Franco Fabbri

Radio3suCarta. I Beatles: dagli esordi a Rubber Soul

Musicologi e musicisti italiani tra i più affermati e riconosciuti, insieme alle voci storiche di alcuni conduttori delle principali trasmissioni musicali di Radio3, accompagnano gli ascoltatori in un percorso divulgativo che vuole essere a un tempo didattico e coinvolgente. Grandi capolavori del repertorio sinfonico e di quello da camera [...]

Musicologi e musicisti italiani tra i più affermati e riconosciuti, insieme alle voci storiche di alcuni conduttori delle principali trasmissioni musicali di Radio3, accompagnano gli ascoltatori in un percorso divulgativo che vuole essere a un tempo didattico e coinvolgente. Grandi capolavori del repertorio sinfonico e di quello da camera, ma anche generi e forme musicali diversi, vengono esplorati  con la proposta  di esempi spesso eseguiti dal vivo al pianoforte o con l’offerta di ascolti rari e di grande qualità.

A cura della redazione di Radio3 Suite

Ascolta la canzone BEATLES “LOVE ME DO” (DEFINITIVA)

 

Penso proprio che abbiate riconosciuto questa canzone: è Love Me Do, il primo successo dei Beatles che arrivò al 17° posto delle classifiche inglesi. Fu la prima canzone pubblicata su un 45 giri dalla Parlophone il 5 ottobre del 1962, nel quadro del contratto fra quella che ai tempi era un etichetta secondaria della EMI e il gruppo formato da Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr. Il responsabile della produzione era George Martin, il tecnico del suono Norman Smith. Lo studio di registrazione era la sala 2 o B degli Abbey Road Studios di Londra, dove i Beatles avrebbero lavorato molto a lungo. Quella che abbiamo ascoltato è proprio la versione di quel 45 giri, registrata il 4 settembre del 1962 con John Lennon all’armonica a bocca e alla voce, Paul McCartney al basso e alla voce principale, George Harrison alla chitarra acustica e Ringo Starr alla batteria. Quando nel marzo del 1963 fu pubblicato il primo album dei Beatles vi fu inclusa, però, un’altra versione di Love Me Do, registrata pochi giorni dopo la prima con un turnista, Andy White, alla batteria e Starr al tamburello, a marcare gli accenti del rullante. C’è qualche differenza nel suono più arrochito dell’armonica di Lennon ma il ritmo è quello elastico e ballabile che Starr aveva conferito all’arrangiamento, nonostante McCartney avesse dubitato delle sue capacità, al punto di chiedere di registrare quella seconda versione. Ma il confronto con la registrazione fatta tre mesi prima con un altro batterista, Pete Best, il predecessore di Ringo, toglie ogni dubbio.

Ascolta la canzone BEATLES “LOVE ME DO” (ALTERNATIVA)

 

La scelta di pubblicare Love Me Do come facciata A del primo singolo fu avveduta. Era una canzone scritta da Paul McCartney con un parziale contributo di Lennon e, i due autori tenevano molto che il pezzo pubblicato fosse loro, e non una cover, tra l’altro in questo, nei due 45 giri successivi la coppia si firmò “McCartney-Lennon”; dal quarto in poi l’accordo editoriale cambiò in quello definitivo “Lennon-McCartney”. Per la sua grande semplicità di struttura e di arrangiamento Love Me Do costituiva un anello di congiunzione fra l’immagine di un gruppo provinciale, già molto amato a Liverpool ma ignoto a Londra e nel sud dell’Inghilterra, e le ambizioni di successo nazionale. Richiamava lo stile dello “skiffle”, un genere diffusosi in Gran Bretagna nella seconda metà degli anni ’50, basato su un repertorio statunitense di blues, country, folk, rock’n’ roll, arrangiato per strumenti acustici e di fortuna: chitarre da pochi soldi, un asse da lavare come percussione, una cassa di tè e un manico di scopa come contrabbasso. Sulla scia di Lonnie Donegan e di altri musicisti e gruppi di minore o maggiore fortuna come Alexis Korner o i futuri Shadows, si erano formati i Quarrymen: il primo nucleo di quelli che poi si sarebbero chiamati Beatles. Nonostante le note blues della voce e dell’armonica, la struttura di Love Me Do è quella tipica del pop statunitense ereditata dai classici degli anni ’20 e ’30: A-A-B-A in origine, che ormai era diventata: A-A-B-A-B-A con l’abolizione del recitativo iniziale tipico delle canzoni classiche di Gershwin, di Rogers, di Porter. É una struttura retoricamente convincente, la sua origine teatrale nel musical, la rende adatta a valorizzare testi semplici e situazioni standard, come quelle descritte nelle canzoni dei Beatles tra il ’62 e la prima metà del ’65. Il contrasto fra i materiali con il bridge1 a fornire una tinta grigia che fa desiderare un ritorno dell’elemento A più memorabile e l’insistenza iniziale su quell’elemento A che viene progressivamente sottratto (all’inizio c’è due volte, poi c’è una sola volta e poi spesso viene ripetuto soltanto strumentalmente), donano a questa struttura una forza archetipica possiamo dire paragonabile a quella delle dodici battute del blues, se non addirittura all’allegro di sonata o  alla fuga. Tutte queste forme, per quanto diverse nel dettaglio e nell’intensità, condividono il progressivo restringimento, l’accelerazione progressiva, l’accelerazione strutturale man mano che si procede verso la fine. Dunque Love Me Do costituisce in questo senso la presentazione di un marchio di fabbrica. Oltre alla forma caratteristica, oltre al ritmo marcato e danzante influenzato dal rock’n roll ma anche dalla musica da ballo latino-americana, esibisce un altro elemento tipico dello stile dei Beatles: le voci armonizzate a parti strette o come si dice nel gergo anglo-americano: in close harmony. Questo modo di cantare era emerso nell’era dello Swing tra gli anni ’30 e ’40, in un primo momento come tentativo di imitare con le voci la sonorità delle trombe delle Big Band, ne erano state portatrici principalmente le Andrews Sisters, che godettero di un successo enorme in quegli anni ed ebbero imitatori e imitatrici dappertutto, comprese in Italia le sorelle Lescan note come Trio Lescano. Ecco un esempio delle Andrews Sisters che risale all’inizio degli anni ’50.

