Davide Patregnani

Fiction – Una crepa lassù

Oggi è il compleanno di mio fratello. Compie diciott’anni. Per la legge se ne parte il ragazzo, arriva l’uomo. Bene. Lo aspettavamo. Nella nostra casa, oggi non è solo il compleanno di Andrea. È l’anniversario pesante. Diciott’anni fa finiva un’ ordine di cose e ne iniziava un altro. Quell’inizio lo so perché me lo hanno raccontato. Zio Franco me lo ha narrato con precisione tante volte, tutti i fatti e le parole, perché qui, in questa storia, le parole contano, diceva.

Nevicava forte.

Lo zio guardava nevicare dal grande finestrone del corridoio. Riusciva ad intravedere la sua 127 verde, ormai quasi completamente ricoperta dal manto bianco, parcheggiata alla bell’e meglio davanti all’ingresso del reparto. Con il caos creato dalla neve nessuno avrebbe protestato e lui certo non si sarebbe mosso da lì, neanche se avesse visto il carro-attrezzi portargliela via sotto il naso. Manteneva la posizione, da più di mezzora, come un militare di guardia, finché un’infermiera non si era portata dietro di lui. La vide riflessa nel vetro, bassina, molto giovane e graziosa. Lo zio si girò con il suo miglior sorriso, quello che utilizzava quando voleva “fare centro” (diceva proprio così, fare centro). La bella infermiera, dopo aver ricambiato il sorriso, gli disse che sarebbe stato meglio chiamare il signor Vizzini subito, che “Qui ci siamo. Altrimenti arriva a cosa fatta…” e, con lo stesso passo calmo con cui era venuta, sparì dietro il corridoio. Qualche anno fa lo zio mi confidò che, in un’altra situazione, sarebbe pur tornato in ospedale, a chiedere alla bella infermiera il tempo di un caffè.

Zio Franco camminò diretto verso l’ingresso del reparto, dove ricordava esserci un telefono a gettoni. Davanti al telefono cercò il numero sull’agendina in pelle dell’Italia Petroli, alla voce “Guido Negozio”.

Negli anni che seguirono, tante volte ho preso di nascosto allo Zio quell’agendina. Aprivo alla lettera G e fissavo sulla pagina ingiallita quella scritta a biro nera. Mi emozionava pensare che, una volta, componendo quel numero, si potesse parlare con mio papà, “Vizzini Idraulica, buonasera sono Guido…”. Ricordo che una volta, ero bambino e il negozio l’avevamo venduto da anni, ho pregato Gesù Bambino per cinque giorni, ogni ora, chiedendo una cosa sola e promettendo mari e monti. La sera del sesto giorno, dopo essermi assicurato che fossero tutti di là in sala, composi il numero dal telefono della cucina. Rispose la signora della lavasecco. Fu scortese con un bambino. Forse è proprio in quel momento, in quella cucina, che la mia fede ha vacillato per la prima volta, per poi dissolversi pochi anni dopo.

Lo zio aspettò qualche secondo prima di comporre il numero. Pensò alle parole più convincenti. Si impose di essere deciso, autoritario, cosa che con il suo migliore amico gli rimaneva molto difficile.

Si conoscevano dalle scuole superiori. Insieme avevano conosciuto mia madre ed insieme se ne innamorarono. Ma mio padre lo disse per primo, e così Franco tacque, con lui e con lei. Lo disse a me, qualche anno fa, nell’età adatta ad apprezzare quel silenzio.

– Guido! Ma sei ancora li?! Muoviti che nasce! Non fare la cazzata dell’altra volta che poi Anna non te la perdona, stavolta…-

– Li ho venti minuti? Chiudo i conti e arrivo. Venti minuti li ho?

– Ma che cazzo ne so se hai venti minuti! No. Non li hai. Perché i tuoi venti minuti sono un’ora e perché ti sei scordato che per strada c’è mezzo metro di neve. Muoviti!-

E aveva messo giù. Quella volta ci riuscì. Era stato autoritario, tutto d’un pezzo.

