Davide Patregnani

Fiction – 23 ORE (2a parte)

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Mi mancava la luce che rimbalza sui sassi. Mi sono assentato per troppo tempo?

Tornando, avevo quasi paura di trovare il mio lettino occupato.

So bene che l’estate avanza, la gente aumenta e con essa il rumore.

Quella donna l’ho poi incontrata. È venuta il giorno dopo. Si chiama Elena e mi aspettava da un’ora. Il sole era per lei la garanzia del mio arrivo.

Parlava con Laura davanti al bancone. Andai diritto al lettino e dopo qualche minuto ho sentito dei passi dietro di me. Si è fermata e mi ha chiamato “Dottore”.

Prima che tutto avvenne erano in molti a chiamarmi “dottore”, lei la prima da quando ho cambiato mestiere.

Dopo le normali presentazioni, ha avvicinato un lettino al mio e si è seduta.

Laura aveva ragione. Elena è molto bella. Ha capelli castani lunghissimi e delle piccole efelidi sulle gote.

La ammiravo mentre spiegava il motivo della sua visita e lo faceva con grazioso imbarazzo. Aveva ripreso gli studi dopo anni di lavoro. Era allora andata all’Istituto e le avevano detto che parlare con me le sarebbe stato di aiuto ma che non lavoravo più lì.

Magari le avranno detto anche tante altre cose, ma poco importa.

Come aveva saputo dove trovarmi rimarrà un mistero. E poi, poteva telefonare. In ufficio hanno il numero, e la sera controllo le chiamate.

Non le ho chiesto nulla. Non faccio domande perché potrebbero non essermi gradite le risposte. Non voglio sapere fino a che punto si parla ancora di me, o meglio, di quello che è avvenuto.

Le ho spiegato che non mi occupavo più di certe cose, ma che avrei ripescato, nel caos della casa non mia, un po’di materiale.

– Anche se questo non è il posto più adatto per la consultazione…-

Mi ha invitato a casa sua, e mi sono subito pentito di aver pronunciato quella frase. Temevo di aver forzato un invito. Ma lei sorrideva e non era la circostanza a muoverle labbra.

Forse aveva veramente piacere ed ho accettato.

– Quando? –

– Questo lo sa Mario. Quando torneranno le nuvole. A parte gli scherzi, se per lei va bene facciamo dopodomani… –

 

Quel “dopodomani” è oggi.

Ieri non potevo.

Ieri dovevo prendere il treno. Mi sono svegliato presto, mi sono sbarbato con cura e ho raccolto i capelli con un fermaglio di legno. Mi sono messo l’abito di lino.

Il viaggio è breve, ma non così tanto da impedirmi di pensare. Il treno culla i pensieri e li mantiene costanti.

Appena sceso, faccio veloci i pochi passi che separano la stazione dal quel grande cancello.

Prima di entrare compro i fiori al baracchino accanto e così, con quel mazzetto piccolo e sempre diverso, leggo la scritta sull’architrave: “per la pace delle umane ossa risorgiture”.

Meglio che la pace l’abbiano trovata qui, piuttosto che nella città col fiume.

Qui quasi nessuno sa nulla e io posso entrare senza che nessuno indichi. O almeno cosi mi piace pensare.

Qui è la cappella di famiglia, semplice, con le porte di vetro.

Qui vengo perché tutto sembri più umano.

Ci sono degli scalini sui quali mi siedo e penso sempre alle stesse cose.

I pochi amici fidati, che sanno di questo mio rito, non si sono mai pronunciati. Solo Lorenzo, il più cinico, il più schietto, ha espresso dei dubbi sulla bontà di quest’abitudine. Ho capito che lui al mio posto odierebbe. Chi e cosa dovrei odiare? Lui? Non lo conosco neanche. Non so se lui sapeva della mia esistenza mentre guidava verso il lago con lei.

A me aveva detto che andava due o tre giorni da Pamela.

