Enrico Brega

Fiction – Clo

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Mi chiamo Claudia, per gli intimi Clo. Un anno fa scomparivo. Ieri sono tornata. Sono stata via per cercare la mia strada, adesso è venuto il momento di vederci chiaro. Mi ci vorrà un po’ di tempo, ma neanche tanto, perché quello che mi è successo ha un significato dai contorni ancora nebulosi, mentre io per carattere ho bisogno di certezze in ogni istante della mia vita. Soprattutto quando mi trovo a dover ricominciare tutto daccapo.

Era l’autunno dell’anno scorso.

«Non che sia contrario, capisco la tua aspirazione, ma due anni sono tanti», mi ha detto Luca quando ha saputo della mia decisione.

«Be’, d’accordo si tratta di un biennio ma ci sono i fine settimana liberi e un periodo di vacanza estivo. Avremo modo di vederci. Del resto la nostra storia è cominciata solo da pochi mesi, giusto? E se non sbaglio, Luca, fino a oggi nessuno di noi due ha parlato di un progetto a lungo termine per il nostro futuro. Chi può dire come andrà a finire. Magari quando avrò concluso il corso e sarò rientrata, le cose tra noi potrebbero essere cambiate e quello che in questo momento stiamo vivendo farebbe la fine di un effimero flirt giovanile.»

«Sì, può capitare, però…»

Con Luca ci siamo conosciuti in biblioteca. Lui si era appena laureato in medicina, e aveva in mente di completare la sua preparazione professionale con un Master in riabilitazione postraumatica. Suo padre è proprietario di quattro o cinque cliniche in varie parti d’Italia. Una catena di strutture mediche, insomma.

Quanto a me, fresca dei miei diciannove anni ero uscita dal liceo classico con una media da capogiro. Ma a dispetto di quel risultato non avevo la benché minima intenzione di iscrivermi all’università, come invece avrebbero desiderato i miei genitori, che tuttavia non sono di quelli portati a imporre ai figli l’indirizzo scolastico che appaghi le loro personali ambizioni. Per cui mi hanno lasciato fare.

Dovessi spiegare perché mi ero messa in testa di diventare scrittrice direi che fin dalla giovanissima età avvertivo una forte esigenza di lasciare libero sfogo alla mia immaginazione. Osservando il mondo in cui viviamo, anno dopo anno un insopportabile disorientamento faceva vacillare le mie certezze di essere in sintonia con gli altri; la realtà come la percepiamo e come ci viene rappresentata mi sembrava avere poco o nulla a che vedere con la vita vera, e ogni giorno mi convincevo sempre di più che la fantasia è la capacità di portare alla luce mondi diversi da quelli che ci appaiono in superficie, o meglio da quelli che si è abituati a considerare reali.

Maturava così il passo che avrei fatto.

Per prima cosa mi sarei iscritta a un corso di scrittura creativa e avevo pensato subito alla Holden di Torino. Che altro potevo fare. Ma per quanto avessi una granitica fiducia in me stessa, non avevo fatto i conti con la mia mancanza di esperienza. Così, quando stavo per compilare la domanda di iscrizione, una sorta di panico sottile mi ha come paralizzata: il pensiero che il corso prevedeva l’esame di ammissione mi ha fatto intravedere una scena piuttosto deludente dove, al cospetto della commissione selezionatrice, con in testa il preside Alessandro Baricco e i suoi più stretti collaboratori, tutti scrittori affermati, la mia prova veniva ritenuta insufficiente. Con tanti saluti alla mia ammissione al corso.

Il giorno successivo a quella crisi, accampando una banale scusa, ho detto a Luca che non sarei più partita per Torino e che stavo riflettendo sul da farsi.

«Vuoi dire che non te ne vai più da Milano, e continueremo a vederci ogni volta che ci pare?»

«No, semplicemente sto cercando un altro corso, in un’altra città, dove il programma sia meno impegnativo e duri di meno, in modo di avere al più presto il tempo per dedicarmi a ciò che mi sta più a cuore, cioè scrivere il mio primo romanzo. In sostanza mi basta qualche lezione sui fondamentali tecnici della scrittura. Il resto viene da sé. Artisti si nasce, non si diventa… lo sappiamo sin dai tempi del Romanticismo.»