Ascolta la canzone THE ANDREWS  SISTERS “MERRY CHRISTMAS POLKA”

 

a tecnica fu adottata da Mary Ford e Les Paul per i loro dischi realizzati con sovra incisioni, anche questi di enorme successo sempre nei primi anni ’50. E la ritroviamo nello stile dei rocker bianchi della seconda metà degli anni ’50 come gli Everly Brothers.

Ascolta la canzone EVERLY BROTHERS “WAKE UP LITTLE SUZIE”

 

O ancora, e questa volta di nuovo utilizzando la sovraincisione della medesima voce, in un altro chiaro modello dei Beatles: Buddy Holly.

Ascolta la canzone BUDDY HOLLY “WORDS OF LOVE”

 

Quanto i Beatles siano stati debitori di Holly, questa incisione era del 1957, lo si capisce dal gran numero di sue canzoni che inclusero nel loro repertorio e dallo stesso nome del gruppo: quello di Holly si chiamava The Crickets, i Grilli; e vale la pena ricordare che “beetle”, con due e, non vuole affatto dire “scarafaggio” come si è sempre tradotto in Italia, ma “coleottero” o “maggiolino”2. Nel loro quarto album, Beatles for Sale, pubblicato alla fine del 1964 inclusero una cover di Words of Love  identica sotto molti aspetti all’originale di Holly che abbiamo appena ascoltato. Ma torniamo alle prime incisioni. Il secondo 45 giri dei Beatles porta sulla facciata A il primo vero grande successo: Please, Please Me. Scritta da John Lennon, di nuovo firmata McCartney-Lennon, la canzone richiama lo stile vocale degli Everly Brothers e in particolare un brano del 1960, Cathy’s Clown, anche questo facente parte del repertorio da sala da ballo dei Beatles; dove le due voci si muovono obliquamente: una restando fissa su una nota, l’altra scendendo. Cathy’s Clown ebbe un successo colossale, 8 milioni di copie vendute, quindi era un modello molto chiaro.

Ascolta la canzone EVERLY BROTHERS “CATHY’S CLOWN”

 

 Ma in Please, Please Me ci sono anche altri elementi interessanti. Nella formazione di quello stile che oggi riconosciamo come proprio dei primi Beatles, ad esempio la breve sequenza di accordi che divide in due parti ciascun elemento A della struttura… Sentiamo:

Ascolta la canzone BEATLES “PLEASE ME, PLEASE ,ME”

 

 Si tratta di una sequenza di accordi maggiori che George Harrison eseguiva con un barrè3 pieno tranne che sul “mi” maggiore iniziale, basati su una scala blues pentatonica minore. Se si pensa alla tonalità del brano in “mi” maggiore, corrispondono al 1° grado, al 3° abbassato bemolle, al 4°, al 5°. È ormai un luogo comune del rock ma, nel 1962, quando fu incisa Please, Please Me, non lo era ancora. Questa armonizzazione a blocchi della scala blues era caratteristica dei rocker bianchi americani, come Carl Perkins, dal quale probabilmente Lennon, trasse il modello; visto che una sua canzone con quella sequenza era nel repertorio dei Beatles. La sentiamo nella versione originale…

Ascolta la canzone CARL PERKINS “LEND ME YOUR COMB”

 

 È interessante notare che in quella fase questi accordi erano diteggiati per intero, come si ricava dalle riprese televisive dell’epoca. Più avanti, tra la fine degli anni ’60 inizio anni ’70, queste sequenze hanno preso un altro colore, suonate su chitarre elettriche distorte, solo sulle corde gravi e diteggiando solo la 5° e l’8°, sono diventate i cosiddetti “Power Chords” dell’Hard Rock e dell’Heavy Metal.

