David Bromwich

Obama. Le parole e i fatti

da ''The New York Review of Books''

L’articolo è stato scritto a luglio del 2011. Nonostante alcuni degli eventi di cui si parla nell’articolo si siano evoluti in maniera determinante, ci è parso che l’analisi fatta nell’articolo lo rendesse comunque attuale.

 

 

Per costringere Obama a rispettare la legge sono state presentate in Congresso due mozioni. La prima, a firma del presidente della Camera John Boehner, chiedeva al presidente di dare ragione degli interventi degli Stati Uniti in Libia. Il 3 giugno, la mozione Boehner è stata approvata con una maggioranza di 268 voti contro 145. Una mozione alternativa, redatta da Dennis Kucinich, il più noto anti-interventista tra i democratici, richiedeva il ritiro degli Usa dalla Libia nel giro di quindici giorni. La mozione Kucinich non è passata per 148 voti contro 265. Il dibattito e le due votazioni sono stati i primi segnali importanti di resistenza da parte del Congresso nei confronti dell’ampliamento del potere esecutivo inaugurato da George W. Bush in Afghanistan e in Iraq e continuato da Obama in Afghanistan e in Libia. Le ragioni che il presidente aveva addotto in una lettera al Congresso per aver fatto a meno dell’approvazione per le azioni in Libia rivelava una curiosa miscela di arroganza e inosservanza del War Powers Act. Quello degli Stati Uniti in Libia, ha detto Obama, è un ruolo militare subordinato e, dal momento che è la Nato a dirigere le operazioni, la guerra di Libia poteva difficilmente definirsi tale. Il Congresso era libero di discutere la questione, se voleva, e lui ne avrebbe gradito l’approvazione, ma a suo avviso egli aveva agito nell’ambito dei suoi legittimi poteri. Pochi membri del Congresso hanno espresso a tutt’oggi un’obiezione pienamente articolata sulle guerre degli Stati Uniti in Asia e Nordafrica. Ma altre componenti in gioco possono mettere in crisi la decisione del presidente nel mostrare la sua solidarietà alla primavera araba mediante un’azione militare in Libia. Obama ha la sfortunata propensione a essere preciso quando sarebbe opportuno evitare particolari e di diventare vago nei momenti in cui date, nomi, numeri, o il “fissare dei paletti” sarebbero necessari per chiarire la strategia politica. Sulla Libia è stato preciso. Ha detto che l’impegno americano sarebbe durato «giorni, non settimane». L’obiettivo circoscritto di far rispettare la no-fly zone per proteggere i civili, sostenuto da Susan Rice e Hillary Clinton come il limite degli obiettivi americani, si è dimostrato una leva per intraprendere una guerra aerea contro Gheddafi, una guerra, a tutti gli effetti. La cosa più certa che si può dire circa la fine di questo impegno è che gli Usa – insieme a Francia, Gran Bretagna, e forse anche all’Italia, che hanno concertato l’intervento – dovranno a un certo punto istituire uno stato satellite e insediare un governo amico e una costituzione democratica. Nulla in questa guerra ci offre una visione chiara degli obiettivi a medio termine di Obama e dei suoi alleati, Nicolas Sarkozy e David Cameron. Il 19 marzo, data dell’annuncio del suo consenso all’«azione militare limitata» in Libia, Obama si trovava a Brasilia. Del resto, egli è rimasto lontano da Washington per gran parte dei suoi due anni e mezzo da presidente. Questo fatto sarà anche eccessivamente sottolineato dai suoi detrattori, soprattutto alla Fox News, ma la sua importanza è troppo sottovalutata dai suoi alleati. Obama ha scommesso sul fatto che presentarsi come uno statista al di sopra delle baruffe di un luogo sgradevole chiamato Washington alla fine risulti vincente. In questo senso egli segue un sentiero già battuto da quasi tutti i suoi predecessori. Carter, Reagan, Clinton e George W. Bush si attribuirono tutti la posizione di outsider. Solo Bush senior disdegnò di adottare questa strategia. Né si può dire che prendere la simile posizione di outsider assicuri automaticamente