Subito dopo, ripensandoci, ho avuto la sensazione di averla sparata grossa. Ma la cosa non mi preoccupava, Luca non è molto portato per ciò che ha a che fare con l’arte. I suoi interessi sono altri.

Navigando su Internet ho esaminato con cura le numerose scuole in giro per l’Italia, e la scelta è caduta su un paese al confine tra Belluno e Treviso dove un ex-professore universitario in pensione che aveva insegnato alla Facoltà di Lettere a Ca’ Foscari teneva un corso di alcune settimane, senza necessità di esame di ammissione. A Luca non avrei detto dove andavo a cacciarmi; tra gli altri suoi limiti caratteriali c’è anche un incomprensibile deficit di curiosità, incomprensibile almeno per me che mal sopporto la sola idea di non rendermi conto di quello che mi succede attorno. Lo stesso giorno delle mia partenza gli ho fatto recapitare nella casella postale di casa un biglietto volutamente stringato: “Luca, forse ho trovato il corso che fa per me. Ti farò sapere. Baci, Clo.” La verità è che mi serviva un completo isolamento fosse pure breve ma lontano da tutti, compresi i miei stessi genitori. Per stare alla larga da ogni tipo di condizionamento.

L’angusta stanza dell’unico alberghetto aperto nel paese dove ero arrivata il sabato prima dell’inizio del corso mi ha subito procurato una stretta allo stomaco: le pareti scrostate che da anni non conoscevano tinteggiatura, una rete metallica cigolante che con tanto di logoro materasso e lenzuola dall’aspetto poco invitante rappresentavano il simulacro di un letto; nessuna finestra se non un minuscolo pertugio che dava sul corridoio, un bagnetto esterno alla mia stanza con strane macchie sul pavimento e una doccia semiarruginita senza box.

Il mattino dopo ho subito telefonato al professore che, grazie a certi suoi conoscenti, mi ha trovato una stanza libera in affitto in un bilocale occupato da una ragazza con qualche anno più di me. Tiziana, la ragazza, ha accolto con gioia il mio arrivo. Lì si sentiva un po’ sola, e il fatto di dividere l’appartamento con un’altra giovane, se non proprio coetanea, le era  parso un insperato colpo di fortuna. Già dal primo giorno Tiziana si è mostrata molto aperta e mi ha detto di sé quello che mi interessava sapere. «Sono qui da due anni», ha esordito col dirmi. «Faccio parte di una Onlus che si prende cura di giovani non del tutto… sì… non normodotati, come diciamo noi in gergo. Sono una ventina, ce ne sono di tutti i tipi. Non starò ad annoiarti elencandoti le varie disabilità di cui ci dobbiamo occupare. Non è un lavoro facile, credimi. Io sono la responsabile della Comunità che ha sede qui in paese e si chiama La Casa Gioiosa. Con me lavorano dieci volontari che si alternano durante la settimana, tutta gente molto portata ad aiutare il prossimo, sebbene talvolta mi tocchi intervenire per evitare incomprensioni nei rapporti interpersonali. Sai, c’è sempre qualcuno che per eccesso di zelo o per una certa forma di gelosia tende a esorbitare dai suoi compiti. Comunque, ce la caviamo bene e può darsi che prima o poi ci ingrandiremo. In tal caso potrei assumere maggiori responsabilità. Ti assicuro che il polso non mi manca!»

Luca se ne stava a Milano, senza avere la minima idea di dove fossi finita. Strano, si potrebbe dire, nell’era della telefonia mobile.

«Dai Clo, dimmi dove sei!» ripeteva sin dai primi giorni quando mi chiamava sul cellulare.

Ed è andata avanti così per un bel pezzo. Ma la mia risposta era sempre la stessa: «Luca, lo vuoi capire o no che nessuno mi può fermare quando sto per decidere cosa fare della mia vita? Pensi forse che il nostro rapporto sia tale da farmi rinunciare al mio sogno? Prova a pensarci con calma, e capirai che per un po’ di tempo devo stare sola con me stessa.»

