David Thomson

Mio padre Cary Grant

da ''The New York Review of Books''

Jennifer Grant, Good Stuff: A Reminiscence of My Father, Cary Grant, New York, Knopf, pp.179, $ 24.95

 

 

Intrigo internazionale è un film che crediamo di ricordare. A cinquant’anni dalla sua uscita, le scene salienti sono ancora oggi impresse nella memoria collettiva: l’incontro sul treno con una bionda bendisposta; l’attentato nella casa d’aste; l’aereo che sorvola la prateria, e l’avvincente inseguimento finale, tra i volti scolpiti sul monte Rushmore. E tutti esclamano: “Sì, con Cary Grant!”. Grant oggi è un emblema, e non solo della classe che sembrava impersonare, ma di un’epoca di spensierato intrattenimento.

Grant e Alfred Hitchcock, il suo regista, avevano compreso l’importanza di questa verve già nel 1959. Per questo decisero di inserire una piccola chicca nel loro film. Roger O. Thornhill, personaggio interpretato da Cary Grant nel film (che sulla sua scatola di fiammiferi ha inciso il monogramma R.O.T.) è in fuga. Viene chiuso in una camera d’ospedale, per proteggere la sua incolumità. Lui però deve scappare, e nottetempo esce dalla finestra e raggiunge la stanza accanto, che è al buio. Una “bruna piacente” si sveglia, si tira a sedere sul letto e accende la luce. Roger sta per andarsene, ma la donna urla, indignata: «Fermatevi!». E, dopo averlo squadrato da capo a fondo, torna a ripeterlo. «Fermatevi!» – ma con un tono completamente diverso (i brillanti dialoghi sono di Ernest Lehmann). La battuta è pronunciata con finta noncuranza, ma è chiaro a cosa si stia riferendo la donna. Anche noi vorremmo ammirare meglio quel suo splendore schivo.

Tuttavia non sarebbe giusto sminuire Intrigo internazionale, riducendolo a semplice intermezzo comico che Hitchcock volle concederci – e concedersi – dopo La donna che visse due volte e prima di Psyco. Oltre a essere un singolare thriller, Intrigo internazionale regala l’opportunità di ammirare Grant nei panni di un pubblicitario frivolo e fascinoso, con un passato costellato da ex mogli e pronto a lasciarsi distrarre dai sentimenti e dalle relazioni. È per lavoro che il personaggio interpretato da Eva Marie Saint lo seduce a bordo di quel treno (la donna è una spia), ma Roger, che all’inizio è una preda incurante e fiduciosa, finisce per innamorarsi di lei. E ciò obbliga quest’uomo disinvolto e affabile che tanto assomiglia a Cary Grant a crescere, e affrontare le conseguenze del sentimento. La trama era talmente assurda che il mondo (nel 1959) reagì affermando: “Ma è solo Cary Grant che interpreta se stesso!”. Quell’anno l’Oscar per il migliore interprete maschile andò a Charlton Heston, per Ben-Hur. Grant non fu nemmeno candidato.

In seguito però il mondo ha iniziato a capire. Nel 1975 affermai che Grant era «l’attore migliore e più importante della storia del cinema»; quello stesso anno Pauline Kael scrisse un ottimo saggio elogiativo per ‘The New Yorker’, intitolato The Man from Dream City. Nel 1975 il mio entusiasmo veniva talvolta sminuito perché era considerato “inglese”, giovanile e malriposto; un atteggiamento difficile da mandar giù, dal momento che non proponevo di ammettere Grant al pantheon che già includeva Charles Laughton di La tragedia del Bounty, Paul Muni e Emil Jannings (in qualsiasi ruolo), Laurence Olivier nei panni di Riccardo III o Marlon Brando in Fronte del porto – tutte interpretazioni che richiedevano una grande capacità di immedesimazione. L’approccio che io cercavo di proporre era diverso: ritenevo che la recitazione migliore fosse più naturale che naturalistica, e richiedesse una rappresentazione di se stessi leggermente goffa, ma anche ironica e schiva. Come quella che si poteva osservare in Gary Cooper, John Wayne, e, soprattutto, in Cary Grant. Certo, un Riccardo III interpretato da Grant sarebbe stato probabilmente più adatto per The Carol Burnett Show1 (e perché no?) – ma un suo Amleto avrebbe potuto essere sicuramente accattivante.