un vantaggio. Ha funzionato bene per Reagan almeno fino allo scandalo Iran-Contra nel 1986. Clinton è stato aiutato e ostacolato in ugual misura dalla sua pretesa estraneità. Per Carter e Bush il giovane, sembra che tale strategia abbia rafforzato l’impressione di incompetenza o disimpegno. La gente arrivò a pensare che c’erano cose che quegli uomini avrebbero potuto imparare stando a Washington. La strategia anti-Washington, e i lunghi viaggi che comporta, non hanno giovato neppure a Obama. Egli conserva il desiderio di essere visto come un uomo al di sopra delle parti, atteggiamento a cui non è aliena anche una più generale avversione per la politica. Ma cos’è Barack Obama, se non un politico? Con i suoi toni di voce e la predilezione per certi luoghi ed eventi ha suggerito diverse identità possibili: organizzatore, pastore, preside, consigliere su doveri e valori. Più nettamente, nel corso degli ultimi mesi egli sembra aver improvvisato il ruolo (a partire da materiali lasciati in eredità da Reagan) di una sorta di padrone di casa nazionale o di “moderatore” delle preoccupazioni degli americani. Dalla metà del 2009 e per quasi tutto il 2010, Obama ha intrapreso missioni solitarie per plasmare l’opinione pubblica in occasione di assemblee comunali o di comparsate nei talk show, ma adesso i format preferiti sembrano essere i tanto sbandierati discorsi ecumenici alla nazione astutamente programmati e pianificati. Il discorso televisivo di Obama del 12 gennaio in occasione della cerimonia commemorativa dopo la sparatoria di Tucson è stata la sua prima grande impresa in questa direzione. Il suo discorso del 19 maggio al Dipartimento di Stato la seconda, con un soggetto ancora più ambizioso: l’intera sfera della politica statunitense nel Medio Oriente. Per Barack Obama il ruolo di presidente del mondo sembra a volte più gratificante di quello di presidente degli Stati Uniti. A questo si associa un’altra predilezione. Obama ha sempre preferito l’autorità simbolica delle grandi dichiarazioni all’autorità effettiva di una linea politica. Il pericolo dei discorsi d’occasione – il discorso del premio Nobel del dicembre 2009 ne è un altro esempio – è che elevano Obama al rango del più famoso oratore del mondo, anche se non è mai chiaro quali conseguenze derivino a lui dal fatto che il mondo sia in ascolto. Queste caratteristiche portano un presidente, al momento più famoso che popolare, ad acquisire una popolarità galattica. I discorsi mostrano anche come punto di forza un tratto personale che può essere scambiato, invece, per autoindulgenza. In Obama si alternano lunghi stati d’animo di estrema distrazione a un impegno spasmodico. È una miscela a cui ci si abitua con difficoltà. Il suo distacco dai negoziati del Congresso per l’assistenza sanitaria e sul controllo delle emissioni è stato disapprovato dai democratici, mentre i leader dell’autorità palestinese erano in difficoltà a spiegare il suo disimpegno dal perseguire attivamente un accordo dopo il suo discorso del Cairo del giugno 2009. La decisione di appoggiare i ribelli libici è stata un esempio di impegno improvviso, contro il parere prudente di un segretario alla difesa che Obama ammira e di cui si fida. Il discorso del 19 maggio al Dipartimento di Stato ha riunito in un’unica circostanza la vaghezza di Obama nella definizione di una strategia politica e il suo desiderio di raccogliere le sfide. Un ampio panorama degli eventi della primavera araba in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Bahrein lo ha visto impegnato soprattutto a sovvenzionare i nuovi governi di Tunisia ed Egitto. Le sue mosse, ha dichiarato, sarebbero servite a garantire la stabilità finanziaria, a promuovere le riforme, e a integrare le emergenti democrazie arabe nell’economia internazionale. Nel Bahrain, base della Quinta Flotta Americana, ha raccomandato il «dialogo» tra il governo e i manifestanti pacifici da esso aggrediti: «Non si può avere un vero dialogo quando parti dell’opposizione pacifica sono in carcere». Davanti a un pubblico internazionale, Obama tende a parlare come se lui fosse gli Stati Uniti che si rivolgono al mondo e considera gli Stati Uniti come il paese più adulto del mondo. È questa l’immagine che ha trasmesso nei suoi discorsi da Oslo a Nuova Delhi ed è anche il quadro che ha mostrato ancora una volta nel suo discorso sul Medio Oriente al Dipa