La cazzata dell’altra volta era quella che aveva fatto per la mia di nascita. Anche quella volta era stato Franco a portare mia madre in ospedale, con la stessa 127 verde. Mio padre era andato a giocare a calcetto . Il tempo della gravidanza non era ancora scaduto, ma io avevo fretta.

Raccontava lo Zio che la mamma inveì contro mio padre per tutto il tempo che ci volle da casa all’ospedale. Dov’è Guido!? Dove cazzo è!? Cominciamo bene! Se non arriva in tempo, quando nasce lo porto da mia madre e il bambino non lo vede, giurosuddio non lo vede! Mio padre non arrivò in tempo. Non ci fu modo di avvisarlo. Partì dal campetto, comodo comodo, dopo la doccia. Apprese che qualcosa stava succedendo dal biglietto che Franco aveva lasciato appeso in bella vista sul mobiletto dell’ingresso. Questo il testo: tuo figlio nasce. Tu quando cresci?

Si presentò al cospetto di sua moglie Anna quarantotto minuti dopo la mia nascita. Mia madre non fece quanto minacciato in auto. Fu un bel momento, un bel quadretto familiare che Franco osservò commosso dall’ingresso della stanza. Fu in quel frangente che si guadagnò l’appellativo di “Zio”, giacché mio padre, muovendo da destra a sinistra la mia manina, disse “Fai ciao allo Zio Franco…Ciao Zio Franco…Ciao…” con quelle vocina ridicola, per tutti diversa, che solo i neonati riescono a farti emettere. Mentre tornava alla sua postazione di guardia notò del movimento di infermieri davanti alla stanza della mamma. Velocizzò il passo e raggiunse la stanza proprio mentre la barella con mia mamma sopra si stava avviando verso la sala parto.

Lo Zio camminò al fianco della barella tenendo stretta la mano della mamma. Capì subito che domanda mia madre gli stesse per fare e la anticipò.

– Guido arriva. Arriva subito, l’ho sentito ora. Arriva.-

– E Luca? Dov’è Luca?

– Annina. È da tua mamma, lo sai. Lo vado a prendere io subito dopo.-

– Ma Guido arriva, vero? Arriva subito, vero Franco? Vero?!-

– Certo. Arriva. Arriva subito-

Non arrivò.

Franco era stato convincente e mio padre aveva obbedito. Aveva tirato giù la saracinesca del negozio senza neanche spegnere le luci. Tre minuti dopo aver chiuso il telefono con lo zio era già in macchina. Non aveva montato le catene. Alla curva di via Tibaldi il retrotreno della 600 aveva perso aderenza, mandandolo diretto verso un furgone che arrivava dal senso opposto. Mio padre arrivò nello stesso ospedale dove era ricoverata sua moglie quattro minuti prima della nascita di mio fratello Andrea. Morì ventisei minuti dopo il suo primo vagito.

Nel momento in cui Franco apprese la notizia, prima di entrare nella stanza per comunicarla ad Anna, giurò a se stesso che non avrebbe mai abbandonato noi tre. Il Signore dà, il Signore prende. Il Signore, a volte, sostituisce.

La casa è nel cuore del paese vecchio, affacciata sulle vecchie mura, impossibile da raggiungere in auto. Bisogna lasciarla nel piccolo parcheggio antistante le mura, dove metà dei posteggi sono riservati ai clienti dell’Hotel Centrale, l’unico albergo nel raggio di trenta chilometri, costruito accanto a casa nostra durante gli anni ’50.

Al dott. Calef, il proprietario, anni fa è stato consentito d’installare un ascensore panoramico, che parte dal parcheggio, s’arrampica sulle mura e, raggiunto l’ingresso posteriore dell’albergo, prosegue in alto fino ai piani. Molti in paese gridarono allo scempio, accusando il sindaco di essersi fatto comprare da Calef. A me quell’ascensore, tutto di vetro, con le rifiniture blu elettrico, è sempre piaciuto tantissimo. Era come quelli che vedevo nei grattacieli di New York, in TV. L’unico fastidio è quando andiamo in bagno. Se non chiudiamo bene le tende della finestra, una volta seduti sulla tazza, da dietro il davanzale capita di veder spuntare le teste di una famiglia di tedeschi, protetti da una teca di vetro, che salgono e salgono, tanto che ad un certo punto, seguendoli con lo sguardo, si può guardare sotto le gonne delle signore.

Qualche anno dopo la sua costruzione, l’ascensore si era trasformato per noi in una benedizione. Quando il Dottor Calef venne a sapere che le condizioni fisiche di mia madre si erano di molto aggravate, è venuto a bussare alla nostra porta per dirci che potevamo usare l’ascensore ogni volta che ne avessimo avuto bisogno. Mamma non aveva mai accettato l’idea di ricoverarsi, quindi dovevamo fare continui viaggi tra casa e ospedale. Il personale dell’albergo si era abituato a veder entrare nella Hall me, lo zio e la mamma in carrozzina, salutare, prendere l’ascensore panoramico e uscire nel parcheggio, per poi fare il percorso inverso qualche ora dopo.

Il gesto di Calef, ai miei occhi, è stato qualcosa di più della semplice buona azione. Tra noi i rapporti di buon vicinato si sono interrotti presto. Quel gesto spontaneo aveva messo fine ad una guerra non dichiarata che era andata avanti per anni. Dopo la morte di mio padre e con la nascita di mio fratello, la nostra situazione economica si fece grave. Ricevemmo da Calef un’offerta per l’acquisto della casa, vantaggiosa sotto diversi punti di vista. Consisteva in un appartamento poco fuori le mura, più una discreta somma in denaro. Mia madre aveva preso tempo, per fare delle valutazioni. Non c’era nulla da valutare. Doveva solo trovare il coraggio. Questa casa per lei non aveva prezzo, come oggi non lo ha per me.

Apparteneva alla sua famiglia da generazioni. Perché potessimo essere noi ad abitarci, non ha esitato a lottare con alcuni tra i suoi parenti più stretti. E se avesse accettato l’offerta di Calef? Tutto qual dolore, sofferto ed inferto, sarebbe diventato, agli occhi degli altri ed ai suoi soprattutto, il risultato di un capriccio, o peggio, il frutto dell’ingordigia.

La situazione andò in stallo, con Calef che viveva in attesa di una risposta che sarebbe potuta non arrivare mai. Poi la svolta.

Una sera di novembre Zio Franco, senza aver toccato cibo né parlato per tutta la cena, disse a mia madre che si era alzata per sbarazzare la tavola – Aspetta Anna. Siediti per favore-. La mamma aveva obbedito. Stavamo tutti in silenzio. Anche mio fratello, che era un bambino molto irrequieto, stava composto in attesa. Sembrava aver capito che un meteorite stava per cadere su di noi e che sarebbe partito proprio dalla bocca dello zio.

-Emilio vende il distributore… Il figlio non lo vuole e lui è stanco. Vende a quelli del supermercato che allargano la struttura-.

Ricordo perfettamente i quattro giorni di silenzio che seguirono, ininterrotti. La mamma parlava a monosillabi e non rispondeva alle domande. Lo zio, dopo il lavoro, andava al Circolo, per tornare a casa a tarda sera. Il quinto giorno, a tavola, lo zio tentò di riaprire il discorso.

– Anna, stamattina quando eri fuori sono venuto qui con Baldelli, Sandro…il muratore…l’amico di Guido. Te lo ricordi?-

– No, non me lo ricordo. –

Pausa.