Grant si dedicava, da anni, a “essere se stesso”, e a lasciare che il pubblico, attraverso un attento esame e l’uso dell’immaginazione, lo facesse proprio – benché lui rimanesse in sostanza misterioso. Così, in Intrigo internazionale vestì i panni del protagonista prima ironico e poi serio. In Notorious, l’amante perduta è un uomo malvagio che impara a essere generoso. In Susanna! interpreta un intellettuale, che scopre l’importanza di divertirsi. In Incantesimo è invece un uomo di umili origini che non si fa abbagliare dalla ricchezza e dall’importanza dello status sociale. In Scandalo a Filadelfia insegna a una ricca ereditiera a comportarsi con naturalezza. In L’orribile verità e Il sospetto ci appare inaffidabile. A partire dalle aspettative del pubblico – “Oh, è sempre Cary Grant” – l’attore ci permette di scorgere qualcosa in più di se stesso, senza sacrificare il divertimento, la storia d’amore, l’avventura, e la consapevolezza di trovarsi di fronte a un film famoso. Cary Grant ebbe un ruolo importante nel rivelare il sapiente e pericoloso processo d’identificazione che entra in gioco nella maggior parte dei film. Il “divertimento” proposto era di tipo ambiguo e indefinito. Non c’è quindi da stupirsi se Grant fosse così teso.

Simili insegnamenti non funzionavano per tutti.

Jennifer Grant, figlia di Cary Grant e Dyan Cannon, è nata nel 1966, quando suo padre aveva sessantadue anni e si era ormai allontanato dal grande schermo. Amava molto suo padre, il che è comprensibile – così come lo è il fatto che ancora ne senta la mancanza, benché Grant sia morto nel novembre del 1986, quando lei aveva vent’anni. Questo libro di ricordi – il primo scritto da un familiare del grande attore – risulta però deludente, dal momento che non getta alcuna luce su molti degli aspetti che ancora oggi contribuiscono a rendere Grant così affascinante. Ciò che forse colpisce di più (ma dubito che l’autrice ne sia consapevole) è quanto impegnato Cary Grant fosse nell’interpretare il ruolo di padre infinitamente gentile, affabile, premuroso e attento fino al punto da trascurare altre problematiche di rilievo.

Grant era già stato sposato tre volte – con Virginia Cherrill (la ragazza cieca di Luci della città, di Chaplin), Barbara Hutton (l’ereditiera di Woolworth) e l’attrice Betsy Drake (il loro matrimonio, che durò dal 1949 al 1962, fu la più duratura delle sue unioni), che in seguito sarebbe diventata una psicoterapeuta, e a cui Grant riconobbe il merito di averlo aiutato a trovare un po’ di pace negli anni che trascorsero insieme). Grant visse poi per qualche anno con Dyan Cannon, un’altra attrice, di trentatré anni più giovane di lui, prima di sposarla. La coppia divorziò quando Jennifer aveva due anni. Poi, nel 1981, sposò Barbara Harris: una donna molto più giovane di lui, inglese, che lavorava nel campo delle pubbliche relazioni.

Il ritratto di Grant che emerge da questo libro è quello di un uomo perbene, garbato, che desiderava essere apprezzato e apprezzare gli altri e che interpretò il ruolo di padre – sopraggiunto nella seconda metà della sua vita – alla perfezione, come già aveva fatto in precedenza con molti altri. Il che non significa che fingesse o non fosse sincero: recitare era la sua libertà e la sua via di fuga, ma potrebbe anche aver suscitato in lui qualche perplessità. Come ammise in più di una circostanza, lui stesso avrebbe voluto vivere il ruolo di “Cary Grant”, a prescindere da quale fosse la malinconica distanza che lo separava da quel modello.

È difficile non giudicare con severità la monotona sfilza di giorni felici e “belle cose” (le Good Stuff che danno il titolo al libro. N.d.R.) messa insieme da Jennifer. Giorni felici a parte, ci sarà pure stato, forse, qualche problema. Come quello di essere troppo presa dalla leggenda di questo padre che conosceva tutti e poteva portarla a Palm Springs, Las Vegas e Monaco; che la faceva sedere in prima fila in modo che Frank Sinatra dal palco potesse rivolgersi direttamente a lei, e che amava accoccolarsi accanto a lei di fronte alla tv e che conservava ogni suo biglietto e disegno. “Avevo una cotta per mio padre”, ammette Jennifer. «Okay, una supercotta».

