Mario Grasso

Fiction – È qualcuno, non qualcosa

Trascinandosi dietro la sua scontentezza per una vita senza appigli per le sue aspirazioni, Iole aveva continuato a perpetuare i riti giornalieri, come andare a fare colazione nel solito bar dove incontrava spesso un giovane su una sedia a rotelle in compagnia di una ragazza più o meno della stessa età. Lei faceva colazione e lui le parlava con allegria. Indossava sempre una cuffia che gli schiacciava i piccoli riccioli dei capelli corvini.

Le erano simpatici quei due giovani che parevano vivere in un loro mondo, incuranti di ciò che li circondava. La incuriosivano e aveva provato più volte l’impulso di avvicinarli ma poi aveva sempre rinviato ad un’altra occasione.
Un giorno vide che la ragazza era sola e con tutta la faccia tosta su cui poteva contare, non molta per la verità, si sedette allo stesso tavolino e si presentò.
«Iolanda».
«Piacere, Marta».
Fecero rapidamente amicizia. Parlarono del più e del meno, raccontandosi le cose che servono a capire se vale la pena continuare: mi sono laureata lo scorso anno in farmacia, io in filosofia, lavoro con mio zio, sì abito qui vicino, non sono fidanzata, nemmeno io. Decisero di rivedersi all’ora di pranzo, per un panino.
Iolanda apprese dalla ragazza che il giovane, suo fratello, era totalmente sano sul piano fisico, ma soffriva di una rara condizione mentale che induce chi ne è affetto a non riconoscersi nel proprio stato di salute e a fare di tutto per modificarlo.  Aveva cominciato a manifestarla da piccolo, a poco più di sei anni, da quando la madre, cui era morbosamente attaccato, aveva preso a zoppicare in modo vistoso a seguito di un incidente e si muoveva con l’aiuto di  stampelle. In lui era scattato il desiderio di esserle simile ed era giunto a procurarsi lesioni volontarie e a ricercare incidenti. Con gli anni la situazione era peggiorata e le sue difficoltà a stare sulle gambe si erano aggravate fino a rendere necessario il ricorso a una sedia a rotelle, dalla quale non si era più alzato.
La morte della madre aveva rafforzato in lui la decisione di diventare paraplegico, considerandolo il modo migliore per onorare la genitrice.
«Si chiama “disturbo d’identità dell’integrità corporea”  ed è una condizione psicologica terribile nella quale il soggetto sente di abitare un corpo che non corrisponde all’immagine mentale che ha di se stesso».
«A cosa è dovuta?» mostrò d’interessarsi Iole.
«Secondo alcuni specialisti, alla base vi sarebbe il desiderio patologico di procurarsi un’amorosa attenzione da parte degli altri. Il soggetto si sente non amato e, confinandosi nello stato di paralitico o amputato, può attrarre simpatia e amore».
«Lui cosa dice?».
«Sostiene che qualcosa nel cervello gli dice che le sue gambe non sono fatte per muoversi, non le odia ma le sente sbagliate. Dice di essere cosciente che sono come la natura ha previsto che siano, ma prova un’intensa sensazione di disagio nell’essere in grado di percepire e muovere le gambe».
Marta notò lo smarrimento di Iole e ritenne di dover fornire una precisazione.
«Non è  pazzo, non ha difficoltà relazionali ed è  completamente ancorato alla realtà, pur vivendo la dolorosa sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato e intollerabile nel suo corpo integro».
«Come vive? Ha amici?».
«Non è solo, fa parte di un giro di persone di diverse nazionalità, conosciute in rete, che richiedono la possibilità di accedere a una chirurgia sicura e legale per le amputazioni o alla supervisione medica per diventare paraplegici. Lui chiede la recisione dei nervi sciatico e femorale».
«I medici cosa rispondono a questa richiesta particolare, diciamo così?».
«Prendono tempo, cavillano, fanno esami».
«E lui?».
«Si inalbera e sostiene che del suo corpo ha diritto di disporne liberamente. “Non valgo meno di un transessuale che può farsi operare quando vuole” dice».
Le due ragazze presero a frequentarsi con regolarità. Al mattino si incontravano al bar per la colazione, in compagnia del giovane che, dopo l’accoglienza scostante delle prime volte, cominciò ad aprirsi manifestando interesse per la nuova amica della sorella.
A colpirlo erano stati soprattutto gli occhi di lei, due castagne glassate al miele, resi più invitanti dai cristalli di zucchero delle pagliuzze dorate e lucide che li screziavano. Avevano riflessi luminosi, quasi brillanti, accesi da un fuoco interno che incantava chi li guardava.
A Iole, invece, piacevano molto le mani di lui, eleganti e affusolate, i cui movimenti aggraziati s’impastavano con la cadenza della voce. Le muoveva con studiata lentezza, un movimento naturale e sensuale, come se, oltre al tatto, gustassero la forma di ciò che toccavano. Si soffermavano a lungo su ogni cosa guardasse, senza alcuna fretta, quasi che con la vista ne aspirasse anche la sostanza. A volte gli indici e i pollici si riunivano a formare un perfetto triangolo sul cui vertice appoggiava ora il mento, ora il labbro superiore, ora  la punta del naso. Era certa che la scelta non fosse casuale ma non aveva ancora capito cosa la determinasse.
Ovviamente, non era attratta soltanto dalle mani del ragazzo. La sua placidità inattaccabile, l’evidente distacco dalle cose che lo circondavano e lo schermo che alzava fra sé e gli altri lo rendevano un essere forte e interessante. In lui vedeva la forza di chi è consapevole della propria debolezza e la usa per non soccombere e per farsi amare.
Un contatto materico e metafisico allo stesso tempo, il loro.
«Fai la massaggiatrice?» chiese un giorno a Iole, sorprendendola non poco per quella domanda inaspettata e per certi versi incomprensibile.
«No» rispose lei. «Lavoro con mio zio e ho a che fare con scartoffie quasi sempre noiose. Per fortuna con i clienti tratta direttamente lui, io mi limito a un lavoro di segreteria. E tu?».
«Io sono un meditativo che cerca di interpretare l’animo umano. Ma non vivo di contemplazione spirituale». Accompagnò l’ultima parte della frase con un sorrisino e con uno sguardo complice come se quelle parole volessero dire molto. Che a lei non avevano trasmesso proprio nulla.