rtimento di Stato. Come a febbraio Obama aveva impiegato una grammatica degli imperativi la cui autorità appariva confusa (la «transizione» in Egitto «deve cominciare adesso»), e come a marzo sembrava essersi intrappolato in una grammatica simile (Gheddafi «deve andarsene»), così il 19 maggio il presidente ha sottolineato l’imperativo di superare il dispotismo in Siria: «Il presidente Assad adesso ha una scelta. Può guidare quella transizione, o uscire di scena». Questi precetti provengono da uno speciale convincimento dell’unicità dell’esempio americano. Obama sembra a volte voler dire che la protesta non violenta e la riforma pacifica sono gli unici mezzi che egli può sostenere mentre la democrazia costituzionale è l’unico sistema politico che egli approva. Ad alcune nazioni occorrerà molto tempo per arrivarci, ma questo è un altro problema: vogliamo solo mostrar loro che sono sulla strada giusta. Eppure il 19 maggio ha illustrato la sua posizione partendo da tre esempi americani: la ribellione contro l’Impero Britannico, la guerra civile per l’abolizione della schiavitù e il movimento per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta. Due su tre di questi movimenti per allargare la democrazia americana hanno avuto carattere violento. Ancora una volta, in Libia, è sostenuta con le armi una ribellione violenta. È utile sottolineare questo punto solo perché la contraddizione sarà risultata immediatamente ovvia ai suoi interlocutori arabi. Obama, come tutti i leader americani, è affascinato da un’immagine dell’America come storica pietra di paragone mondiale di condotta generosa verso le altre nazioni. Questa posizione era emersa nel suo discorso per il conferimento del premio Nobel, con una sfumatura nazionalista stranamente fuori luogo per l’occasione: «Il servizio e il sacrificio dei nostri uomini e donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità dalla Germania alla Corea e ha permesso alla democrazia di attecchire in luoghi come i Balcani. Abbiamo portato questo fardello non con l’intento di imporre la nostra volontà. Lo abbiamo fatto per un illuminato interesse personale, perché cerchiamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti e crediamo che la loro vita sarà più bella se i bambini e i nipoti di altri popoli vivranno in libertà e prosperità». La frase sull’aver «portato questo fardello» può essere stata ispirata da John Kennedy, ma la fiducia di Obama, che parla di un patriottismo esente da egoismi, risale ad ancora più lontano, fino al liberalismo di William Gladstone1. «L’alto mandato di ristabilire la concordia in Europa, e mantenere l’Europa in concordia, è una missione che il vostro Paese in particolare è chiamato a portare avanti» dichiarò Gladstone davanti a un pubblico britannico nel 1880. «Questa felice condizione, finché saremo ritenuti privi di interessi in Europa, ci assicura il ruolo più nobile che ogni Potenza sia stata mai chiamata a svolgere.» Sembra una tentazione singolare per un leader alla guida di un impero ritenere, come faceva Gladstone, e come fa Obama, che una politica di interesse nazionale coincida con una politica di nobiltà internazionale e di autosacrificio. Obama nel suo discorso per il premio Nobel – in gran parte una difesa della condotta americana dopo il 1945 e, in piccola parte, un appello per la legittimazione di guerre umanitarie come quella in cui ha impegnato gli Stati Uniti in Libia – ha affermato sottolineando i doveri di una grande potenza: «L’immobilismo dilania la nostra