Jennifer Grant non ne parla, ma dopo il divorzio suo padre e Dyan Cannon ingaggiarono un’aspra battaglia per la custodia della figlia. Good Stuff non si sofferma però sul divorzio o l’acrimonia, né sui dolori e le difficoltà. Non racconta molto della madre (benché il libro le sia dedicato, e la madre abbia a sua volta un libro in uscita questo autunno), preferendo lasciarci credere come lei trascorresse più tempo con il padre, condividendo le normali attività di tutti i giorni, come cavalcare nel deserto, percorrere la costa dell’Alaska, assistere alle partite di baseball dei Los Angeles Dodgers dalla tribuna o rimanendo a casa dal momento che a lui non piaceva molto uscire, poiché provava un comprensibile terrore nell’essere continuamente al centro dell’attenzione.

Naturalmente, andarono a Monaco:

Papà amava Monaco. Come si può non amarla? Grazie alla sua intima amicizia con il principe Ranieri e la principessa Grace, alloggiammo a palazzo. Cenavamo negli appartamenti privati, insieme a Ranieri, Grace, e – in diverse combinazioni – con Caroline, Albert, e Stephanie: a seconda di chi di loro fosse libero quella sera. Mangiavamo branzino e sorseggiavamo cocktail sulla terrazza che si affacciava sul Mediterraneo; viaggiavamo a bordo di una Limousine, lasciandoci andare, per certi versi.

Per certi versi? Grace non aveva forse mai ammesso quanto fosse noiosa la vita nell’“impossibile-da-non-amare” Monaco?

Si consideri invece questa descrizione del papà insieme a Frank Sinatra:

Papà e Frank erano dotati dell’indefinibile incandescenza del fascino. Erano ebbri di vita, radiosi. I loro involucri erano curatissimi, strutturati e ben definiti. Si circondavano di sostenitori convinti. Il loro dare-e-avere richiedeva una fitta rete di circuiti, e tollerava minime dispersioni di energia. C’è chi trasmette con impeto una sensazione di travolgente energia: loro invece ne emanavano un flusso costante. Flirtavano quasi con chiunque, e tutti, e la vita stessa, facevano generosamente altrettanto con loro.

Ho riletto questo paragrafo più volte, e ancora non credo di aver capito cosa intenda dire. Esordisce con tono adorante, ma cosa sono i “circuiti” e la “travolgente energia”, e cos’è questo riferimento ai “sostenitori convinti”? Ho conversato in due occasioni con Cary Grant, e benché egli si sforzasse di risultare piacevole e di essere apprezzato, un’altra sua caratteristica era l’insicurezza – il timore di aver frainteso qualcosa, o di essere frainteso; che qualcosa risultasse poco chiaro o sgradito; che quel giorno le “riprese” non fossero andate bene e per il verso desiderato. Si ha l’impressione che talune di quelle grandi occasioni debbano essere state molto difficili per una ragazza che aveva bisogno di crescere, e talvolta di opporsi al padre.

A casa la loro affinità emotiva trovava l’ambiente più congeniale. Alcune parti del racconto sono molto toccanti, mentre qualche aspetto risulta più ambiguo di quanto l’autrice sembra rendersi conto. Pare che suo padre abbia realmente conservato ogni pezzo di carta che lei toccò. Fece anche delle registrazioni audio della loro vita insieme, e conservò i nastri – non solo vere e proprie conversazioni, feste o rassegne, ma anche il semplice silenzio del tempo che passa:

Quante volte sono rimasta seduta ad ascoltare un nastro di un’ora, praticamente vuoto? Voci di sottofondo. Scalpiccio di piedi. Una porta che sbatte in lontananza. Dei “ciao” pronunciati da amici di quegli anni. E poi, nel mezzo di tutto ciò, papà arriva e annuncia che va a sedersi in piscina per mangiare un panino… Avrà riascoltato quei nastri prima di metterli via? Era terribilmente organizzato, deve averlo fatto. Forse era un discepolo delle lunghe pause di Pinter? Giornate normali. Non accade nulla di speciale. Ce ne stiamo seduti, giochiamo, chiacchieriamo un po’… Tutto qui. Non tutti i giorni sono una festa. Cose normali della vita di tutti i giorni. Le cose normali hanno un valore.

Cose, cose, cose. “Cose d’amore”, “cose normali”, “cose buone” – o forse qualche volta ci fu inquietudine sufficientemente sottile da trasformare Cary Grant nel più intelligente, complesso, disinvolto attore che il cinema abbia mai conosciuto? Qual è il prezzo da pagare per proiettare di sé un’immagine perennemente rilassata? Non sono sicuro che Grant, l’attore, sarebbe riuscito a spiegare il suo modo di fare le cose, e posso capire che non abbia voluto analizzarlo con la propria figlia. E tuttavia sorprende che questa si ponga così poche domande sul suo conto.

