Franco Petroni

Fiction – Lodare Dio

Quella domanda la feci la prima volta a suor Caterina:
«Perché siamo nati?»
La risposta fu pronta e chiara:
«Per lodare Iddio».
Volevo bene a suor Caterina. Quando invece di stare fermo nel banco, con le mani conserte dietro la schiena, mi alzavo e facevo il buffone, lei mi chiamava vicino a sé e metteva le sue mani sopra le mie. Cosa mi diceva? Non ricordo. Io di solito chiedevo se potevo andare al gabinetto. Mi accompagnava la bidella, che restava fuori della porta. Il gabinetto era buio, sul pavimento si scivolava, io avevo paura d’infilarmi coi piedi nella buca che era nel centro di quello stanzino stretto, alle pareti del quale cercavo invano di puntellarmi allargando le braccia: ma allora le pareti si allontanavano fino a scomparire. Il puzzo mi stordiva. Niente di paragonabile, comunque, all’angoscia che mi prendeva all’asilo Montessori (modernissimo, mi disse poi mia madre, con giochi di tutti i tipi a disposizione dei bambini: possibile?), dove arrivavo strusciando i piedi per terra, strascicato per un braccio da mia madre e per l’altro da mia nonna. «Povero bimbo, dove ti portano», dicevano i passanti.
La domanda sul senso della vita continuai a farla. Nessuna delle risposte fu più esauriente di quella di suor Caterina. In genere erano oscure, certe volte tremende. C’era il Fascismo. In prima elementare mi fecero giurare: «Nel nome di Dio e dell’Italia, Giuro!, di obbedire agli ordini del Duce, e di servire con tutte le mie forze, e se necessario col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista». Non riuscivo mai a pronunciare bene il giuramento, tanto che il Federale e la Direttrice si spazientivano. Ma cos’era quello che dovevo fare col mio sangue? Poi mi dissero che il sangue dovevo versarlo per la Patria (anche per il Duce, ma questo mi pareva lo dicessero con minore convinzione); in parole più chiare, dovevo essere pronto a morire. Il senso della vita, quindi, era quello. Mio padre aveva fatto tutta la Grande Guerra e aveva cercato di non farsi ammazzare; per fortuna c’era riuscito: l’unica cosa buona, diceva mia madre, che era riuscito a fare. Quindi, pensavo io, mio padre non conosceva il senso della vita; cioè non sapeva per quale ragione siamo venuti al mondo. Mia madre pareva saperlo, perché lei andava in chiesa, ma, sentendo come litigava con mio padre, sembrava che anche lei se lo fosse dimenticato, o perlomeno che non lo avesse più molto chiaro.
Io, dunque, non sapevo quale fosse il senso della vita e quale fosse il mio dovere, e per questo fui fucilato. Non sul serio, evidentemente: per gioco, ma mi fece impressione. Ai giardini pubblici una banda di ragazzi più grandi di me aveva organizzato il gioco della guerra: il più praticato allora, tra il ’40 e il ’43. La guerra era contro un’altra banda di ragazzi, dei quali uno lo conoscevo. Accadde che questi mi riconobbe e mi chiamò, io risposi, anzi mi avvicinai a lui e per un momento mi mescolai a quelli della sua banda. Dai miei camerati fui accusato di tradimento e sottoposto a processo. Per il tradimento c’era la condanna a morte. Mi condannarono e fu formato il plotone d’esecuzione. Alla Befana fascista era stata fatta la distribuzione dei regali: a tutti i maschi era stato dato un moschetto, di quelli da caricare coi fulminanti.
«Per i traditori la fucilazione è alla schiena. Al muro!».
Con una certa brutalità, il comandante mi prese per le spalle e mi mise con la faccia contro il muro.
«Caar…ricat!»
«Puun…ntat»
«Fuoco!»
Lo sparo fu uno solo; poi, a distanza, sgranati, altri tre o quattro.
Il comandante si avvicinò e con la pistola Flobert mi dette il colpo di grazia.
Cosa dovevo fare? Mi afflosciai e mi lasciai andare in terra.
«Dietro front, per fila destra, march!»
Girai un po’ la testa e con la coda dell’occhio vidi i talloni che, con ritmo cadenzato, si allontanavano.
«Cosa faccio, ora? Mi potrò alzare?»
Non osai mettermi subito decisamente in piedi. Mi sollevai un po’ e carponi mi allontanai dal luogo della vergogna. Per fortuna nei dintorni non c’era nessuno che mi conoscesse, perché l’operazione di guerra s’era svolta in un luogo deserto di mamme e di bambini. Mi guardavo le braccia e le gambe, per fortuna non potevo vedermi il viso perché non c’erano specchi. Mi sentivo come deve sentirsi un cadavere. Penso che i morti, per lo meno i morti freschi, si vergognino molto.
Trovai mia madre che sferruzzava su una panchina. Per fortuna non si era accorta di nulla. C’erano anche alcuni ragazzi della mia banda. Dopo una lunga esitazione mi avvicinai a loro. Non mi vedevano, non mi vedevano davvero. Toccai il braccio di uno, poi la mano di un altro: erano infinitamente remoti, e tuttavia gentili. Con me non c’era più niente da fare. Sempre gentili, si staccavano da me e andavano incontro a qualcun altro, con il quale parlavano fittamente.
In quello scorcio di stagione (era la fine di settembre; mio padre, piccolo funzionario di banca, era stato mandato per un mese a dirigere la succursale di Bagni di Lucca: sorta di ferie pagata, della quale godeva tutta la famiglia), ignorato da tutti i maschi del giardino pubblico in quanto morto, e quindi solo, mi ridussi a vivere nell’universo femminile, che mi accolse. Nella casa che avevamo affittato per un mese c’era una quantità di bambine più grandi di me, le quali mi presero subito in consegna. Mi sarebbe piaciuto stare solo, a piluccare il ribes dell’orto dietro casa, ma c’erano sempre due, tre, quattro, dieci bambine che mi pressavano, mi contendevano, si impossessavano di me e mi tormentavano. Coi maschi era semplice, o per lo meno conoscevo il metodo: all’improvviso di scatto si partiva e, prima che l’altro si rendesse conto e si mettesse sulla difensiva, si davano sberle. Ma con le bambine? Mi trovavo in un universo sconosciuto. Se ne toccavo poco gentilmente una, per esempio le prendevo un braccio e glielo torcevo dietro la schiena, si metteva a piangere e non la finiva più. E poi, sempre pronte a litigare tra loro, contro di me erano sempre unite. Finiva che dovevo scappare di corsa, perché altrimenti mi venivano tutte dietro, e poi stavano ore a parlare male di me, e si lamentavano colle madri, le quali davano sempre ragione a loro. Insomma, mi trovavo in un terreno sconosciuto, sempre con la paura di sbagliare, e sbagliavo sempre. Loro si coalizzavano contro di me, mi venivano addosso, per non essere sopraffatto distribuivo sberle, arrivavano con grandi scene le madri, prima che arrivassero loro le bambine mi avevano già sopraffatto, già mi trovavo in fondo al mucchio, con dieci bambinone addosso. Mi ricordo il loro odore, di un’intimità sconveniente; mi ricordo anche che sotto il mucchio mi venivano in faccia, contro il naso e la bocca, soprattutto le mutande. Dove si troverà ora la Tizia, la più grande, non ricordo più come si chiama? Che tipo di mutande porterà adesso? Non certo quelle di cotone, sfilacciate di allora, che nella lotta spesso venivano tirate tutte da una parte e si vedeva quello che c’era dentro. Che strano, mi piacerebbero proprio quelle mutande lì, che nessuna le porta più, ora, non quelle sgambate e attillate di adesso. Ora. Faccio per dire: ora non sarebbe certo il caso. Voglio dire: due, tre anni; dieci, venti trenta… quaranta anni dopo. L’ho anche cercata, Tizia, un paio di volte che sono tornato là con la macchina, pronto a scarrozzarla: avevo imparato a essere un gentiluomo. Nessuno l’aveva mai vista, una Tizia così, che io mi davo da fare a descrivere: pareva l’avesse inghiottita l’inferno.
Con una forcella di legno e un pezzo di camera d’aria d’automobile mi fabbricai una fionda e passai gli ultimi giorni di vacanza a cacciare sul greto della Lima. Cacciavo le lucertole. Le lucertole stanno ferme al sole sui sassi ed è facile colpirle. Neppure scappano, se si ha cura di avvicinarsi lentamente. Ma lealmente concedevo loro una chance: tiravo da molto lontano. La maggior parte delle volte se la cavavano con lo spavento, e guizzavano via intere; alcune, rare volte restavano spaccate a metà. In fondo c’era la guerra: qualcosa era giusto che rischiassero anche loro. Feci amicizia con un ragazzo che m’insegnò come si prendono le trote: ci si avvicina a un sasso sotto il quale probabilmente ce n’è qualcuna nascosta e si colpisce forte il sasso con un sasso più grosso: la trota dovrebbe restare lì spiaccicata. Non si prese mai neppure una trota. Da questo ragazzo imparai che la peggiore ingiuria da rivolgere a qualcuno era «merda di Carabiniere». Ne dedussi che era figlio o parente di pescatori di frodo. Lo provocai a dire «merda di Federale» o semplicemente «merda di fascista»: visibilmente non era disponibile.
Quindici giorni dopo essere tornati a Lucca, per me e per mia sorella cominciò la scuola. Un’esperienza nuova, per me, perché non si trattava più dell’asilo delle Zitine ma della scuola elementare. Non mi preoccupavano le difficoltà, che difatti in seguito non avrei mai avuto, ma il rapporto coi compagni. Mi rassicurai subito, perché avevo già sperimentato che ci sono (o meglio c’erano, allora) due categorie di ragazzi ben distinte: quelli come me, figli di impiegati, insegnanti eccetera, e quelli del popolo, che abitavano in via della Stufa o, peggio ancora, in Pelleria, dove erano le concerie (c’era anche un casino, ma io ancora non lo sapevo). I figli di impiegati io ero in grado di picchiarli, tutti, i figli del popolo invece picchiavano me. Questo lo constatai subito, ma dentro di me già lo sapevo: era come tra i cani, che c’è chi le dà e chi le prende e deve arrendersi (i cani voltano la pancia in su, in segno di resa): non c’era via di mezzo. Un piccoletto, quasi un nano, non so per qual ragione mi s’attaccò alla maglia (ma sotto la maglia c’era la pelle) coi denti, e non mi mollava, come un bull-dog. Per quanto gli dessi colpi in testa, coi pugni chiusi. Ricordo quella testa di peli dritti e duri come quelli degli istrici, attaccata a me, e io che ci picchiavo sopra. Presi un sasso e picchiai anche con quello, un paio di volte. Niente. Guardavo se per caso in terra ci fosse un bastone, da cacciarglielo in bocca e far leva, come avevo visto fare una volta a un cane che non voleva staccarsi da un altro cane. Alla fine capii cosa dovevo fare. Puntai i piedi, diedi la spinta come alla partenza dei cento metri e me lo trascinai contro il muro, lui davanti, io dietro.
Accusò la botta. Io ne approfittai per prenderlo per il collo e sbatterlo nel muro due, tre volte. Non reagiva. Ormai era un punching-ball. Convinto di avere la situazione in mano, aspettavo che dichiarasse la resa. Ma lui, inaspettatamente, scelse il modo eroico di proseguire la lotta: quello che, inevitabilmente, portava alla vittoria sull’avversario.
L’ingiuria alla madre era considerata da tutti non lavabile altro che col sangue. «Tu ma’ puttana» lui urlò, singhiozzando forte, che sentissero tutti. Disperatamente, con tutta la mia forza, rinnovai i calci e i cazzotti, e mi faceva senso sentirmi, sotto le mani, la sua faccia piangente e moccolosa. Ma lui dieci, venti volte, incrollabile: «Tu ma’ puttana».
Cosa dovevo fare? Ammazzarlo? Desistetti. Non potevo fare che quello. Perché io, tristemente, ero, e sono, una persona civile.
«Tu ma’ puttana», trionfalmente lui singhiozzò, un’ultima volta.
Aveva vinto. Da eroe.
