine confusa della polizia il caso fu abbandonato, irrisolto, proprio come alla fine fu abbandonato irrisolto il caso di Elizabeth Short, che fu ripreso in Dalia nera del 1987, il primo romanzo della sua acclamata “Tetralogia di Los Angeles”.

I miei luoghi oscuri è un racconto immaginato ed eseguito in maniera vivida, assai più avvincente di Caccia alle donne, dal momento che il suo argomento non è lo sfrenato «sinfonico romanticismo» dell’autore ma il caso di omicidio del 1958 di una donna che Ellroy conosceva appena, e il suo linguaggio è meno caoticamente istrionico e oracolare. Laddove il tono di Caccia alle donne è ossessivo, quello de I miei luoghi oscuri è pacatamente elegiaco:

Ti sei fatta fregare da uno scadente sabato notte.

Inerme, hai fatto una fine stupida e brutale.

La via di scampo che cercavi ti offrì solo un breve rinvio…

La tua morte caratterizza la mia vita. Voglio trovare l’amore di cui fummo privi ed esercitarlo in tuo nome.

Voglio divulgare i tuoi segreti. Voglio azzerare la distanza tra me e te.

E al termine di quella che è stata una missione approfondita, faticosa e fallita, I miei luoghi oscuri è una dichiarazione d’amore:

Adesso sono con te. Sei scappata e ti sei nascosta e io ti ho trovata. Con me i tuoi segreti non erano al sicuro. Ti sei guadagnata la mia devozione. L’hai pagata con la divulgazione di te stessa. Ho saccheggiato la tua tomba. Ti ho svelata. Ti ho mostrata in atteggiamenti vergognosi. Ho appreso cose su di te. Ogni cosa che ho appreso ha fatto sì che ti amassi di più… Sei andata, e io voglio di più.

È dubbio se Caccia alle donne sia almeno parzialmente comprensibile per chi non abbia letto I miei luoghi oscuri. Certamente non si può intuire il significato della scomparsa Jean Hilliker per Ellroy dalle sue sbrigative allusioni a lei nel nuovo racconto; né si possono indovinare le potenti emozioni evocate in praticamente tutte le pagine, e particolarmente in quei passaggi relativi a Ellroy bambino, alle prese con le fantasie della Dalia Nera: «la mia simbiotica controfigura per Geneva Hilliker Ellroy». Laddove Caccia alle donne è un monologo da cabarettista di un «ragazzino sporcaccione con un’impronta religiosa» – a volte non dissimile dalla performance di un “carnival geek” (fenomeno da baraccone), il cui unico, terribile gioco consiste nello staccare la testa con un morso a un pollo vivo per eccitare una folla di zoticoni – I miei luoghi oscuri è una profonda e spietata esplorazione delle origini dell’ossessione, fino al punto in cui l’ossessione sfuma nella psicosi:

I miei incubi avevano una pura forza grezza. Vividi dettagli erompevano dal mio inconscio… Ho visto [Elizabeth Short, il cui corpo gettato via era stato sezionato chirurgicamente all’altezza della vita]… a braccia e gambe divaricate su una barella

Quelle scene mi facevano avere paura di dormire. I miei incubi si manifestavano in modo costante o a intervalli imprevedibili. Li accompagnavano lampi di luce.

Ero seduto a scuola. Ero annoiato e soggetto a strani viaggi mentali. Vedevo interiora servite in una scodella e strumenti di tortura pronti per l’uso.

Non evocavo le immagini volontariamente. Sembravano scaturire da qualche luogo oltre la mia volontà.

