Adam Shatz

I miti di Roland Barthes

da ''The New York Review of Books''

Barthes: A Biography di Tiphaine Samoyault, Polity, 586 pp.

The Friendship of Roland Barthes, di Philippe Sollers, Polity, 166 pp., $64.95

Album: Unpublished Correspondence and Texts di Roland Barthes, Columbia University Press, 357 pp.

 

Nel 1978, Roland Barthes si imbarcò in una serie di lezioni intitolate “Preparazione del romanzo” tenute al Collegio di Francia. Il romanzo? Quale romanzo? Quello che Barthes aveva da lungo pianificato di scrivere, ovviamente. Ma non sapeva proprio come cominciare, e continuava a distrarsi. Come Laurent Binet scrive nel suo nuovo romanzo, La settima funzione del linguaggio: “Per tutto l’anno aveva parlato ai suoi studenti degli haiku giapponesi, della fotografia, del significato e del significante, delle distrazioni pascaliane, dei camerieri nelle caffetterie, delle vestaglie e delle seggiole nelle aule – aveva parlato di tutto tranne che del romanzo”. Il romanzo non fu mai stato scritto. Il 25 febbraio 1980, Barthes fu investito da un camioncino di una lavanderia mentre attraversava la strada dopo un pranzo con François Mitterrand. Morì un mese dopo.

 

C’è sempre stato qualcosa di incongruo nell’ambizione di Barthes di scrivere un romanzo. Non nascose mai di essere annoiato dai grandi romanzi dell’ottocento: “Qualcuno ha mai letto Proust, Balzac, Guerra e Pace, parola per parola?” Sebbene fosse stato un paladino del nouveau roman sperimentale di Alain Robbe-Griller e Michael Butor negli anni ’50, i suoi scritti migliori furono ispirati dalla fotografia, dal teatro, dalla pittura, dalla musica, e, non ultima, dalla cultura di consumo. Pur tuttavia, fu perseguitato da quel romanzo mai scritto, come se esso fosse la prova della sua illegittimità come mero critico. Secondo Tiphaine Samoyault nella sua straordinaria biografia, Barthes spesso si sentiva come un impostore, cosa che potrebbe spiegare le tenere note di autodisprezzo che affollano i suoi scritti. Come il romanziere Phillipe Sollers scrive nel suo godibilmente burbero omaggio, The friendship of Roland Barthes, “non aveva compreso che ciò che aveva fatto era straordinario”.

 

Né aveva capito che, non riuscendo a scrivere il romanzo, aveva invece inventato un nuovo genere aforistico, una sorta bricolage di riflessioni estetiche, memorie personali, considerazioni filosofiche e critica culturale: un “Nouveau nouveau nouveau roman”, come Robbe-Grillet lo ha chiamato. L’influenza di Barthes ha lasciato il suo marchio sui romanzi dell’amico Italo Calvino e del suo ex studente Georges Perec. Scrittori come Geoff Dyer, Ben Lerner, Teju Cole, Sheila Heti e Maggie Nelson[1] sono quasi impensabili senza Barthes, per non nominare la scuola francese di scrittura contemporanea conosciuta come “autofiction”, associata a scrittori quali Annie Ernaux.

 

Barthes dichiarò di essere incapace di scrivere un romanzo alla vecchia maniera perché non riusciva a inventare “nomi  appropriati”. Tuttavia creò un personaggio indimenticabile: Roland Barthes. O “R.B.”, come chiamava se stesso nella sua autobiografia del 1975 Barthes di Roland Barthes. Sebbene non avesse mai abbandonato del tutto il rarefatto linguaggio della teoria, la maggior parte del suo lavoro può essere letto come un autoritratto, una discreta ma appassionata catalogazione dei suoi gusti, dei suoi stati d’animo, dei suoi amori e delle sue fragilità. Come la mise Susan Sontag, egli fu un “devoto, instancabile studioso di se stesso”.

