Dianella Bardelli

Fiction – Urlando delizia sull’intero Universo

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

Quando Bill incontrò per la prima volta Lenore nella sede di una cooperativa di scrittori era il Gennaio del 1966.

Era la stanza di uno scrittore che abitava in una grande e malandata casa vittoriana di Hightsbury, dove vivevano un sacco di artisti, uno la prendeva in affitto e poi subaffittava le stanze che non gli servivano; così questo scrittore che viveva in una di queste case aveva trasformato la sua stanza nella sede della cooperativa di scrittori che aveva contribuito a fondare. Erano una decina gli scrittori che ne facevano parte, oltre a Lenore c’erano altre due donne in questo gruppo, ma poi a scrivere gli articoli che si mandavano alle riviste underground erano solo in tre. C’erano tre tavoli in quella stanza, uno diverso dall’altro, erano una specie di piccoli banchi di scuola, ma uno diverso dall’altro per altezza e per fattura. Sarebbero andati bene per dei bambini di dieci anni, invece li usavano per scrivere i loro articoli tre ragazzoni dai 20 ai 25 anni; non avevano delle vere sedie per scrivere a quei tavoli, ma due seggioline di legno tipo stanza dei bambini e una seggiolina addirittura di vimini. Una cosa tutta da ridere oggi, voglio dire che oggi sarebbe una cosa tutta da ridere, userebbero quei tavolini e quelle seggioline per fare la parodia della cooperativa di scrittori anni ’60; invece c’è una fotografia che li ritrae seduti in quelle seggioline serissimi e concentrati su quello che stanno scrivendo.

A Lenore piaceva far parte di quel gruppo, secondo lei erano tutti davvero molto bravi, avevano acume, intelligenza, sensibilità, secondo lei; c’erano quelli che scrivevano cose tipo: ragazze di Krishna, ragazze-loto/avvolte in bandiere di garza/collegio di stendardi di preghiere/nella neve brillante della California… Oppure: Io rido/ me ne vado/entro in una stanza con dei cerchi/ Oppure: Una ragazza fa volare il drago del suo/ aquilone attraverso le nuvole che non riesce a raggiungere…

Vita quotidiana, quindi, emozioni quotidiane, niente di speciale in molti casi, nessun valore “poetico”, vita che si butta su un foglio mentre si vive o subito prima o subito dopo. Questo è il valore delle migliaia di poesie che si sono scritte a Hightsbury in circa due anni e mezzo, finché è durata l’autentica Summer of Love. Poi tutto è finito, e le poesie non si sono più scritte tanto spesso per le strade, si è ritornato a comporle nelle università, a meno che uno non fosse Allen Ginsberg.

Comunque quella sera di Gennaio del 1966 Bill arrivò in questa stanza dove si riunivano i poeti, portato da un amico. Perché erano venuti lì? Per dare un’occhiata, per vedere cosa succedeva, se si parlava di qualcosa di interessante.

Le riunioni della cooperativa, che si chiamava Here and Now group erano aperte a chiunque volesse parteciparvi, sia per ascoltare che per partecipare con proprie poesie. Ma non c’erano mai più di una quindicina tra poeti e “pubblico”.

Quando Bill e il suo amico entrarono nella stanza trovarono una dozzina tra ragazzi e ragazze seduti per terra; formavano un cerchio in mezzo al quale su un grande foglio bianco e tondo c’erano una ventina di candele accese; illuminavano quasi tutta la stanza che era in quel momento nel più completo silenzio. Stavano tutti meditando. Con gli occhi chiusi sembravano concentratissimi e chiusi a quello che succedeva intorno a loro. Bill e il suo amico si pentirono subito di essere venuti lì quella sera; non era quello l’ambiente che cercavano; quando avevano deciso di andare a dare un’occhiata a questo nuovo gruppo di poeti che si era creato da poco, avevano creduto di trovarsi di fronte al solito caos che c’era dappertutto in Hightsbury, spinelli, musica, gente che faceva l’amore e in mezzo a tutto questo poeti che si alzavano e alla maniera di Allen Ginsberg cominciavano a declamare a gran voce le loro poesie. Invece si trovarono in mezzo a una seduta di meditazione. «Quanto dureranno questi a stare così?», chiese Bill all’amico che l’aveva portato lì. «E che ne so – disse quest’ultimo – è la prima volta che vengo qui». «Ma se mi avevi detto che li conoscevi». Qualcuno del cerchio fece loro cenno di stare zitti e così i due si misero in un angolo buio della

