Vincenzo Bonicelli

Fiction – La forma persa nella bottiglia

 

 

451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Io credo nella forma più che nella sostanza delle cose. Cosa c’è di più sublime della forma di un bellissimo volto femminile, cosa di più elevato di quella di una mente disponibile alle più grandi speculazioni filosofiche ed immaginazioni poetiche per sua inveterata abitudine ed inclinazione al piacere intellettuale? La sostanza è solo qualcosa che riempie il contingente per un momento e occupa un limitato spazio temporale senza abbracciare la vastità del pensare nella sua forma più estesa: la capacità di perdersi per disegnare nuovi confini nell’immaginazione. Perciò amo la forma.

Conobbi Eleonora una bella mattina di primavera e capii subito che la sua bellezza, pur così stupefacente, non era superiore alla elevatezza del suo spirito. Era quello sguardo così puro e quella bocca dalle linee morbide e quasi eteree a farmi sentire che dentro di lei ardeva una fiamma speciale, un calore troppo esteso nella sua forza di propagazione da poterlo limitare nell’estensione quotidiana dei sentimenti umani. Mi guardò per la prima volta e io provai, subito acceso dentro di me, l’ardore generosissimo che solitamente s’accompagna all’amore di un uomo per una donna. Ero già disposto ad aprire tutto me stesso alle sue richieste, a non negare niente di quello che i suoi occhi e la sua bocca avrebbero voluto. Io avrei ceduto tutte le mie armi per abbandonarmi alla forza della sua purezza. Solo così mi sarei potuto salvare in un momento della mia vita così critico, indeciso di fronte ai tanti enigmi di una realtà spietata e cinica, senza uno scopo preciso o una direzione per le mie energie nervose e intellettuali. Ero sull’orlo della follia, spintovi dalla disperazione e l’impotenza dei miei tentativi di riscatto: nessun lavoro e nessun aiuto da parte di nessuno. Mi aggrappai ad Eleonora subito. Mi sentivo un naufrago che rompe il digiuno forzato addentando le radici che il terreno miracoloso gli offre vicine. La portai con me in giro per la città deserta, mentre una strana luce troppo forte per le mie pupille sensibili, da troppo tempo umiliate dall’insonnia, irradiava su di noi la forma esagerata di inesprimibili desideri erotici, inconfessabili ad un primo incontro involontario. Non è forse vero che la passione che nasce ha caratteri troppo forti per definirla come una normale emozione? E non è forse vero che in essa ingenuità e malizia s’intrecciano e adombrano la normalità, rendendo più intensa la luce degli occhi, più pura la linea delle labbra? La passione amorosa è luce allo stato puro. Così, fuori da ogni logica quotidiana d’assuefazione alle più banali e insignificanti forme di appiattimento di ogni vera esaltazione di bellezza e slancio amoroso, io mi sentii accecato dalla forza abbagliante che l’avvolgeva in una situazione di eccezionale fascino. La purezza e l’attrazione morbosa della sua presenza si giocavano il primato davanti ai miei occhi. C’inoltrammo sempre più dentro il giardino dove io l’avevo condotta, fin sopra la collina che luglio riscaldava con la sua arroganza invadendo ogni angolo della città, anche il più nascosto.

Bologna è una città che si apre lasciva all’irrompere di forze vitali e virili, sembra una femmina vogliosa che non nasconde la vocazione al piacere. Difficile per l’uomo resistere alla tentazione della penetrazione fisica davanti a tanto sconcia manifestazione di libidine. L’intelletto stesso si ribella all’idea di non approfittare del momento delirante di passione che si offre così apertamente. Io le confessai subito la mia passione non con le parole, ben poca cosa nell’insorgenza delle mie emozioni tumultuose, ma con lo slancio irrefrenabile del mio sguardo, cui seguì il movimento del mio corpo e delle mie mani. Non fece nulla per fermarmi. Fu questo l’inizio della mia discesa nel Maelstrom.

Improvvisamente vecchio, precocemente incanutito dall’esperienza del terrore, ricordo ora distintamente il motivo dell’accaduto. Chi mi guarda in volto pensa sia stato colpito da una terribile disgrazia o da qualche sciagura di proporzioni disumane, nell’evidenza dei segni lasciati da quel giorno lontano sul mio aspetto. Io potrei rammentargli il racconto di Edgar Allan Poe Una discesa nel Maelstrom con la citazione di Joseph Glanville nel suo prologo.

Essa echeggia ancora spaventosamente nella mia mente.

Le manifestazioni di Dio nella Natura, e nella Provvidenza, non sono come le nostre; e i modelli che noi ce ne foggiamo non sono affatto commensurabili alla vastità, profondità e imperscrutabilità delle opere Sue, che hanno in sé un abisso più profondo del pozzo di Democrito.

La mia piccolezza di essere umano non ebbe mai un’occasione così propizia per manifestarsi chiaramente, né prima né dopo. L’enormità delle potenze che regolano, o per meglio dire, esprimono l’universo, fu tale da abbattere ogni mio tentativo di difesa. Nei giorni seguenti fu solo la bottiglia, sempre davanti a me in bella mostra, a darmi una esigua chance di salvezza nell’incertezza della mia condizione. Ma con danni irreparabili per la mia fiducia nell’essere umano.

Ecco cosa successe.

Mentre avidamente mi perdevo in lei senza incontrare nessuna resistenza, mi meravigliai di quanto tutto fosse troppo facile: a lungo avevo desiderato e inseguito un momento simile, invano. Non l’avevo mai neanche sfiorato. Il ciglio della collina era non molto lontano da noi e dalla casupola abbandonata in cui avevamo trovato riparo. Due o tre metri forse. L’orrido di sotto non era più di venti metri di profondità, valuto ora ripensandoci. Allora non soffrivo di vertigini e non ci feci caso più di tanto, giusto quanto si po’ considerare una curiosità la presenza di una forma sconosciuta del terreno. Non ero mai stato da quelle parti, almeno in quel punto. Come, del resto, non avevo mai amato una donna così istantaneamente e così spudoratamente con successo. Lei si staccò da me solo alla fine dell’atto sessuale. Quell’unico ammasso di corpi si scisse in due ombre sul terreno. A bocca aperta ammirai il suo corpo nudo: non riuscivo a vincere la meraviglia di avere penetrato la profondità della sua natura animale.

Il baratro, a pochi metri sotto di noi, mi sembrava troppo lontano e immobile per poter essere una minaccia reale alle forme viventi, come un panorama sottostante per il viaggiatore aereo: troppo calcolato nel tempo preciso di volo per essere oggetto del suo precipitare. Solo una finzione passeggera in cui la realtà ci fa vedere i suoi stessi confini in movimento. La morte nel fondo del baratro è irreale quanto lo è il passaggio dal movimento alla completa immobilità, dal sogno della libertà all’incubo della fine. Non credevo ai miei occhi. Il corpo dell’uomo che volava di sotto aveva le sembianze di mio fratello, non era un fantoccio buttato giù per simulare la caduta nel vuoto in un film. Mi aveva seguito: avrei dovuto immaginarlo. S’era nascosto dietro il cespuglio sull’orlo del precipizio per spiare le mie mosse. Come al solito: da quando aveva saputo che io ero l’erede unico dei beni di mio padre, suo patrigno, controllava ogni mia mossa come se prendere nota delle mie debolezze avesse potuto cambiare il suo e il mio destino a suo favore. La manifestazione della volontà di Dio ha una forza neanche lontanamente paragonabile alla misera dimensione di quella umana. Come nei racconti di Poe, solo la forma dell’intelligenza umana che si esprime nell’intuito e nella osservazione metodica dei dettagli può contrastare la superiorità delle forze sovrannaturali. Il mio povero fratello Modesto aveva abdicato a quella forma, troppo offuscato da invidia e rancore per mantenere la lucidità del raziocinio e della curiosità analitica.

Ma cosa dire di me, allora, che pure avevo letto I delitti della Rue Morgue e Lo scarabeo d’oro, o meglio ancora La discesa nel Maelstrom e Manoscritto nella bottiglia? Di me, che avevo capito che alle forze sovrumane della natura non puoi opporre altro che l’umiltà della lotta per non soccombere, facendo valere l’amore, la forza acuta dell’osservazione intelligente e l’attenzione ai dettagli più sfuggenti? Perché non avevo imitato il marinaio di Poe nell’opporre al delirio della disperazione la speranza dell’uomo tenace, che, mentre sprofonda nell’abisso del caos, trova ordine nella sua consapevolezza estrema di potere almeno delimitare il mistero della vita e delle forze che la dominano? Nello scoprire i delitti della Rue Morgue, Dupin non si lascia guidare dalla corrente dell’opinione comune così come William Legrand non s’arresta di fronte a codici sconosciuti nello Scarabeo d’oro e il marinaio che conosce l’orrore della tempesta o del vortice più inumano e mostruoso, non rinuncia alla lotta e all’uscita dal tunnel della morte nel Maelstrom: l’uomo trova un ordine anche nel caos. Nelle parole, Poe scopre le forze sovrannaturali dell’universo, si fa scrittore erede della cultura e della civiltà e il suo uomo eleva la mente sopra la materia in misura particolareggiata nella storia.