 

Nella sua autobiografia, Barthes ritrae se stesso come uno schivo esteta affascinato dall’innovazione modernista ma segretamente, e sentendosi in colpa, un classicista. Uno “nella retroguardia dell’avanguardia”. Un paffuto edonista che disprezza le convenzioni della società borghese ma non tanto da voler sacrificare i suoi piaceri sull’altare di una rivoluzione puritana. Un omosessuale che vive con sua madre, devoto allo stesso tempo sia agli effimeri brividi dell’avventura che alle sicure comodità domestiche. È civettuolo, facilmente annoiabile, sempre insoddisfatto. Se di lui si può dire che avesse un valore supremo, sarebbe quello di dedicarsi all’infinitamente paradossale natura del sé, e al rifiuto di ogni tentativo di negarlo in nome di un unico valore. Scrisse di se stesso: “egli sogna un mondo che sia libero dal significato (come uno è libero dal servizio militare)”.

 

Barthes non è stato il più originale degli intellettuali francesi postbellici; non ha trasformato il modo in cui pensiamo le affinità relazionali, le prigioni o la linguistica, ancor meno (come Samoyault sostiene in maniera poco convincente) apre “un sentiero per pensare a un nuovo ordine del mondo e a una nuova conoscenza di esso”. Né aspirava a condurre una rivoluzione intellettuale: più di ognuno dei suoi pari, Barthes rifiutò il modello eroico dell’”intellettuale universale” di cui Sartre fu il pioniere. Ma egli fu l’unico teorico francese di cui si può dire che abbia ispirato amore genuino – una materia su cui ha scritto alcune delle sue pagine più memorabili. La gioia nel leggerlo nasce dal sentirsi sempre in presenza di un amico che accetta i tuoi umori e le tue imperfezioni, e simpatizza con il tuo desiderio di non essere etichettato.

 

Barthes nacque nel 1915 a Cherbourg. Quando aveva undici mesi, suo padre, ufficiale della marina mercantile, venne ucciso in mare dai tedeschi. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Lo stato si preoccupò di pagare il mantenimento di Roland e la sua educazione. Sua madre, Henriette, una rilegatrice, aveva scarse sostanze ma veniva da una famiglia protestante di alta cultura. Il nonno materno era stato un rinomato scienziato e ufficiale in Africa Occidentale; la nonna gestiva un salotto letterario in dove Paul Valéry era spesso ospite. Henriette si trasferì con il figlio a Bayonne, una piccola città portuale nel sudovest dove essi erano tra i pochi protestanti, uno status che, assieme alla sua precoce consapevolezza di essere omosessuale, gli lasciò un acuto sentimento di appartenere a una minoranza.

 

Paul Valery

Crebbe a Bayonne e Parigi, dove sua madre aveva trovato un appartamento nel 1924. I suoi luoghi cambiarono poco da adulto: divideva il suo tempo tra il suo appartamento a Parigi e la sua casa a Urt, a nemmeno 15 chilometri da Bayonne, dove predispose un ufficio identico a quello della sua casa in rue Servandoni, accanto a Saint-Suplice. Barthes aveva bisogno di queste routine, o, come dice lui, “strutture” per scrivere. La struttura fondativa fu il suo legame con Henriette, con la quale convisse fino alla morte di lei. Niente poteva minacciarla: non la tempestosa relazione della madre con André Salzedo, un industriale ebreo della ceramica, sposato, con il quale lei ebbe un figlio, il fratellastro di Barthes Michel, nel 1927, né le avventure notturne di lui (egli tornava sempre a casa dopo le sue peripezie). Come ha scritto nella sua autobiografia, “Nessun padre da uccidere, nessuna famiglia da odiare, nessun ambiente da rifiutare: massima frustrazione edipica!

 

Come studente a Parigi al liceo Montaigne e successivamente a Louis-le-Grand, Barthes si immerse in quello che era nuovo: la musica di Debussy, la poesia di Mallarmé, gli scritti di Nietzsche e Gide. Egli carezzò anche l’idea di scrivere un romanzo, ma si lamentava con il suo amico Philippe Rebeyrol (in seguito un diplomatico di rilievo) sostenendo che il romanzo fosse “per definizione un genere anti-artistico”, troppo appesantito dalla psicologia. Egli voleva scrivere qualcosa che avesse il “‘tono’ dell’Arte” (la sua vita era “troppo piacevole” per poter scrivere un romanzo). Si esercitò invece con il pianoforte, scrisse delle sonatine e prese lezioni di canto da Charles Panzéra, che egli in seguito utilizzò per spiegare il suo concetto di “grana della voce”, cioè la traccia che il “corpo lascia nella voce che canta, nella mano quando scrive, nel braccio quando danza”. Il teatro era la sua altra passione: alla Sorbona, collaborò a fondare il Gruppo di teatro antico e recitò nelle sue produzioni. Le sue esperienze sul palco gli lasciarono quello che Sontag chiamò un “profondo amore per le apparenze”.

 

All’epoca del Fronte Popolare, Barthes fu un antifascista istintivo, un ammiratore del leader socialista moderato Jean Jaudrès: “Tutto quello che dice è saggio, nobile, umano e soprattutto gentile”. In una lettera del 1939 scrisse eloquentemente del suo “disgusto per il fetore di questo paese”, ma si tenne lontano dalla retorica rivoluzionaria. “Sono un liberale per non essere un assassino”, scrisse nella sua autobiografia. Egli stava combattendo, in ogni caso, una guerra più personale con una tubercolosi ai polmoni. Nel 1942 Barthes venne rinchiuso nel sanatorio di Saint-Hilaire-duTouvet. Spese l’ultimo anno di guerra sdraiato per diciotto ore al giorno in posizione reclinata, con la testa abbassata, in silenzio.

 

A Saint’Hilaire Barthes si innamorò di un altro paziente, Robert David. Le sue lettere a David, che sono state ristampate in Album (una selezione recentemente tradotta della sua corrispondenza), prefigurano i temi che avrebbe esplorato nel suo libro del 1977, Frammenti di un discorso amoroso: “L’amore illumina per noi le nostre imperfezioni. Non è nient’altro che il misterioso movimento della nostra coscienza mentre compara due termini ineguali – da una parte, tutta la perfezione e la pienezza dell’amato, dall’altra, tutto il senso di mancanza, di sete e di indigenza di noi stessi – e l’impetuoso desiderio di unire due termini così distanti”.

 

Incredibilmente, Barthes sembra non aver mai sofferto i tormenti del non dichiararsi. Egli accettò i suoi desideri senza sensi di colpa o ambivalenza. “Io sono già veramente molto sicuro di me”, scrisse a un amico eterosessuale nel 1942, sebbene, discreto come sempre, aggiunse che “la sicurezza di sé non deve diventare ostentazione”.

Roland Barthes

Quando Barthes lasciò il sanatorio nel 1946, era ormai diventato, stando alle sue parole, “un sartriano e un marxista”. Egli era stato influenzato da un altro paziente, un trotskista sopravvissuto a Buchenwald, che lo aveva colpito tanto per le sue qualità personali – “la libertà morale, la serenità, il distacco elegante”, come le definisce Samoyault – quanto per la sua analisi della lotta di classe. Il marxismo di Barthes era eterodosso e profondamente anti-stalinista – “Il comunismo non può essere una speranza”, scrisse a Robert David. “Il marxismo sì, forse, ma né la Russia né il Partito Comunista Francese sono davvero marxisti”.

 

Questa convinzione si rafforzò a Bucharest, dove insegnò all’Istituto Francese nei tardi anni ‘40. La cultura romena stava all’epoca venendo espurgata dalle influenze “occidentali”, compresa l’omosessualità. Barthes, che condivideva un appartamento con la madre sopra la biblioteca francese, fece del suo meglio per proteggere la sua libreria dai censori locali, e fu presto nominato addetto culturale di Francia, prima di venire espulso. In un brillante articolo sulla semiotica della nuova “scienza romena”, egli mostrò come “nazionalismo” e “cosmopolitismo”, etichette negative per definire modi di sentire “occidentali”, fossero stati trasformati nelle virtù del “patriottismo” e dell’”internazionalismo” quando furono applicati al comunismo.

 

Barthes approfondì la sua critica della scrittura stalinista, in cui il “solo contenuto” del linguaggio definisce “la separazione tra Bene e Male”, nel suo primo libro, Il grado zero della scrittura.

Sebbene si considerasse ancora un marxista, aveva visto a Bucharest quanto facilmente il marxismo potesse prestarsi ad una “scrittura da stato di polizia” – e alla banalità estetica. Gli scrittori comunisti francesi “continuavano a mantenere viva una scrittura borghese che gli scrittori borghesi avevano essi stessi condannato molto tempo prima”. Si distanziò anche implicitamente dal suo eroe Sartre, che aveva definito la prosa rivoluzionaria come un’espressione di impegno politico.

 

Per Barthes, scrivere era rivoluzionario solo nel momento in cui era rivoluzionario nella forma, e le qualità che ammirava nella letteratura radicale erano l’opacità, la complessità e l’elusività, un’insufficienza della comunicazione che Sartre vedeva come suo obiettivo: “Radicata in qualcosa oltre il linguaggio, si sviluppa come un seme, non come una linea”. Egli sosteneva una “scrittura neutrale”, ripulita dai simbolismi, dalla psicologia e dalla letterarietà compiaciuta, al modo dello stile piatto e inespressivo di Meursault, il narratore di Camus ne Lo straniero. “La letteratura è come il fosforo”, egli scrisse, “Brilla al suo massimo splendore nel momento in cui tenta di morire”. Come Samoyault osserva argutamente, piuttosto che attaccare Sartre, Barthes lo “incorporava” – e lo trascendeva.

 

Lo scrittore che Barthes difese con più passione negli anni ’50 fu Brecht, che aveva creato un teatro “purificato dalle strutture borghesi”, e che allo stesso tempo evitava i pietismi del didatticismo di sinistra. Il marxismo di Brecht, scrive Samoyault, fornì a Barthes “un metodo di lettura, un principio di demistificazione”. Barthes usò questo metodo, assieme agli strumenti della linguistica strutturalista, nella sua raccolta di articoli di giornale del 1957, Miti d’oggi. In saggi arguti e stringati sugli incontri di wrestling, sui piatti di bistecche con patatine, sulle crociere, gli striptease, la faccia di Greta Garbo, il cervello di Einstein e la nuova Citroën, egli svelò il processo di “mistificazione che trasforma la cultura della piccola borghesia nella natura universale”. Il libro divenne presto quasi mitologico quanto i suoi soggetti, per la sua acuta critica della cultura di consumo francese all’apice del glorioso trentennio[2]. Ma ciò che distingueva Barthes dai severi analisti della Scuola di Francoforte era, come scrive Samoyault, la sua gioiosa capacità di “connettere il desiderio con la critica”: i saggi in Miti d’oggi hanno “una sorta di teatralità […],  sia magnificamente comica che allo stesso tempo pedagogica”.

 

Pubblicato durante la guerra in Algeria, Miti d’oggi fu anche il libro più radicale di Barthes, uno svelamento degli autocompiaciuti miti che sostenevano la missione civilizzatrice nelle colonie della Francia. “La mitologia del vino”, ad esempio, non dispiacque ai “grandi coloni francesi d’Algeria che imposero ai mussulmani, nelle stesse terre di cui erano stati privati, una coltura di cui non si facevano nulla, poiché in realtà mancavano di pane”. Nel suo capitolo teorico conclusivo, Barthes esaminava una copertina di Paris Match che mostrava un soldato nero mentre faceva il saluto al tricolore – un “buon negro che saluta la bandiera come uno dei nostri”, osservava causticamente – per dire che “il mito non cela nulla: la sua funzione è di distorcere, non di far sparire”.