– Ha paura, è sola … e se arrivassero le doglie? Mi ha chiesto di andare … È tardi … corro a prendere l’autobus.

In frigo c’è del prosciutto e una piadina. Ti chiamo appena arrivo –

Non mi ricordo cosa ho risposto. Stava partendo e spero di aver detto qualcosa di carino. Probabilmente, inebetito dall’ufficio, avrò risposto con un cenno del capo e niente più.

All’ora di cena ho aperto il frigo.

La piadina c’era, il prosciutto no.

E poi è squillato il telefono, come nei film brutti della TV.

– No, guardi, lei si sbaglia, la mia compagna è andata … le ripeto, non c’è alcun bisogno che io venga lì … sì … Annamaria, si … ma guardi, forse lei non ha capito. Annamaria è andata … via. –

Spero che paghino bene chi fa quel mestiere, chi deve, per mestiere, darti comunicazione di un decesso, senza dirlo e senza che tu muoia.

Annamaria è salita sull’auto di quell’uomo. Probabilmente lui aspettava qui, dietro l’angolo.

Le avrà dato un bacio e avrà chiesto “tutto bene?”.

Forse no.

Come ha mentito a me potrebbe aver mentito anche a lui. Quasi lo spero.

Di sicuro so solo che hanno preso la strada per il lago e lui si è distratto.

Non mi ricordo neanche il nome di quell’uomo. Me lo hanno detto poi. Ho saputo che lui non cammina più.

Non lo odio quindi la cosa non mi tange.

Non l’ho mai cercato, anche se, ammetto, per mesi ho pensato di farlo.

A Pamela ho però telefonato, un mese dopo. Aveva appena avuto la sua bambina e non ho insistito. Cosa avrei potuto chiederle? Avrei dovuto farla pentire? Sarebbe stata una porcata. L’amicizia ha labili confini e strani codici di etica.

Tra un po’, appena il sole batterà meno, farò una doccia e andrò da Elena.

 

II

Elena è bella. Ora lo so per certo, perché abbiamo fatto l’amore.

Ha letto i miei appunti. Io ho parlato, ho spiegato. Atteggiarmi a piccolo maestro mi è sempre piaciuto.

Poi, mentre curvo sul tavolino leggevo, mi ha baciato la nuca. Non c’è stato approccio, nessuna esitazione, come se tutto fosse programmato da giorni.

Elena è bella e ha l’amore nel sangue. Non ti fa sentire mai nudo, ma avvolto, fasciato e libero insieme.

La casa è piccola. Sono tre stanze che si aprono su uno spazio di forma quasi circolare, che funge da salotto.

Una di quelle tre porte deve essere la camera da letto. Lì non sono entrato.

Forse non si è mai voluta spostare in camera per la paura che chiedessi di dormire qui.

Elena è bella ma urla. Questo non mi piace. I corpi sono sufficienti, le urla fanno solo casino. Non è volgare. Ripete il mio nome, in continuazione. Non le ho chiesto di smettere. È un piccolo neo che posso accettare.

Quando tutto è finito, mi sono vestito e ho rimesso in ordine i miei fogli.

– Lasciali qui … non abbiamo mica finito… –

Non c’era modo più bello per chiedermi di tornare. Ho lasciato i fogli sul tavolo e le ho sorriso.

– Domani? –

– Si, a quest’ora… –

Non penso di aver ritrovato qualcosa che avevo perduto.

C’è solo qualcosa di nuovo e ci penso.

 

III

Al mare sto poco. Mi fermo per il tempo che separa il lavoro da Elena.

C’è sempre più gente e tanto rumore. E poi ho meno pensieri.

Laura mi guarda e sorride, come sapesse. Io non le ho detto nulla.

Da giorni ormai vado regolarmente a casa di Elena. Facciamo l’amore e parliamo poco.

Le prime volte mi faceva leggere quanto aveva scritto.

