Damiano D’ Innocenzo

Fiction – GENGIS FURLONG’S FREAK SHOW

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 11.000 battute all’e-mail kamelfilm@gmail.com

GENGIS FURLONG’S FREAK SHOW

(E così, così lontani dal paradiso, silenzioso è l’inferno)

di Damiano D’ Innocenzo

Io non è che conosco proprio bene questa città ma mi sa che ci è un problema con questa città perché ci ha questa capacità di farti sembrare a te stesso specifico tutte le giornate uguali alla precedente stessa medesima. Infatti oggi io non sapevo se era Lunedì o Martedì, anche perché ieri, per quello che a me mi pareva, poteva anche essere stato Mercoledì specifico preciso.

All’epoca scrivevo abbastanza bene le cose sulla solitudine eccettera, perché mi venivano bene a me, le cose sulla solitudine. Ma intanto che io scrivevo, io mi tenevo anche il mio lavoro per me stesso medesimo. Perché a me mi pareva che gli editori a cui io spedii le mie poesie loro ancora non le ricevono, a me mi pare. Perché proprio io preciso mi ricordo che una volta mi era venuta la rabbia e quindi ci ho chiamato a una direzione e quelli mi hanno detto a me stesso che era solo una questione di tempo, precise parole medesime e testuali. E ecco, beh, a me mi pare che di tempo ne è passato un bel pò, da quella mia telefonata di cui sopra, ma è pure vero e preciso che io, come detto, all’epoca specifica medesima, facevo proprio un po’ di difficoltà a distinguere i giorni, e così non ero proprio sicuro che fosse passata quell’eternità di mesi di cui sopra, anche se a me mi pareva proprio. A me mi sembrava che le cose non è che andavano proprio bene ma anche mi sembrava che a mi pareva che non è che ci avevo tipo proprio tante cose in ballo. Io mi pensavo che prima o poi le mie poesie me le pubblicano e che così finalmente io proprio avrei avuto la fama che io mi credevo che mi merito. Per allora però intanto mi tenevo il mio stesso medesimo lavoro perché, anche se vivevo da solo, e l’affitto non era proprio tanto alto, io lo dovevo pagare comunque. A me mi pareva che i mesi servivano a attutire il botto degli anni che passano. A me mi parevano come se essi erano cuscinetti caldi e freddi per noi proprio tutti e per le nostre speranze stesse medesime e scontate.

Nonostante che noi credevamo che la nostra attesa era già stata ampiamente lunga, i dilatati tempi che si succedevano loro stessi medesimi, servivano forse a diminuire il dolore per quella che sarebbe stata la fine dell’attesa precedentemente descritta da me precisamente io. Quindi fatto sta per cui, che non è che mi lamentavo proprio tanto così della vita che facevo io: A me mi pareva che era meglio stare sulla barca col mal di mare, che in acqua azzannato da certi pesci. Io mi pensavo che il gioco non valeva la candela, a me mi sembra.

Viola e rosso questi colori loro dominano dentro ’sto locale. Io… A voi non vi dirò a voi dove si svolgetteqquette la storia perché sennò io credo che sennò qui in città a me mi dicono che io ci ho la scemenza, a farla sembrare a lei una città così brutta, anche se fa proprio schifo sul serio preciso e lo sanno tutti proprio con la matematica della saggiezza. Eppoi a me però anche nemmeno mi va proprio tanto perché sennò poi io stesso devo sempre stare qui a dirvi a voi le vie e eccetera, e io invece questa cosa la voglio prendere alla leggerezza, se voi mi capite a me. Perché già non è che le cose proprio mi vanno da picchio, e se scrivebbi pure con il ciglio de il poeta e faccio le cose pessimistiche allora questa e proprio la volta che io mi autosuicidio.

Comunque… ritornando a me stesso medesimo. Io ero riflesso allo specchio mentre lavoro sulla mia medesima espressione degli occhi. Nel piccolo camerino qualcuno aveqque piazzato un vecchio stereo. E ma però io non la sento molto, ’sta musica, perché io non è che ci ho proprio la passione, eppoi comunque ’stica. Il padrone della baracca di cui stetti scrissi, un certo uomo su i cinquantanni aggrappatoci, quello mi guarda a me, fumandosi una cancerogena, e con la probabilità della arguzia che io mi vanto che io ci ho, io credo che lui stava fermo a guardarmi perché lui lo sa che non si può più fidare di me stesso e dei miei spettacoli medesimi, futuri e eccetera.

Quello fregno là riusciva a rimuginare e fumare, a farti sentire a te pippa pippa proprio co il botto e a minacciarti con il silenzio che io ho conosciuto e pure io a miei tempi discreti buoni usato, e insomma, ne il frattempo, sia io me, sia i miei colleghi loro, cercassero solo di truccarsi per loro stessi e per lo spettacolo, con una certa adeguatezza, sicuro da dire, sempre un po’ mischiata con la tristezza. Cioè, mi pare che io ci ho proprio la visione di quello che succedeva. Un vecchio che ci ha la faccia metà truccata lui e l’altra metà struccata sempre lui, mi viene incontro a me, che sto seduto, io. Mi pare che lui si è messo a piangere, circa dei minuti fa, e mi pare pure, sempre con la arguzia che proprio mi vanto che io ci ho, che lui sta soffrendo, che sta per morendo, e nel frattempo, lui vive. Sapete, voi… voi, qui ognuno feccia maleodorante e malaticcia, noi certi poveracci di una certa vita in una certa mano sbagliata di un certo Dio a riscrivettere l’inferno cento volte al giorno, perché, si insomma, questo ci ha la oggettività plausibile – che il Dio credo l’inferno e il diavolo alla sua volta stessa medesima il paradiso, fondando il tutto suo stesso preciso sulla invidia, che essere il pane delle religioni.

– Ciao brutto – mi fa lui, a me.

– Come ti va a te, salve – ci faccio io.

– A te. –

– Non ci ho le lamentele – dico così tagliavo.

E mi bevettissi un goccio di bum e lui sedendosi, me lo guarda a me il mio bum, cosicché io lo devo nascondere dietro il gambale della sedia in cui io stessi sedendeqquetti.

– Io avevo incrociato una donna che ci aveva la bellezza della tristezza. Io ci stavo con lei nel discount.

Compravo gli hamburgers -.

– A me mi pare che io capisco. –

– Non ci ho la precisione della lucidità, ora me stesso medesimo, perché c’io è, sto ancora con la sconvolgenza, ma a me mi pareva che io la amo, a quella. –

Quello figlio di mignottissima a me mi pare che si sta sporgendosi troppo perché lui vuole, crede che ci è l’ovvietà che io gli offro la mia bottiglietta mia di bum, si si, sicuro; si sporge vecchio e vecchio la prende e vecchio la beve. Poi la riappoggiette a terra, a il centro. – Oh se solo rivedessi quella bellissima tristezza sua… –

– A me mi pare che quelli come te e io, a noi non ci fanno avvicinare alla bellissima tristezza, se tu mi capisci a me – ci faccio.

– È cierto! A noi solo a quella desolata. I storpi con i storpi. I balordi con i balordi. Poi ci è il muro, e poi ci è il resto. –

– A me mi pare che io l’ho capita questa cosa dei sorci. –

– I storpi, esatto. Siccome che io ci ho la facile veggienza e i ragnetti etilici a dosso. –

Quel fregno brutto a me mi dice che si, che è abbastanza decente parlare con me sottoscritto io. Ma mi sa che lui lo fa soltanto perché lui è un para/culo. E io ci dico a lui Grazie e intanto con il mio tallone io me stesso cerco di rintraccio la bottiglietta facendo finta che io a lui gli guardo dritto agli occhi e penso a, che ne so ai suoi occhi, e ma però invece io penso solo alla bottiglietta, che è mia e che non me la può fregare, bere, lui a me, perché è mia e io la posseqquetti legislativamente.

– L’hai visto il mio spettacolo, stasera? – mi dissette esso, distrandomi.

– No. A me mi sa che me lo sono perso. –

– È stato un fiasco, che io ci ho la veggienza. –

– Succiede. –

Quel fregno vecchiaccio si guardà allo specchio poggiante sopra una mensola bianca e fragorosa quando che ne so tu ci davi le culate perché tu ti ci volevi sedere, proprio.

– Sto diventando un vecchio, io. E a nessuno piacciono i vecchi – mi dice a io.

Quello è sicuramente vecchio, vecchio preciso di definizione, deciso a schiattare qua o là senza la importanza, il fatto sta che comunque non ci ha la remora che mi chiede a me la bottiglietta, manco per il niente, e infatti se la prende sporgendosi agilissimo, lui, quasi elastico, quasi proprio che lui ci ha la gomma invece che io la pelle e se la riprende, e la beve.

– …Alle cazzo di giovani piacciono i cazzo di giovani e alle cazzo di vecchie piacciono i cazzo di giovani –

Su questo ci aveva la ragionevolezza. Me, ci avrei messo la mia mano sul mio fuoco appiccato.

– Si, è preciso. Quelli. Piacciono Chad Power, Max Elliott Slade, Michael Treanor, Clarke Isaac Hanson, Zachary Walker Hanson –

– Si si. E Aaron Carter e Nick Carter e Alexander Conti –

– Si si, e Lewis Owen McGibbon e Andrew Lawrence e Logan Marshall Green e Quinn Lord e Richie Stringini –

– Joshua Jackson, Ryan Kwanten, Dan Byrd, Sam Geer, Ryan Toby, David Cavazos, Simon Fenton, Felipe Colombo –

– Vincent Kartheiser, Jascha Washington, Chez Starbuck, Paul Terry, Jacob Young, Nathan Kress, Ben Billingsley, Nicholas Hoult, Bobby Coleman, Chad Donella, Sean Astin, Jeff Cohen, Jordan Taylor Hanson, Paul Walker, Adam Schlesinger, Zachary Ty Bryan, Jonathan Taylor Thomas, Jean Claude Van Damme, Jonathan Ke Quan –

Io stevetti facendo la mia lap dance mentre pensai svariatemente a tenerlo carico. Io mi dimenai, sudo, scuotevo tutto; insomma: Tutto a me mi diceva che io stavo vivendo. Ma quel posto sapeva di morte, almeno a me mi è sempre parso che ci avesse, lui stesso specifico, quel sapore là. Guardassi per chi io mi sto esibendomi, per chi sto sudando, chi pagò il mio vivere. Chewing gum vecchiacci masticanti cazzo di pederasti, donne ridenti cavallo. Io dovrei parlare al passato di questo stesso specifico momento ma io non ci riesco perché a me quando io ne parlo io mi pare che è ancora oggi. Clown sporchi e bestemmiatori, io incluso e soprattutto. Clown tristi e attori, poeti, balordi, esche… cicche.

Donne sole ci aspettavano a noi e così, beh, voi proprio potete capire che stavano messe male pure loro. Donne con una sofferenza e col rossetto che più era acceso e spesso, più erano disperate, loro. Ma a me mi parevano che a loro la disperazione gli calza esatta. A me mi pareva che loro non facevano niente per scostarsela. E io più o meno facessi anchio così. Per esibirmi al mio meglio specifico, pensavo a qualche stellina del cinema o altre donne e così faccio il mio spettacolo, direi, abbastanza decentemente. Ma ultimamente mi si scaricava più di come mi si carica. Mi era, perciò, davvero difficile tenerlo in guardia per tutta la durata della canzone e, per quanto a me mi poteva parere, quella candela che decresceva triste e silente, colando vecchiacceria, ella era un ritratto della vita che ci aveva una certa precisione, se voi mi capite a me. Per quanto riguarda le donne, beh; a loro stesse medesime specifiche, che io sto in guardia o meno, mi guardavano con tale disprezzo che a me mi andava bene così, perché almeno io non mi affezionavo a nessuna di loro stessa. Non capivo perché il capo non mi licenziava, a io. Io/Me mi sarei già licenziato a me stesso da un pezzo gigantesco, cioè, forse non proprio gigantesco ma almeno tipo grosso tipo così. Ma visto che io non ero il capo, a me mi andava bene così, e cioè che quello non si rendeva conto di quanto io ero pippa. Perché, per come la vedo io stesso speficico medesimo, è meglio averci un lavoro e non averci tempo per pensarci, che non avere un lavoro e averci il tempo per pensare che non ce l’hai, se voi, porco diazzo, mi capite a me. Una volta che ho finì, mi sono sudato e asciugato addosso collo straccio, e mi metto a pensare a un sacco di cose che ci hanno la tristezza della bellezza e tutta questa cosa che ripeto spesso, io. Che mi pareva, non ci avevo proprio la vita che era uno spettacolo, e però roba simile, cioè le vite collo spettacolo, non è che io proprio medesimo ne vedessi tante, quindi, tant’è. In fondo io volevo solo essere capisciuto per la mia scrittura. E Vincent Kartheiser e Jascha Washington, Chez Starbuck, Paul Terry, Jacob Young e Nathan Kress, Ben Billingsley, Nicholas Hoult, Bobby Coleman, Chad Donella, Sean Astin, Jeff Cohen e Jordan Taylor Hanson, Paul Walker, Adam Schlesinger, Zachary Ty Bryan, Jonathan Taylor Thomas, Jean Claude Van Damme e Jonathan Ke Quan potevano loro anche avere le loro donne, vecchie o gioviali, ma di certo chi sa di essere amato, non amerà lui mai come chi sa che lui non è amato affatto, e questo mi faceva stare piuttosto bene, a me, perché tipo io credo che chi scrive la poesia, ci deve avere il sentimento tipo ammaccato, e il fatto che io ce l’avei proprio distrutto, poteva starmi a dire che io ci avevo tipo sicuramente il talento, il callo.

tristezza”

il compleanno del vecchio, nessuna

telefonata ricevuta…

nessuna chiamata persa.

un messaggio dall’operatore telefonico,

– complimenti, ti

sei

appena autoricaricato di 10 euro, ora il suo credito è di

10 euro e 80 cents –

tutto il giorno a casa.

di sera si vede rocky.

III.

se lo vede tutto.

poesia di Damiano D’Innocenzo

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