Tuttavia in Caccia alle donne Ellroy critica I miei luoghi oscuri come «fraudolento e funzionale alla tensione drammatica». Lo sforzo di «vestire i panni del detective e incorniciare mia madre nelle pagine di un libro» a posteriori è arrivato a sembrare disonesto:

Tutti i nostri sforzi non ci portavano da nessuna parte. Vivevamo la metafisica del vicolo cieco/delitto irrisolto. Io covavo al buio insieme a Rachmaninoff e Prokof’ev. La musica descriveva la discesa del romanticismo agli inferi di orrore del ventesimo secolo. Faceva da complemento al mio stato psichico. Sapevo che non avremmo mai trovato il killer. Prendevo copiosi appunti sul rapporto mentale tra me e mia madre man mano che affiorava. Ritenevo che il memoir avrebbe trovato la sua forza nella descrizione di quel viaggio interiore. Mi sbagliavo al riguardo. Già al momento di firmare il contratto editoriale sapevo che la riconciliazione sarebbe stato il solo finale adeguato. Scoprii ben poco della morte di Jean Hilliker. Appurai parecchio della sua vita e strutturai le mie rivelazioni in un modo impudicamente interessato.

(Come se lo spirito più profondo del noir americano non fosse impudicamente interessato!)

Ma Caccia alle donne dà per scontata la conoscenza da parte del lettore del violento e sordido caso di omicidio che è il materiale primario de I miei luoghi oscuri, e la base delle ossessioni di Ellroy; il focus del nuovo libro sulle conseguenze emozionali dell’omicidio – sempre nuove anche se ripetitive – giunge a sembrare, a circa metà del romanzo, formulare e prevedibile; come se Ellroy avesse inventato una narrativa ridondante con significati freudiani-edipici per spiegare la sua fissazione ossessiva per le donne, nel modo in cui, per esempio, William March “spiega” ne I semi del male il comportamento psicopatico della sua ragazzina criminale: il male viene ereditato geneticamente. Laddove ne I miei luoghi oscuri questo materiale era dolorosamente abbozzato, fresco e grezzo, ora in Caccia alle donne è diventato troppo scontato, come una sorta di rappresentazione della “mamma morta”. Nella spavalderia di Ellroy è presente anche una misura di autodenigrazione, come in questa scena in una libreria:

Il leggio era rialzato, la sala gremita, dissezionai il pubblico con lo sguardo…

Lessi da I miei luoghi oscuri

28 maggio 2004… La seimillesima replica dello show su mia madre morta.

Ero una cannonata. Leggevo direttamente da una memoria cristallina e guardavo gli astanti fisso negli occhi. Avevo un pulpito e una discendenza protestante profonda eoni. Ero il predicatore vorace avido di prede…

Seguirono le domande del pubblico. Duecento sociologi – non mi era mai successo nel tour mammamorta. Un tizio mi chiese come riuscissi a mettere in scena il dolore.

(La splendida esibizione gli frutta una donna disponibile; la successiva infatuazione di Ellroy, che fu straordinariamente passionale, benché di scarsa durata.)

Sia I miei luoghi oscuri che Caccia alle donne coprono periodi di tempo della vita di James Ellroy in cui egli fu enormemente produttivo e ispirato – scrivendo la “Tetralogia di Los Angeles” (Dalia nera, Il grande nulla, L.A. Confidential, e White Jazz) e la “Trilogia americana” (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio), sotto ogni aspetto tra i più ambiziosi e riconosciuti thriller della storia della letteratura americana – nonostante le sue storie diano l’impressione di una personalità alternatamente riflessiva e frenetica e continuamente sul punto di implodere o evaporare. Fino a Ellroy, nessuno aveva esplorato in modo serio e dettagliato il genere mistery-poliziesco come un sistema per reinventare la storia, in questo caso i legami tra la criminalità organizzata e la corruzione politica nella Los Angeles degli anni Cinquanta (la “Quadrilogia di Los Angeles”) e più in generale negli Stati Uniti tra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Settanta (la “Trilogia americana”)3.