Gino abitava sotto casa mia. Aveva due anni più di me. Frequentava le scuole comunali, mentre io frequentavo una scuola privata, la “Vittorino da Feltre”, dove, per iscriversi, bisognava pagare. Giocavo con lui perché eravamo vicini di casa. Sapevo che a scuola non andava bene, ma di questo argomento non si parlava mai. Non era particolarmente forte né abile nella boxe. Non ricordo di averlo visto mai fare a pugni. Pure, da lui mi sentivo protetto. Mi dava fiducia. Forse perché, penso io adesso, non voleva essere niente di più di quello che era. Non si vantava mai di nulla. E questo nonostante raccontasse balle. Balle clamorose, incredibili, come per esempio che a Fiesole, dove andava d’estate in vacanza da dei parenti, c’erano, a spasso per i boschi, le tigri. Io non facevo obiezioni: lo accettavo com’era, senza farmi meraviglia di nulla. E, ripeto, per me era una sicurezza, un appoggio. Lo era realmente: tutti i ragazzi, anche più grandi di lui, lo rispettavano. La sola cosa di lui che mi appariva una debolezza era che non aveva il padre. Non nel senso che il padre porta a casa i quattrini e comunque è sempre un appoggio, ma nel senso che l’esistenza del padre è il complemento essenziale di una persona. Un padre vivo, evidentemente; ma a questo punto ci sarebbe una cosa da precisare, e ora non sono in grado di farlo, e comunque allora non mi ero posto il problema: il padre non c’era perché era morto o perché non c’era mai stato; cioè, per dire la cosa con parole che non erano le mie di allora, e forse nemmeno quelle di Gino, la madre era una ragazza madre? La mancanza del padre era una condizione – negativa – non del suo status, ma della sua essenza. Una condizione che lui soffriva, ma che non entrava nella valutazione che io davo di lui.
Quando d’estate andavo a Segromigno, in vacanza con la famiglia (una vacanza economica, l’unica che in quel periodo potevamo permetterci) là c’era Giampiero, che aveva la funzione che in città aveva Gino, di proteggermi. Anche lui era più grande di me, e senz’altro era forte, in quanto contadino abituato a usare la vanga, ma neanche lui manifestò in mia presenza la sua capacità di fare a botte. Là, in campagna, avevo dei nemici: Emilio, soprattutto, forte poco più di me, con il quale avrei potuto misurarmi, ma malevolo e astuto: stupidamente astuto, anche perché le sue astuzie rivelavano la sua totale inaffidabilità e la sua scarsa intelligenza. Emilio mi aveva insegnato, lui di famiglia contadina, come si fa a seminare un orto: io diligentemente l’avevo fatto, in una piccola striscia di terreno che il proprietario della casa affittata per le vacanze mi aveva affidato, e lui, quando le pianticine già stavano spuntando, in un improvviso raid devastatore le aveva distrutte; ma ancora peggio fu la sceneggiata che fece, evidentemente per deridere la mia quasi totale ignoranza delle faccende del sesso, mascherandola però – e questo era inquietante – da complicità: «Adesso è l’ora della topa» – disse -: cioè l’ora in cui una servotta della casa padronale faceva il bagno in una stanza al pianterreno. Lui, sbirciando al di là di una finestra aperta, magnificava le meraviglie che vedeva e invitava anche me a guardare; io non vedevo nient’altro che una tenda che nascondeva metà della stanza. Ma lui insisteva: guarda questo, guarda quest’altro; e non c’era niente da vedere. La violenza di quest’affermazione palesemente falsa mi offendeva. Emilio era sempre così: palesemente falso, e la falsità era l’arma con cui aggrediva. Tutti per questo lo disprezzavano, e particolarmente Giampiero. Giampiero avrebbe potuto picchiarlo, ed Emilio lo sapeva, ma conosceva, ed evidentemente sfruttava, la capacità di Giampiero di essere superiore, e lasciar perdere. Io Emilio lo ignorai, e dopo poco anche Emilio mi ignorò, e con mio sollievo non mi venne più a cercare insistentemente, come faceva prima.