stanza, si sedettero e aspettarono che quelle persone la smettessero di tenere gli occhi chiusi,

accendessero la luce e facessero con loro un po’ di baldoria. Avevano anche sete e si sarebbero fatti volentieri una bella birra gelata. Le due finestre della stanza erano chiuse, evidentemente per evitare di essere disturbati dal rumore della strada. Il tempo passava, il silenzio della stanza, le luci delle candele cominciarono ad avere su Bill e il suo amico, che si chiamava Ken, un effetto soporifero, tanto che in pochi minuti si addormentarono. La meditazione dei poeti durò una bella oretta a cui in fondo parteciparono a modo loro anche Bill e Ken. Fu Lenore ad andare a svegliarli; Bill aprì gli occhi trovandosi per la prima volta a pochi centimetri dal viso di Lenore. Gli sembrò un’apparizione soprannaturale. Lei lo aveva scosso delicatamente su una spalla e ora lo guardava con i suoi occhi neri e profondi e col suo sorriso appena accennato e spiritoso che nei mesi successivi a quel giorno Bill avrebbe studiato e contemplato con amore per ore e ore.

«Siete venuti a leggere le vostre poesie o ad ascoltare le nostre?», chiese Lenore sottovoce.

«Noi non sappiamo scrivere poesie, ma ascolteremo volentieri le vostre», rispose Bill.

«Va bene – disse lei con un sorriso – unitevi a noi nel cerchio».

I due ragazzi si alzarono e le persone in cerchio fecero loro posto.

Poi cominciò il solito reading di poesie che tanto spesso avveniva in quei tempi ad Hightsbury. Tutti quelli intorno a cerchio lessero una loro poesia, ma a dir la verità a Ken e Bill quell’atmosfera tra il magico e il mistico che si respirava in quella stanza non piacque per niente. Preferivano mille volte i readings rumorosi che avvenivano nei locali scalcinati o nelle comuni, dove si leggevano sì poesie ma anche si beveva, ci si faceva di qualcosa che qualcuno aveva portato, si chiacchierava, si faceva anche l’amore. Tutto in una baraonda di corpi, voci, risate a cui i poeti che leggevano le loro poesie non facevano caso, perché vicino a loro c’erano sempre quelli davvero appassionati di poesia. Ma gli altri, quelli che giravano i caffè e le case tutta la notte a far casino erano comunque i i benvenuti. E questo era il bello di quei tempi. Che si era sempre i benvenuti dappertutto.

«Ci annoiamo un po’», disse sottovoce Bill a Lenore, dopo che già cinque o sei tra ragazzi e ragazze avevano letto le loro poesie. «Allora andatevene», rispose lei sottovoce. Ma non lo disse con rabbia, lo disse con un viso e un tono di voce neutro, come se fosse concentrata su qualcosa di molto importante e rispondesse a Bill senza interesse, in maniera automatica.

«No, vogliamo rimanere – disse Bill – volevo solo comunicarti il mio stato d’animo. Non sono molto portato per la poesia. Ma rimaniamo, io almeno rimango, sì, sto qui finché ci stai tu».  «Perché?» chiese lei incuriosita e sorpresa. «Perché tu mi piaci e molto», disse Bill. Lenore gli sorrise, poi gli fece segno di stare zitto e riprese a partecipare a quella lettura di poesie.

 

Quando la serata alla cooperativa degli scrittori finì, Bill chiese a Lenore se voleva andare con lui a chiacchierare e bere qualcosa. Lei accettò perché aveva già capito tutto di loro due, vedeva già come sarebbe andata a finire, si vedeva già a vivere con quel ragazzo nero nero di capelli proprio come lei. Aveva intuito il grande amore, come capita sempre del resto all’inizio di ogni amore grande o piccolo, che duri un giorno o la vita intera. Il loro tempo durò un po’, ma non tutta la vita, durò fino a quando… ma meglio frenare e andare passo passo con Lenore e Bill all’inizio della loro storia.