Certamente, nessuno aveva sperimentato con la struttura essenziale e il linguaggio del noir tradizionale un ibrido tra il romanzo e un cinico realismo urbano che ha acquisito la solidità convenzionale di un sonetto, come fece Raymond Chandler e che fu imitato all’infinito di là in avanti. Il caratteristico stile “telegrafico” della prosa di Ellroy, per la prima volta elaborato ne Il grande nulla come sistema pratico per ridurre di un quarto il manoscritto troppo lungo, è algidamente spiacevole ma perfettamente adatto alla sua materia non sentimentale. In Caccia alle donne Ellroy parla del lunghissimo sequel di American Tabloid, Sei pezzi da mille, descrivendo come egli avesse progettato un piano «galattico» per questa visione profondamente pessimista degli anni Sessanta:

La mia andatura erculea. La mia concentrazione draculea… Leggevo sintesi di ricerche e prendevo appunti. Lo scheletro del libro arrivava a 345 pagine. Prevedevo un manoscritto di 100 pagine e un cartonato di 700.

America: quattro anni, cinque mesi e diciassette giorni di follia. Duecento personaggi. Relativamente poche donne e una parabola romantica ridotta. Uno stile stringato che avrebbe costretto i lettori a iniettarsi il libro al mio stesso ritmo indiavolato.

Volevo creare un’opera d’arte tanto colossale quanto algidamente perfetta. Volevo che la mia proverbiale passione sfrigolasse nei margini e si raffreddasse tra le righe. Volevo che i lettori capissero che ero superiore a tutti gli altri scrittori e padrone assoluto della mia claustrofobicamente compartimentata vita in caduta libera.

Una vittima della doppia ossessione di Ellroy di questo periodo – la scrittura di questa prosa romanzesca originale ed esigente, insieme alla comunione compulsiva con le incarnazioni della sua fantasia, tra le quali il mezzo-soprano svedese Anne Sofie von Otter e la poetessa morta Anne Sexton – fu il secondo matrimonio di Ellroy. Sua moglie percepì le infedeltà della sua fantasia e, leggendo il manoscritto del libro, lo dichiarò «troppo lungo, troppo intricato, e difficile da leggere. Disse che era convulso e sfilacciato e che approssimava la mia condizione spirituale».

Non è certo uno che svende i suoi talenti, Ellroy, il quale ha dichiarato in un’intervista al ‘New York Times’ di essere «il più grande romanziere poliziesco mai vissuto. Io sono per il romanzo poliziesco ciò che Tolstoj è per il romanzo russo e ciò che Beethoven è per la musica»; anche se con maggiore precisione avrebbe potuto paragonare il suo lavoro alle dimensioni e alla portata della Commedia umana di Balzac, all’intensità ossessiva dei romanzi polizieschi di Simenon, alle stravaganze stilistiche e alla misantropia persistente di Louis-Ferdinand Céline. Ellroy non somiglia né a Tolstoj né a Henry James, ma piuttosto a un’approssimazione americana del Dostoevskij di opere come Memorie dal sottosuolo, o Delitto e castigo con il suo ritmo incalzante; il tentacolare, a tratti delirante, e opprimente I demoni con la sua folla di personaggi ha delle affinità con Ellroy: per alcuni lettori, puro genio; per altri, illeggibile. I suoi più immediati precursori negli Stati Uniti includono Raymond Chandler, Dashiell Hammett, e Ross MacDonald – ciascuno dei quali sarebbe rimasto allibito di fronte alle varianti postmoderniste apportate da Ellroy al genere tradizionale del mistery-poliziesco – come anche Hunter S. Thompson, Jack Kerouac, e William Burroughs. Aggiungete Mike Hammer, il detective di Mickey Spillane: «una calamita per passerotte e un artista del seccacomunisti».

