Andrea Segrè

451 parole: Duemilatrenta

Duemilatrenta ovvero fra 18 anni, giusto il tempo per una nuova maturità. Oppure per la nostra fine. Perché sarà proprio questo, il 2030, l’anno della perfect storm prevista dal professor John Beddington1. Una “tempesta perfetta” dovuta a un mix di effetti negativi legati al contemporaneo aumento della popolazione mondiale fino a 9 miliardi (un boom soprattutto nei paesi più poveri, con un incremento stimato del 2,3% l’anno), all’incremento delle emissioni di gas serra, al progressivo innalzamento delle temperature, all’aumento dei prezzi dell’energia, all’incremento della domanda di acqua e di alimenti, della crisi economica e politica mondiale. Un disastro annunciato se non si pone rimedio con interventi decisi in modo da “sopravvivere alla Grande Crisi”, come sostengono Gianluca Comin e Donato Speroni nell’omonimo libro (2030. La tempesta perfetta) uscito a gennaio di quest’anno2. La premessa è che bisogna arrivare al 2050, e dunque sopravvivere al 2030 quando si determinerà appunto una situazione difficilmente gestibile per la somma di fattori demografici, economici, ambientali cui si aggiungeranno la carenza di acqua e il rialzo dei prezzi alimentari.

A vent’anni dallo storico Summit della Terra di Rio de Janeiro, e in vista del nuovo appuntamento di Rio+20 che si terrà nel giungo 2012: “Planet under Pressure”3, sarebbe bene dunque, oltre che fare dei bilanci, porsi anche delle prospettive. Capire cioè come e se l’esaurimento di un modello di sviluppo – palesemente insostenibile e in crisi ormai strutturale – pone delle sfide ma offre anche delle opportunità. Quella che l’ultimo rapporto del Worldwatch Institute chiama la strada “verso una prosperità sostenibile4. Ovvero la conversione ecologica dell’economia, senza escludere nessun settore: dagli indicatori alternativi al Prodotti interno lordo allo sviluppo urbano, dai trasporti all’agricoltura, dagli edifici fino ai sistemi di gestione delle imprese, delle foreste e degli oceani.

A una generazione di distanza dal Summit della Terra il nostro pianeta è cambiato profondamente:  la popolazione mondiale è aumentata di 1,5 miliardi di individui e gran parte di essa vive in aree urbane, grazie alla rapida globalizzazione dell’economia, alle enormi ondate migratorie ed immigratorie e alla rivoluzione informatica, viviamo sempre più in un villaggio globale5. Da allora gli studi e le previsioni del mondo che sarà si sono succeduti ininterrottamente, segnalando livelli crescenti di attenzione e preoccupazione.

Già Colin Mason, prima giornalista e poi politico australiano, nel 2003 segnalava i rischi di una catastrofe globale con una particolare attenzione all’anno 2030: “Il decennio che inizia dal 2030 vedrà una significativa e pericolosa concentrazione di eventi e tendenze mondiali, una cuspide del grafico della vita, con conseguenze senza precedenti per l’umanità, nel bene e nel male. Per combattere gli effetti peggiori di questa tendenza sono necessarie azioni urgenti, basate sulla massima comprensione di dove siamo e di dove stiamo andando”6. Ma Mason individua anche sei vettori che possono portare il mondo al disastro completo: l’impoverimento delle fonti di energia, la crescita della popolazione e della povertà che ne consegue; il riscaldamento globale; la carenza di acqua e cibo; la mancanza di un governo mondiale e, infine, i rischi connessi al terrorismo e alle armi di distruzione di massa, nucleari, chimiche e batteriologiche7.

Anche per WWF, che ha lanciato la piattaforma “One Planet Food”8 in occasione della Giornata della Terra del 22 aprile, la produzione di cibo per una popolazione mondiale che ormai ha superato i 7 miliardi – ed è come detto in continua crescita – è una delle cause più importanti del degrado della biosfera. Entro questa data nel mondo dovranno essere prodotti circa il 50% in più di cibo ed energia e il 30% in più di acqua dolce. Il Pianeta non reggerà. In altre parole il problema non sarà solamente il picco del petrolio, ma “il picco di tutto il resto”.