Si avviarono dunque per le strade affollate del quartiere di Haight-Ashbury dove tutti loro abitavano e vivevano, loro, ovvero i cosiddetti hippies, i ragazzi della Summer of Love. Anche se si era ancora in inverno di giorno l’aria era tiepida come è spesso anche in Gennaio a San Francisco; ora era notte fonda, ma loro due non avevano freddo. Lui portava un giubbetto di stoffa militare imbottito, pantaloni sformati e frusti di velluto a costine e una sciarpa di cotone sottile annodata intorno al collo i cui lunghi lembi ricadevano ai due lati del giubbetto con la zip aperta. Lei quando uscì dalla cooperativa degli scrittori si mise in testa un basco di lana nero con la visiera e indossò un giaccone maschile preso al free shop qualche tempo prima. Del free shop e di tutte le altre cose free di quel periodo parlerò più avanti. Indossava anche larghi pantaloni di tipo militare e scarponi alti di pelle nera. A descriverli così non si direbbe forse, ma insieme erano di una bellezza folgorante. Tutti e due così neri e folti di capelli, a lui arrivavano a lambirgli le spalle; lei invece li aveva lunghissimi, e da tempo li portava acconciati in due lunghe e ordinate trecce. Tutti e due erano diversi da chiunque altro per il loro aspetto zigano e slavo insieme, così poco californiano in fondo. Nelle foto dell’epoca le ragazze dei raduni hippy non sono forse tutte chiare di pelle, con capelli biondi e lisci? E lo stesso non vale spesso anche per i ragazzi? Loro erano di tutt’altro aspetto, così scuri non solo di capelli, ma di occhi, di pelle. Ma questo non basterebbe per definirli di una bellezza folgorante se non fosse stato per il loro immenso carisma che ne faceva due semidei nel loro ambiente, quando, dopo quella sera, cominciarono a farsi vedere sempre insieme. Il carisma, almeno nel loro caso, era una luce che stava loro intorno, che li seguiva come una cometa invisibile o una altrettanto invisibile nebulosa di energia.

Quella sera del loro primo incontro camminarono un po’ quasi sempre in silenzio, scostati di qualche centimetro, senza toccarsi, neanche sfiorarsi, troppa era l’attrazione che entrambi sentivano l’uno per l’altro per manifestarla così, come niente fosse, come due ragazzini che camminano per strada e si tengono per mano. Per il momento si tenevano fisicamente a distanza. Per prudenza? No, non erano due persone che si potevano definire prudenti Lenore e Bill, semmai tutto il contrario. Allora perché camminare così distanziati, come ci fosse una regola da rispettare ad impedire una maggiore vicinanza fisica? Per darsi il tempo, per darsi il tempo di assaporarsi, di gustarsi, di sentirsi vibrare in tutto il loro essere, per quella grande scoperta che stavano facendo, cioè la scoperta del nuovo e grande incontro, non aspettato, non programmato, ma d’una realtà così prepotente, reale, fisica. Camminando l’uno vicino all’altra in silenzio stavano facendo l’amore senza neanche bisogno di toccarsi. A volte succede. Si ascoltavano, ascoltavano le reciproche vibrazioni che la loro pelle e il loro cervello stavano emanando in quei momenti sublimi.

Le strade erano piene di gente come fosse mezzogiorno e non le due del mattino. Ma nel 1966 il giorno e la notte erano un unico infinito tempo degli incontri e delle possibilità. La gente ci viveva nelle strade del quartiere di Haight-Ashbury, ci mangiava, ci beveva molto alcool e anche ci si sballava e molto. Ma quell’inverno del ‘66 non era ancora quell’indistinto porto di mare di tutti i ragazzi sotto i vent’anni d’America. Era ancora possibile mettere in piedi gruppi di poesia, di teatro, di musica; ce ne erano a decine.

Lenore e Bill quella prima sera, la sera in cui l’amore tra loro si rivelò per la prima volta, fecero breccia in quel muro di gente stravaccata lungo i marciapiedi e si allontanarono dalle strade del quartiere per trovare un po’ di pace e parlare. Cercavano un bar tranquillo e lo trovarono lontano da Haight-Ashbury, camminando un bel po’ fianco a fianco.

