Franco Petroni

Fiction – Irina

 

 

451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

In fondo mio nonno, il fascista, nel ricordo mi è simpatico; non così mio padre, il comunista. Per esempio, era bello il rapporto che mio nonno aveva con mia nonna. La tradiva andando a puttane, io lo so perché ne parlava tranquillamente coi suoi amici, preoccupandosi poco del fatto che io, bambinetto, ero presente, tanto che riuscivo perfettamente a capire di cosa si trattava. Mia nonna era una vera signora, un po’ distratta e appannata e tuttavia, anzi proprio per questo, distinta e rassicurante nel cerchio di profumo che sempre l’avvolgeva e che era la manifestazione sensibile del comfort di cui ella sapeva gratificare chi viveva con lei. Cosa importava una banale questione di corna nel contesto di un saldo rapporto coniugale? Invece, che drammi quando mio padre incontrò la russa che pareva avrebbe mandato in pezzi il suo matrimonio! Mia madre era brutta, sgraziata, opaca, e arida all’aspetto e pignola, vera burocrate di partito; eppure per mio padre il rapporto con lei era qualcosa d’insostituibile. L’aveva conosciuta nel crogiuolo della guerra civile, e anche lei era figlia di un fascista; feroce, per giunta. Ambedue avevano promesso di fargli la pelle se cadeva nelle mani dei partigiani: questo era il patto che li aveva uniti, e che aveva cementato la loro unione. Dalla quale pareva esclusa la passionalità, che però emerse disastrosa all’arrivo di Irina, la russa. Che era perfetta nel suo ruolo: bella, bizzarra e sensuale. Mio padre vide che era possibile vivere una vita diversa: ma quale vita? Disordine, era, quell’avventura, caos, irrazionalità, decadenza. Insomma, bisognava reprimersi. E il partito, subito avvertito, occhiuto, lo aiutò in questo. Alla russa vennero tirate le redini. Doveva lasciare il balletto folcloristico che si era esibito fino allora in Italia con lei come prima ballerina. Tornare immediatamente in patria. Irina se ne andò piangente. Fino all’ultimo aveva pensato di tagliare i ponti, di «scegliere la libertà», come si diceva allora. Mio padre non l’aveva aiutata. Aiutarla significava mettersi contro il Partito, contro il Socialismo, contro l’Unione Sovietica. Lo spettacolo che offrì di sé alla bella Irina fu quello di un pover’uomo stranito e imbozzolito. «Non si è vergognato, a quel punto?», mi sono sempre chiesto. Probabilmente sì, si era vergognato; probabilmente aveva perso la fiducia in sé, quella fiducia che lo aveva tenuto in piedi durante la lotta partigiana e gli aveva dato la forza per saltare ogni ostacolo. Ricordo – avevo, mi sembra, otto o nove anni – che girava per la casa in trance, urtando nei mobili. Mia madre, silenziosa, gli stava d’intorno, come pronta a impedire che cadesse per terra. Irina se ne andò. Mio padre neppure l’accompagnò al treno; all’ultimo momento, pentitosi, fece una corsa per raggiungerla, ma il treno già stava scorrendo via, e lei non era affacciata al finestrino. Se ne andò, Irina, bella ed altera nel suo logoro cappotto anni Trenta, piangendo dignitosamente, come testimoniano i pochi compagni che erano con lei alla stazione. Dicono anche, alcuni di loro, che in uno scatto di volontà autodistruttiva, tipicamente russa, aveva pensato per un attimo di rimanere in Italia e di darsi alla prostituzione; desistendo poi, ragionevolmente e tristemente, mentre loro, commossi, le si affollavano intorno per consolarla.

Io avrei voluto una madre come Irina. Non l’avevo avuta, purtroppo.

I due coniugi rappezzarono la loro vita in comune.

Io lo disprezzavo, mio padre, e tuttavia lo invidiavo: in qualche modo, per via riduttiva, aveva costruito la sua vita, s’era dato un’identità.

Io non avevo un’identità.

Vent’anni dopo.

«Vado.»

«Dove vai?», disse Sabina.

«In Russia. A trovare Irina.»

«Irina chi? Quella di tuo padre?»

«Sì.»

«Ha cinquant’anni.»

«Quarantadue. Quindici più di me.»

«Io non ti faccio abbastanza da madre. Lo so. Vai, vai pure: non sarò certo io a tirarti indietro. Comunque, sarà perlomeno un bel viaggio. Divertiti.»

Andai. Di quel viaggio ricordo la trafila burocratica asfissiante per ottenere il visto e una strana sensazione che ebbi, appena atterrato all’aeroporto di Leningrado: che tutto quello che mi accadeva fosse predeterminato e, nello stesso tempo, sostanzialmente casuale. Mi pareva che innumerevoli occhi mi seguissero; provavo senso di costrizione e l’impulso spasmodico di tornare indietro. Finché – la riconobbi subito – vidi Irina venuta a prelevarmi. Irina chiamò un taxi e mi portò a casa sua. Parlava perfettamente l’italiano, perché, mi disse, quando era tornata in Russia dall’Italia aveva continuato a studiare la nostra lingua.

Senza che la interrogassi, mi parlò del suo rapporto con mio padre. Disse che erano innamorati, tutti e due, ma era inevitabile che quel rapporto finisse, ed era bene che fosse finito:

«Sarebbe bello se potessimo soddisfare tutti i nostri desideri, ma non è possibile. Lo impediscono i nostri rapporti con gli altri, al di fuori dei quali la vita non ha significato. Questo lo ripeteva sempre tuo padre, e finii con l’esserne convinta anch’io.»

«I compagni sovietici vi hanno costretto a lasciarvi?»

«No, non ci hanno costretto: ci hanno convinto. I compagni sovietici e quelli italiani.»

«I compagni italiani non sono sempre così rigorosi, per quanto ne so.»

«Dovrebbero esserlo. Tuo padre lo era. Aveva una grande forza, tuo padre. Se non siamo rigorosi, la forza la perdiamo. Io questo ho imparato da lui, e gliene sono grata.»

Io sapevo che, negli ultimi anni almeno, la forza mio padre non l’aveva più, ma tacqui.

«Alle ragazze che seguono le mie lezioni di danza», disse Irina, «io raccomando sempre di essere rigorose. Se ognuna di loro cerca solo il successo personale, se vuole diventare una star, come dite voi, il complesso di cui fa parte non si può amalgamare, e ci saranno sempre delle voci che stonano. L’insuccesso sarà di tutti.»

«In Italia, l’insuccesso di uno provoca il successo degli altri. La competizione è incoraggiata perché, si dice, produce risultati migliori.»

«È male che sia così. Così si tradisce ogni principio morale.»

«Qua, in Russia, tutto è regolato, a quanto mi sembra. Ma tutto funziona davvero?»

«Il processo della costruzione del comunismo è lungo.»

«E tutti vi collaborate, tutti vi sentite coinvolti?…»

«È l’unico modo perché gli uomini non si sentano soli. Il periodo in cui io mi sono sentita meno sola è stato quando Leningrado era assediata dai nazisti. Mio padre morì, colpito da un cecchino tedesco; poco dopo morì anche mia madre, e rimasi affidata a una zia. Ero molto piccola, ma capii che la salvezza mia dipendeva dalla salvezza di tutti. Ti sembrerà strano, ma sotto i bombardamenti, col pericolo continuo di un attacco dei nazisti, coi morti per fame nelle strade, eravamo felici, non trovo altra parola che questa. È la solidarietà degli altri che dà fiducia.»

Guardavo intensamente la faccia di Irina. Era evidente che era sincera, perché era una persona che non sapeva fingere. Ma quanto poteva essere sincera? Mio padre credeva nel comunismo, e la sua fede era stata sottoposta a innumerevoli prove, messa a rischio da quello che accadeva in Italia e nel mondo: era una battaglia con se stesso che doveva combattere e vincere ogni giorno. Irina a questa battaglia non era preparata: per lei l’alternativa era continuare a credere, oppure cedere di colpo. Per diventare come? Cinica, come erano diventati tanti compagni italiani dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria e della Cecoslovacchia? Irina, mi pareva di capire, era sola: una solitudine così completa che, a pensarvi, provavo angoscia. L’amore per mio padre l’aveva bruciata: aveva avuto una possibilità di vita, l’aveva dovuta respingere e non le era rimasto più niente.

Era molto bella ancora, e la sua faccia mostrava poco i segni dell’età, ma, al confronto con la fotografia che avevo sottratto a mio padre e avevo conservato, aveva perso luminosità e appariva ferma in un’espressione dignitosa e un po’ rigida.

La guardai più intensamente di quanto l’avevo guardata fino allora, per farle sentire il mio interesse per lei. Lei mi comprese benissimo:

«Ti piaccio, mi sembra», disse sorridendo, senza nessun imbarazzo. «Vecchia come sono, ne sono contenta. Potrei quasi essere tua madre. Tu sei ancora un ragazzo, e chissà quante belle ragazze hai, in Italia.»

«Deve essere contenta di te, tua madre», soggiunse. «Io, qua, di voi non so nulla. So solo che tuo padre è morto, perché i compagni si sono premurati di dirmelo…»

«È morta anche mia madre, due mesi fa.»

Mi prese le mani e me le tenne a lungo tra le sue; poi mi abbracciò.

Per il suo corpo, così vicino al mio, provavo simpatia. Mi venne naturale stringerlo, sentendone il calore e la morbidezza; ma avvertii un senso di colpa. Lei mi rassicurò ridendo e scarruffandomi i capelli. Io le sfiorai la bocca con le labbra.

«Tu non devi considerarmi nemmeno una parente», disse. «Devi considerarmi una monaca. Da voi ci sono le monache cattoliche, che fanno voto di castità ma vivono nel mondo, fanno le maestre nelle scuole e le infermiere negli ospedali. Ecco: io voglio essere considerata da te una monaca. Puoi confidarmi tutto, puoi chiedermi consigli. Credo che di questo tu abbia bisogno.»

Io avrei desiderato qualcosa di più, ma mi parve che la proposta di Irina fosse ragionevole.

Tanto più che lei non era per niente beghina, e i compagni sovietici avevano idee sorprendentemente larghe in materia di convivenza tra uomini e donne: per loro era essenziale soltanto che qualcuno dei loro non approfittasse della convivenza con uno straniero per scapparsene in Occidente. Sicuri su questo punto, concedevano tutto, anche perché due innamorati, di solito, stanno quieti e non si occupano di politica.

All’infuori dei rapporti sessuali, tra me e Irina poteva avvenire di tutto; normalmente avveniva che avvicinassimo i due letti che erano in camera (c’erano, nella sua casa, oltre a quella stanza, solo una cucina e un bagno con la doccia), in modo da formare un unico giaciglio. Io approfittavo di quella concessione tenendola abbracciata tutta la notte. Ricordai che avevo letto, molti anni prima, un libro sull’amore tantrico. Questa è una forma di amore che fu praticata da intellettuali e nobildonne indiane negli anni intorno al Mille, si diffuse nei paesi arabi e, secondo alcuni studiosi, arrivò fino in Europa e influenzò, nelle regioni provenzali, la concezione dell’amor cortese. L’amore tantrico consiste nel convivere, uomo e donna, nella stessa casa e nello stesso letto, nel tenere l’uno verso l’altra un atteggiamento di sudditanza amorosa, nel confidarsi tutto, anche i pensieri più segreti, nello stare giorno e notte fisicamente vicini, senza consumare l’atto sessuale, così da rimanere in una condizione di perenne desiderio, che, non appagandosi mai completamente, dà luogo a una sensazione di profonda intimità e di perfetta comprensione reciproca.

Era inverno, e un inverno particolarmente freddo che, quando arrivai, ai primi di dicembre, stava intero e massiccio davanti a me, apparentemente invalicabile. Passai con Irina, nella sua casa minuscola, il Natale, festività che lei sentiva molto, pur essendo atea, perché le ricordava il caldo della famiglia riunita intorno al samovar: genitori e zii e nonni e un fratellino più piccolo di lei; famiglia distrutta poi dall’assedio e dalla fame. Avrebbe voluto ricrearsi un ambiente lieto, intorno, ma era sola. Non aveva amicizie; i suoi rapporti erano limitati ai colleghi di lavoro e alle sue allieve. E nella casa faceva freddo, un freddo che sapeva di povertà. Aveva poco denaro e, per la stufa, non poteva acquistare carbone a sufficienza. Provvidi io, cambiando dei dollari al tasso ufficiale, tenuto artificialmente alto e non conveniente per chi, come me, veniva dal mondo capitalista.

Stavamo quasi sempre in casa, nelle ore in cui lei era libera dal lavoro, perché così preferivamo, tutti e due. Fuori, il freddo aveva, per me, qualcosa di atroce, quasi provenisse da un mondo alieno. La Neva più che ghiacciata pareva morta; i palazzi del lungofiume erano quinte di cristallo che il minimo mutamento avrebbe frantumato. Quella non era Leningrado, la città della Rivoluzione: era la vecchia San Pietroburgo, che ben conoscevo grazie ai romanzi russi, rimasta immobile per un incantesimo: la città di Delitto e castigo; del Cappotto di Gogol. Sul retro dei palazzi, in stretti vicoli dalla sporcizia solidificata nel gelo, il crepuscolo dell’inverno artico rendeva la scena ancora più spenta e fantasmatica: vecchi bevitori accoccolati in un angolo, la cui volontà di assopirsi nella morte era contrastata dalla distratta brutalità di ronde che li costringevano ad alzarsi in piedi, e li accompagnavano barcollanti cento metri più in là, per lasciarli cadere sul lastricato, al riparo di un portone. In quei recessi della città non s’avvertiva l’ira del regime; lì non giungeva la volontà frustrata di un ordine che appariva impossibile: ognuno, umanamente, era lasciato vivere e morire secondo il suo destino.

Non avrei dovuto, essendo straniero, andare in giro di notte per quei quartieri, ma vi andavo, accompagnato da Irina, approfittando del clima di distrazione dell’ora della vodka, dopo le dieci di sera. Tra quella gente umiliata la mia accompagnatrice aveva un certo prestigio, che si traduceva in autorità, per cui assai meglio dei poliziotti lei era in grado, spingendolo e sostenendolo, di fare andare a letto un ubriaco e di evitargli il congelamento.

Sarei potuto restare ancora, perché avevo stabilito rapporti corretti con le autorità cittadine e col partito, grazie anche al ricordo che di sé aveva lasciato mio padre (fui invitato più volte a cerimonie ufficiali, e tenni una lezione nell’Università agli studenti di un corso d’italiano), ma sentivo che non avrei potuto sostenere quella condizione d’immobilità senza disintegrarmi, e decisi di partire. Irina era triste, e lo disse, ma aveva acquistato una capacità infinita di sopportazione. La baciai, a casa, in taxi, all’aeroporto; baci profondi, esplicitamente erotici, che volevano essere l’ultimo messaggio che le lasciavo, e che lei accettò ricambiandoli. Le dissi: «Tornerò a trovarti». Ma sapevo che le nostre vite ormai erano divise, e infatti non tornai. Ci scambiammo cartoline d’auguri per Natale e per Pasqua, ma anche quella consuetudine s’interruppe. Ora non so cosa faccia, e se sia ancora in vita.

 

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