Mi faceva notare i punti in cui aveva citato i miei studi.

Che questo gonfiasse il mio ego, le era chiaro. In fondo i sassi e il sole non mi hanno cambiato totalmente. Qualcosa è rimasto. Lei non si è portata via tutto dietro il cancello, lasciando in cambio un mucchio di libri.

Di lei, di ciò che è avvenuto non parlo con Elena.

Non chiede nulla e per questo sono certo che sa.

Il suo evitare di far domande è visibilmente forzato, forse condizionato dalle notizie che ha avuto.

Se sapeva dove trovarmi deve aver raccolto voci, non solo all’Istituto.

Questo dovrebbe turbarmi. Forse dovrei rompere quel silenzio, chiedere e esser preparato alle risposte. Ma poi penso che tutto questo sta in equilibrio ed è quasi un miracolo.

Muovere un solo pezzo potrebbe rovinare l’insieme. Non voglio discutere. Preferisco il nostro silenzio e quel divano dove facciamo l’amore. Quando mi farà entrare nel suo letto, forse chiederò qualcosa. Il materasso ammortizzerà un’eventuale caduta, la perdita di quell’equilibrio.

Ieri è arrivata in ritardo. Io aspettavo davanti al portone.

È scesa dall’auto e con passo veloce mi è venuta incontro.

Mi ha dato un bacio e mi ha chiesto “scusa” ridendo.

Ha preso la chiave da una da una fessura del muretto che cinge il giardino.

Ho fatto finta di non aver visto. Mi sembra eccessivo sapere una cosa così.

Ma forse sono io il paranoico.

– Non scrivi più? –

– Scrivo, scrivo… ma sono in un punto “chiave”. Sono lanciatissima. Vorrei che tu leggessi il tutto a lavoro concluso. Adesso potresti fraintendere. Vorrei darti una visione d’insieme -.

Strano però. Dal tavolo da qualche giorno è scomparso tutto. Non sembra così immersa nel lavoro. È tutto riposto in libreria nella stessa identica posizione. Forse lavora in camera. Forse ha altro materiale che non vuole farmi vedere.

– Senti, stavo pensando ad una cosa, che non c’entra col lavoro. Ma forse meglio di no, mi prenderesti per pazza! –

Ridevo.

– C’è una cosa che vorrei fare … non l’ho mai fatta. È un po’ che ci penso. Ecco … se tu dicessi di no, non c’è problema, capirei. Ma è un pensiero fisso e voglio provare. –

Mi guardava con aria maliziosa. Aspettava uno sguardo

di consenso, così, sulla fiducia, come spesso fanno le donne.

Le veniva da ridere.

Mi ha dato un bacio e si è diretta verso la credenza. Ha tirato fuori una valigetta e l’ha messa sul tavolo. Io guardavo perplesso.

– Cosa c’è lì dentro? –

Ha aperto la valigetta.

In un primo momento non riuscivo a capire cosa fosse.

Era una piccola telecamera.

– Mi vuoi fare un’intervista? –

Non era una battuta. Non avevo pensato subito al sesso.

Lei mi guardava in attesa della risposta.

 

IV

Non ho detto di no. Non cozza con la mia morale.

La cosa mi è piaciuta. Ci ripenso e rido, qui sul lettino, sotto il mio cappello di paglia.

Non è più tornata qui. Il nostro mondo è la sua sala. Mi sembra quasi un campo neutro non essendo mai entrato nel suo letto.

Un vicendevole rispetto degli spazi. Lei non calpesta i miei sassi. Una tutela, in fondo.

Alla fine non conosco Elena e su questo sole non voglio scommettere. Non sorge per tutti.

È mio e basta.

Le fantasie dell’eros corrono più veloci della nostra confidenza, e forse è meglio così.

La telecamera e il sesso. Metto una nuova esperienza in valigia.