coscienza e può condurre in seguito a interventi più onerosi». I linguaggi del dovere e dell’utile sono stranamente mescolati in questa frase. Come possiamo essere sicuri che un atto che il presidente vorrebbe che il mondo vedesse come benevolo sarà realmente visto come tale? È certo più facile avere questa sensazione, se ci si riconosce come il potere preminente e si crede di agire sull’impulso delle necessità del mondo. In questo senso, comunque, Obama sembra nutrire pochi dubbi come i suoi predecessori. Ha suggerito al suo pubblico a Oslo, e di nuovo a Washington il 19 maggio, che il mondo vuole la democrazia commerciale. La metafora attuale per tale condizione è “social network”. Solo una piccola parte del discorso di Obama del 19 maggio è stata dedicata a Israele e alla creazione di uno stato palestinese. Eppure il linguaggio concreto di quelle frasi, che contenevano nomi e date, se non dati, ha suscitato immediate e roventi reazioni. La frase più controversa è stata senza dubbio questa: «Il sogno di uno stato ebraico e democratico non può essere soddisfatto con l’occupazione permanente». È la semplice affermazione di una palese verità. Obama, tra le altre cose, ha detto che uno stato palestinese dovrebbe basarsi sui confini del 1967 di Israele, modificati in base a «scambi concordati [di territorio]». Questa è stata la visione comune e il lessico delle discussioni americano-israelo-palestinesi per più di due decenni, ma negli ultimi anni, la data “1967” è stata impiegata meno che in passato e questo è stato il dettaglio che Benjamin Netanyahu ha prontamente colto. Subito dopo il discorso ha infatti dichiarato a Gerusalemme che i confini del 1967 di Israele erano «indifendibili». Ha ripetuto la stessa obiezione dopo il suo incontro con Obama alla Casa Bianca. Le differenze tra i due leader sono emerse ancora una volta nei loro discorsi al convegno annuale dell’Aipac (American Israeli Political Activity Committee, il comitato americano-israeliano per le attività politiche). Senza fare marcia indietro, Obama ha spiegato il significato del suo riferimento al 1967: i confini, naturalmente, non sarebbero rimasti gli stessi, ma gli scambi territoriali avrebbero compensato le differenze. Questo candore, nelle occasioni in cui Obama lo mostra, è una qualità che colpisce, apprezzata perfino dal pubblico dell’Aipac. Inoltre, il 19 maggio ha concesso la maggior parte di ciò che Netanyahu avrebbe potuto chiedere. Ha fatto riferimento a Gaza una volta sola. Non ha sollevato critiche ai nuovi insediamenti israeliani, come aveva fatto al Cairo due anni prima, e ha ignorato la spoliazione dei palestinesi in Cisgiordania. Dal suo silenzio su questi punti, è stato chiaro che dopo il fallimento della più recente “diplomazia pendolare” e le dimissioni di George Mitchell il 13 maggio, Obama ha deciso di non avviare ulteriori negoziati tra Israele e i palestinesi. Contava sul fatto che sotto l’evidente pressione di una primavera araba che si raccoglieva su entrambi i lati delle frontiere di Israele, la maggior parte degli israeliani avrebbe visto le sue parole come una benevola profezia. Netanyahu ha restituito il colpo come se Obama avesse preparato un attacco deliberato minacciando un’ostilità duratura. Eppure il discorso di Netanyahu all’Aipac era stato morbido rispetto a quello tenuto davanti al Congresso il 24 maggio. In quella sede egli ha conseguito una vittoria con pochi precedenti. Ha iniziato con sfacciata familiarità, con pacche sulle spalle a Joe Biden, ha parlato con fanciullesco umorismo dei suoi primi anni da diplomatico nella Beltway, ha ripristinato, con passione e semplicità, gli stretti legami tra l’America e Israele che Obama aveva cercato di vedere con imparziale lealtà; in breve, ha colto ogni occasione per indebolire il presidente Obama sul suo terreno. Il discorso in sé era intessuto di luoghi comuni, aneddoti e mezze verità, ma era proposto con drammatica verve e urgenza come se ne andasse della sua vita. Il Congresso ha tributato a Netanyahu ventinove standing ovation. Come è riuscito Netanyahu a ottenere questo risultato? Presentandosi come qualcuno molto diverso da un politico americano, uno meno fortunato e più coraggioso, un leader al centro di una battaglia vera combattuta nel cortile di casa e non a diecimila chilometri di distanza. Ha parlato con entusiasmo della sua parte in un precedente episodio di quella guerra infinita: «Per poco non mi hanno ucciso in uno scontro a fuoco dentro il Canale di Suez – e lo dico letteralm