Durante gli ultimi anni di vita di Grant, Jennifer Grant studiava storia a Stanford, e dopo la morte di lui lasciò gli studi per diventare a sua volta attrice. Per questo ci sorprendiamo del fatto che non abbia discusso con il padre del suo lavoro:

Si potrebbe supporre che io conosca una quantità di aneddoti sulla sua carriera cinematografica. Ma non è così. Per qualche motivo, non parlò mai della sua esperienza di attore. Non mi raccontò mai dei numerosi, grandi registi, autori e attori con cui collaborò. E io fui incredibilmente sciocca a non fargli domande. Papà ne era stato parte – anche se di certo non era quello il suo mondo.

Si dice che Grant si fosse completamente allontanato dalla recitazione per fare il padre. Ciò non è del tutto vero. In quegli ultimi anni Grant creò e portò sul palco un one-man show: A Conversation with Cary Grant, in cui mostrava clip, si intratteneva con il pubblico, raccontava aneddoti e improvvisava momenti tratti dai suoi film. Era uno spettacolo di ottimo livello, e Grant pensava di farne un film per la televisione e stava studiando i particolari e gli aspetti tecnici della trasposizione.

Jennifer Grant cita brevemente lo spettacolo, e non si capisce se vi abbia mai assistito. Di certo suo padre vi teneva molto: lo replicò trentasei volte, spesso con l’aiuto di Barbara Harris, e morì a Davenport, in Iowa, poco prima di andare in scena. Jennifer rivela anche quanto le sia difficile guardare i suoi film:

Che effetto mi fa vedere mio padre sullo schermo? Mi mette assolutamente a disagio. Ammetto di provare un grande orgoglio e di farmi delle belle risate. Eppure… per tutti quegli anni era lì… ha fatto tutte quelle cose incredibili, senza di me. Grace Kelly ha l’occasione di nuotare in mare con lui. Io sono un’ottima nuotatrice, avrei dovuto esserci io al suo posto. Katharine Hepburn gli fa perdere le staffe. Anch’io avrei saputo farlo. Tony Curtis è un impertinente manigoldo. Proprio la mia specialità! Se urlo abbastanza forte uscirà dallo schermo per venire da me? Il mio papà, il mio papà, mio mio mio!!!!

A scriverlo però è la stessa figlia che non fece mai domande sulla sua carriera di attore, e che se obbligata a commentare le voci che circolano sulla sessualità del padre non si limita ad assumere un tono reticente, ma diventa quasi aggressiva. All’inizio del libro, ci racconta che:

Disse che dopo la sua morte la gente avrebbe chiacchierato. Che avrebbero detto “cose” sul suo conto, senza che lui potesse essere lì a difendersi. Mi supplicò di raccontare ciò che sapevo essere la verità, perché lo avevo conosciuto davvero.

Jennifer Grant ammette di non aver letto alcuno dei diversi libri che sono stati scritti su suo padre (come ad esempio la biografia di Graham McCann Cary Grant: A Class Apart, pubblicato nel 1996, o quella scritta da Marc Eliot nel 2004). Afferma: «Preferisco conoscere la sua essenza, che infatti conosco». Una simile mancanza, tutta contemporanea, di curiosità storica a favore dell’“essenza” sarebbe un grave limite per qualsiasi biografia, tanto più se dedicata a un grande interprete.

La carriera di attrice di Jennifer Grant non è mai decollata, e questo libro è prodigo di informazioni sulle sue esigenze emotive e sull’ombra proiettata da un padre che forse era così amabile, divertente e affascinante da evitarle di dover parlare di sé. Per questo il ritratto della felicità – o il tentativo di proporlo – risulta singolarmente irritante.