Modesto, mio fratellastro, aveva sfidato i confini che separano l’uomo da Dio senza averne la forza e l’intelligenza di capire di poterne diventare la vittima inconsapevole. Solo il cervello umano può rendere l’individuo soggetto delle proprie emozioni, reindirizzare la paura nel dinamismo della comprensione anziché diventare lui stesso strumento di vendetta per un disegno superiore totalmente brutale. Modesto aveva già sottovalutato l’ambiente delle sue azioni altre volte… ma qui non s’era neppure curato dell’abisso che s’apriva dietro le sue spalle, troppo preso a seguire i miei movimenti e a fotografare le mie debolezze.

Si doveva essere girato troppo bruscamente, cadendo per evitare che io lo scorgessi, terminate le mie effusioni amorose. Ora non rimaneva che un corpo immobile, sfracellato sul fondo dell’abisso. Per sempre così nel mio sguardo…

Per quanto inumano, c’era un ordine nel caos, in definitiva.

Ci guardammo negli occhi, io e Eleonora. Lei stava piangendo. Mi sembrava ancor più bella.

Da allora non la lasciai più. Fu lei a lasciare me, ahimè, nel modo più infausto e triste che l’individuo possa immaginare. Di lì a pochi mesi partì, senza una ragione chiara. Tutto iniziò con quel pianto, avrei dovuto capirlo. Invece la mia reazione fu di stupore e disperazione nel vederla distrutta dalla mia perdita. Mi disse, tra le lacrime «È tutto finito!» e io la pregai, convinto, «fidati di me, tutto continuerà anche senza mio fratello Modesto. È un morto in più, una tragedia che si aggiunge alle tante dell’umanità! Non può allontanarci, noi non siamo colpevoli! Se una colpa abbiamo, è solo quella di rinunciare alla ragione ogni volta che una disgrazia ci colpisce: non lo sappiamo già da prima che tutto può succedere in un qualsiasi momento? Che forze superiori alle nostre possono farci precipitare negli Inferi quando meno ce l’aspettiamo? Il nostro peccato è quello di dimenticarcene». Piansi Modesto da solo, in silenzio. Eleonora non s’accorse di nulla, o almeno così parve a me. Era altrove, anche se eravamo vicinissimi. Eleonora non disse niente, tacque fino a che la riaccompagnai a casa sua, nel centro della città, che a quei tempi era ancora facilmente raggiungibile in auto. Mi salutò a stento, quasi sfuggendo al mio sguardo e alle mie carezze. Non sembrava più quella che un’ora prima era abbandonata tra le mie braccia.

Non ci vedemmo più per quasi due mesi. Io non avevo il coraggio di chiamarla, sebbene giorno e notte pensassi a lei e fossi stato più volte sul punto di raggiungerla per telefono, o addirittura presentarmi direttamente da lei. Lei non si fece viva, chiusa in un solitario mutismo che mi tormentò per tutto quel periodo, dandogli mille interpretazioni diverse nessuna delle quali rasserenante. La mia angoscia crebbe. Mi decisi così a chiamarla, una bella mattina di autunno. Quando finalmente interrompemmo la nostra improvvisa estraneità, c’era ormai qualcosa di diverso in lei. La vedevo come trasformata dall’assenza in cui sembrava precipitata. Rideva in continuazione per niente. Io non capivo, cercavo d’indovinare senza riuscirci e le chiedevo cosa la faceva ridere tanto, quali pensieri le solcavano la mente pervadendola. Lei sembrava non sentire e comunque non rispondeva mai, come se niente le fosse stato chiesto o divagava come se le mie richieste fossero prive di senso. Le tenni per me solo. Continuammo a vederci, senza più l’ardore della passione ma lo stesso vicini, come se la lontananza avrebbe potuto far crescere nella solitudine la nostra paura comune. Diventammo amici che vanno a prendere insieme l’aperitivo, compagni che vanno al cinema scambiandosi poche parole. Potevamo apparire come fratello e sorella che cenano insieme senza l’alternativa di altre e più forti intimità.

Qualche volta c’arrischiammo ad andare a teatro, dove le tragedie di Shakespeare tenevano banco da tempo. Potrei dire, anzi, che la scansione del nostro tempo fu magicamente attratta dai suoi capolavori e ci sentimmo accomunati alla vasta umanità che era curiosa di saperne di più sulla vita e su ciò che separa gli uomini e li rende ostili e lontani…

Il nostro amore era degenerato in incomunicabilità. Fu a teatro che lei mi disse addio. Mi annunciò che il giorno dopo sarebbe partita per l’Australia: il più lontano possibile, mi venne subito da pensare mentre l’angoscia mi spezzava il respiro, togliendomi le parole. «Non puoi andartene così!» urlai, mentre tutti si rigiravano nelle poltrone scandalizzati. «Non puoi!» ripetei, vedendo gli altri che mi guardavano con l’aspetto di fantasmi dentro una tragedia che li escludeva, pure caricature tragicomiche. Senza dire niente, lei era uscita già. Niente parole, niente sguardi. Mi lanciai dietro di lei, disperato. Così la persi per sempre. In quel momento non solo il suo corpo, ma anche la sua mente non fu più alla mia portata. Non ebbi più notizie di lei per mesi e mesi. Passava il tempo e io non la scordavo, però. Un mio amico m’informò che s’era sistemata a Melbourne, trovando un lavoro non male. Poteva vivere senza stenti, mi raccontò condendo la storia con considerazioni esistenziali: mi spiegò che aveva trovato un equilibrio tra realtà quotidiana sufficiente ed aspirazioni e sogni di una vita esaltante per il domani, aggiungendosi così alla moltitudine di persone che, ben lontane da disperazione e miseria morale e fisica, hanno dentro di sé la forza di immaginare aperture inaspettate della fortuna. Improvvisamente, eppure non inaspettatamente per me, seppi che era di nuovo a Bologna. Riapparsa per motivi non chiari di cui neanche io avevo sentore. Qualche giorno dopo, aprendo il giornale nella pagina della cronaca e scorrendolo fino agli annunci mortuari, riconobbi il suo cognome tra quelli oggetto di lutto. Il padre era morto. Provai a chiamarla, volevo farle le condoglianze. Troppe morti, ormai. Ma lei era scomparsa: impossibile trovarla sia sul cellulare che sul fisso di casa. Rinunciai, piangendo dentro di me. Avevo perso mio fratello, lei suo padre ed io lei. Mi lasciai andare alla disperazione. Iniziai a bere, ero sempre in osteria o a casa mia, solo senza nessun conforto. Nessuno del resto avrebbe potuto fare qualcosa per me, per quanto affettuoso o amichevole. Se n’accorsero al lavoro, che qualcosa non andava e io non ero più lo stesso. I miei occhi erano sempre gonfi, il passo strascicato, l’umore quello di un disgraziato. Non sorridevo più. Poche parole talvolta riuscivo a tirarle fuori, costretto da circostanze e persone che mi pressavano. Arrancavo e bofonchiavo.

Poi arrivò Elena. Fu come scoprire un nuovo mondo di cui non sospettavo neppure l’esistenza. Era dolce, carezzevole e serena, mentre io non nascondevo il mio travaglio, la mia malinconia e irrequietezza, rendendomi quasi ridicolo agli occhi del mondo. Un giorno le raccontai tutta la storia: non fu sorpresa, come se s’aspettasse che le avrei rivelato vicende tragiche e disperate. Come se la morte e la perdita rientrassero nel conto dei giorni della mia vita, in una forma naturale e non mostruosa. I mostri che affollavano i miei pensieri diurni e i miei incubi notturni, quelle strane e terribili incursioni nel mistero della solitudine e dell’infinito universale dell’uomo, sembravano non sfiorare nemmeno Elena. Era troppo bella per poter essere come tutti gli altri, il presente non la distraeva: sintetizzai così la leggerezza della sua presenza dentro di me. Quando un giorno, mentre sorseggiavamo un drink tipo cocktail della casa in un bar del centro città, e io osservavo meravigliato la bottiglia semi-vuota da cui la soda era arrivata nel bicchiere, lei mi disse: «Eleonora io la conoscevo e lei conosceva molto bene il tuo fratellastro Modesto». Io rimasi allibito. Ah, per quanto tempo ingannato!?! Ah, io solo cieco davanti alla finzione perfetta di Eleonora, io la vittima di quell’incastro e delle sue risa!

Nella mia ingenuità, non avevo intravisto le sottili e perfide trame di Modesto e la complicità di lei. In pochi mesi, invecchiato di dieci anni! Il liquido rimasto nella bottiglia aveva un residuo del fervore gassoso che ne aveva animato la forma e improvvisamente mi apparve in una luce nuova. Un significato completamente nuovo della vita mi stava guardando in faccia da quella bottiglia. Rimasi abbagliato dal suo fondo, non ancora raggiunto, che si mostrava a me come una forma evanescente e residua di realtà liquida in cui annegavano tutte le mie grandi illusioni. Vidi la forma della bellezza più pura, quella esterna anche al tempo, perdersi nel miscuglio del mio passato. Al suo posto c’era uno strano folletto animato da una speranza ignota. Provai la gioia inspiegabile di non essere solo nel mio restante viaggio tra i mortali. La mia bocca ed i miei occhi erano sdoppiati, ora eravamo in due a bere insieme dalla stessa bottiglia quel liquido ancora gorgogliante. Elena ed io.

 

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