ente: proprio dentro al canale. Stavo andando a fondo, con un carico di una quarantina di chili, un pacco di munizioni sulla schiena, e qualcuno ha allungato il braccio per afferrarmi. Stanno ancora cercando la persona che ha fatto una cosa così stupida». Netanyahu non ha parlato del sostegno agli insediamenti israeliani, che spiega «certe questioni sul terreno» di cui aveva fatto menzione alla Casa Bianca. Ha invocato i nomi biblici di Giudea e Samaria, come se fossero normali per il moderno Israele come lo è St. Louis per lo stato del Missouri. E il Congresso lo ha amato, o sentiva di doverlo fare, dal momento stesso in cui ha esclamato, in un incipit adulatorio: «Congratulazioni America. Congratulazioni, signor presidente. Ha preso Bin Laden. Che liberazione!». L’esibizione ha unito il massimo della demagogia con il massimo della piaggeria, mescolando aggressività, paternalismo e un autocompiaciuto e collettivo egocentrismo, in proporzioni che Netanyahu ha ritenuto consolatorie per gli americani. Israele, era il senso del discorso, ha tutto in comune con l’America. «Siamo la patria della libertà e della saggezza tra gli antichi, proprio come voi americani lo siete tra i moderni». Il discorso di Netanyahu al Congresso è stato anche parte di una strategia più ampia della sua coalizione di destra. È stato invitato a parlare al Congresso da Eric Cantor, il leader della maggioranza alla Camera, e il partito repubblicano sta ora lavorando per allontanare i sovvenzionatori ebrei dai democratici e per convertire i repubblicani in generale alla causa del Likud e alla politica neo-conservatrice che supporta il grande Israele. Nel discorso offerto agli americani, il fatto di portare via ai palestinesi parti della Cisgiordania è stato presentato come altrettanto legittimo che sottrarre terre agli indiani d’America. Mike Huckabee ha espresso la sua comprensione per questo punto di vista. Sarah Palin ha appeso una stella di David alla collana durante il suo recente liberty tour in Israele. Glenn Beck ha programmato un evento di massa, “Ritrovare Coraggio”, il 24 agosto presso gli scavi delle mura meridionali della città di Gerusalemme. Gli americani della destra sciovinista ed evangelica sono invitati a pensare a Israele come a una seconda patria. Se lo si considera una risposta a questa difficile situazione, il discorso di Obama al Dipartimento di Stato, con le sue affermazioni ad ampio raggio e la sua franchezza per quanto riguarda la Palestina, è stato completamente surclassato dal discorso di Netanyahu al Congresso. È una triste realtà della politica che il primato vada a chi possiede un’implacabile urgenza. La convinzione di Netanyahu nel suo obiettivo non moderato è più forte di quella di Obama nel suo obiettivo moderato. Walter Bagehot in La Costituzione inglese (Il Mulino, 1995) riconobbe nei governi due componenti, la parte ufficiale e la parte reale. La parte ufficiale si occupa di questioni di etichetta, della disposizione dello svolgimento delle cerimonie ufficiali per feste o lutti, dell’emissione di comunicati congiunti con leader stranieri e impartisce ordini da una maestosa altezza. La parte reale è quella che governa, che promulga le leggi, che stipula patti tra le parti in causa, che assegna gli incarichi ai funzionari superiori, medi e inferiori, e che discute a fondo le proposte nell’iter per diventare leggi.

Barack Obama fin dall’inizio della sua presidenza ha mostrato una propensione quasi esclusiva per la parte ufficiale del governo. Durante la fuoriuscita di petrolio della Bp, egli ha mostrato giorno dopo giorno la sua distanza dal sudore e dalla fatica per risolvere i problemi. È stato un «momento istruttivo» come nessun altro: una catastrofe pubblica che ha coinvolto l’ambiente e le risorse energetiche degli americani proprio vicino a casa. Il momento è sfuggito al presidente, così come gli è sfuggito il disastro nucleare in Giappone. Non si è mai rimboccato le maniche come avrebbe potuto, letteralmente e metaforicamente, scendendo nella melma delle spiagge devastate della Louisiana. Pochi presidenti sono sembrati più lontani di Obama dall’essere “nel cuore delle cose”. La stessa impressione si è avuta quando ha lasciato Washington a Netanyahu trionfante e ha preso un aereo per andare in Irlanda a parlare di speranza e di pace. Il modo in cui Obama ha gestito l’uccisione di Bin Laden è l’unico atto della presidenza in cui la sua leadership è sembrata esente da critiche. «La vendetta» ha scritto Francis Bacon «è una sorta di giustizia selvaggia», e quel sentimento ha ben rappresentato le reazioni della maggioranza degli americani alla notizia. Obama ha cavalcato il sentimento popolare quando ha detto: «Giustizia è fatta». Tuttavia vendetta e giustizia sono, per i cittadini di una democrazia costituzionale, due concetti diversi, e un leader più scrupoloso o meno confuso avrebbe fatto di tutto per tenerli separati. Una serie di dubbi, in ogni caso, ha pesato considerevolmente sull’evento. Come ha potuto la presenza di Bin Laden in una casa di una città militare rimanere sconosciuta così a lungo? Forse i servizi segreti pakistani erano a conoscenza del nascondiglio? Che cosa impedisce oggi ai comandanti americani sul campo di concludere che i loro alleati agiscono in complicità col nemico? Le conseguenze dell’uccisione di Bin Laden hanno lasciato gli Stati Uniti invischiati come non mai in una regione ostile, senza prospettive di miglioramento anche nel caso di modifiche alla strategia politica attuale. Il 26 maggio, su sollecitazione del presidente, il Senato e la Camera hanno votato il rinnovamento del Patriot Act. Obama ha firmato dalla Francia. Ha detto che avrebbe guardato al futuro, non al passato, uno slogan che vanifica gran parte del concetto di giustizia come responsabilità, ma in questo caso si tratta di un elemento del passato Bush-Cheney che Obama ha scelto di proiettare nel futuro con il minor dibattito possibile. Il vero problema di Obama è venuto, però, dai suoi tentativi di gestire il presente. Egli ha reazioni più lente della maggior parte delle persone, molto più lente rispetto alla maggior parte dei politici. Ha buttato via sei mesi di dibattito sull’assistenza sanitaria senza sfruttare il vantaggio iniziale, mentre spuntavano oppositori da ogni parte, nascevano i Tea Party e i nemici interni al Congresso accorciavano le distanze nei suoi confronti. Ha lasciato esplodere la polemica sul suo certificato di nascita fino a proporzioni assurde oltre due anni e mezzo prima di dissipare tutti i dubbi in un solo colpo con una conferenza stampa convocata in tutta fretta e gestita con nervosismo. Al momento sta aspettando che l’Afghanistan si calmi e gli permetta di ritirare le truppe. Ma le cose possono divampare nell’attesa, o divampare altrove, e mandare all’aria ogni prudente preparazione. La posizione di un moderato che aspira a riplasmare il mondo presenta una contraddizione continua, perché il moderato si sente costretto a non dire nulla di sconvolgente, e a non fare nulla di troppo affrettato. Ma così come ci sono difficoltà a fare le cose secondo vecchie strategie, ce ne sono anche a far capire alla gente le vecchie strategie. Almeno se ci si concentra su come modificare la natura del gioco. Obama è preso in questa contraddizione, e vi si immerge sempre di più, come chi si trova nelle sabbie mobili e affonda sia che si dibatta sia che resti fermo. Questa è la lezione che viene dal suo passaggio dall’immobilismo in Egitto all’azione in Libia e dal suo appello alle riforme al Cairo nel giugno 2009 al prudente discorso dalle retrovie nel maggio 2011. Netanyahu ha fatto della «minaccia esistenziale» dell’Iran una parte fondamentale del suo appello al Congresso, com’era da aspettarsi. È questo probabilmente il terreno finale su cui Obama dovrà affrontare la differenza tra le intenzioni riformiste che nutre e i segnali convenzionali che ha inviato. Nel 2007 ci sono stati molti indizi che l’élite politica neo-conservatrice, e la vicepresidenza, avevano voluto