E qual era il tipo di rapporto che ci teneva insieme? Reciproca simpatia, sì. Di amore non parlerei, un sentimento troppo impegnativo al quale nessuno di noi due era preparato. Momenti intimi ad alta temperatura ne abbiamo avuti, certo. Tutto qui.

Nel frattempo il corso era iniziato. Male, direi. E le mia delusione montava giorno per giorno, dato il livello deprimente sia dell’insegnamento sia dei risultati del gruppo di studenti, comprese le mie prime prove di scrittura creativa regolarmente bocciate con banali motivazioni dal professore. Ciò nonostante avevo deciso di non darmi per vinta. Se c’era qualcosa che non andava, non dipendeva da me.

 

***

 

È domenica. Sono al bar, davanti a un cappuccino bollente come piace a me. Dal tavolino accanto prendo il giornale. C’è un titolo a caratteri di scatola in prima pagina, sul Gazzettino, sembrerebbe un fatto di politica e malaffare. Ma passo oltre. Lasciamo perdere le solite cose, ho pensato. E il mio sguardo si porta sull’articolo di spalla che riguarda un grave incidente stradale avvenuto nel pieno centro del paese in cui mi trovo, vicino alla casa dove abito. Poi, quasi per effetto di un inspiegabile magnetismo, gli occhi tornano sul titolo di apertura: Agli arresti domiciliari per truffa alla Asl il magnate lombardo delle cliniche, con a fianco tanto di foto e nome della persona in causa. Gianantonio Margelli, il padre di Luca.

Questa volta la telefonata l’ho fatta io.

«Che succede, Luca?»

Attimi di silenzio. Uno schiarirsi di gola a malapena soffocato, un  deglutire.

«Luca.»

«Sì…»

«Ho letto il giornale. Non capisco, c’è scritto che… Ma prima, dimmi, tu come stai?»

Non era una domanda fatta per caso, conoscevo fin troppo bene il tipo di rapporto, quasi simbiotico, tra Luca a suo padre. Se quello che avevo letto sul giornale era vero o perlomeno verosimile, Luca non poteva essere estraneo ai fatti che venivano imputati al padre.

Sembra essersi ripreso: «È un momento un po’… Clo, se tu fossi qui mi sentirei più tranquillo… Davvero!»

«No. Adesso non posso. Parlami piuttosto di quelle truffe, vere o presunte che siano. Poi si vedrà.»

«Che ti devo dire, cazzo! È tutta una montatura politica. Clo, cerca di capirmi, potrebbero coinvolgere anche me.»

C’era tutta la sua fragilità nelle parole di quel ragazzo, che non ha esitato a insistere  perché tornassi.

«Luca, scordatelo. Finché non verrà fuori la verità non se ne parla.»

Avrei anche potuto dirgli che qualche giorno prima, d’istinto, avevo già deciso un radicale cambiamento di programma.  Ma ho preferito lasciar perdere.

Dopo soli tre mesi di corso mi ero persuasa che quel professore che tanto se la tirava, altro non era che un venditore di fumo, uno che sfruttava l’ingenuità di quei personaggi un po’ frustrati (perché no anch’io) che si illudevano di farsi strada nel mondo della narrativa e vedere la propria faccia fotografata sulla quarta di copertina di un romanzo di successo. Dal quale avrebbero poi tratto un film di altrettanto successo, come si usa in un ambiente culturale in cui il business è la regola aurea. Così mi sono dimessa dal corso, e al diavolo i trucchetti gabellati per tecnica di scrittura creativa! Poi ho comprato un nuovo cellulare e ho cambiato il numero. Luca poteva arrangiarsi. Non avrebbe più potuto parlarmi al telefono fintanto che non avessi preso io l’iniziativa. Ma per il momento ero alle prese con un progetto che non ammetteva distrazioni.

Il mio piano era abbastanza rigoroso: mi sarei fermata per altri sei mesi al paese, nella stanza che occupavo, e avrei impegnato tutte le mie energie per scrivere il romanzo.