Inoltre, negli ultimi venti anni della sua vita egli fu per lei l’“essenza” di se stesso o, più semplicemente il suo “papà”: il ruolo che Grant interpretò per lei, e che fu il più duraturo della sua vita? Ormai le affermazioni sulla bisessualità di Grant sono tanto diffuse quanto innocue, e si basano tanto sul suo personaggio cinematografico che su racconti di terzi. Stiamo parlando di uno degli attori più abili e carismatici di un “mezzo” – il cinema – che aveva inaugurato un modo nuovo di solleticare simultaneamente le fantasie di uomini e donne. Era impensabile essere una stella del cinema senza essere oggetto di amore ideale e dedizione tanto degli uni che delle altre. Sempre più spesso scopriamo che quel peso (o quella opportunità) spinse molti uomini e donne del cinema alla sperimentazione sessuale, alla bisessualità o all’omosessualità. L’influenza occulta dei film è stata una forza necessaria per contribuire a promuovere nel grande pubblico la consapevolezza dei diversi tipi di sessualità. Il nocciolo dell’“intelligenza” di Grant sullo schermo si basa molto spesso sul fatto che a differenza della maggior parte degli attori della sua epoca egli non si mostrasse mai troppo sicuro di sè. Sono la sua titubanza e la sua esitazione a risultare maggiormente accattivanti sullo schermo. Sono le pause, gli sguardi che rivolge agli altri personaggi, a noi, all’idea stessa del film che lo rendono moderno ed enigmatico. Perché non dovrebbe avere una sensibilità bisex?

Jennifer Grant dà l’impressione di toccare, fugacemente, l’argomento solo perché spinta a farlo dal suo editore:

È strano convivere con le opinioni sbagliate che la gente ha sul conto di mio padre. Cosa si può rispondere quando qualcuno ti domanda se tuo padre, notoriamente affascinante, disinvolto, sposato cinque volte e adorato, era gay? Hmmm… mi scappa un sorriso. Non posso biasimare gli uomini per averlo desiderato, e non mi sorprenderebbe se papà avesse a sua volta flirtato vagamente con loro. Se così è stato, lo avrà fatto con una risposta arguta anziché con una pacca sul culo. È segno di una sessualità sana, sicura. Non è sorprendente che di questi tempi qualcuno cerchi di mettere in discussione il carattere di papà facendo insinuazioni sull’omosessualità? Essere gay non ha importanza, ma nasconderlo ai propri familiari e amici… non va bene. In genere, quando l’argomento viene proposto, rivela soprattutto qualcosa sulla persona che fa la domanda. Certo, per certi aspetti a papà piaceva essere chiamato gay. Diceva che questo spingeva le donne a voler dimostrare che si trattava di un’affermazione errata. La migliore risposta la diede Betsy Drake: quando le fu chiesto se papà fosse gay, replicò: “Non lo so, eravamo sempre troppo presi a scopare perché potessi avere il tempo di chiederglielo”.

In realtà, ciò che Betsy Drake disse (in televisione, durante un tributo a Grant) fu: «Perché dovrei pensare che Cary fosse omosessuale, quando eravamo tanto presi a scopare? Magari era bisessuale. Aveva vissuto quarantatré anni prima di incontrare me: non posso sapere quel che aveva fatto prima». Un’affermazione che appare onesta e ragionevole, e che lascia spazio alla possibilità che chiamare qualcuno gay o bisessuale non equivalga a metterlo in discussione.

Il libro presenta poi una lacuna addirittura più grave, che aiuta forse a spiegare dell’altro. A proposito della gioventù di suo padre – gli anni in cui era ancora Archibald Leach (vero nome di Cary Grant), Jennifer Grant racconta:

Della vita che mio padre condusse prima della mia nascita, ecco quel poco che so: la mamma di papà si chiamava Elsie e suo padre era Elias Leach. I miei nonni. Lui era figlio unico e crebbe a Bristol, in Inghilterra. Suo padre non era molto presente. A scuola papà era una peste, e a sentire lui, gli piaceva scavalcare il muro per raggiungere gli spogliatoi delle ragazze. Grazie a questa tendenza, arrivato a quella che da noi sarebbe la prima media, fu cacciato da scuola. In seguito papà trovò il modo di mettere a buon uso le sue doti acrobatiche: si unì alla troupe Pender2, con cui attraversò l’America.

Decisamente troppo poco. Archibald Alexander Leach nacque a Bristol da Elsie e Elias nel gennaio del 1904. A quanto pare, i suoi genitori litigavano molto. Un giorno, quando aveva nove anni, Archie si accorse che sua madre non era a casa. Il padre gli disse che se n’era andata. Il ragazzo crebbe con il genitore e alla fine partì per l’America. Nel 1935, quando aveva trentun anni e si trovava a Hollywood, ricevette una lettera da un avvocato di Bristol che gli annunciava che suo padre era morto, e che c’era qualche faccenda legale di cui lui avrebbe dovuto occuparsi. Ad esempio, decidere cosa fare di Elsie. In realtà la scomparsa della donna era dovuta al fatto che il padre l’aveva fatta internare in un manicomio di Bristol, il Country Home for Mental Defectives, a Fishponds, perché depressa. Pagava una sterlina all’anno per tenercela ricoverata. Non si sa con certezza se la donna fosse realmente squilibrata, né quale fosse la sua esatta diagnosi. Archie però non sapeva se fosse viva o morta, né dove si potesse trovare. Erano ventidue anni che non la vedeva. A quanto pare, una cugina più grande le aveva fatto visita, e in seguito dichiarò che la donna sembrava stare bene ed essersi ripresa. E voleva uscire.

Venuto a conoscenza dei fatti, Grant si recò immediatamente a Bristol, e fece subito dimettere la madre – che chiaramente non era considerata “matta”. In seguito la fece venire in America, ma il trasferimento non funzionò mai davvero. In una serie di articoli apparsi nel 1963 sul Ladies’ Home Journal, pubblicati con la sua firma e di cui Jennifer non fa alcuna menzione, Grant racconta che Elsie era una donna testarda, e che si opponeva all’idea che negli Usa fosse il figlio a mantenerla. Se ne capisce il motivo. Così Grant la fece tornare in Inghilterra, a Bristol, e fece tutto il possibile per prendersi cura di lei. Spesso però la trovava fredda, e spiega che ciò lo rendeva nervoso. Nel libro ci sono delle foto che la ritraggono. C’è anche la trascrizione di una registrazione che risale al giorno del suo novantaduesimo compleanno. Jennifer la incontrò da bambina. Elsie morì solo nel 1973, all’età di novantaquattro anni. In uno degli articoli della rivista in cui riflette sull’intera vicenda, Cary Grant scrive: “Nella mia vita c’era un vuoto, una tristezza interiore che investiva qualsiasi cosa facessi, giorno dopo giorno, per cercare di superarla”.

Sua figlia ha mai letto quegli articoli? «Papà non parlava mai dei suoi genitori, o ne parlava raramente» dichiara Jennifer Grant. E aggiunge: «Quasi tutti gli archivi personali relativi alla sua infanzia andarono in fiamme durante la Prima guerra mondiale». È per questo che Cary Grant fece costruire nella sua casa di 9966 Beverly Grove Drive un caveau simile a quello di una banca, in cui conservava tutti i documenti e i nastri relativi a Jennifer compreso quello del silenzio così che in caso di incendio il passato, le testimonianze della sua vita potessero sopravvivere.

Non sappiamo quanto sa Jennifer Grant di questa storia. Suo padre forse non gliene parlò, anche se nessuno potrebbe biasimare Archie o Cary per quanto successo. Naturalmente questo non ha molto a che fare con il senso di colpa o l’angoscia che il figlio deve aver provato. Non ne parlò mai con Betsy Drake, Dyan Cannon, Barbara Harris – o con gli amici: Sinatra, l’imprenditore Kirk Kerkorian, proprietario di alberghi a Las Vegas, e Quincy Jones? O forse l’uomo che era amico di tutti era in realtà molto solo? Leggendo il libro e osservando le foto di un Cary Grant immancabilmente gioviale, viene da domandarsi se il libro non si limita forse a sfiorare la sua vera vita, come capita nelle favole, o nell’opera lirica. Per lo meno è una storia che ci aiuta a comprendere l’immacolata reticenza di Grant, la sua ansia misurata, l’eterna ambiguità che mostra sullo schermo. Good Stuff non è un libro confortevole, e non c’è bisogno di andare troppo in profondità tra le sue pagine piene d’enfasi per immaginare quali difficoltà deve aver incontrato l’autrice nel tentativo di raccontare la sua storia. “Cary Grant” era sempre “presente”. Non era solo amato dalla macchina da presa, ma personificava per noi, sullo schermo, la vita ideale. Tuttavia, per rimanere “presente” così a lungo occorre riuscire a mantenere il mistero. E per una bambina, il mistero può essere duro da affrontare.

(Traduzione di Marzia Porta)

1. Programma statunitense di sketch comici trasmesso dalla rete CBS dal 1967 fino al 1978. N.d.R.

2. Gruppo di artisti circensi con i quali Cary Grant mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo. N.d.R.

 

 

David Thomson è uno storico e critico del cinema, nato in Inghilterra ma residente negli Stati Uniti. È autore di oltre venti libri e del The New Biographical Dictionary of film, ora alla quinta edizione. Il suo ultimo libro pubblicato è Nicole Kidman (Sperling & Kupfer, 2006).

 

 

 

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