A Bill sembrava di volare accanto a quella donna che lo attraeva in modo magnetico, irresistibile.

Ma lui non poneva resistenza a quell’attrazione. Non lo aveva mai fatto con nessuno, donna o uomo che fosse. La gente gli piaceva troppo per farlo; secondo lui la vita era bella proprio per gli incontri che si facevano. Ma Lenore era diversa da chiunque lui avesse incontrato nei suoi 35 anni di vita.

Per Lenore era lo stesso. Anche lei aveva la stessa età di Bill e la stessa avidità verso la vita, solo che in lei quell’avidità era un’avidità calma, riflessiva, ragionata. In lei era una decisione. Un istinto che si era fatto decisione con tutte le incognite che un istinto comunque prevede. Bill invece era tutto primo impulso primordiale e nessun ragionamento, tattica o riflessione. Fu questo il giorno dopo a consentirgli di prendere la folle e irragionevole decisione di andare a casa salutare moglie e figli e andarsene a vivere con Lenore. La gente che rifletteva troppo, che teorizzava, faceva progetti lo infastidiva a morte, non la sopportava e un po’ ne aveva anche paura. Anche di Lenore avrà sempre un po’ paura finché durerà il loro rapporto; avvertiva la sua superiorità spirituale, sentiva in lei una forza e un’energia migliore della sua.

Dopo un po’ che camminavano entrarono in uno dei tanti bar scalcinati che c’erano in quei tempi un po’ ovunque. In fondo tutti i bar del mondo occidentale in quei tempi si assomigliavano.

Tutti quanti senza pretese se non quella di far stare a proprio agio gli avventori. C’era quell’atmosfera fumosa e umida dei bar di periferia, della nostra periferia, la periferia italiana e operaia degli anni sessanta. Eppure siamo a S. Francisco, ma il bar è lo stesso della nostra periferia operaia degli stessi anni. Se ora guardate qualche filmato su YouTube della strada Haight-Ashbury nella San Francisco di oggi i locali sono tutta un’altra cosa. Saranno forse anche gli stessi e vi diranno che sono proprio uguali a quelli della Summer of Love. C’è ancora da fare quattrini da quelle parti con i ricordi. Allora prevaleva lo squallido, il poco curato, sulla vetrina sporca c’era solo scritto CAFFè, proprio come qui, proprio come ovunque.

Ho davanti a me una vecchia foto di Bill che sta parlando con Lenore dopo qualche tempo che stavano già insieme. Si trovano in quello stesso bar del primo incontro, oppure in uno molto simile a quello. E posso testimoniare che sembra di essere al quartiere Borgo Panigale di Bologna.

In questa foto Bill ha quello stesso giubbetto che portava la sera del primo incontro con Lenore e anche lei è vestita nello stesso modo. Bill adesso non ha più il viso liscio di quando si sono conosciuti, ha una barbetta che gli copre solo il mento, che gli dà un’aria diversa rispetto a prima, un’aria più vecchia, più saputa, meno simpatica. È appoggiato con la schiena al bancone del bar, la mano destra nella tasca dei jeans, la sinistra che spunta dal bancone di legno. Sono distanti tra loro Bill e Lenore, parlano come se non stessero insieme ormai da parecchi mesi. Lei tiene le mani nelle tasche del giaccone, ha l’aria riservata timida, lui no, lui ha un po’ l’aria dello spaccone, gli occhi socchiusi sembrano squadrare la sua donna, come se non la conoscesse così bene come effettivamente la conosce.

Ma torniamo indietro alla sera del loro primo incontro.

Entrarono dunque in quel bar da niente; era quasi vuoto perché era uno di quei bar da pomeriggio, da discussioni politiche, e la sera la gente preferiva i parchi o le case private dove ci si poteva fare di quel che si voleva senza problemi; loro erano su di giri, anche se non si erano fatti neanche uno spinello, euforici, euforici di se stessi, e si stavano nutrendo della loro reciproca attrazione.

È meraviglioso all’inizio di una grande storia d’amore (tutte le storie d’amore sono grandi perché sono così rare, abitualmente tutto è già scontato e scritto prima ancora di cominciare), tutto è illuminato da questo amore che nasce, è come se il mondo se ne congratulasse, se ne compiacesse, come se tutti i cherubini che vivono tra le nubi ma anche gli elfi che vivono nei boschi, dicessero: finalmente! Un amore vero sta per nascere!