La copertina di Paris Match analizzata da Roland Barthes

Barthes, comunque, non era un uomo da barricate. Quando lo scrittore e filosofo Maurice Blanchot gli chiese di firmare nel 1960 il “Manifesto dei 121”, una dichiarazione in supporto delle insubordinazioni contro la guerra d’Algeria, Barthes declinò l’invito, spiegando che sentiva “disgusto verso ogni cosa che nella vita di uno scrittore potesse assomigliare a un gesto”. Gli eroi dell’impegno intellettuale, e il rigido dogma che egli sentiva loro incoraggiassero, erano una maledizione per lui. Dopodiché si ritirò dal dibattito pubblico, e maturò un profondo pregiudizio contro la parola detta (il fascismo, disse, è “qualsiasi regime che non solo impedisce di parlare ma soprattutto che obbliga a parlare”). Egli non celava le sue inclinazioni erotiche – dedicò il primo volume dei suoi Saggi critici, pubblicati nel 1964, al suo amante François Braunschweig, uno studente di legge diciottenne – ma la “liberazione che la politica operava della sfera sessuale” lo colpì come “una doppia trasgressione, da parte della politica riguardo la sfera sessuale, e viceversa”. La sua morale, scrisse, era “il coraggio di essere discreti”: “serve coraggio per non essere coraggiosi”.

 

Quando esplosero le manifestazioni studentesche del maggio del 1968, Barthes rimase ferito dal graffito che diceva che “Le strutture non conquistano la strada”, inoltre, con il suo orrore della parola detta, aveva poca simpatia perla mania di parlare del movimento, e inoltre era ora un membro di mezza età dell’establishment, essendo direttore della sesta sezione dell’École pratique des hautes études. E non poteva neppure negare di essere stato precedentemente affascinato dal “sogno di scientificità” dello strutturalismo. Dalla metà degli anni ’50 fino quasi la fine degli anni ’60, egli era stato un fedele seguace di Ferdinand de Saussure, Roman Jakobson e altri teorici della linguistica, e applicava le loro teorie a tutto, da Michelet e Racine al linguaggio della moda e alla Torre Eiffel. Ma Barthes alla fine rimase scottato dalla rigidità dello strutturalismo, e lo abbandonò come aveva fatto con il marxismo: “in silenzio e senza clamore, come sempre in punta dei piedi”, come sottolineò Robbe-Grillet.

 

Entro il Maggio 1968 aveva già abbracciato il nuovo trend, più tardi noto come “poststrutturalismo”, che celebrava il gioco infinito dei segni, e la sua irrequieta e sfuggevole natura. I sistemi interpretativi, decise, erano una sorta di tirannia imposta al lettore, e lo strutturalismo non era meno colpevole in questo del marxismo o delle teorie freudiane – una conclusione che raggiunge più o meno nello stesso momento in cui la sua amica sempre fedele Susan Sontag lo raggiunse nel suo Contro l’interpretazione. Nel suo saggio del 1968 La morte dell’Autore, sostenne che la lettura stessa dovesse essere liberata dalla “funzione repressiva dell’autore”. Barthes mostrò come la liberazione del lettore potesse apparire in due libri pubblicati nel 1970: S/Z, una virtuosistica lettura, paragrafo per paragrafo, di un racconto poco noto di Balzac su un cantante castrato che si finge donna, e L’impero dei segni, un raffinatissimo diario di viaggio in Giappone.