Giampiero era indiscutibilmente forte, ma c’era un ragazzo, Marino, da tutti giudicato più forte di lui nel fare a botte. Era piccolo, mingherlino. Io ebbi l’occasione di vedere perché era così forte, ma lo vidi proprio mentre le stava buscando, e la sua faccia era ridotta a una maschera di sangue. Si era trovato, non so come, contro Parafanghi, credo che il suo soprannome nascesse dall’essere stracciato e lurido. Parafanghi aveva molti anni, quattro o cinque, più di lui, era grosso il doppio e picchiava come se si trovasse contro un ostacolo da buttare giù. Marino cadeva e subito gli si ributtava addosso con furia, ma Parafanghi come un muro resisteva e sembrava che l’altro nemmeno lo sfiorasse, finché partiva con tre o quattro botte, date, si vedeva, con spietatezza, e Marino andava giù, per subito risollevarsi e ripartire all’attacco. Aveva le sopracciglia spaccate, il naso che sanguinava. L’altro picchiava di rimessa, ma sempre con la volontà di demolirlo. C’erano delle donne che cominciarono a urlare, poi vennero due uomini che si misero in mezzo trattenendo Marino. Ma Marino, come per un attimo si liberava, subito si ributtava contro Parafanghi. Picchiava e intanto piangeva. Parafanghi lo buttava giù e lui, sfuggendo a chi voleva trattenerlo, gli si ributtava addosso. Poi portarono via Parafanghi e solo allora la battaglia finì. A me tutta questa cosa fece impressione perché avevo visto come le gerarchie, che mi davano sicurezza, cadevano. Giampiero era forte ma Marino era più forte di lui, sembrava che fosse più forte di tutti ma poi Parafanghi lo picchiava. Anche Giampiero, da me interrogato, non spiegava questa faccenda: faceva soltanto cenno che era così, non c’era da farci nulla.
Tutte le cose intorno stavano cambiando. Mio padre lo aveva detto: il venticinque luglio era caduto Mussolini. Per me era un giorno d’estate qualsiasi, ma questa data, il venticinque luglio, m’era rimasta in mente. C’era un altro giorno che mi era rimasto in mente, di tre anni prima. Noi non avevamo la radio, ascoltavamo la radio di Marianna, tenuta a volume alto, dall’altro lato della corte su cui dava il retro della casa di Lucca. Mi ricordo la voce di Mussolini. Non avevo compreso l’importanza di quello che aveva detto, ma la spiegò mia nonna: «Ci risiamo». Voleva dire che ancora una volta c’era la guerra. Lei cos’era la guerra lo sapeva perché suo figlio, mio padre, quella del 15-18 l’aveva fatta tutta, dal principio alla fine, poi altri due anni in servizio d’ordine pubblico perché era ufficiale. Aveva fatto l’ufficiale, dopo avere seguito un corso di pochi mesi a Monfalcone, perché doveva mandare alla madre vedova lo stipendio che, come ufficiale, gli dava lo Stato. Alla visita di leva, in cui si decideva anche in quale arma doveva andare, c’era, a fare da scritturale, Gnazzino, che aveva conosciuto alle scuole elementari. «Dove vuoi andare?», gli aveva domandato Gnazzino. «In artiglieria da fortezza», aveva detto lui. Così grazie a Gnazzino era andato nell’arma in cui era meno facile rimetterci la pelle. Anche se poi, raccontava mio padre, una trentina di soldati di fanteria, felicissimi perché erano stati mandati, per pochi giorni, in riposo presso una postazione di artiglieria, mentre mangiavano in gruppo erano stati sterminati da un colpo di grosso calibro che c’era scoppiato nel mezzo.
Mio padre non credeva nel Duce, non credeva in Dio, non credeva in nulla. Ma forse, a pensarci, in qualche cosa credeva, perché quando (lui aveva sedici anni) era morto di cancro mio nonno Eugenio, e quando nonna Adele aveva detto: in casa ci sono trenta lire, finite quelle non c’è più nulla, lui, invece di giocare come aveva fatto fino allora con Piripicchio e gli altri ragazzacci, si era messo a studiare come un disperato. Il conte Orsetti, per il quale mio nonno Eugenio faceva il cocchiere, non mi risulta che desse a mia nonna una pensione; però aveva trovato a mio padre un posto in banca, a patto che prendesse il diploma di ragioniere entro un anno. Successe che, mentre quando giocava con Piripicchio bastava che studiasse mezz’ora e a scuola non aveva problemi, ora che a tutti i costi doveva prendere il diploma non riusciva a concentrarsi, gli veniva l’ansia; però il diploma, con un po’ di stento, lo prese. Cominciò allora quell’alternarsi di periodi di luce e di periodi di buio che lo accompagnò per tutta la vita (i periodi di buio si allungarono poi sempre di più, per fondersi, col passare del tempo, in una oscurità quasi continua). Uno sprazzo vivo di luce fu quando col primo stipendio della banca si comprò la bicicletta, e poté andare ogni domenica a Segromigno dalla zia Matilde e dallo zio Gabriello, che erano tornati dall’America e avevano messo su una bottega di generi alimentari. Matilde e Gabriello gli volevano bene come a un figliolo, ma a Segromigno tutti volevano bene a mio padre, perciò lui a Segromigno ci stava volentieri. Le difficoltà, poche ma decisive, le aveva alla banca, dove i rapporti tra le persone non erano come a Segromigno: erano precisi, e duri. La difficoltà principale, da cui dipendevano tutte le altre, era questa: per fare carriera a livello alto doveva accettare di essere trasferito in qualsiasi luogo d’Italia. Ma lui non poteva allontanarsi da Lucca perché a Lucca c’era sua madre, che di notte veniva a tastargli i capelli per accertarsi che era ancora vivo, che per esempio non era affogato nuotando nel Serchio, una sua passione che doveva tenere segreta (ma una notte era saltato su urlando, con la faccia da diavolo, e lei era cascata in terra svenuta). Mia nonna restava abbarbicata alla sua casa, che nemmeno il conte Orsetti riusciva a toglierle, perché lei era in grado di fare scenate memorabili, che avrebbero distrutto la reputazione di chiunque. In casa sua era la padrona: lo ripeteva a tutti, battendo la mano sulla saccoccia dove teneva le chiavi, con una convinzione che non ammetteva repliche.
Quel periodo durò poco, un anno, poi venne la guerra e fu richiamato subito, a diciannove anni, e grazie a Gnazzino fu assegnato all’artiglieria da fortezza, che a causa della scarsità di fortezze era in realtà artiglieria da montagna, ma anche la montagna era senza paragone più sicura delle trincee. Lo confermò poi mio zio Italo, fratello di mia madre, che nel ’18, a diciassette anni (era nato gli ultimi giorni del dicembre 1899) era stato mandato in trincea, come mitragliere: precisamente, come servente al pezzo, il che significa, penso, che non era lui, ma l’addetto al pezzo, ad ammazzare gli austriaci che venivano avanti. Comunque, lui della guerra non voleva parlare, assolutamente: su questo argomento il suo silenzio era totale.
Mio padre invece ne parlava molto; era anzi il suo argomento preferito, e io lo ascoltavo volentieri. Ne parlava malissimo, e diceva cose la cui verità ho constatato poi sui libri di storia: l’incompetenza totale degli ufficiali di carriera, la natura patologica e delinquenziale degli arditi, la ferocia fredda di Cadorna, l’obbligo per gli ufficiali di comandare i plotoni di esecuzione che dovevano sparare sui loro soldati. Di quest’ultimo argomento ne parlava per sentito dire, per fortuna; e io mi domandavo: cosa avrebbe fatto mio padre in una situazione del genere? E fantasticavo: mio padre passa accanto al comandante in capo Cadorna, tira fuori la pistola e gli spara nella testa. Ma sarebbe stato, mio padre, in grado di fare una cosa del genere? E in una situazione del genere, cosa avrei fatto io? La domanda mi inquietava.
Comunque, incredibilmente, gli anni della guerra erano stati i più felici della sua vita. La madre era lontana: bastava le mandasse lo stipendio mensile dello Stato, quello per cui aveva fatto la scelta in teoria rischiosa di fare l’ufficiale (gli ufficiali, dicevano tutti, erano quelli a cui per primi sparavano gli austriaci). Non doveva pensare ai suoi problemi privati, cioè a mantenere la madre vedova e la sorella nubile; aveva solo da pensare ai problemi di tutti, e quindi finalmente si poteva rilassare, vivere felice, o quasi, nel presente. In quel periodo, diceva, era arrivato a pesare più di settanta chili, mentre di solito non arrivava a sessanta. L’aria fine dell’altipiano di Asiago gli faceva bene. Ma dopo Caporetto fu mandato sul Grappa. Io ho visto il posto, e fa impressione: era l’ultimo baluardo, oltrepassato il quale gli austriaci e i tedeschi sarebbero dilagati nella pianura. È chiaro che su quel monte la guerra era pericolosa. Lui aveva la sensazione precisa del pericolo quando andava all’osservatorio per indirizzare i tiri dell’artiglieria. Lì era solo, e doveva sentirsi particolarmente inerme. Per sua fortuna prese la spagnola, che spesso ammazzava, ma lui guarì. Al suo posto all’osservatorio fu mandato un suo commilitone e amico, che prima di andare gli dette una cosa a cui era affezionato: un cucchiaio d’argento sul cui manico era inciso, con calligrafia elegante, il suo nome: Abbati. «Me lo rendi quando torno. Se torno…».
Venti anni dopo quel cucchiaio mio padre l’aveva dato a me, e ci mangiavo ancora quando ero grande. «Dove sarà ora, Abbati?», mio padre spesso si domandava. Nel tono della sua voce io sentivo cos’era la guerra, e cos’era la vita.
L’ultima volta che ho visto mio padre è stato alla riesumazione della sua salma. Era toccato a me, per esclusione. Mia sorella era morta, e appunto per preparare a lei il posto nella tomba era necessaria quella riesumazione. Qualcuno della famiglia doveva essere presente. Oltre a mio padre nella tomba c’erano mia nonna e mia madre. Quando arrivai la tomba era già stata aperta. Mi meravigliò quello che gli operai mi dissero: stia attento a non cascarci dentro. Seppi poi che era la prima cosa che dicevano a tutti. Qualche caso c’era stato. Mi resi conto perché. Intanto perché, specie se da poco era piovuto, gli orli dello scavo erano cedevoli; poi evidentemente per lo stato d’animo di chi assisteva. C’era stata un’altra riesumazione, molti anni prima: quella di mio nonno Eugenio, che era stato tolto dalla sua tomba nei viali, la cui concessione era scaduta, per essere chiuso in una piccola cassetta e murato in un ossario, che aveva però una lapide con il suo nome. Aveva assistito mia zia Luisa. Non mi parve che ne avesse ricevuto uno choc; anzi, lei disse che il viso era ancora riconoscibile. Invece nella tomba di mio padre non era riconoscibile nulla. Era una giornata d’estate, nuvolosa ma dalla luce ancora intensa; io cercavo di distinguere qualcosa ma, là in fondo alla fossa, non distinguevo nulla. La cassa era completamente sfasciata. Volevo vedere, era quella l’unica occasione e volevo vedere. Forse vidi la faccia, o almeno mi sembra: era quella di uno scheletro. Soprattutto vidi le gambe, perché i pantaloni erano marciti: erano proprio le sue gambe, e questo mi fece una particolare impressione, magre, come le avevo viste gli ultimi giorni di malattia. Era sempre stato malaticcio e magro, ma negli ultimi due mesi il malessere era aumentato, ed erano comparsi dolori forti e non localizzabili. Ci fu una visita specialistica e una radiografia: cancro a un polmone. Dopo venti giorni morì. In quei venti giorni fummo soli: l’unica compagnia fu quella, frequente, del prete, in verità abbastanza umano, rappresentante di una religione a cui nessuno, all’infuori di mia madre, credeva.
C’erano dentro, in quella buca, mia nonna, mio padre, mia madre, e ci sarebbe stata mia sorella. Certo sarebbero state preferibili, invece di quella poltiglia di cose sfatte ma riconoscibili come persone che erano state parte della mia vita, quattro urne funerarie con le loro ceneri, o meglio ancora niente: che restasse solo la traccia immateriale di ciò che quelle persone erano state; il ricordo che resiste un po’ ma poi, inevitabilmente, come tutto, scompare. Meglio sarebbe stato bruciare, e poi disperdere al vento le ceneri. Ma la Chiesa era stata saggia a vietare, fino a tempi recentissimi, la distruzione col fuoco dei cadaveri. Era importante conservare i resti materiali di quello che eravamo, affinché ricordassimo sempre ciò che realmente siamo. E magari, forse, la Chiesa aveva ragione. Perché il dolore più grande nasce dalla scoperta, anche se prevedibile, del nulla che c’è oltre l’illusione; ma è solo col dolore che nasce la coscienza di cosa siamo veramente.

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