Quando il suo autore non si avventura in altezze oracolari e visionarie, Caccia alle donne è spesso molto divertente. Ellroy è un maestro di ciò che potrebbe essere definito noir alla luce del sole: il suo linguaggio stravagante e movimentato demistifica l’atmosfera di terrore e di incombenza del destino solitamente associata al genere. Al posto di “vidi” troviamo “radiografai” o “dissezionai”; c’è il finto balbettio «führer furioso e fantasticatore furtivo», «punta sul pianissimo e posponi la fregola», «ero arrapato di resurrezione e costumato dalla castità», «in astinenza d’amore e con la merda fino al collo», «ero trito, teso, strafritto, esaurito». Ellroy è magnificamente sfrontato, tanto irriverente quanto lo sarebbe stato Mark Twain, dopo un mega tour promozionale da incubo in cinque paesi europei e trentadue città americane, senza interruzione:

Primavera a Roma: e chi cazzo se ne frega? La casa editrice mi aveva prenotato una cazzuta suite d’albergo… Tirai le tende e le ancorai con pesanti poltrone. Ebbi un’epifania e cominciai a leggere la Bibbia riposta nel cassetto del comodino.

Ero arrivato a metà del Vecchio Testamento. Cellule cancerogene cominciarono a tormentarmi…

Amsterdam in primavera? Una vera merda. Fumi d’hashish che esalavano dagli ingressi dei coffee shop e mosconi che sganciavano stronzoni sui canali.

A metà del mega tour, mentre Sei pezzi da mille scala le classifiche dei best-seller, Ellroy va in paranoia fantasticando sulla «migrazione di cellule cancerogene», si getta «al rallentatore… su un letto di broccato di seta», lascia tutto, e ritorna a casa da una Helen affranta, che è «tutta amore», ma che è destinata ad amareggiarsi presto per la perdita di quello status che Ellroy definisce l’Altra, e per il ridimensionamento del suo ruolo a «badante di sbalestrato… consumata e furibonda».

Questa moglie, la seconda di Ellroy, la donna con cui rimane per il periodo più lungo – quattordici anni eroici! – chiama suo marito “animale da zoo” e “cagnaccio”, e sé stessa “la custode dello zoo”. La donna viene identificata come Helen Knode, una scrittrice; oltre a meritare il premio di “paziente Griselda” per essere stata la più martirizzata tra le mogli di uno scrittore, lei stessa è capace di esprimersi in modo eloquente, come in questa scenata improvvisa e significativa fatta a Ellroy nell’autunno del 2003:

Giravi in macchina per Carmel con i pantaloni sporchi di merda. I miei amici ti sentivano farti le seghe al piano di sopra. Eri disgustoso con i miei. Spiavi le donne quando portavi a spasso Dudley [il loro cane]. Sei andato strafatto a una riunione con un network televisivo. Ti eri sbrodolato la camicia di gelato. Un dirigente ti ha chiesto di illustrare il tuo pilot. Hai detto che parlava di sbirri che sfondano il culo a froci e negri. Sei uscito di strada sulla 101 e sei tornato a casa sanguinante… Sei diventato un altro sotto i miei occhi inermi mentre io arrivavo a odiarmi e a chiedermi se ero pazza perché ti restavo accanto.

Ellroy e Helen divorziano il 20 aprile. Ellroy e una nuova Altra, chiamata Joan – «la donna più meravigliosa che avessi mai visto» – pianificano di sposarsi il 13 maggio. Tuttavia, nel giro di poche pagine, Joan se ne va. «Se l’è svignata», prima delle nozze.

Presto arriva Karen.

Sei davvero convinto di avermi evocata?

Sì, davvero.

Mi hai vista in un sogno e mi hai inserita in un libro.

Esatto… Ti vidi molto vividamente.

E non ti sei stupito nemmeno un po’ quando mi hai conosciuta venti e rotti anni più tardi?

No. La profezia è il sottoprodotto della mia estrema monomaniacalità e della solitudine che coltivo.

Anche se Ellroy è profondamente innamorato di questa nuova incarnazione dell’Altra – ovvero Karen, sposata e madre di due bambine – egli non riesce a convincerla a «lasciare quel finocchio di suo marito» e a sposare lui.

Lei disse: «Tu non hai idea di cosa sia una famiglia. Hai solo il tuo pubblico e le tue prede».

È da dire a merito di Ellroy che egli inserisce tali osservazioni in sordina – come lampi di luce in un panorama desolato che per lui sembrano passare inosservati ma che hanno perfettamente senso per il lettore.

Presto Karen se ne va, sostituita da un’altra «donna nuova», Erika – una scrittrice di Los Angeles, sposata e con due figlie – che viene descritta come un’opportunista a causa delle sue conoscenze in città. A ogni modo, Erika somiglia «sbalorditivamente a Jean Hilliker» e subito viene innalzata al ruolo dell’Altra. «Possedeva un animo eroico. Era beethoveniana nel suo schizoide aggrapparsi alla vita in tutto il suo orrore e in tutta la sua bellezza». Nel momento in cui scrive Caccia alle donne, Ellroy e Erika sono ancora insieme: «Sì, baby. Hai assolutamente ragione. Questa è la cosa più bella che si sia mai vista». L’amante rimarca «la nostra dimensione cosmica» ma «non arriva a darne merito a Dio». Nelle pagine conclusive del racconto, che hanno l’aria di essere state scritte in fretta, Ellroy dichiara:

Mi rifiuto di credere che questa donna sia nulla di meno del dono più grande che ho ricevuto da Dio… Lei è il calco alchemico di Jean Hilliker e tanto altro. Lei mi ordina di uscire dal buio e andare incontro alla luce.

Tenuto vivo dal suo ritmo frenetico per le prime 150 pagine, Caccia alle donne perde gradualmente lo slancio quando la voce dell’autore comincia a ripetersi, e le donne evocate, per quanto eccitino l’infatuato Ellroy a un apprezzamento esaltato, si confondono le une nelle altre. Caccia alle donne in definitiva riguarda meno i singoli individui che la potenza agghiacciante dell’ossessione, a mano a mano che le più estatiche relazioni amorose giungono a sembrare, a uno spettatore neutrale, nient’altro che varianti di una folie à deux. Poiché, come ha detto il narratore, la fantasia sessuale è «indefinitamente ripetitiva e facilmente trasferita».

(Traduzione di Luca Alvino)

1. University of California, Los Angeles. N.d.T.

2. Sala concerti di Los Angeles. N.d.T.

3. Ellroy è l’ispirazione per il personaggio creato dal suo collega scrittore poliziesco Michael Connelly, il detective Hieronymus Bosch della squadra omicidi di Los Angeles; un uomo lunatico e talvolta incline alla violenza la cui madre, quando era bambino, fu brutalmente violentata e uccisa, e il suo uccisore mai identificato. La serie di Connely «Harry Bosh» – sedici romanzi che iniziano con La memoria del topo (1992); il più recente è The Reversal (2010) – si colloca tra i migliori polizieschi nella fiction contemporanea e, come i più tentacolari e più intricati romanzi di Ellroy, aspira a una rinomanza culturale ben oltre il livello generalmente associato al genere.

 

 

Joyce Carol Oates è una scrittrice americana, autrice di sceneggiature, poesie, saggi e di oltre settanta romanzi. Fra questi ultimi sono stati pubblicati in Italia: Una famiglia americana (Marco Tropea, 2003), Occhi di tempesta (Mondadori, 2005) e Una brava ragazza (Bompiani, 2010). È inoltre docente di Lettere alla “Roger S. Berlin” di Princeton. Il titolo della sua ultima opera è A Widow’s Story: A Memoir (HaperCollins, 2011).

 

 

I LIBRI DI JAMES ELLROY CITATI NELL’ARTICOLO

I miei luoghi oscuri, Bompiani 2000. Dalia Nera, Mondadori 2006,  Il grande nulla, Mondadori 1990.  L.A. Confidential, Mondadori 1991. White Jazz, Mondadori 1995.  American Tabloid, Mondadori 1997.  ei pezzi da mille, Mondadori 2002.  Il sangue è randagio, Mondadori 2010

 

 

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