 

Mattina di un sabato qualsiasi. «Non ho dubbi che riuscirai nel tuo intento» mi dice Tiziana. «Ma una volta che avrai finito il romanzo, ti rendi conto di quanto sarà difficile trovare un editore? Nell’ambiente letterario sei del tutto sconosciuta, e tu sai che nel nostro Paese se non hai Santi in Paradiso…»

Mi è subito venuta in mente la faccenda del padre di Luca, non saprei dire perché. E ho risposto stando sul vago: «Non ci ho ancora pensato, adesso mi preme mettermi al lavoro, più avanti si vedrà. In ogni caso una soluzione c’è, me la offre la tecnologia.»

«Cioè?»

«Oggi si può diventare editori di se stessi. Grazie a Internet, e a basso costo.» Tiziana sembra perplessa: «Va bene, ma dopo bisognerà distribuire i libri nelle librerie. E le spese sono a tuo carico, sei sicura di farcela?»

«Semplice, i libri saranno messi in vendita nella vetrina on-line, quindi niente spese di distribuzione.» Colgo un suo lieve battito di ciglia, e lei senza dire una parola se  ne va in cucina a prepararsi la cena.

Dalla finestra del soggiorno scorgo un fronte di nuvole gonfie color grigioscuro che avanza minaccioso nel cielo sopra di noi.

Il giorno dopo vengono a trovarmi i miei genitori. Prima di pranzo passeggiamo per le strade che sono solita percorrere nei pochi momenti di pausa del mio lavoro. È una mattinata di quelle che non si dimenticano: il cielo di un blu intenso, l’aria frizzante, gli alberi gioiosamente irrequieti. In fondo, ho imparato ad amarlo questo paese di frontiera provinciale. C’è in giro un insolito movimento di persone che vanno e vengono in direzioni opposte. D’improvviso un pensiero mi attraversa la mente: sento di avere bisogno di questa gente, nonostante mi sia per lo più sconosciuta. Sarà perché l’isolamento comincia a farsi sentire. Ma io di qui non mi muovo finché non avrò raggiunto il mio obiettivo, ho continuato a ripetermi.

Il pranzo al ristorante con i miei è stato piacevole, ce ne sono pochi come loro. Sono una ragazza fortunata, quante figlie possono godere di tanta comprensione come me? Abbiamo parlato un po’ di tutto, con pacatezza, sanno cosa intendo fare; a Luca e suo padre non abbiamo minimamente accennato, perché mai avremmo dovuto farlo. Mi aspettano a casa tra qualche mese, ma non c’è fretta.

 

Il mio romanzo è partito di slancio e avanza a ritmo serrato, specie in quelle sere quando Tiziana va alla riunioni della Comunità.

Compro tutti i giorni il giornale, il nome del padre di Luca compare ogni tanto nei titoli, seppure nelle pagine interne, ma per me quegli articoli non esistono. Li ignoro.

Devo ammeere che verso sera mi prende un certo desiderio di uscire dalla mia gabbia, e avverto il bisogno di stare un po’ in compagnia. Così, vincendo la mia naturale ritrosia, ho cominciato a frequentare di tanto in tanto un circolo ricreativo animato da un buon numero di giovani che promuovono iniziative culturali. Ed è lì che ho conosciuto Almir. È indiano, sulla trentina. Lavora per la filiale italiana di una società specializzata in informatica la cui casa madre ha sede a Bombay. Capita a volte che quando il circolo sta per chiudere Almir si offra di accompagnarmi a casa e io accetto con piacere, così abbiamo modo di scambiarci le rispettive impressioni sull’argomento della serata. Almir è un gran conoscitore di letteratura contemporanea, specie di quella americana, e condivide con me la convinzione che oggi il vero romanzo al passo con i tempi è americano, con un buon numero di giovani talenti che stanno influenzando il mondo letterario, mentre gli scrittori europei, con rare eccezioni, stentano a capire ed esprimere i fermenti delle rispettive società.

