Enrico Brega

Fiction – Il ritorno

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

È il 2002. Luca è un bambino di sette anni, gli piace contemplare le fantasiose evoluzioni aeree delle rondini dalla terrazza di casa che svetta su una collina dolcemente digradante.

Di ritorno da un lungo viaggio in volo dall’Africa, ogni anno, sempre meno numerose a causa del surriscaldamento della Terra e dell’inquinamento atmosferico, nelle stagioni propizie le rondini roteano, volteggiano, si separano con scatti verso svariate direzioni, planano all’improvviso, si rialzano e il gruppo si ricompone dando corpo a imprevedibili forme geometriche nel cielo di un azzurro intenso a tratti vagamente dorato; poi di nuovo si separano.

Luca è irresistibilmente attratto da quello spettacolo della natura, che cerca di seguire con il movimento degli occhi in larghe volute. Fantasticando.

E s’immagina tante cose. Per esempio, vorrebbe essere una rondine per poter spiare dall’alto suo fratello alle prese con giochi e scherzi dai quali lui, ancora piccolo, viene solitamente escluso. Suo fratello Amos ha quindici anni; passa interi pomeriggi scapicollandosi assieme agli amici tra lunghi filari di viti perfettamente paralleli e alberi da frutta che si snodano davanti al podere di famiglia. Tra loro ci sono anche alcune ragazzine alle quali Amos lancia sguardi che sembrano attendere risposta.

Pur somigliandosi in modo impressionante quei fratelli hanno caratteri del tutto diversi. Stando alle aspettative dei genitori non appena avranno l’età per farlo verranno inseriti nella gestione della proprietà.

 

È il 2006. Amos ha preso a stento il diploma di perito agrario. Di lavorare nei campi, però, non ne vuole sapere. È intenzionato a bruciare le tappe e fare soldi in fretta per trasferirsi poi all’estero dove, a suo dire, lo spirito d’iniziativa dei giovani è più incoraggiato. Per ora si è messo in testa di darsi alla vendita di apparecchi high-tech.

I genitori cercano di farlo ragionare. Ma non funziona.

Dopo snervanti discussioni finisce che il padre sborsa una considerevole somma per consentire ad Amos di aprire un negozio nel centro del paese.

«Pochi anni e mi faròla Ferrari… Vedrete» dice Amos.

Suo padre finge di non avere sentito.

Luca, nel frattempo, frequenta con profitto la prima media e già pensa al suo futuro di viticoltore ed enologo a fianco del padre. Come premio, i genitori gli hanno regalato un cannocchiale perché possa osservare meglio le sue rondini.

Da subito il negozio vende molto, e nelle giornate di punta Amos deve ricorrere all’aiuto di un occasionale commesso.

Si arriva così alle feste natalizie e di fine anno.

Un autentico boom.

“Nessuno voleva crederci, ma ce l’ho proprio fatta”, dice fra sé Amos. E con malcelata soddisfazione non manca di farlo notare ai suoi.

 

Oggi è una giornata di luglio stranamente ventosa. Amos entra nel salone di un concessionario d’auto e si accende una sigaretta, subito nota un lieve tremito alle mani. Sarà l’emozione, pensa.

Dal garage sottostante sbuca il titolare del salone alla guida di un scintillante Suv. Amos l’ha appena acquistato con pagamento dilazionato. Della Ferrari se ne parlerà più in là. Con quest’auto, tuttavia, pensa di fare una bella sorpresa ai suoi.

Arriva a casa a bordo del Suv proprio nell’istante in cui, madido di sudore e con in testa il logoro cappellaccio di paglia, suo padre raggiunge arrancando la cima della collina dove ha lavorato duro tutto il giorno.

Il padre lo vede scendere dall’auto e storce la bocca incredulo.

«Ti piace, pa’? Con il vento in poppa delle mie vendite me la posso permettere, giusto?».

«Bella davvero… A proposito, Amos, gira voce che presto aprirà qui vicino un ipermercato che metterà in vendita con molte promozioni i più aggiornati prodotti dell’elettronica e della tecnologia… quelli che vanno di moda… Sì, proprio qui, a meno di un paio di chilometri dal tuo negozio…».

 

È il 2009. Domenica. L’estate al culmine. In paese c’è chi va in cerca di un angolo fresco e appartato in fondo alla collina dove i filari sono più fitti creando larghe zone ombrose.

Amos e la sua ragazza sono languidamente sdraiati sopra una coltre di terreno punteggiato da ciuffi d’erba e guardano il cielo. Si lamentano di quanto sono brevi quei momenti così intimi.

Poche rondini volano sopra di loro.

«Come va con mio padre?» chiede lei.

«Be’, Martina, che ti devo dire? In sostanza mi sta mantenendo.»

«Ma dai! Da quando hai dovuto chiudere il negozio, rivendere il Suv e saldare le rate alla finanziaria, mio padre ti ha semplicemente dato la possibilità di guadagnarti da vivere lavorando come magazziniere nella sua azienda. Quanto basta per superare questi momenti di crisi con i tuoi. Poi le cose andranno a posto. Ne sono sicura, davvero»

«Tutta colpa di quel centro commerciale del cazzo!».

Martina scuote la testa.

«Ho in mente un’idea», dice lui, fissandola.

«Cioè?»

«Me ne ha parlato un amico. Si chiama Max. Tu non lo conosci, è uno tosto. L’idea è di arruolarci nell’esercito. La Brigata Folgorefarebbe al caso mio, perché potrei ottenere un ingaggio nella, si fa per dire, missione di pace in Afghanistan. Lì, sì, prenderei dei bei soldi! Sembra che si guadagni bene: circa quarantamila euro all’anno, per non parlare delle indennità di guerra. E sono tutti netti. Insomma, senza spese. Niente male, eh!»

«Stai scherzando? Con tutti quei pericoli… E le missioni quanto durano?»

«Dipende da come andranno le cose. Volendo potrei scegliere un ingaggio a termine. Che so… due o tre anni. Si vedrà».

«E io dovrei stare tutto quel tempo così lontana da te?»

«Ci sono le licenze, Marti. Tu considera il bel gruzzolo che potrei mettere da parte».

«Ma se le cose stanno così, come andrà a finire tra noi?» La voce di Martina si è come spezzata.

«Marti, ascoltami bene: non ti perderò. Per nessuna ragione al mondo! Immagina che io sia via per lavoro. Sai, non sempre ci si può permettere di mettersi in viaggio per andare in vacanza! Ma al mio ritorno ci sposeremo e sarai la donna della mia vita.

Lei si riprende, cerca lo sguardo di Amos, per un attimo esita e in un sospiro: «Sì, io ti aspetterò».

 

È il 2010. Amos e Max, dopo un severo addestramento, sono a Kabul arruolati nella Folgore.

Sei mesi dopo Amos è promosso caporale.

La promozione gli procura una breve licenza premio. In quei cinque giorni il paese sembra non esistere, per Amos. C’è solo Martina. Solo lei col suo intenso amore. E il calore della ragazza lo fa sentire più forte, pronto ad affrontare i rischi della guerra. Poi torna a Kabul.

È successo all’improvviso senza il minimo segno premonitore. Un sms di Martina ad Amos: Sono incinta. Chiamami, ti prego!

Amos non ha difficoltà a ottenere il permesso di imbarcarsi su un aereo militare in partenza per l’Italia.

Tre giorni dopo il paese è in fermento.

Il cielo promette il meglio che si possa sperare. Alberi in fiore. Un allegro vociare di parenti e amici si diffonde lungo la tavolata imbandita sull’aia dei genitori di Martina inondata di sole.

Al centro siedono Amos e Martina. È la festa del loro matrimonio. L’hanno dovuto celebrare in tutta fretta perché il permesso di Amos dura solo una settimana.

Quando tutti se ne sono andati i genitori degli sposi rientrano in casa per accordarsi su come aiutare i figli confidando in un congedo anticipato di Amos.

Luca è l’unico rimasto sull’aia. Scruta il cielo armeggiando col suo cannocchiale.

A osservarlo bene il territorio dell’Afghanistan mette una certa inquietudine. Lungo quel livido ventaglio di aspre montagne e vasti altopiani apparentemente privi di vita i due hanno già partecipato ad azioni di ricognizione senza doversi impegnare in scontri a fuoco.

È il momento del rancio prima che scenda il buio profondo. Amos volge lo sguardo a Max e gli chiede: «Questi talebani sono davvero così pericolosi?».

«Sembrerebbe di sì, a quanto si vede».

«E, secondo te, lo sono più per la popolazione o per noi?».

«Per tutti, in maniera diversa. Guarda come trattano le donne: qui sono considerate esseri inferiori, senza nessun diritto civile. Quanto a noi cercano semplicemente di farci fuori; per loro siamo degli invasori. E in realtà… »

«Già, invasori! Io sono qui per fare un sacco di grana anche se la paga è un po’ meno di quanto speravo. A casa ho una moglie che mi aspetta, con un bambino in arrivo. E tu sai che sto puntando a un’indennità più alta offrendomi come volontario per certe azioni lampo molto rischiose».

 

È il 2011. Una mattina di Febbraio. Fuori l’aria è gelida, il paese avvolto nella nebbia. Campi sbiancati dalla brina.

Una lunga auto blu con le insegne militari si ferma davanti alla casa dei genitori di Amos. Il team della Folgore composto da due ufficiali raggiunge l’ingresso.

In casa c’è solo il padre. Dalla finestra li vede e subito apre la porta.

Con poche formali parole i due gli annunciano che suo figlio Amos è stato ferito durante un attentato dei talebani contro una sede distaccata del quartier generale italiano. Ci sono stati anche due morti nella sua squadra. Il caporale, dicono, non è in pericolo di vita. Domani un aereo lo riporterà in Italia e sarà ricoverato nel più vicino ospedale militare.

 

Lesione del midollo spinale con deficit neurologico. Le gambe paralizzate.

Amos è in ospedale da un mese. Secondo i medici è presto per una prognosi, mancano ancora alcune analisi per poter valutare se il grado di compressione spinale è tale da ridursi gradualmente con o senza intervento chirurgico.

«Come va oggi?» gli chiede Martina. Lei è lì in ospedale e ci resterà fino a sera: un cappuccino, qualche biscotto e un po’ di frutta sono i suoi pasti. Vorrebbe esserci tutti i giorni non fosse che il suo ginecologo non si stanca di dirle che ha bisogno di una vita tranquilla e di nutrizione equilibrata. E poi quei viaggi in macchina, nelle sue condizioni!

Amos deve stare sdraiato in posizione supina. «Marti, per favore, chiama l’infermiere e fammi sollevare un po’ il cuscino così potrò vederti meglio»

«Sì, ma tu non mi hai ancora risposto. Dimmi come stai».

«Che ti devo dire, Marti. Mi sento come… un candidato alla sedia a rotelle!».

«Su, coraggio! Ci vuole pazienza, vedrai che presto ti rimetteranno in piedi».

«Lo sai, Marti, che se la lesione non guarisce noi due non potremo più…».

«Smettila! E pensa piuttosto alla creatura che sta per nascere».

Due giorni dopo le lacrime di gioia di Martina contagiano tutti i famigliari. Il piccolo Filippo è stato puntuale, ed è ora tra la braccia della mamma che lo coccola teneramente. Ci ha pensato suo padre a dare la notizia ad Amos, chiamandolo sul cellulare.

«Portatemelo qui… Lo voglio vedere… Lo voglio vedere», dice Amos.

«No, ragazzo, dovrai pazientare. Per ora non si può. Lo capisci, vero?».

 

Il tempo sembra essersi fermato. Per Martina le giornate non hanno mai fine.

Di prima mattina arriva la telefonata. Il medico si è limitato a dire che il quadro clinico è definito e a disposizione dei famigliari.

Alla guida dell’auto è il padre di Martina, lei al suo fianco e, dietro, il padre di Amos e Luca che ha voluto portare con sé il cannocchiale. Il piccolo è a casa con le nonne.

Quando entrano in reparto notano lo sguardo enigmatico di Amos.

Appena fuori dal reparto c’è un terrazzo con alcune sedie occupate da degenti e visitatori che parlano sottovoce. «Tu Luca aspettaci lì» dice suo padre.

Due medici dall’espressione indecifrabile attraversano lentamente il lungo corridoio, verso il reparto. Il primario ha in mano dei fogli.

Fuori, Luca punta il cannocchiale e in un solo istante (quasi non crede ai suoi occhi) ecco apparire un folto stormo di rondini, quante non se ne vedevano da qualche anno, che solcano il cielo disegnando eleganti arabeschi. E distingue gli armoniosi colori del loro piumaggio: il blu metallizzato tendente al nero, il bianco pallido, persino il rossiccio-bruno di gola e fronte.

È una gioiosa sinfonia cromatica. L’annuncio della vita che ritorna.

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