che gli Stati Uniti sostenessero Israele o che prendessero accordi con Israele per un attacco contro l’Iran. Queste intenzioni sono state ostacolate dall’ammiraglio William Fallon, comandante del CentCom, da una lettera del senatore repubblicano Chuck Hagel al presidente Bush e da un paio di altre azioni di resistenza da parte di persone al potere. Soprattutto l’opportunità di attaccare l’Iran è stata frustrata dal National Intelligence Estimate (Nie) del 2007, che ha concluso che non esistevano prove di un programma nucleare iraniano in grado di produrre una bomba atomica. Ora è uscito il Nie del 2011 che dice più o meno la stessa cosa, ma è stato tenuto sotto silenzio da parte dell’amministrazione Obama, in un modo che ricorda come fu soppresso il rapporto del 2007, per quanto possibile, da Cheney e Bush. L’opinione di Seymour Hersh, espressa in un articolo uscito sul ‘New Yorker’ del 6 giugno, è che l’intelligence americana non abbia trovato «alcuna prova decisiva» che effettivamente esista un programma di armamenti atomici iraniani. Un articolo del 3 giugno del ‘New York Times’ a firma di Ethan Bronner corrobora il rapporto di Hersh con testimonianze da fonti israeliane. Meir Dagan, il capo del Mossad recentemente andato in pensione e altri importanti dirigenti dei servizi segreti israeliani stanno mettendo in guardia Israele, e indirettamente l’America, a non farsi coinvolgere nell’avventurismo di Netanyahu e dalla febbre della guerra che egli sbandiera in due paesi senza che vi sia una minaccia reale. Eppure i consiglieri per la sicurezza nazionale di Obama hanno screditato le scoperte di Hersh con grande veemenza come se fossero ancora alla ricerca di un pretesto per attaccare l’Iran. E la ristretta cerchia interna attorno a Obama ha negato il permesso a Thomas Pickering, un informato dissenziente sulla linea politica riguardo all’Iran, di far visita al presidente. Come ha sottolineato un editoriale del ‘Times’ del 13 giugno, l’ultimo rapporto dell’agenzia internazionale dell’energia atomica cita nuovi motivi per richiamare l’Iran a svelare la possibile «dimensione militare» del suo programma nucleare. È evidente che le risposte a tali domande costituiranno una parte indispensabile di ogni negoziato tra l’Iran e gli Stati Uniti. Nel frattempo, il tentativo di isolare il presidente da opinioni come quella di Pickering sembra rischioso, anche se è vero che i presidenti ritenuti vittime di isolamento, da Johnson a Reagan a Obama, lo sono diventati proprio per il fatto di essere vicini a persone che li proteggono da stimoli indesiderati. Allo stesso modo, si ricorda, in Afghanistan Obama ha rifiutato offerte di aiuto da parte di voci contrarie alla politica di escalation di Petraeus-McChrystal, anche quando sono venute da funzionari autorevoli come Karl Eikenberry e Richard Holbrooke. Con la nomina del nuovo presidente degli Stati Maggiori Riuniti, Obama ha accantonato la persona che si riteneva fosse la sua prima scelta, il generale James Cartwright, l’ex vicepresidente del Jcos: uno scettico sull’Afghanistan diventato consulente di fiducia del presidente. Obama ha nominato, invece, il generale Martin Dempsey, già capo della Tradoc (Comando addestramento e dottrina per le forze di terra americane). Il primo giugno il quotidiano israeliano ‘Haaretz’ ha pubblicato un articolo alla nomina di Dempsey con il titolo: «Il nuovo respons
abile della sicurezza di Obama potrebbe approvare un attacco contro l’Iran». L’estensore dell’articolo, il corrispondente militare Amir Oren, trova significativo che Dempsey abbia studiato da vicino le operazioni delle Forze di Difesa israeliane e che abbia lavorato presso Tradoc con un ufficiale di collegamento israeliano. Questa nomina potrebbe essere stata la prima di molti aspetti salienti dell’incontro, a fine maggio 2011, tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

1. William Ewart Gladstone (1809-1898) è stato un politico inglese, membro del Partito Liberale. Fu primo ministro per quattro volte e durante i suoi mandati operò alcune importanti riforme, come quella agraria e la separazione fra stato e chiesa in Irlanda, e tentò di concedere maggiori autonomie all’Irlanda. Dovette anche affrontare il difficile momento legato alla prima guerra boera (1880-1881), combattuta dai sudafricani per l’indipendenza dal regime coloniale. N.d.R.

 

 

David Bromwich è professore di Inglese a Yale. È autore, fra l’altro, di Hazlitt. The Mind of a Critic (Oxford, 1983), e ha curato una raccolta di pensieri di Edmund Burke: On Empire, Liberty, and Reform (Yale University Press, 2000).

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico