Andrea Segrè

451 parole: dis-uguaglianza

Dis-uguaglianza, l’essere disuguale, differente. Un principio che ci rimanda a due concetti fondamentali ovvero la molteplicità ed eterogeneità degli esseri umani e la grande varietà dell’uguaglianza: di diritti, di doveri, di etnia, di genere, di possibilità, di capacità… fino al reddito e ai tassi finanziari, l’ormai onnipresente parola spread (differenziale).

In effetti, la dis-uguaglianza possiamo anche leggerla al contrario, come ci suggerisce Amartya Sen: l’essere uguali a che cosa?1

Tuttavia se è vero che “tutti gli esseri umani nascono uguali”, questa retorica ci suggerisce anche, e lo abbiamo visto con le ultime festività natalizie, che non siamo tutti uguali, almeno nell’accesso alle risorse e alle opportunità, punto di partenza molto spesso della discriminazione sociale. Anche solo considerando il punto di vista economico, gli ultimi dati della Banca d’Italia pubblicati alla fine del 2012 fanno ben comprendere il nostro squilibrio: il 10% delle famiglie italiane ha in mano il 45,9% della (cosiddetta) “ricchezza complessiva del Paese”2. In altre parole, a proposito di parole (molto) usate negli ultimi tempi, nel nostro paese cresce lo spread fra ricchi, sempre di meno ma più ricchi, e poveri, sempre di più e più poveri. E, come sostiene Benedetto XVI, non bisogna «rassegnarsi allo “spread del benessere sociale” mentre si combatte quello della finanza». Del resto, sempre per rimanere nello stesso “mondo”, già don Lorenzo Milani nella sua Lettera a una professoressa diceva: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra diseguali».

Ma non vale solo per l’Italia di allora e di oggi. Anche se le statistiche e i numeri fotografano una realtà che è sempre più complessa di quella che ci mostrano, ciò non toglie che viviamo in un mondo ricco e nello stesso tempo povero, un mondo fatto di estremi, di opposti, di contrari: inaccettabili, indegne, insostenibili e crescenti dis-uguaglianze. Che non si possono più nascondere: Internet ormai fa sapere e vedere tutto. Così sorgono i movimenti che contestano il sistema: Indignados e Occupy Wall Street, sono soltanto i più noti e visibili. I primi, partiti dalla crisi in Spagna – paese preso a modello per la grande crescita fino a pochi anni fa – si sono diffusi in tutte le capitali occidentali. I secondi hanno occupato un altro Tempio degli scambi finanziari moltiplicandosi davanti alle altre “piazze” finanziarie. Movimenti “senza leader” e “senza direzione”, che rappresentano al tempo stesso l’ultima critica e l’ennesimo e più recente fallimento di un modo di essere e di vivere: il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone. L’1% contro il 99%: questa è la proporzione nella distribuzione della ricchezza capitalistica: il meno (1%) è diventato il più ricco, e il più (99%) è rimasto il meno abbiente. We are the 99%, What about our future? È la nuova domanda galvanizzante, che mette il dito nella piaga del divario di ricchezza. Divario mai così ampio e consistente, almeno dall’epoca della Grande Depressione.

Ma accanto alla disuguaglianza sociale, creata dai sistemi economici e politici, vi è anche quella naturale. Che di per sé non è affatto catastrofica. Il sociologo tedesco Ulrich Beck spiega questa “naturalizzazione” dei rapporti sociali di disuguaglianza e di dominio: «Mentre la disuguaglianza delle opportunità di vita dovuta al reddito, al titolo di studio, al passaporto […] reca per così dire scritto sulla fronte il suo carattere sociale, la disuguaglianza radicale delle conseguenze climatiche si materializza nel moltiplicarsi o nell’intensificarsi di eventi naturali di per sé “familiari” (inondazioni, uragani), a cui non sta scritto sulla fronte che sono il prodotto delle decisioni sociali»3.

Disuguaglianza, deprivazione, povertà. Nuove povertà. Secondo l’ultimo Rapporto Istat pubblicato il 10 dicembre 2012, nel 2011 il 28,4% degli Italiani era a rischio povertà o esclusione sociale (+3,8 punti percentuali sul 2010) e il malessere continua a diffondersi a macchia d’olio con il fenomeno delle “nuove povertà”, accentuate dalla crisi e che toccano indistintamente italiani e stranieri, anziani e giovani, famiglie e persone single, anche se sui fenomeni di povertà economica ed esclusione sociale, non è sempre agevole distinguere la realtà dei fatti dagli stereotipi diffusi e dalle “mitologie della miseria” create e veicolate dai media. “Nuove” povertà che riguardano giovani precari, famiglie monoreddito, divorziati e separati, pensionati e anziani, casalinghe e una nuova categoria, “coloro che sono dipendenti dal gioco”.4 Un’altra disuguaglianza quella appena decritta, generata da un sistema complesso di ineguaglianze di potere che si manifestano nell’accesso differente per i gruppi alle risorse sociali, ad esempio il minor possesso di beni materiali, ma anche meno accesso o controllo di risorse simboliche, quali l’istruzione, la conoscenza, l’informazione e lo status. Attualmente nell’Europa occidentale e nel Nordamerica, ciò significa che anche i migranti hanno meno accesso al paese, e meno diritti di residenza. E una volta che avranno varcato le frontiere di questi stati, abiteranno nei quartieri peggiori e avranno abitazioni e lavori peggiori.

Questo sistema generale di disuguaglianza sociale in cui alcuni gruppi hanno più potere di altri, viene sostenuta come ‘microlivello’ da un insieme di pratiche discriminatorie quotidiane. Se le minoranze – i migranti per esempio –  hanno meno possibilità lavorative, è perché incontrano maggiori difficoltà a farsi assumere, e molto spesso il loro lavoro tende a essere svalutato. Le minoranze si confrontano quotidianamente con un sistema spesso subdolo di disuguaglianze al lavoro, a scuola, nei negozi, nel trasporto pubblico e nei mass media, una “discriminazione quotidiana” che assume più spesso forme sottili e penetranti. La conseguenza generale di queste forme di conflitto, di marginalizzazione e di esclusione al microlivello si traduce nella disuguaglianza sociale al livello più globale5.

A tutto ciò si aggiunge (o si affianca) l’ingiustizia e la dis-uguaglianza dell’economia: squilibrata, divaricata, sforbiciata. La forbice si allarga a dismisura e taglia, sempre più aguzza. In orizzontale, nel presente: fra le persone, i paesi, i continenti incontinenti, nel mondo. In verticale fra le generazioni. Riguarda soprattutto i giovani, che dovrebbero contare di più, anche nel voto: ponderandolo. Sarebbe giusto, e li renderebbe più responsabili costringendo i più anziani a tener veramente conto del diritto intergenerazionale, spesso lasciato cadere da una politica fatta da anziani per anziani: lavoro, pensioni, welfare… parole “giuste” che i giovani di adesso non sapranno neppure cosa sono, fra qualche anno.

Ma il mercato è cieco, sia in materia di giustizia e di uguaglianza e sia di ecologia. In questi campi è dunque la politica che deve stabilire le regole per un’economia giusta dal punto di vista sociale e ambientale. La politica deve riconoscere che il bene comune viene prima dell’economia di mercato. Il che ancora non avviene. Al centro dell’ormai abusato dibattito sui beni comuni nei paesi occidentali ci sono due questioni di fondo, che vanno entrambe superate. La prima riguarda il principio/ruolo dello Stato, più precisamente di governo e quindi di sovranità e di sicurezza. La seconda è relativa al principio di gratuità della vita. I gruppi economico-sociali dominanti hanno imposto il principio di governance e hanno monetizzato la vita.

Per essere giusta, l’economia deve riconoscere che qualcosa deve stare fuori dal mercato, i beni comuni, e deve aiutare chi sta fuori dal mercato: i poveri, gli emarginati, gli esclusi. La povertà è un’ingiustizia, deve essere considerata illegale. Come l’economia capitalistica: singolare, egoista, sola. Nell’interesse dei più lontani, come continua ad insistere Salvatore Settis6, è sul bene comune che dobbiamo orientare l’ago della bussola, per cercare di arrestare questo forsennato e disumano consumo di risorse, che ha portato e porta a diseguaglianze (per molti) e profitti (per pochi).

Ma quanto tempo potranno durare queste tanto crescenti quanto insopportabili disuguaglianze?

La nuova frontiera americana che, nella crisi economica peggiore dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, inizia timidamente a rinnegare l’economia della crescita illimitata, della prateria da sfruttare selvaggiamente, del tutto e subito. Che, alla fine, diventa troppo poco o niente. È crollato il capitale sociale, ovvero la fiducia collettiva: negli altri, nelle istituzioni, nella politica, nelle élite. La reazione contraria alla recessione senza fine porta alla salvifica economia dell’abbastanza. Secondo Diane Coyle7 cinque sfide, cinque parole chiave, per voltare pagina e passare dal consumismo distruttivo a una nuova arcadia postcapitalista: felicità, natura, posterità, equità, fiducia e un manifesto dell’abbastanza. L’economia deve essere più gentile, meno lavoro e più tempo libero, più attività creative e relazioni umane. La recessione riporta al fai-da-te, all’artigianato, al lavoro domestico: una serena neofrugalità. Che non può essere per tutti e senza crescita economica necessaria a pagare il debito. Una crescita diversa fondata su tre principi fondamentali. La stewardship, cioè la capacità di guidare verso orizzonti lontani: le grandi scelte si devono proiettare sull’arco della vita di più generazioni, perché il superamento dei fenomeni critici – il cambiamento climatico, il debito pubblico – richiede tempi lunghi. La rivalorizzazione, ovvero la riscoperta che l’economia di mercato è sana se diretta da un robusto sistema di valori morali. Il decentramento, dato che le nuove tecnologie hanno diffuso una tale massa di informazioni che le società moderne non sono più governabili dall’alto. Dunque i comportamenti dell’economia dell’abbastanza devono essere capillari in modo da ricostruire la fiducia collettiva attraverso la riduzione delle disuguaglianze (equità). Dalla fiducia e dall’equità si riparte cercando misuratori diversi del benessere (felicità), di uno sviluppo che risparmi risorse (natura).

Per lasciare alla posterità i capitoli successivi da scrivere, e non solo una montagna di debiti economici ed ecologici. E per non scivolare dalla dis-uguaglianza alla dis-umanizzazione: uno spread umano intollerabile.

 

1. Amartya Sen, La diseguaglianza, Il Mulino, Bologna 2010.

2. www.panorama.it, 14 dicembre 2012. Per un’analisi approfondita si può consultare il sito:www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2012/suppl_65_12.pdf

3. Ulrich Beck, Disuguaglianza senza confini, Laterza, Bari 2011, p. 25.

4. Rapporto Caritas 2012  www.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2012/rapporto2012/Rapporto_Povert_2012_Caritas_Italiana.pdf

5. Paola Villano, Pregiudizi e stereotipi, Carocci, Roma 2013.

6. Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, Torino 2012.

7. Diane Coyle, The Economics of Enough. How to Run the Economy as if the Future Matters, Princeton University Press, Princeton 2011 (trad. it. Economia dell’abbastanza, Edizioni Ambiente, Milano 2012).

 

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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