– L’ho incontrato al circolo e gli ho chiesto…così…se aveva voglia di venire a dare un occhiata a quella crepa del muro del bagno… –

– Così? Tu l’hai chiesto “così”? –

Conoscevamo tutti quel tono e sapevamo che quando la mamma lo adottava era meglio fermarsi e rimandare tutto. Ma ormai Zio Franco era nel pantano ed era deciso a continuare.

– Insomma. Ha detto che la crepa non è nuova. È la stessa che sta in camera di Luca. Si è solo allungata. Non so se sono stati quei lavori per l’ascensore…o cos’altro…so solo che quel taglio passa per il muro portante. Anna, hai capito quello che ho detto? Questa casa ha bisogno di lavori, di grossi lavori, lavori costosi. Hai capito?-

– No Franco. Sei tu che non hai capito. Tu sei entrato in questa casa in giorni funesti. Io ho benedetto il giorno in cui sei entrato. Non farmelo maledire. –

Quella volta ebbi paura. Paura che lo Zio se ne sarebbe andato. È entrato nella nostra casa con i doveri di un marito ma senza i diritti. Ha sempre dormito solo, nella stanza che mio padre aveva arredato a studio.

Al distributore guadagnava poco ma lasciava quasi l’intera somma in casa. I vestiti glieli comprava mia madre al mercato del giovedì mattina, quasi fosse un terzo figlio. Su di me e Andrea non ha mai preteso di esercitare alcun comando. Responsabile della nostra educazione e crescita è stata sempre la mamma. Lui si occupava del resto. Ci accompagnava a scuola, agli allenamenti di calcio, interveniva quando qualche ragazzo più grande faceva il bullo. Cercava di fare ogni cosa chiedessimo, ma non intercedeva mai per noi presso la mamma, nel caso fossimo stati puniti per qualcosa. Noi per primi non gli chiedevamo quasi mai di farlo, forse perché sapevamo quanto ridotti fossero i suoi poteri. Ancora oggi non posso dire con sicurezza che non abbia avuto donne per il tempo che è stato accanto a nostra madre. Certo è che ne avrebbe avuto tutto il diritto. Se donne ci son state, ci son stati anche discrezione e rispetto.

La notte successiva a quella discussione, lo zio non rientrò a dormire. Mia madre lo aspettò tutta la notte sulla poltrona della sala. Era dura con gli altri quanto con se stessa, se non di più, e sapeva riconoscere quando aveva passato il segno. Lo zio rincasò alle sette della mattina. La mamma ha solo pianto e lo zio l’ha baciata sulla fronte. Il giorno seguente, tornando da scuola, trovai Calef seduto in soggiorno, sorridente, con in mano una tazzina di caffè, una del servizio buono.

Vennero i tecnici mandati da Calef a fare i rilievi. Parlavano di tirare giù quello, rifare questo, aprire lì, chiudere qua. La mamma era sempre più nervosa. Faceva finta di ignorarli ma in realtà non si faceva sfuggire una sola parola di quello che dicevano. Non dormiva più. Se ne stava tutta la notte da sola, sulla poltrona della sala, con la tv accesa ma con il volume a zero.

Una sera, un paio di giorni dopo la visita dei tecnici, la vidi infilarsi la giacca dello zio, e volare fuori di casa, in pantofole, dicendo che doveva sistemare una cosa. Dalla finestra l’avevamo vista attraversare le porte scorrevoli dell’Hotel Centrale. Zio Franco le corse corso dietro. Non mi c’era voluto molto per capire che la mamma era andata da Calef a comunicargli che aveva cambiato idea. Lo zio era rimasto ammutolito. La mamma quella notte dormì come un bambino. Calef tornò alla carica più volte, utilizzando lo zio come intermediario. Alzò l’offerta per ben tre volte. Ci mise otto mesi ad arrendersi, e fu la guerra.

La mamma è morta tre anni fa. È morta in casa, nella sua casa. Ogni volta che mi stendo sul letto guardo la crepa sul soffitto e penso a lei, alle sue lotte.  Le sue cicatrici di battaglia ancora una crepa lassù.

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