Il giorno dopo Iole incontrò Marta e le venne spontaneo portare il discorso sulla strana domanda. Marta dette l’impressione di aspettarselo e scoppiò in una sonora risata che coinvolse Iole.
«A volte mi sembra che il suo pensiero sia fuori come la targhetta del nome sulla porta di casa» disse, senza aggiungere altro.
Passeggiarono, poi Iole si decise.
«Ha una vita affettiva?» chiese. La voce evidenziava il disagio di chi teme di essere stato invadente.
«Ha pulsioni sessuali, se intendi questo. Ha gli stessi ormoni di uno che cammina, non è un tronco d’albero. E, come ogni uomo, non si accontenta della masturbazione» rispose con una naturalezza che non impedì a un lieve rossore di colorare le guance di Iole.
«E…come fa, se non sono indiscreta».
Le puntò addosso uno sguardo sereno e le rispose come se le avesse chiesto l’ora.
«Avevo trovato una “casa” con una tenutaria e una ragazza disponibili, a prezzo maggiorato s’intende, ma la cosa è durata poco perché lui rifiutava che lei lo facesse per soldi e forse anche per pena. Lui vuole sentirsi accettato, come tutti».
«Quindi avete interrotto l’esperienza».
«Sì, ma dopo un po’ lui è ritornato alla carica. Si confida molto con me, senza reticenze. E io gli voglio bene».
«Cosa hai fatto?».
«Ne ho parlato con un amico, che mi ha aiutata. Mi ha presentato una ragazza del mestiere, giovane e molto carina, disposta a venire a casa. Concordammo di presentarla come una massaggiatrice e che si sarebbe comportata come tale le prime volte. Quando la portai a casa, lui accettò. Dopo tre o quattro sedute, i massaggi si fecero più audaci, anche per volontà di Giole. Sembrava che tutto andasse bene, ma all’improvviso non volle più vederla. Aveva capito che non erauna massaggiatrice e prese a trattarmi male».
«Lo avevi ingannato!».
«Fu la cosa che maggiormente lo addolorò. Cercai di farmi perdonare, gli spiegai che l’avevo fatto per lui, che per vederlo felice avrei fatto qualsiasi cosa, ma per un po’ mi tenne a distanza, rifiutando persino di accompagnarmi al bar per la colazione».
«E poi?».
«Poi… me lo chiese».
«Ti chiese di…?».
«Sì».
«E tu cosa hai risposto?».
«Ho accettato».
«Ma sei sua sorella!».
«Gli voglio molto bene».
«È un incesto!».
«L’incesto viene spesso connesso a episodi di violenza, a rapporti ottenuti contro la volontà dell’altro, quasi sempre un minore, facendo leva su paure, ingenuità, fragilità. Nel nostro caso si è trattato di qualcosa di diverso, di un mutuo desiderio di fisicità, come la normale evoluzione di una relazione tra un fratello e una sorella quasi coetanei».
«Anche se consenziente e desiderato non credo che un rapporto incestuoso possa essere felice, porta inevitabilmente a un senso di doppio fallimento».
«Il rapporto affettivo che ci lega fa perdere alla cosa ogni immoralità. Non sentiamo di aver fatto qualcosa di perverso e sbagliato da cancellare con un pentimento. Giole ha un posto speciale e unico nel mio cuore e io ce l’ho nel suo. Io e lui ci siamo cresciuti a vicenda, e continuiamo a farlo. Questo non cambierà mai».
Intrecciò le mani e serrò le mascelle. Era in evidente difficoltà. Poi si scosse e riprese a parlare.
«Sei una donna colta, Iole, e sono certa della tua capacità di valutare la situazione senza moralismi. Vedi, per gli antichi greci l’amore aveva tre componenti: l’agàpe, cioè la capacità di donare senza pretendere nulla in cambio, e questo tipo di amore lui l’ha sempre avuto, da mia madre e da me. La seconda componente è la philìa, la voglia di stare insieme per godere della reciproca compagnia, e questo lo ha sempre avuto da me, fra di noi c’è sempre stata una sorta di simbiosi. Ma lui aveva bisogno anche della terza componente, l’eros, l’attrazione che mira all’unione carnale, e questo non lo voleva da una mercenaria, aveva bisogno come tutti di qualcosa di esclusivo».
Il suo sguardo si fece implorante.
«Jole, non far parte della società che preferisce non vedere, non sentire, non capire. È un qualcuno, non un qualcosa».
«Credo di essere una donna aperta, ma non fino al punto da accettare con disinvoltura un incesto. La sessualità è un suo bisogno e un suo diritto, ma non con te!».
«Quella che ti ho raccontata non è una storiaccia da bassifondi dell’anima, ma una forma d’amore che forse nemmeno tu capisci. Dare piacere sessuale al proprio fratello su sedia a rotelle non è una perversione ma un atto d’amore, forse estremo, ma pur sempre vero amore».
I lineamenti di Marta si fecero più tirati, sembrava sul punto di piangere.
«Il sesso è un desiderio primario che non soddisfatto ti fa sentire debole e sconfitto» aggiunse. «E io non volevo che lui si sentisse così.  Immagino che per lui fosse già pesante vedere alla televisione o sulle riviste una pubblicità traboccante di ragazze bellissime e giovanotti aitanti mentre i disabili sono relegati nella pubblicità progresso».
Marta si fermò e costrinse Iole a fare altrettanto. I loro sguardi si intrecciarono alla ricerca di risposte forse diverse ma con una richiesta di reciproca comprensione.
«Ho negli occhi una scena vissuta in questo parco. Sfogliavo una rivista su una panchina. Avevo accanto una signora che accompagnava un ragazzo in carrozzina, un disabile mentale, che ha cominciato a guardarmi, poi ha preso a masturbarsi. La madre mi ha guardato con un’espressione smarrita e afflitta e mi ha chiesto scusa. L’ho tranquillizzata. Quel ragazzino aveva bisogno di amore e lo cercava dappertutto».
Marta posò una mano sul braccio di Iole.
«Molti disabili non sanno neppure cosa vuol dire essere toccati da un’altra persona. La natura a volte è davvero spietata: salva il bisogno, ma nega gli strumenti per soddisfarlo».
Il silenzio che calò era denso e cupo come un nebbione. Fu Iole a romperlo.
«Continua ancora?».
«Da qualche tempo non me lo chiede più» rispose con il sollievo di chi riesce a dire qualcosa che aspettava di poter dire. «Da quando sei entrata nella sua vita» aggiunse.
«Ma io…».
«Gli piaci».
«Lo so».
«Faccio appello alla tua sensibilità: non farlo soffrire, non lo merita».
«Non potrei mai fargli del male» provò a rassicurarla.
«Non intenzionalmente, certo».
«Devi credermi».
«Ogni essere umano ricambia con ciò che riceve».
«Cosa intendi dire?».
«Se tu non lo farai sentire ammalato, lui non ti farà sentire un’infermiera».

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