E poi mi piace l’entusiasmo di Elena. Non che l’occhio elettronico aggiunga del piacere all’atto. Questo no. Ma è bello vederla divertita, vederla giocare. Era da troppo che non giocavo.

Oggi abbiamo ripetuto l’esperimento. È finito anche il nastro.

– Cancelliamo quella di ieri.-

– Guai a te! –

Ha abbandonato il mio corpo con uno scatto ed è corsa verso la credenza. Il ripiano era pieno di nastri vergini.

Saranno stati più di venti.

Ho seguito tutta l’operazione di ricarica ridendo.

– Ma quanti sono?! Ma tu non dovevi scrivere? –

– Beh, mettiamola così. Fa parte del progetto.-

A quella risposta mi sono sarcasticamente coperto gli occhi. Quando ho tolto la mano stava tornando verso di me, nuda e soddisfatta.

Ogni tanto si voltava verso l’obbiettivo e poi di nuovo verso di me, ridendo.

Una ragazza bella che ride e che gioca. Non si può chiedere di più.

 

V

– Elena, basta! Oggi no. È quasi una decina di giorni e non mi diverte più. Mi sta annoiando. Metti via quell’attrezzo e siediti, per favore. –

Mi ha fatto il broncio da bambina capricciosa.

Mi piace in ogni cosa che fa e questo è un serio problema.

Si è seduta accanto a me. Mi ha accarezzato.

Conosco le donne quel tanto che basta e avevo previsto cosa avrebbe detto di lì a poco.

Prima ancora che dalle sue labbra uscisse un qualche suono già ridevo.

– L’ultima volta. Dai! Giuro. Voglio provare una cosa. Poi basta, promesso. –

Ho detto si. Non sono un educatore.

Non sono nessuno per preoccuparmi se la cosa stia assumendo dei risvolti maniacali.

 

VI

Oggi mi sono arrabbiato. Ho perso la calma che per mesi ho trovato nei sassi.

Forse non ho saputo farne tesoro.

Ieri non sono andato a casa di Elena. Ho preso il mio treno.

In quel giorno la mia donna è un’altra e a lei porto fiori.

Non è un voto bigotto. Non me lo sono imposto. È così e basta.

Ma oggi la voglia di stare con Elena era maggiore.

Ho salito le scale di corsa e ci siamo stretti subito.

E poi quel suono.

– Elena, mi hai preso per il culo? –

– Ma che dici? –

– Non sono cretino. Quello era il suono del nastro che

finisce. Mio Dio. Hai nascosto la telecamera. Che schifo. –

Mi è bastato uno sguardo. Era piazzata nella libreria, puntata verso il divano e coperta in malo modo da due animali di pezza. Lei mi ha sorriso.

– Dai, era uno scherzo …-

– No. Non era uno scherzo. Avevo parlato chiaro. È una mancanza di rispetto. È ciò che non voglio. Cristo! Ieri non ci siamo visti. Non mi hai chiesto nulla. “Dove sei stato”, “cosa hai fatto”. Mi sei saltata subito addosso.

Pensavo che fossi spinta dalla stessa voglia che mi ha fatto salire qui di corsa e che le domande potevano aspettare. E invece no. La tua preoccupazione era che il nastro non andasse sprecato. Tutto ciò è squallido. –

– Non capisci. Non hai la visione d’insieme.-

– Ma che cazzo stai dicendo? Ma sei matta? Visione d’insieme?! Ma allora è veramente una mania. Dio, fammi stare zitto. –

– Te ne puoi anche andare, abbiamo finito. Mi basta così. –

Non lo diceva con rabbia. Non sembrava una reazione.

Mi stava invitando ad andarmene con un distacco, quasi con garbo. Mi ha fatto paura.

Senza dire una sola parola mi sono rivestito e me ne sono andato.

Salito sul furgone ho acceso la radio e sono venuto qui.

È buio e questo annulla l’effetto benefico del mio lettino.

Per la prima volta da quando ho messo piede in questo posto mi sono seduto al tavolo.