 

Barthes si era innamorato del Giappone dopo la sua prima visita nel 1966. Ma era il primo a riconoscere che il “paese che io chiamo Giappone” fosse un paese immaginario, e fu felice che il luogo reale rimanesse inafferrabile (come avrebbe confessato in una lettera scritta nel 1942, “I fatti non mi incuriosiscono, sono solo curioso – ma in maniera fanatica – degli umani”). Niente lo compiaceva più del “sussurro” di un linguaggio che egli non capiva: alla fine, il linguaggio veniva liberato dal suo significato, dalla sua proprietà referenziale che egli chiamava “viscosità”, e si tramutava in puro suono. Non sorprende che l’artista contemporaneo preferito da Barthes fosse Cy Twombly, i cui dipinti ricordavano scarabocchi illeggibili – uno stile che Barthes, artista dilettante, imitava nei suoi stessi dipinti.

Un dipinto di Roland Barthes

Sebbene Barthes avesse imparato un po’ di giapponese, aveva scarso interesse nelle letterature all’infuori di quella francese, e sostanzialmente nessuna nella narrativa francese scritta nelle ex colonie come il Marocco, dove aveva insegnato nei primi anni ’70 e spesso aveva passato le vacanze, principalmente alla ricerca di ragazzi (il suo disgusto per il colonialismo non contaminava la sua predilezione turismo sessuale). Il suo gradimento per quanto riguarda la letteratura francese contemporanea si estendeva ai mestieranti modaioli della “scrittura neutrale”, dato che la sua avversione per il significato lo lasciava indifferente ai romanzi a tema psicologico e ancor meno per quelli  con temi storici. Non scrisse mai di Perec, il più innovativo romanziere francese emerso negli anni ’60, che condivideva la sua fascinazione per il linguaggio, la scrittura e la mitologia della società dei consumi. Perec era distrutto dal “silenzio” del suo “maestro”, insistendo sul fatto che i suoi romanzi non avevano “altra necessità di esistere se non quella di poter essere letti da te”. Ma Perec era un ebreo che aveva perso i suoi genitori in guerra, e il vuoto che giace al centro della sua opera è costituito dalla loro scomparsa nell’Olocausto, non dal satori, cioè dalla vacuità degli haiku che Barthes adorava[3]. I romanzi di Perec erano troppo “vischiosi”, troppo appesantiti dal significato secondo Barthes, che, come Sontag notò, “aveva poca attrazione per il tragico”.

 

Tuttavia, il poststrutturalismo incoraggiò la qualità più attraente di Barthes, la grana della sua voce, e la sua scrittura assunse sempre più una sua petite musique, libera nel suo uso delle virgolette, del corsivo e delle parentesi. Al tempo della defezione di Barthes dal campo dello strutturalismo, Claude Lévi-Strauss gli scrisse: “C’è una forzatura in cui ci si imbatte nell’eccessivo gusto che mostri per la soggettività, per i sentimenti”. Se Barthes non era più capace di distinguere tra “le forme simboliche” e “i contenuti insignificanti che gli uomini e i secoli vi riversano dentro”, forse, speculava Lévi-Strauss, lo strutturalismo è sempre stato “lontano dalla sua vera natura”.  L’imperatore dell’antropologia strutturalista stava sferrando un affondo contro l’omosessualità di Barthes, sottintendendo che egli fosse troppo tenero e femmineo per i rigori della scienza? Forse, ma non era il solo a mostrare disdegno per Barthes, i cui scritti autobiografici erano spesso accusati dagli accademici di frivolezza o autoassolvimento.

 

Barthes vinse le elezioni al Collegio di Francia solo per un pugno di voti nel 1975. Persino Foucault, che aveva sostenuto la sua candidatura, rimase perplesso quando, due anni dopo, Barthes pubblicò Frammenti di un discorso amoroso. Il libro era nato dal suo amore ossessivo per un giovane romeno, una disavventura che lo portò a sottoporsi a una terapia senza speranza con Jacque Lacan (“una vecchia scemenza con un vecchio bacucco”, come Barthes descriveva le loro sessioni). Essendo una delicata, spesso euforica sequenza di frammenti sui suoi molti stati di ardore, desiderio e infatuazione, il libro si immergeva senza rimorsi in quella sorta di retorica che Foucault aveva demolito nel primo volume della sua Storia della sessualità, pubblicato l’anno prima.

 

Ma l’originalità di Barthes sta proprio nelle sue improvvisazioni sulle esperienze comuni, che di solito incontravano una glaciale indifferenza o l’analisi divertita dei suoi pari. Egli democratizzò la semiologia mostrando che siamo tutti semiologi dilettanti quando siamo innamorati, quando leggiamo ossessivamente il comportamento del nostro amato per scovare il segnali di un amore corrisposto o negato. Nel suo manifesto del 1973 Il piacere del testo difese un altro valore disprezzato dal “poliziotto della politica e dal poliziotto della psicanalisi”. Si metteva allo stesso livello dei lettori, dotato “della pratica di basso livello di un pittore della domenica o di un pianista dilettante”, non si poneva come un pedagogo, e strizzava loro l’occhio in segno di intesa, ammettendo di avere egli stesso la tendenza a “saltare sfacciatamente le pagine (tanto nessuno mi sta guardando)”.

 

Gli scrittori a Parigi che meglio compresero la spinta anti-elitaria degli ultimi lavori di Barthes furono il romanziere Philippe Sollers e la sua partner, la teorica letteraria Julia Kristeva, curatrice del giornale letterario poststrutturalista Tel Quel. Essi formarono uno strano triangolo, come lo stesso Sollers – nelle sue modeste parole “l’unico uomo eterosessuale che aveva avuto la fortuna di rappresentare qualcosa per Barthes” – ammette. Mentre Barthes scriveva con entusiasmo dell’amore e del desiderio, Sollers e Kristeva sostenevano la Rivoluzione Culturale Cinese, riempiendo gli uffici di Tel Quel con gli slogan del Presidente Mao. Barthes non condivideva il loro entusiasmo per la politica, ma era loro grato per l’amicizia, e inoltre le involute teorie della Kristeva sull’abiezione lo facevano sentire “così inferiore […] così ridotto ad una non-esistenza”.

Roland Barthes e Julia Kristeva in Cina

Nel 1974, si unì a loro per una spedizione in Cina. Barthes passava il suo tempo leggendo Bouvard e Pécuchet mentre Sollers giocava a ping-pong con i professori di filosofia marxista. Il puritanesimo della Cina di Mao (un “deserto di seduzione”) faceva ripugno a Barthes. “Cosa puoi sapere di un popolo, se non sai nulla riguardo il loro sesso?”, chiedeva a Sollers. Egli temeva di dover “sacrificare alla rivoluzione ogni cosa che amava: il discorso ‘libero’ esente da ogni ripetizione, e l’immoralità”. Il suo diario di viaggio, comunque, conteneva poche critiche alla Cina maoista (Simon Leys lo definì “un lieve sgocciolio di acqua tiepida”). Barthes insisteva sul fatto che non stava “scegliendo” la Cina, ma “quello che il pubblico intellettuale vuole è una scelta: una era di uscire dalla Cina come un toro che sfonda il recinto nell’arena affollata: furioso e trionfante”. Egli era andato in Cina per la stessa ragione per la quale (a dispetto delle notevoli critiche parigine) era andato a pranzo con il presidente Valéry Giscard D’Estaing: “per curiosità, per il gusto di ascoltare futili cose, un po’ come un cacciatore di miti in agguato”.

 

Nei primi anni ’70, Barthes stava scrivendo su quello che egli definiva “un trapezio senza rete di protezione, da quando non ho più le reti di protezione dello strutturalismo, della semiologia o del marxismo”. Ma essere Barthes fu più che sufficiente, e con tutte le sue proteste contro il significato, finì per realizzare alcuni degli scritti più commoventi della letteratura francese sul desiderio, sull’amore e sul senso di perdita. La perdita che più profondamente di ogni altra lo afflisse fu quella della madre, che morì nel 1977, a 84 anni.

 

Barthes spesso parlò nelle sue lezioni sulla “Preparazione al romanzo” dell’idea di Dante della vita nuova, di ricominciare tutto da capo. Ma il pensiero di una nuova vita senza sua madre era inconcepibile per lui. Sebbene Barthes dedicasse molto del suo tempo libero alle avventure, fu anche un rigido monogamo: egli in fondo visse tutta la sua vita con una sola donna, che gli fornì l’immagine del “Bene Supremo”. Henriette Barthes fu l’unica persona alla quale egli celò la propria omosessualità, e si può sospettare che la ragione di ciò abbia avuto meno a che fare con la sua paura di un rimprovero piuttosto che con la paura che ella potesse fraintendere il suo desiderio di altri come infedeltà. La sua morte lo lasciò quasi paralizzato. Quando gli venne chiesto cosa pensava di insegnare nel semestre successivo, rispose: “Mostrerò alcune foto di mia madre, e rimarrò in silenzio”. Durante tutto l’anno successivo prese appunti sulla sua perdita in più di trecento schede.

Roland Barthes

Un certo numero delle idee in quelle schede – pubblicate postume come Diario di un lutto – furono rielaborate nella sua ultima e più importante opera, Camera Chiara, nella quale Barthes si avvicinò più che mai alla realizzazione del suo sogno di “un romanzo senza romanzo […] una scrittura della vita”. Camera Chiara è un libro sulla fotografia e sul cordoglio, e su come una singola fotografia gli consentisse di rimpiangere la morte di Henriette. L’arte della fotografia è di solito stata analizzata in relazione alla pittura, ma Barthes la paragonava, con intelligenza, a “una sorta di teatro primitivo […] una raffigurazione del volto falso e immobile sotto il quale intravediamo la morte”. In una distinzione celebre, egli argomentò che ogni fotografia attrae la nostra attenzione attraverso due elementi basilari: lo studium, “una sorta di generico ed entusiastico impegno ad analizzare”, e il punctum, il dettaglio che “mi punge (ma che anche mi ferisce, che mi risulta straziante)”.

 

Sulla sua scrivania, mentre scriveva Camera Chiara, c’era una fotografia di Henriette quando aveva cinque anni, nel giardino d’inverno della casa dove era nata. È l’unica fotografia di cui parla che non sia riprodotta nel libro. “Ai più interesserebbe lo studium: l’epoca, gli abiti, la fotogenia”, scrive. “Ma in essa, per voi, non c’è ferita”. Il puntum nella fotografia del giardino d’inverno, invece, per Barthes, è “l’insostenibile paradosso” del personaggio di lei, “la dichiarazione di delicatezza”, ed esso lo porta a ricordarsi di averla “accudita” mentre giaceva moribonda, quando “era diventata la mia piccola bambina, riunendosi ai miei occhi a quell’essenza di bambina che traspariva dalla sua prima fotografia”. In una delle immagini finali dell’opera di Barthes, Henriette, la cui gentilezza traspare dallo scritto di suo figlio, è brevemente riportata in vita e Barthes, che era incapace di superare la sua morte, riesce invece nel miracolo della sua nascita: “Io che non avevo procreato, avevo, nella sua malattia, generato la mia stessa madre”. Che Barthes, il più irreligioso degli scrittori francesi ci abbia lasciato con la visione di un’immacolata concezione è un paradosso che egli si sarebbe goduto con piacere.

[1] Maggie Nelson è una scrittrice statunitense, Ben Lerner uno scrittore, poeta e saggista statunitense, Teju Cole uno scrittore e fotografo statunitense. Geoff Dyer uno scrittore britannico e Sehila Heti una scrittrice canadese.

[2] Il periodo, dal 1045 al 1975, che in Francia corrispose a un forte sviluppo economico e a un sostanzioso miglioramento delle condizioni sociali del paese.

[3] Il satori è l’illuminazione spirituale nella pratica del buddismo zen, che molti haiku, i brevi componimenti poetici giapponesi in tre versi, mirano a rappresentare.

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