Dovremo certamente far fronte a un aumento dei costi delle materie prime, dovremo abituarci ad utilizzare al meglio le risorse naturali, a cominciare dall’acqua. Gli adattamenti climatici aumenteranno la spinta delle popolazioni più povere ad emigrare verso le città e verso le nazioni più ricche. Le nuove tecnologie aiuteranno, ma sconvolgeranno il mercato del lavoro, facendo aumentare il bisogno di politiche sociali di riequilibrio. Questo sarà il dopo Pil.

Insomma se non affrontiamo seriamente queste sfide, il nostro pianeta potrebbe non reggere all’onda d’urto, all’impatto devastante che ormai da troppe parti si stanno annunciando. Cosa fare allora? Dove puntare?

Gianluca Comin e Donato Speroni sostengono che la tecnologia e le innovazioni – le cosiddette Grin: genetica, robotica, informatica e nanotecnologie – cambieranno il mondo e potranno risolvere molte delle sfide che oggi sembrano insormontabili, in particolare avranno una funzione fondamentale nel contenere i consumi energetici e le emissioni di CO2: auto elettriche, nuovi materiali per il risparmio energetico, miglioramento delle tecniche di produzione dell’energia solare… A patto però che se ne faccia buon uso. “Quindi la soluzione potrebbe risiedere proprio nella tecnologia: usare l’immenso potere di cambiamento che essa ci mette a disposizione per correggere in maniera attiva i fenomeni che noi stessi abbiamo attivato, muovendoci con decisione verso uno smart planet”9.

Questa accelerazione tecnologica ci aiuterà ad affrontare la “tempesta perfetta”? In parte è possibile. Tuttavia questa evoluzione accelerata potrebbe sfuggire al nostro controllo e soprattutto potrebbe non arrivare in tempo per risolvere i problemi della “tempesta perfetta”.

Più realistico sarebbe invece puntare, da subito, su nuovi modelli di consumo e nuovi comportamenti. Se si digita su Google “Sustainable living” si ottengono oltre 8 milioni di risposte. Libri, riviste, corsi, siti, consigli per aiutarci a vivere con un minore impatto sull’ambiente: questa ricchezza accessibile dalla Rete indica che nel mondo esiste una fortissima voglia di nuovi comportamenti. Il nostro modello di sviluppo non funziona più e dobbiamo cambiare stile di vita10. L’opinione pubblica ha capito che per evitare la catastrofe bisogna agire subito, in tutto il mondo si sono formate milioni di organizzazioni che affrontano questi temi, in particolare attraverso Internet e i social network, con una mobilitazione senza precedenti nella storia. Il fatto è che anche le ricette proposte sono assai confuse e confondono.

Ad esempio “Il Worldchanging, manuale di consigli pratici per sopravvivere al XXI sec” (con prefazione del premio Nobel per la pace Al Gore), dice: “la cosa più importante e coraggiosa che può fare ognuno di noi è di immaginare attivamente un futuro migliore; non nel senso di sognare ad occhi aperti, ma nel modo che un architetto immagina una casa che vuole costruire – immaginarla come realtà, cercare di vederla nella sua interezza, indugiare con amore sui dettagli, e immaginare noi stessi un giorno che la abitiamo. Non dobbiamo necessariamente assumerci il compito di immaginare un futuro per tutto il mondo … ma possiamo cominciare a immaginare le nostre vite, i nostri futuri, cambiati per onorare le nostre convinzioni su come deve essere il mondo. Possiamo immaginare il giorno in cui vivremo bene senza danneggiare nessuno sul Pianeta”11.

Ottimi propositi, difficili però da declinare praticamente. Soprattutto se non armonizzati a livello globale legando organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini e imprese dandosi delle regole comuni di comportamento, meccanismi trasparenti delle decisioni, sistemi di partecipazione immediata sfruttando le tecnologie di comunicazione già oggi disponibili.

E sotto questo profilo certamente il lavoro fatto negli ultimi decenni dalle organizzazioni internazionali, pur nei piccoli passi e nei grandi compromessi, qualche risultato l’ha portato. Anche in termini di conoscenza dei problemi globali.

Così, ad esempio,la Conferenzadelle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile avrà luogo quaranta anni dopo la prima conferenza delle Nazioni Unite sulle problematiche ambientali (definita Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano) tenutasi a Stoccolma nel giugno 1972 e venti anni dopola Conferenzadelle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, tenutasi sempre a Rio de Janeiro, nel giugno del 1992 e ben nota come Earth Summit. Nel 2002, l’anno dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, ebbe luogo anche il Summit ONU sullo Sviluppo Sostenibile a Johannesburg.

Tutti questi eventi, forse troppi, si sono conclusi con l’approvazione di vari documenti (come l’Agenda 21, il master plan per lo sviluppo sostenibile del 21° secolo), piani di implementazione, dichiarazioni, avvio di strutture come il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP United Nations Environment Programme) ela Commissionon Sustainable Development (CSD), la firma di importanti convenzioni internazionali (la Convenzione Quadrosui cambiamenti climatici,  quella sulla biodiversità e quella contro la desertificazione, varate in occasione dell’Earth Summit del 1992), e così via. Ora conla Conferenzadel 2012 (Rio+20), oltre a confermare il rinnovato impegno politico in favore dello sviluppo sostenibile, effettuare una valutazione di ciò che è stato fatto, dare attuazione agli impegni già presi e sinora non ottemperati e affrontare le nuove sfide emergenti, sarà centrata su due tematiche oggi molto importanti: quella della concretizzazione di una “Green Economy” nell’ambito dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà, e il quadro istituzionale della governance per l’attuazione dello sviluppo sostenibile.

Si tratta di due temi molto significativi, più che mai nella complessa situazione globale in cui ci troviamo e non è un caso quindi che la Conferenzapossa stimolare attese particolarmente impegnative. La grave crisi finanziaria ed economica che attraversa le nostre società dal 2008, anche se per cause diverse, palesa, in maniera sempre più evidente, l’inadeguatezza di un modello socio-economico fortemente centrato su visioni di crescita economica continua e di eccessiva finanziarizzazione del sistema economico, e si incrocia pesantemente con gli effetti di un crescente e devastante deficit ecologico12.   

In altre parole i problemi sono affrontati e anche le soluzioni delineate. Ma fenomeni globali, come la crisi dell’economia e della finanza, le questioni ambientali, le migrazioni, la difesa dei diritti umani, le nuove regole del governo internazionale, solo per citare quelle principali, andrebbero tutti gestiti a livello mondiale. E non soltanto discussi a livello di gruppi più o meno organizzati della società civile oppure negli organismi internazionali preposti.

Si tratta dunque, sfida nella sfida, di costruire una “filosofia new global” – come sostengono Comin e Speroni – che riesca a mettere insieme le politiche globali top down e i comportamenti individuali e collettivi bottom up. Mentre i secondi, pur nella confusione, cominciano a delinearsi, ciò che manca davvero sembra una politica globale che, fondandosi su tutte le indicazioni che stanno emergendo dal lavoro delle organizzazioni internazionali, sia capace di superare interessi particolari o di gruppi ben organizzati refrattari a ogni cambiamento. Del resto “la politica globale non è tra le priorità dei governi, che abitualmente hanno una visione legata ai cicli elettorali a 4 o 5 anni, anche se alcuni dimostrano maggiore capacità di guardare al futuro: la Danimarca, per esempio, ha lanciato una Energy Startegy 2050 che prevede il totale affrancamento dai combustibili fossili entro il 2050”13. Mala Danimarca, da sola, può incidere in modo significativo?

La classe politica sembra miope alle soluzioni di visione a lungo termine e refrattaria a prendere decisioni che possano mettere a rischio il consenso di oggi per scelte che potrebbero dare risultati positivi per le popolazioni fra dieci, venti o trent’anni.  È questo il problema. Senza aver risolto questo, il cambiamento sarà impossibile.

 

1.http://www.guardian.co.uk/science/2009/mar/18/perfect-storm-john-beddington-energy-food-climate

2. La tempesta perfetta, Rizzoli, Milano 2012.

3. www.uncsd2012.org

4. Worldwatch Institute, State of the World 2012, Verso una prosperità sostenibile, edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2012.

5. Luis A. Ubinas, prefazione, State of the World 2012 , cit. p. 39.

6. Lorenzo Pecchi, Gustavo Piga, Il ventunesimo secolo di Keynes. Economia e società per le nuove generazioni, Luiss University Press, Roma 2011.

7. Ripreso Tempesta perfetta, cit., p. 25.

8. http://alimentazione.wwf.it

9. Tempesta perfetta, cit., p. 48.

10. Tempesta perfetta, cit., p. 103.

11. Tempesta perfetta, cit., p. 109.

12. Ripreso dal documento preparatorio del WWF Italia.

13. Tempesta perfetta, cit., p. 10.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

 

 

 

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