Come avrete notato, in Please Please Me, c’è di nuovo l’armonica a bocca che più tardi scomparirà del tutto dalle registrazioni dei Beatles. Nella versione pubblicata non è facile sentire che la stessa linea melodica è eseguita anche dalla chitarra di George Harrison in “ottave”. Ma la parte perfettamente ascoltabile, sia nelle riprese del primo concerto negli Stati Uniti nel febbraio del ’64, sia in una primissima registrazione di Please Please Me, fatta l’11 settembre 62 con Andy White alla batteria. Registrazione che si riteneva perduta e che fu, invece, poi ritrovata e pubblicata sulla prima delle “Anthologies”.

Ascolta la canzone BEATLES “PLEASE, PLEASE ME” (ALTERNATIVA)

 

 Le “ottave” di Harrison sono ancora molto goffe come abbiamo sentito, poi miglioreranno. Ma vale la pena di notare come nella creazione dello stile dei primi Beatles, entrassero elementi disparati, fortemente condizionati anche dagli strumenti che i Beatles usavano e dai loro difetti. Non erano ancora strumenti di grande qualità: le corde erano particolarmente dure e imponevano uno staccato che, possiamo ipotizzare, faceva di necessità virtù. Non si sa di preciso a quale modello Harrison si riferisse con quelle “ottave”. In quegli anni le usava molto il chitarrista jazz Wes Montgomery fin dalle sue prime incisioni, questa è del 1958: FingerPickin.

Ascolta la canzone WES MONTGOMERY “FINGERPICKIN”

 

Ma facciamo un salto avanti, dai Beatles ingenui della fine del ’62 e dei primi mesi del ’63, passiamo ai Beatles della fine del ’64 che hanno già conquistato l’America e il mondo.

Tre album, cinque 45 giri dopo i primi due, tutti al primo posto delle classifiche inglesi e americane, un film, A Hard Day’s Night, in Italia intitolato Tutti per Uno, alcune tournèe trionfali.

Gli studi di Abbey Road ora offrono registratori multi traccia, non ci sono molte piste ma quattro sono sufficienti per separare la batteria dal basso e dalle chitarre, e per sovraincidere il canto e gli assoli di chitarra permettendo anche qualche effetto stereofonico, come quello basato sul feedback di chitarra con cui inizia il brano che ascolteremo tra poco. A lungo i Beatles avevano registrato sostanzialmente dal vivo, incidendo le voci su una pista e gli strumenti su un’altra, e poi equilibrando le parti con un mixaggio finale in mono, con qualche montaggio per mettere insieme quello che c’era di migliore di diverse riprese. Alla fine del ’64 la loro conoscenza delle tecniche di registrazione e l’avanzamento dei mezzi disponibili, offre le prime occasioni di utilizzo dello studio di registrazione come ambiente e strumento compositivo. I Feel Fine una canzone di John Lennon, nasce insieme al suo riff durante una seduta di incisione. Il disco pubblicato a fine novembre va subito in testa a tutte le classifiche di vendita.

Ascolta la canzone BEATLES “I FEEL FINE”

 

Gli sviluppi che seguono sono complessi, influenzati da fattori molteplici. Uno di questi è la maturazione personale dei componenti del gruppo, anche sotto la spinta del confronto con altri protagonisti della scena musicale. In uno dei loro incontri, Bob Dylan ha espresso grande apprezzamento per il sound dei Beatles e per la loro successione di accordi “scandalosi”. Ma ha rimproverato a Lennon e a McCartney di scrivere dei testi ingenui, adolescenziali, poco personali.

Dylan non suggerisce ai Beatles di diventare a loro volta cantanti impegnati, come invece farà Lennon negli anni 70, ma di scrivere canzoni personali che raccontino storie tratte dalla loro vita, dalla loro esperienza. Le prime risposte si trovano nell’album Help pubblicato nell’agosto del ’65.

