Paolo Trovato

Medioevo e Rinascimento – Novembre 2011

Con la collaborazione di Beatrice Saletti

I trovatori nel Veneto e a Venezia, Atti del Convegno Internazionale, Venezia, 28-31 ottobre 2004, a cura di Giosuè Lachin, presentazione di Francesco Zambon, Roma-Padova, Antenore, 2009, pp. 382, € 49.

Non diversamente da qualche crociata “petrolifera” dei nostri tempi, la feroce crociata albigese contro l’eresia catara indetta nel 1209 celava motivazioni economiche e mirava a privare dei loro feudi i ricchi feudatari delle corti del sud della Francia. La conseguente, diaspora dei trovatori occitani e dei loro libri verso una zona non controllata dall’Inquisizione, i liberi comuni e le corti ghibelline dell’Italia settentrionale, ebbe effetti decisivi sulla tradizione letteraria europea, suscitando da un lato la precoce fioritura di una lirica italiana di “imitazione” provenzale in varie zone della nostra penisola (in particolare, nella Sicilia di Federico II), dall’altro il costituirsi nel Nord Italia di numerosi ateliers specializzati nella produzione di raccolte di poesia trobadorica, al punto che la maggior parte dei manoscritti provenzali superstiti provengono da centri scrittorî italiani. Aggiornando le ricerche di grandi studiosi come Avalle e Folena, il Convegno di Venezia − in cui si sono confrontati autorevoli specialisti di più discipline, dalla storia della miniatura alla codicologia alla storia sociale alla filologia (ricorderò solo Roberto Antonelli, Furio Brugnolo, Giordana Canova Mariani, Gérard Gouiran, Maria Luisa Meneghetti) − fa il punto su questo straordinario capitolo della nostra storia culturale.

p.t.

Censimento dei Commenti danteschi. 1. I Commenti di tradizione manoscritta (fino al 1480), a cura di Enrico Malato e Andrea Mazzucchi, Roma, Salerno ed., 2011 2 tomi di compless. pp. LXXXVI-VI-1184, con 56 pp. di tavv. f.t., € 140.

Come è noto, la violenta novità della Commedia ha infranto con il suo successo i paletti che separavano nel Due-Trecento la sorte della letteratura d’intrattenimento, che parla nella lingua della mamma, e quella degli auctores, i testi che formavano la classe dirigente, scritti in latino e commentati pubblicamente a spese dei comuni (le città-stato del nostro Medioevo). A pochi anni dalla morte di Dante, inizia (e il genere non accenna, nemmeno oggi, a perdere vitalità) la produzione dei commenti danteschi, spesso monumentali, a volte notevolissimi: da Jacopo Alighieri a Graziolo de’ Bambaglioli a Iacomo della Lana, da Boccaccio al simpatico e illuminante Benvenuto da Imola (un maestro che aveva commentato anche Valerio Massimo, Virgilio, Lucano, il Bucolicum carmen di Petrarca). Il Censimento offre, in ordine alfabetico, una cinquantina di aggiornati ‘cappelli’ introduttivi ai vari commenti con relativi elenchi di manoscritti e bibliografie (pp. 1-426) e una preziosa serie di riproduzioni di alta qualità. Segue (pp. 429-1110) il censimento vero e proprio, cioè una descrizione accurata dei 702 manoscritti tre-, quattro- o cinquecenteschi che contengono i commenti con ampio corredo di indici. Un’opera indispensabile per gli addetti ai lavori, affascinante per le persone colte.

p.t

Autografi dei letterati italiani. Il Cinquecento, to. I, a cura di Matteo Motolese, Paolo Procaccioli, Emilio Russo. Consulenza paleografica di Antonio Ciaralli, Roma, Salerno ed. 2009, pp. XXIV-472 (332 di testo, 164 di tavole). € 76.

Come scrivono gli ideatori della bella serie (opportunamente, in grande formato): “Il progetto […] nasce con l’intento di agevolare le indagini in questo settore […], offrendo uno strumento di base fondato su: a) un primo censimento degli autografi dei letterati italiani più rappresentativi della nostra tradizione dalle Origini alla fine del Cinquecento; b) un corpus di riproduzioni utili a testimoniare la scrittura di ciascun letterato […] e , laddove possibile, le sue linee di evoluzione” (p. VIII). Il tomo I, che ci mette davanti agli occhi 164 tavole (6 per autore) relative a una trentina di scrittori, spesso massimamente “rappresentativi” della nostra tradizione (da Pietro Aretino al Bembo, da Michelangelo al Campanella, dal Marino al Vasari), ci fa credere, almeno per qualche tempo, di essere entrati negli studi dei nostri grandi. Un paio di esempi ad apertura di libro: a p. 269 si offre l’inizio, pieno di cancellature e tormentatissimo, della Storia d’Italia del Guicciardini; a p. 283 si legge un’annotazione, diciamo pure nazionalistica, del Machiavelli sui margini dell’edizione veneziana (1484) delle Historie di Biondo Flavio: “quod Petrarcha sit florentinum”, cioè ‘(Nota bene) che il Petrarca è fiorentino’ (e non aretino, come a volte si sosteneva!).

p.t.

Marie Tanner, Jerusalem on the Hill. Rome and the Vision of St. Peter’s in the Renaissance, Harvey Miller, London-Turnhout, 2011, pp. 288, 113 illustr. in bianco e nero, 59 a colori, € 120.

Marie Tanner “legge” la (ri)costruzione della basilica di san Pietro come un riflesso della crescente influenza del papato nel Quattrocento e del progetto di trasformare Roma in una nuova Gerusalemme. Il libro, preparato da più che decennali ricerche nelle biblioteche romane, è molto suggestivo, ma si ha l’impressione che l’asserita unitarietà di questo programma (fatalmente portato avanti in tempi lunghi e da attori diversi, alle prese con contesti e problemi diversi) sia argomentata in modo un tantino arruffato. Si consideri per es. la frase che segue: “Con l’elezione di Papa Leone X de’ Medici umanisti e artisti della corte papale personalizzarono la leggenda di Noè, enfatizzando i legami tra Roma e Firenze e connettendo i Medici agli antichi reggitori di Roma nel quadro di una comune eredità toscana. Durante il regno di Clemente VII de’ Medici Guillaume Postel creò una specifica connessione genealogica tra gli eredi di Noè e i duchi etruschi. Cosimo Bartoli (1503-1572) […] fu un membro della cerchia dei Medici” (p. 53). Se si tiene conto che: a) Leone X morì nel 1521 e Clemente VII nel 1534; b) Guillaume Postel nacque nel 1510 e il suo primo scritto di qualche rilievo è del 1538; c) Cosimo Bartoli entrò al servizio dei Medici nel 1560, si capisce che simili tentativi di condensazione rischiano di ridurre drasticamente, se non di cancellare, le differenze generazionali suggerendo un’immagine falsamente omogenea della cultura architettonica e letteraria del nostro Rinascimento.

Beatrice Saletti

PAOLO TROVATO insegna Storia della Lingua Italiana all’Università di Ferrara e codirige la rivista ‘Filologia italiana’. Tra i lavori più recenti: la raccolta dantesca Nuove prospettive sulla tradizione della “Commedia” e, con altri, il primo vocabolario storico della nostra letteratura musicale (il CD-ROM LesMu. Lessico della letteratura musicale italiana, 1490-1950), pubblicati entrambi a Firenze, da Cesati, nel 2007, la ristampa anastatica di Con ogni diligenza corretto (Unifepress, 2009), l’edizione critica della prima Cortigiana (1525) dell’Aretino (Salerno, 2010). Sta curando, con Elisabetta Tonello, una nuova raccolta di studi sulla tradizione manoscritta della Commedia in vista di una nuova edizione del poema dantesco.

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