In più di una occasione Almir mi ha fatto intendere di gradire la mia compagnia, ma devo dire che non ho mai avuto la sensazione che si aspettasse da parte mia qualcosa di più di una semplice simpatia; in ogni caso avevo ben altro cui pensare.

 

«Hai letto il giornale, mamma?», le chiedo al telefono. «No, papà è uscito a fare quattro passi in centro. Oggi è una bella giornata, tra non molto rientrerà. Dopo  potrò dare un’occhiata al giornale. Ma si può sapere cos’è successo?»

«Sembra che il padre di Luca abbia tentato il suicidio, la cosa non è del tutto chiara perché potrebbe trattarsi di una sorta di overdose di psicofarmaci assunti per reggere una situazione così pesante. A ogni modo dicono che è fuori pericolo, medici e inquirenti cercheranno di capire quanto prima come stanno le cose. Lo interrogheranno appena avrà riacquistato la piena lucidità.»

«Senti, Clo, ma perché non chiami Luca? Lui di sicuro saprà dirti qualcosa di più, non ti pare?»

«No, mamma, Luca non lo chiamo. Non adesso, almeno.» Quella faccenda di truffa e falso commessi da suo padre con la complicità dei direttori di alcune sue cliniche mi indignava.  Il padre di Luca non era certo un martire ingiustamente perseguitato dalla magistratura. Speravo soltanto che Luca non venisse tirato in ballo nelle indagini.

A quel punto ho pensato fosse meglio immergermi nel mio romanzo. La storia che stavo narrando scorreva via liscia, densa di situazioni i cui personaggi, così almeno speravo, sarebbero stati umanamente riconoscibili dai lettori più attenti. Mi sforzavo di scavare in profondità per avvicinarmi il più possibile al senso delle vicende rappresentate.

 

Sembrerà strano, sarà stata una serie di coincidenze, ma ogni volta che capitava qualcosa di inatteso era di domenica. Ed è successo anche con Luca.

Attorno alle dieci di mattina un suono deciso del campanello d’ingresso mi sveglia bruscamente, Tiziana era a un convegno organizzato dalle Comunità del comprensorio. Apro la porta, assonnata perché avevo quasi fatto l’alba a scrivere, ed eccolo lì, Luca, che si materializza sulla soglia d’ingresso. Mi sorride.

Non sono di quelle che si scompongono di fronte a situazioni inaspettate, per cui l’ho fatto accomodare subito in salotto.

«Lasciami qualche minuto per rimettermi insieme» dico. «Scommetto che l’indirizzo te l’hanno dato i miei genitori.»

«Già».

«Be’, Luca, visto che sei riuscito ad arrivare fin qui, data l’ora sarà meglio andarcene al bar a farci una buona colazione. Poi parleremo».

«Ok, Clo.»

Il bar è quello del circolo, dove ormai mi conoscono tutti. Noto certe occhiate cariche di curiosità quando mi vedono con Luca che mi accompagna al tavolino posandomi dolcemente una mano sulla spalla. Che dire, è proprio un gran figo!

«Cosa posso servire?» mi fa il gestore. Luca mi lancia uno sguardo sornione, e accenna un sorriso.

«La migliore delle vostre prime colazioni, anche se è un po’ tardi», rispondo.

«Non è mai troppo tardi per te, Clo»

Quando abbiamo finito la colazione è quasi mezzogiorno. I nostri sguardi si cercano, e senza scambiarci una parola ci avviamo verso il mio appartamento. Durante la colazione ci siamo detto poco: sospiri appena trattenuti, vaghi accenni tipo Parleremo-Dopo-Delle-Nostre-Cose. E il dopo si è consumato frenetico tra le lenzuola del mio letto incitandoci reciprocamente con un incontenibile ansimare a giochi sempre più spinti.

È stato come un ritrovarsi. Ma tutto era ancora da chiarire.

Più tardi, al ristorante dove ero stata con i miei, abbiamo preso un pranzo leggero. Poi di nuovo verso il mio appartamnetio e subito a letto, tutt’e due molto provati, lui dal viaggio, io dalla notte pressoché insonne. Verso le nove di sera, quando ci siamo svegliati, fuori era buio profondo. Di cenare neanche a parlarne.

«Preparo un tè», dico.

«Perché non andiamo a farcelo a quel bar?»

«No, Luca, adesso ci fermiamo. È venuto il momento di affrontare un certo argomento».

«Uhmm».

Luca non si è scoperto più di tanto. Sulla vicenda delle cliniche si è limitato a dirmi che suo padre ha intenzione di patteggiare. Quanto a lui ha ricevuto un avviso di garanzia, ma stando al suo avvocato la cosa finirà in un nulla a procedere poiché i capi d’accusa sembrerebbero essere evanescenti.

«Tutto qui?» chiedo.

«Senti, Clo, in quell’ambiente è facile sporcarsi un po’ le mani. Capita dappertutto. L’andazzo è quello, ma l’importante è non fare del male a nessuno. Non sei d’accordo?»

«No, non lo sono affatto. In quei casi si fa del male alla società intera. È abuso di denaro pubblico, capisci mio caro?»

«Clo, parliamo un po’ di noi, invece».

«Certo. A che ora te ne vai domani mattina?»

«Cosa?»

«Niente. Per il momento non abbiamo altro da dirci».

 

La mattina dopo sono già sul mio romanzo. Lui se n’è andato all’alba. Sto cercando di fare una previsione su quanto tempo mi manca per portare a termine la mia storia. Se non mi lascio distrarre, ci vorranno quattro o cinque mesi. Poi un altro mese durante le vacanze d’estate, per lasciarla decantare in modo che rileggendola si evidenzino facilmente le correzioni necessarie e i passaggi da mettere a punto. Dopodiché penserò all’editore. Quando ne ho accennato a Tiziana ha avuto come un sussulto. Un attimo di silenzio, e mi ha detto: «Clo, forse non ti ho mai spiegato bene com’è strutturata la nostra Onlus. Direi che è venuto il momento di parlartene, potrebbe esserti d’aiuto. Ma non voglio farla lunga. So quanto tu non ami troppo i giri di parole. Siamo un’organizzazione radicata su tutto il territorio nazionale e per farla funzionare ci vogliono molti soldi. I nostri soci sono tutte persone che appartengono al mondo dell’imprenditoria, della finanza, politici eccetera. Tra loro mi risulta vi siano anche imprenditori con interessi nel campo dell’editoria. Che ne dici se alla fine del tuo lavoro cerco di contattare qualcuno disposto a fare un editing del romanzo?» …So quanto in certi casi sia saggio essere prudenti, e non farsi facili illusioni. «Va bene. Si potrebbe tentare, se te la senti» ho detto, per chiuderla lì.

 

Ci sono voluti due mesi più del previsto. A luglio il mio romanzo era terminato. Le sera stessa in cui avevo scritto l’ultima parola, me ne sono andata al circolo e ho brindato assieme agli amici che in tutti quei mesi mi avevano incoraggiato e tenuto compagnia nei momenti di relax. È stato anche un brindisi di commiato, perché da lì a pochi giorni sarei tornata a Milano.

«E adesso, che fai? Te ne torni a casa tua? Hai già trovato un editore?» mi hanno chiesto un po’ tutti.

«Calma, calma. Prima vado in vacanza per un mesetto, non so ancora dove, forse all’estero. Dopo mi darò da fare, una qualche idea c’e l’ho. In ogni caso non ho dubbi che riuscirò a pubblicarlo. E state certi che ne farò avere una copia a ciascuno di voi. Con tanto di dedica!» Alla fine della serata un generale abbraccio, reso abbastanza effervescente da un buon numero di brindisi. Il gestore del circolo spegne le luci, e tutti a casa. L’unico che non se n’è andato per conto suo è stato Almir, che mi ha preso per il braccio e con aria rilassata mi ha detto: «Ti accompagno». Davanti a casa, per un attimo mi è parso come se mi si stesse avvicinando per un abbraccio, diciamo così, particolare ma potrebbe essere stata solo un’impressione; da parte mia gli ho allungato il braccio ben teso, la mano rigida, e la stretta non è stata più calda del solito.

(continua…)

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