Lenore e Bill si sedettero a un tavolino in fondo a quella sala scalcinata di bar. Chiazze di birra e vino erano sparse un po’ ovunque coperte alla bene meglio da un po’ di segatura, cicche e pezzi di

tabacco, tovagliolini di carta e cibo caduto dai tavoli non erano ancora stati spazzati via. Ma Lenore e Bill tutto questo non lo videro, anzi lo videro, non erano ciechi, il loro apparato visivo funzionava perfettamente, ma non lo notarono, la loro mente era occupata altrove. Era totalmente concentrata a captare l’energia dell’uno e dell’altro, quella bella calda energia amorosa che intercorre tra gli esseri viventi o tra un essere vivente e il suo Dio. Bill e Lenore erano l’uno per l’altra un dio a cui inchinarsi, sottomettersi, da adorare. E questo fecero da questa prima volta fino alla fine, fino all’esaurirsi di quella calda energia d’amore. Ma questo lo racconto poi. Se lo racconto. Non è mica detto. Comunque di cosa parlarono quella prima sera insieme in quel bar da cui furono mandati via un’ora dopo perché il barista era stufo di tenere aperto il locale per quei due hippies? E come faceva a sapere che erano hippies? Dal vestito forse? Dai capelli troppo lunghi e spettinati di entrambi? No, non da questi segni superficiali e ovvi. Non era il travestimento, il mascheramento quello che li caratterizzava immediatamente e li rendeva riconoscibili come hippies a tutti gli effetti. Il barista lo capì appena entrarono nel bar. Fu per quella luce dorata e soffusa che li circondava e circondava tutte le migliaia di ragazzi e ragazze di Haight-Ashbury della breve ma intensa stagione della Summer of Love. Siccome fu un’utopia poteva durare più di qualche mese? In genere le utopie non cominciano neppure ma sono solo pensate, teorizzate, scritte. I cosiddetti hippies tutto quello che pensavano di utopico lo facevano, o almeno ci provavano. Erano mistici, ecco cos’erano tutti quei ragazzi, erano tutti in attesa di un’illuminazione collettiva che forse li avrebbe colti di sorpresa ma non spaventati. Votati alla povertà, ritirati da qualsiasi attività convenzionale, concentrati com’erano sul proprio mondo interiore, emanavano un’energia così densa da prendere l’aspetto di una luce tutta particolare nel volto, negli occhi, e intorno al corpo. E così il barista li aveva riconosciuti subito. Ma non gli piacevano lo stesso gli hippies. Stavano ore a parlare e consumavano poco.

«Cosa vuoi da bere?» Chiese Bill a Lenore. «Potremmo bere del vino», rispose lei. «Certo, vado e torno». «No – disse Lenore – io vado e torno, tu rimani qui, mi piace servire gli amici». «Gli amici?», chiese serio Bill; «anche gli amanti» rispose Lenore. «Così va meglio», disse sorridendo Bill. «Sei bellissimo quando sorridi», e Lenore avvicinò il suo viso a quello di Bill nel loro primo tenero bacio. «E tu sei meravigliosa, ti ho aspettata tutta la vita e ora eccoti qui»; «anche per me è così», disse lei allontanandosi verso il bancone del bar. Tornò con due bicchieri di vetro verde e una bottiglia di vino rosso californiano.

Quella bottiglia se la scolarono parlando e guardandosi negli occhi.

Lenore parlò di poesia, naturalmente, di quello che aveva in mente di fare con la poesia: «agitare le acque», gli disse sorridendo. Bill invece parlò del suo lavoro al porto, ma non disse niente a proposito del fatto che era sposato con figli. Parlò della sua voglia di comprarsi una moto: «Ci verrai con me in moto quando ce l’avrò?», le chiese. «Certo – rispose lei – non vedo l’ora. Con te andrei in capo al mondo. Quando uscirono Bill pagò il vino che avevano bevuto e Lenore lo ringraziò con il suo sorriso infantile e angelico che avrebbe conservato per tutta la sua vita. «Incantevole», pensò Bill.

 

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