Laura la sera è ancora più bella. La sola cosa bella di questa strana serata.

La guardo mentre spina la mia birra. Ha capito che qualcosa è successo. Dal bancone mi fa dei cenni garbati col capo come per chiedere “tutto bene?”.

 

VII

Ho suonato il campanello, più volte a intervalli regolari. Odio le attese e i pensieri che regalano. E poi l’ho fatto.

Ho sbagliato, sapendo di sbagliare.

Ho preso la chiave dalla fessura del muro.

Potevo far tutto.

Adesso mi pento di non aver fatto due passi in collina, in silenzio a pensare.

In quella casa non c’era nulla di mio. Non dovevo riprendermi niente. Potevo andarmene.

Elena ha detto “mi basta così”. Altro non c’è. Cosa cercavo?

In questi casi, se uno dei due è sazio, l’altro si alza e se ne và. Non continua a chiedere cibo.

Va a fare due passi in collina, a vedere il mare dall’alto, a cercare, nei passaggi dal blu al verde, le secche e le profondità. Digerisce.

Oppure potevo guidare fino alla spiaggia. Il lettino mi avrebbe fermato. Avrei preso tutto il sole di questa mattina splendente.

E poi ho pur sempre un lavoro. Le macchinette con le palline saranno gonfie di monete. Dovevo fare il giro dei bar.

Potevo far tutto. Avevo il silenzio a portata di mano. È bastata una donna per fare rumore.

Perché sono venuto qua? L’aver perso la calma doveva essere motivo sufficiente a tenermi lontano.

Non ho sentito il rumore della terra che si spacca sotto i piedi. Per cosa mi sono temprato in tutti questi mesi?

– C’è qualcuno?-

Ho sperato in una risposta dalla porta sempre chiusa della camera da letto. Speravo in una voce rabbiosa, in un rimprovero per una così grave violenza.

Ho pensato che potevo andar via. Non c’è errore se nessuno si accorge. Saggezza infantile che corre in soccorso. Non l’ho ascoltata. Ha vinto il bambino più grande, quello che vuole vedere, quello che apre le porte.

La stanza era buia. L’unica finestra chiusa. La mano destra è volata da sola verso il muro a cercare l’interruttore.

E luce fu.

L’esatto opposto della luce del sole che sbatte sui sassi.

Una luce che si è adagiata piano, gialla e fioca ha illuminato la camera da letto.

Nel letto c’era un uomo.

Io ero impietrito. Sono rimasto zitto. Anche lui. Sembravamo entrambi in attesa che l’altro facesse qualcosa. Ho distolto lo sguardo dall’uomo un istante e ho capito.

Quel tizio non avrebbe potuto fare assolutamente niente.

In quel letto era costretto da qualche male.

– Sono un amico di Elena. La porta era aperta. Me ne vado subito, mi scusi. –

Ha aperto la bocca e ha cercato di dire qualcosa.

Non capivo. La voce era poco più di un sibilo. Mi sono avvicinato al letto.

Ripeteva sempre la stessa frase. Mi sono chinato, avvicinando il volto al suo.

– Io so chi sei. –

Non so dire se quello è stato il momento esatto in cui ho compreso.

Mi sono girato. Sopra il comò, accanto al televisore, c’erano delle carte, dei referti medici.

Ho letto il nome.

– Adesso anche io so chi sei. –

Sono uscito dalla stanza spegnendo la luce.

 

VIII

Ero certo che sarebbe venuta a cercarmi.

L’ho attesa sul mio lettino per due giorni.

– Ti aspettavo.-

– Anche io ti aspettavo. Non sai quanto ti ho aspettato. –

Prima che potessi interromperla mi ha fermato con un cenno della mano.

– Ti ho aspettato ogni giorno in questi mesi. Dicevo a me stessa che dall’altra parte del mondo c’era un uomo nella mia stessa angoscia. Verrà a portare giustizia per se stesso e per me. Verrà e guarderà negli occhi quest’uomo quasi morto. Verrà a chiedere perché. Ti aspettavo.

Aspettavo che rabbioso venissi a punire chi ti aveva portato via la tua donna. Ma tu non arrivavi mai. Forse perchè la tua compagna è morta e il dolore non si sveglia con te ogni santa mattina. A me, invece dopo quel giorno, me lo hanno rimandato così. Adultero e storpio. Che beffa! Non trovi? –

Io guardavo il mare piatto del mattino. Non mi sembrava il caso di dire nulla.

– Non arrivavi mai. Allora ti ho cercato. All’inizio ti volevo solo parlare. Poi, quando ti ho visto qui, a prendere il sole, come nulla fosse successo, ti ho odiato. Magari stai pensando anche tu, come tanti, che ha avuto la sua punizione, che la sua condizione fisica sia pena sufficiente. Ho provato anche io a pensarlo. Ma non reggeva, per due motivi. Il primo è che ogni giorno io, parte lesa, pago con lui. Non posso ricominciare. Non posso starmene

qui a prendere il sole. Da mattina a sera la mia vita è votata a lui e alle cure di cui necessita, una schiava.

– E il secondo motivo? –

– Lui ha le medicine. Medicine per il dolore, medicine per dormire. Non piange di giorno. Non si sveglia la notte urlando. Per ogni piaga ha una medicina, per tutto il resto ci sono io. Io non ho nulla. –

Mi sono girato verso di lei.

– Mi guardi come fossi matta. Tu non capisci. Un mese fa ho smarrito la borsa, con le chiavi della macchina, i soldi e le sue medicine, appena comprate. Gli è bastato rimanere qualche ora senza per cominciare a lamentarsi. Io gli chiedevo scusa, mi sentivo responsabile. Io?! Io non devo chiedere scusa di nulla. Io sono una schiava

che chiede perdono? Allora ho capito. Ho fatto giustizia.

E per giustizia tu, anche tu, dovevi essere protagonista.

Sì, il protagonista di un film, di questo film zozzo, di questa pellicola di serie B, che è la mia vita. Sì, si può dire che io sia diventata la regista. –

Mi sono alzato dal lettino. E ho pensato che ciò che stava per dire me lo aveva già detto, il giorno che me ne sono andato da casa sua: “tu non hai la visione d’insieme”.

– Vedi, ora sono qui. Mi dispiace averti fatto aspettare due giorni. Ma di due giorni avevo bisogno. Ventiquattro ore per guardarlo andare in astinenza delle sue medicine.

Le altre ventiquattro ore servivano perché vedesse il film che lui ha ispirato, che io ho girato, di cui tu sei il protagonista.-

Non sono riuscito a dire nulla. Solo un misero – tu non stai bene … –

– No. Ti sbagli. Io sto meglio. L’unico rammarico è che mi hai mollato proprio quando stavamo per finire … il filmato era meno di ventidue ore … ma come “opera prima” ci può stare. –

Si è alzata. Ha fatto un cenno come per dire di aspettarla.

È andata verso la sua macchina. È tornata e con se aveva una busta di plastica.

– Tieni. Questa è roba tua. E dato che sai anche dove sono le chiavi di casa… se vuoi vai. Ma ti conviene correre. A quest’ora avrà sete e bisogno delle sue medicine.

Io sono libera. Vado via stasera. Addio.-

Nella busta ovviamente c’erano i nastri. Forse pensava che in un futuro avrei potuto pretenderli.

L’ho guardata, immobile, cavalcare la luce che sbatte sui sassi.

 

 

Ogni donna c’infonde nel sangue qualcosa di nuovo,

ma s’annullano tutte nell’opera e noi,

rinnovati così, siamo i soli a durare.

Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori

– noi, gli uomini, i padri – qualcuno si è ucciso,

ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,

non saremo mai donne, mai schiavi a nessuno.

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