Lennon scrive una ballata quasi “dylaniana”, anche musicalmente, You Got To Hide Your Love Away e McCartney propone ai Beatles questo: 

Ascolta la canzone BEATLES “YESTERDAY”

 

La chitarra è accordata un tono sotto e McCartney avvisa all’inizio gli altri Beatles che gli accordi veri non sono quelli che lo vedranno diteggiare. In realtà, nessuno degli altri Beatles interverrà nella realizzazione finale, dove alla voce di McCartney e alla sua chitarra, George Martin aggiungerà un quartetto d’archi. Una vera bestemmia per la mentalità di un rocker, e tale suonò all’epoca per molti fan. Del resto, per quanto la chitarra accordata un tono sotto conferisca un suono particolare all’accompagnamento, il pezzo non è stato steso inizialmente sulla chitarra ma sul pianoforte, al risveglio di un sogno durante il quale, secondo il racconto dell’autore, la canzone si era manifestata per intero. McCartney suona sempre più spesso al pianoforte, la registrazione a più piste gli permette di sovra incidere il basso alla fine, per dare allo strumento più spazio e più rilievo. E questo significa da un lato che le parti di basso sono più meditate, più contrappuntistiche, e dall’altro che le basi dei Beatles sono sostenute armonicamente dal piano; uno strumento meno schematico e meno obbligato dalla diteggiatura rispetto alla chitarra. Anche se in Yesterday non c’è ne il pianoforte ne il basso, ma si sentono le linee discendenti dei bassi della chitarra, l’ombra di una scrittura non chitarristica si manifesta chiaramente. Nell’autunno del ’65, i Beatles lavorano al materiale per un nuovo album, il 6° che uscirà i primi di dicembre, con il titolo di Rubber Soul.

C’è una novità sul piano industriale/produttivo. George Martin si è licenziato dalla Parlophone, dove finora ha lavorato come dipendente, guadagnando uno stipendio apprezzabile ma ridicolo rispetto ai profitti che ha procurato, e ha fondato una società di produzione che collaborerà come fornitrice di servizi pur registrando sempre ad Abbey Road. É uno dei segni di uno spostamento dalla vecchia concezione industriale, nella quale l’editoria musicale dominava e la discografia produceva versioni sonore di opere realizzate sulla carta, a quella nuova, iniziata proprio dai Beatles e da Martin, nella quale la realizzazione discografica è la vera opera. L’attenzione al sound e all’innovazione sonora riceve un nuovo impulso. E non bisogna dimenticare che quelli sono gli anni della musica elettronica europea, della “tape music” sperimentale americana, e i Beatles sono sempre più a contatto con ambienti artistici d’avanguardia. Rubber Soul non è ancora un album sperimentale, anzi, negli Stati Uniti sarà catalogato sotto il genere country per l’abbondanza di suoni acustici non elettrificati. Ma lo stile compositivo dei Beatles si muove comunque in quella direzione. Anche una canzone breve in forma canonica A-A-B-A-B-A- come Norwegian Wood composta da Lennon, offre numerosi scarti dalla norma. Il testo, una storia davvero personalissima di un’avventura mancata con finale incendiario, è in un flusso narrativo unico, senza ripetizioni, indifferente all’articolarsi di chorus4 e bridge. La stesura melodico armonica si sposta disinvoltamente dal modo dorico al misolidio5 all’interno della stessa frase. Il sitar suonato da George Harrison introduce per la prima volta un suono esotico, carico di connotazioni culturali in una canzone pop. 

 

Ascolta la canzone BEATLES “NORWEGIAN WOOD”

 

1. Un breve interludio che connette due parti di canzone. N.d.R.

2. Il nome “Beatles” è in realtà un neologismo, che si basa sull’assonanza fra la parola “beetle” (coleottero) e “beat” (sinonimo di “beatnik”), e fu coniato da John Lennon proprio per la sua passione per i poeti beatnik. N.d.R.

3. Il barrè è un modo di suonare più note utilizzando la pressione del dito indice sinistro che schiaccia contemporaneamente più corde di un tasto. N.d.R.

4. Il chorus è un effetto elettronico per strumenti musicali elettrificati o elettronici, ma può essere utilizzato anche per la voce, il cui scopo è di simulare la compresenza di più sorgenti sonore dello stesso tipo, come avviene per un coro di voci o un duo (o più) di strumenti musicali uguali che eseguono la medesima partitura [Fonte Wikipedia]. N,d,R,

5. In musica, un modo è un insieme ordinato di intervalli musicali derivato da una corrispondente scala musicale variando semplicemente la nota iniziale [Fonte Wikipedia]. N.d.R.

FRANCO FABBRI è professore aggregato di Popular music all’Università di Torino. I suoi libri più noti sono Il suono in cui viviamo (Il Saggiatore 2008) e Around the clock. Una breve storia della popular music (UTET 2008). È condirettore della collana Routledge Global Popular Music.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico