Helen Epstein

Il più alto tasso di suicidi nel mondo

da ''The New York Review of Books''

Too Many People: Contact, Disorder, Change in an Inuit Society, 1822–2015
di Willem Rasing, con un’introduzione di George Wenzel
Iqaluit: Nunavut Arctic College Media, 558 pp., CAN$32.95

The Return of the Sun: Suicide and Reclamation Among Inuit of Arctic Canada
di Michael J. Kral
Oxford University Press, 192 pp., $45.00

Sam stava preparando i toast verso le 6 del mattino quando notò la fessura della luce sotto la porta del bagno. Passarono i minuti… nessuno sembrava muoversi lì dentro e nessuno usciva.

In sogno, quella notte, sua moglie Maureen aveva sentito qualcuno chiamare il nome della figlia Sarah, e immaginò cosa fosse successo non appena Sam la scosse. Aggrappandosi al muro, si avvicinò al bagno. E allora vide Sarah appesa alla doccia, morta. A diciassette anni.

La ragazza, mi disse Maureen, era appena tornata da una visita ai parenti in un altro villaggio e aveva trascorso il pomeriggio precedente a scegliere i suoi vestiti che voleva regalare. Quindi tutta la famiglia si era disposta a sedere in terra, per macellare e poi mangiare una foca – cruda, nel modo tradizionale Inuit – su un pezzo di cartone appoggiato sul pavimento del salotto. Successivamente, Sarah si era truccata ed era uscita.

Aveva appena rotto con il fidanzato, più grande di età, che i suoi genitori non approvavano, ma avevano litigato così tanto al riguardo che Maureen non osò chiedere dove stesse andando.

Se Nunavut, il territorio semi-autonomo canadese che ospita circa 28.000 indigeni Inuit, fosse un paese indipendente, avrebbe il più alto tasso di suicidi al mondo. Il tasso di suicidi in Groenlandia, la cui popolazione è prevalentemente Inuit, è di 85 casi ogni 100.000 abitanti; il paese più vicino come tasso percentuale è la Lituania, con 32 casi ogni 100.000 abitanti.

Il tasso di Nunavut è di 100 ogni 100.000 abitanti, dieci volte superiore al resto del Canada e sette volte superiore a quello degli Stati Uniti. Quando ho visitato la capitale di Nunavut, Iqaluit, a luglio, praticamente ogni Inuit che ho incontrato aveva perso almeno un parente per suicidio, e alcuni mi hanno raccontato di cinque o sei suicidi familiari, oltre a quelli di amici, colleghi e di altri conoscenti.

National Inuit Youth Council e Inuit Tapiriit Kanatami organizzano incontri e performance in occasione del World Suicide Prevention Day e del Nunavut’s Embrace Life Day

Tre persone, nella mia piccola cerchia di contatti durante la mia visita di nove giorni, avevano perso qualcuno vicino a loro per suicidio. Le persone che frequentavo indirizzavano la mia attenzione verso i passanti per strada dicendo: “anche suo fratello maggiore lo ha fatto”, “anche suo figlio”. Quasi un terzo degli Inuit di Nunavut ha tentato il suicidio e la maggior parte degli Inuit che ho incontrato mi ha confidato, senza che glielo chiedessi, che avevano tentato almeno una volta.

Due libri recenti, ‘Too Many People: Contact, Disorder, Change in an Inuit Society, 1822–2015’ di Willem Rasing e ‘The Return of the Sun: Suicide and Reclamation Among Inuit of Arctic Canada’ di Michael Kral, fanno risalire le origini della crisi suicida a Nunavut alla metà del XX secolo, quando questa gente, tradizionalmente nomade, si trasferì dai loro territori tradizionali nelle città. Fino ad allora, il suicidio era raro e tra i giovani quasi sconosciuto.

Gli Inuit emigrarono attraverso il ponte della terra di Bering dall’attuale Siberia nel 1000 d.C. e si stabilirono nell’attuale Canada nord-orientale. Nelle lunghe tenebre invernali, il vento quì è così forte che la neve soffiando può far sanguinare la pelle esposta e la temperatura a volte scende a meno 50 gradi. In estate invece, uno sciame di zanzare può dissanguare un intero caribù. Non cresce nulla, se non bacche, muschio e fiori di campo, e quindi gli Inuit sono sempre stati cacciatori. Foche, pesci, uccelli, orsi polari, caribù, trichechi e balene.

Donna inuit allatta due gemelli

Costruivano case di neve, pelli e muschio e indossavano abiti di pelliccia cuciti con fili costituiti da tendini e con aghi ricavati da scaglie di osso di tricheco. Costruivano con le corna di animali slitte trainate dai cani, con pesci congelati avvolti in pelle di foca facevano scarpe per chi correva sulla neve e con ossa di caribù ingegnosi occhiali a fessura per proteggere gli occhi dalla luce accecante riflessa dalla neve.

Ma l’innovazione più notevole degli Inuit potrebbe essere qualcosa di astratto che in realtà appartiene al dominio delle relazioni interpersonali.

Fino all’arrivo dei missionari alla fine del diciannovesimo secolo, essi non avevano una lingua scritta, quindi tutto ciò che è noto della loro cultura prima di quel tempo proviene dalle osservazioni di esploratori ed etnografi e dai ricordi degli Inuit più anziani tramandati attraverso le generazioni.

Tutte queste fonti concordano sul fatto che la società tradizionale Inuit fosse straordinariamente pacifica e libera da contrasti al suo interno.

“Le diverse famiglie sembrano vivere costantemente in buoni rapporti”, scrisse l’esploratore britannico Sir William Parry, che aveva trascorso otto mesi tra gli Inuit dell’isola di Baffin a partire dal 1821. “Le passioni più turbolente, che … di solito creano un grande caos nel mondo conosciuto, sembrano comparire molto raramente nel seno di queste persone.” I bambini Inuit erano descritti come “affettuosi, attaccati ai parenti e obbedienti “, concordò Sir John Ross, che arrivò lì qualche anno dopo.

“Queste persone hanno raggiunto quella perfezione della felicità domestica che ovunque si trova così raramente.” Se sorgevano conflitti, chi si comportava male veniva consigliato dagli anziani, e se ciò non bastava, venivano organizzate sfide canore in cui le parti in disaccordo disinnescavano le controversie prendendosi in giro l’un l’altra.

Oggi invece sono tragicamente comuni tra gli Inuit omicidi, violenza domestica, abusi sui minori, atti di vandalismo e alcolismo – nonché i suicidi. Nel fine settimana in cui sono arrivato a Iqaluit, che ha una popolazione di 7.740 abitanti, è stato commesso un omicidio e si sono verificati quattro incendi, tre dei quali dolosi. Un pomeriggio una coppia che litigava in un negozio, con l’uomo che sanguinava dalla testa mentre la donna gli lanciava offese, mi fece quasi cadere con la sua agitazione.1

Un insegnante mi ha raccontato che i bambini quando litigano possono anche gettare mobili tutt’intorno per la classe. Secondo ciò che scrive Rasing, oltre la metà della popolazione fa uso di droghe, principalmente marijuana, ma anche sostanze più pesanti, inclusa qualsiasi cosa sniffabile: il liquido per l’avviamento del motore, la vernice spray, lo smalto per unghie e la benzina.

Bimbo inuit

La maggior parte degli Inuit fanno i commessi, o gli artisti, o i funzionari governativi rispettosi della legge, e così via, ma i tassi relativamente alti di violenza contro la proprietà o contro sé stessi e gli altri reati perpetrati da una minoranza di essi sollevano domande urgenti su cosa sia successo a questa cultura un tempo forte e pacifica.

Tutti concordano sul fatto che i problemi sono iniziati negli anni ’50, ma c’è un notevole disaccordo tra ciò che pensa il governo canadese e la maggior parte degli Inuit su cosa sia successo e perché.

Il governo canadese sostiene che alla fine del diciannovesimo secolo, molti Inuit arrivarono a dipendere in parte dal denaro proveniente dal commercio di pellicce, il che consentì loro di acquistare merci come farina, zucchero, pistole e coltelli, pur mantenendo il loro tradizionale stile di vita nomade.

Il crollo del commercio di pellicce durante la Grande Depressione, combinato al ciclico declino delle popolazioni di selvaggina coinvolte nella caccia, causò gravi difficoltà, inclusi casi di fame e di inedia. Molti Inuit furono inoltre soggetti alla tubercolosi, al morbillo e ad altre malattie infettive introdotte dal contatto con i bianchi. E i malati venivano trasportati in aereo negli ospedali del sud del Canada, dove a volte rimanevano confinati per mesi o per anni e non avevano più contatti con le loro famiglie. Alcuni non fecero mai più ritorno.

L’opinione pubblica canadese si mobilitò allora nel chiedere un intervento umanitario, quindi il governo negli anni ’50 e ’60 procedette a costruire case per gli Inuit attorno ai vecchi complessi commerciali presenti sul loro territorio. Furono così costruite cliniche, scuole, uffici governativi e negozi e alcuni Inuit furono assunti come pescatori, impiegati, addetti alle pulizie, netturbini e cuochi; altri ricevettero i sussidi previsti dalla Stato. Alla fine degli anni ’60, a seguito di questo intervento umanitario, praticamente tutti gli Inuit si erano trasferiti in città.

Ma la maggior parte degli Inuit guarda indietro a questo periodo in modo diverso da un intervento umanitario. La loro versione dei fatti inizia poco dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti e il Canada costruirono di comune accordo una sequela di stazioni radar attraverso l’Artico per spiare i sovietici e monitorare i cieli contro potenziali attacchi dal di sopra del Polo Nord.

Caccia alla foca

Il governo canadese, desideroso di impedire agli Stati Uniti di rivendicare una loro sovranità su questa zona, potenzialmente ricca di minerali e gas naturale, costruì in fretta e furia le città e costrinse gli Inuit a stabilirvisi. Gli Inuit anziani mi hanno raccontato che agenti armati della polizia canadese arrivavano ​​senza preavviso nei loro campi e ordinavano a tutti loro di sloggiare. I cani da slitta – anche quelli sani – venivano massacrati davanti agli occhi dei loro proprietari.

“Una famiglia che conosco stava seduta nella sua casa in città quando la RCMP [Royal Canadian Mounted Police] si presentò e sparò a tutti i suoi cani”, ha detto Alice, che ha raccolto testimonianze per un’inchiesta avviata dagli Inuit su quelle uccisioni di cani. “Gli sparavano anche quando quelli si rifugiavano nell’ intercapedine della veranda sopra cui stava seduta in quel momento la famiglia.”

Il governo ammette che migliaia di bambini Inuit, alcuni di appena cinque anni, furono mandati nei collegi, le cosiddette scuole “residenziali”, in cui venivano allontanati dalle loro famiglie, in cui venivano loro assegnati nomi cristiani e numeri di identificazione, in cui venivano puniti se parlavano la lingua Inuktitut nativa , in cui dovevano indossare abiti occidentali e venivano sottoposti ad un programma scolastico canadese che non aveva alcun significato per il mondo in cui erano nati e cresciuti. Molti venivano anche picchiati e violentati dai loro insegnanti.

Qualcuno andò volentieri in quelle scuole, ma molti genitori erano riluttanti a mandarli, e quelli vennero informati che se non avessero mandato via i loro figli, sarebbero stati negati loro i sussidi statali e il credito presso i commercianti di pellicce, e così questi si arrendevano in lacrime.

Il ricordo di questi orrori perseguita ancora oggi la vita degli Inuit più anziani. Una donna mi ha raccontato che era terrorizzata dagli insegnanti del suo collegio. Una volta, in terza elementare, le fu chiesto di scrivere alla lavagna la risposta alla moltiplicazione 5 x 3. “Non avevo nemmeno finito di scrivere il numero 12, quando l’insegnante mi colpì così duramente che volai attraverso la stanza”, mi ha detto testualmente. Poi fu colpita di nuovo. L’ insegnante si fermò solo quando vide che il suo naso sanguinava.

In tutto il Canada sono circa 150.000 i ‘First Nations’, Inuit e altri bambini aborigeni, che hanno frequentato quelle scuole ‘residenziali’. Alcuni se la cavarono, ma migliaia di loro morirono per malattia e inedia ad un ritmo paragonabile a quello dei soldati canadesi durante la seconda guerra mondiale. Il governo canadese ha dovuto versare oltre 3 miliardi di dollari canadesi a titolo di risarcimento a decine di migliaia di ex studenti che hanno subito abusi sessuali o gravi violenze fisiche in quelle scuole.

In un rapporto del 2015 della ‘commissione per la verità e la riconciliazione’, che ha esaminato gli abusi in quelle scuole ‘residenziali’, i funzionari canadesi incaricati della ricerca ammettevano che l’effetto di esse sulle culture aborigene si è configurato come una forma di genocidio.

I suicidi degli inuit furono rari nel periodo in cui si praticarono i peggiori di questi abusi. Secondo il ricercatore dell’Università del Saskatchewan, Jack Hicks, che ha stilato un rapporto sull’argomento, negli anni ’60 c’è stato un solo suicidio in quello che oggi è il territorio di Nunavut (un tempo parte dei ‘Territori di Nord-Ovest’ Canadesi, che è diventato ufficialmente un territorio separato nel 1999 ).2

Denuncia genocidio popoli indigeni

Ma quando i figli delle persone che avevano vissuto il periodo di trasferimento nelle città diventarono adolescenti, negli anni ’80, questi iniziarono a togliersi la vita in gran numero. Nel 1973, il tasso di suicidi a Nunavut era di 11 casi ogni 100.000 abitanti, più o meno lo stesso del resto del Canada. Nel 1986, era già quadruplicato e nel 1997 era aumentato di dieci volte, fino a raggiungere i 100 suicidi ogni 100.000 abitanti.

Gran parte di questo aumento fu dovuto all’ aumento di suicidi di giovani tra i quindici e i ventiquattro anni. All’inizio degli anni 2000 il tasso di suicidi in questo gruppo aveva raggiunto il picco di 458 casi ogni 100.000 individui; da allora questo tasso è sceso a circa 270 ogni 100.000 abitanti. Ma va considerato il fatto che nello stesso periodo il tasso di suicidi tra i giovani canadesi in generale è rimasto sempre al di sotto dei 20 casi ogni 100.000 individui.

Come si trasmette un trauma da una generazione alla successiva? In che modo le nostre esperienze influenzano la vita emotiva dei nostri figli e nipoti? La risposta non è scontata. Gli schiavi africani si tolsero la vita in gran numero, specialmente sulle navi in ​​rotta verso l’America o quando erano appena sbarcati,3 ma successivamente, nonostante la segregazione, la brutalità della polizia, l’incarcerazione di massa e gli oltraggi di vario genere subiti, il tasso di suicidi tra gli afroamericani è stato costantemente inferiore a quello dei bianchi statunitensi, almeno da quando è iniziato il suo censimento negli anni ’30.4

Anche gli ebrei nell’Europa occupata dai nazisti si uccidevano in gran numero, dentro e fuori dai campi di concentramento.5 Ma i loro figli non sono ricorsi di più al suicidio rispetto ai figli degli ebrei che avevano vissuto al di fuori delle terre occupate dai nazisti all’epoca della guerra6

Alcuni gruppi, tuttavia, tra cui gli aborigeni australiani, i maori della Nuova Zelanda e gli Inuit dell’Alaska, della Groenlandia e del Canada, insieme ad altri gruppi di nativi americani, sono particolarmente inclini al suicidio tra le fasce di età più giovani, con continuità generazione dopo generazione. Le persone in ogni società si tolgono la vita per una miriade di ragioni diverse ed è ovviamente azzardato generalizzare. Certamente, problemi di salute mentale come depressione, ansia, abuso di sostanze e schizofrenia sono ovunque importanti fattori di rischio per il suicidio.

Ma tali disturbi hanno spesso cause sociali e vale la pena chiedersi se alcune di queste cause sociali potrebbero essere responsabili più di altre degli alti tassi di suicidio tra questi individui.7

Un elemento comune è che praticamente tutti questi gruppi sociali hanno vissuto fino a poco tempo fa in piccole comunità di una o poche famiglie allargate, dopo di che hanno subito una transizione forzata, rapida e straziante alla vita moderna. Padroneggiare la tecnologia – telefoni, automobili, computer, ecc. – può essere magari stato facile, ma l’adattamento psicologico ed emotivo a tutto ciò è stato molto più difficile. Sia Rasing che Kral raccontano questa transizione in modo molto dettagliato, ma sono carenti nel descrivere il suo impatto emotivo su quelle popolazioni, perché, forse per motivi di riservatezza e di pudore accademico, i loro resoconti sulla vita individuale degli Inuit sono brevi e superficiali.

I loro libri contengono molti numeri, oltre a descrizioni convincenti ma un po’ astratte di dinamiche come il “crollo del … controllo sociale” o “la trasformazione sociale inuit”, ma mancano in essi le storie personali. Da essi in sostanza è difficile comprendere che cosa sia stato che in questi sconvolgimenti ha condotto a tanto disagio mentale.

Per una prospettiva più profonda di ciò che potrebbe essere accaduto, è utile rivolgersi all’eccezionale monografia del 1970 dell’antropologa Jean Briggs ‘Never in Anger: Portrait of a Eskimo Family’, uno degli ultimi resoconti di prima mano sulla vita Inuit del periodo precedente alla loro ricollocazione. La Briggs suggerisce che il senso della giustizia e dell’uguaglianza, che avevano colpito così tanto Parry e altri, era stato prodotto da modelli di pensiero e comportamento, in particolare la considerazione delle esigenze degli altri e la tendenza a privilegiare il benessere del gruppo rispetto a quello di sé stessi, che potrebbero essere stati essenziali per la sopravvivenza degli Inuit sulla loro terra di origine, ma che li avrebbero resi particolarmente vulnerabili alle difficoltà emotive una volta che si fossero stabiliti nelle città.

Villaggio inuit

Nel 1963 la Briggs, allora trentaquattrenne, partì per Gjoa Haven, una stazione commerciale in quello che è ora il territorio di Nunavut, con l’obiettivo di studiare la più remota comunità artica che potesse raggiungere. Antropologi precedenti avevano già documentato la cultura materiale Inuit – come cacciavano, come costruivano igloo e come creavano i loro abiti – nonché le loro credenze religiose e cosmologiche. Ma la Briggs faceva parte di una scuola di antropologi che sosteneva che proprio come culture diverse avevano musica, cibi e rituali diversi, esse esprimevano anche un diverso repertorio di emozioni. Per diciassette mesi la Briggs visse con un uomo di nome Inuttiaq, con sua moglie e i suoi figli, piantando una tenda accanto alla loro in estate e condividendo il loro igloo in inverno.

All’inizio, lei era preoccupata di dover vivere a così stretto contatto con persone la cui cultura era così diversa dalla sua, ma, come altri osservatori in simili situazioni, fu rapidamente sedotta e commossa dalla tranquillità della vita familiare Inuit: “Il calore umano e la tranquillità della famiglia, e la sbalorditiva sensibilità dei suoi membri verso le esigenze non espresse, ha creato un’atmosfera in cui la privacy della mia tenda è diventata una cosa inutile, persa nella mia memoria.”

Questa atmosfera pacifica, avrebbe scoperto la Briggs, era sostenuta da un forte sistema di controllo emozionale e da precise regole sociali. Le manifestazioni esplicite di rabbia, shock, ardore romantico e degli altri sentimenti forti erano quasi assenti dalla vita di tutti i giorni, tranne che tra i bambini molto piccoli. Un informatore le aveva persino negato che il linguaggio Inuit avesse una parola per definire “odio”, anche se ovviamente l’aveva. La figlia maggiore della famiglia che ospitava la Briggs fu tra i primi ragazzi Inuit a frequentare una delle scuole residenziali di cui sopra.

Quando la ragazza tornò per le vacanze estive, riferì storie di orrore di uno “strano mondo [bianco] in cui le persone sono sempre rumorose e arrabbiate … dove picchiano i loro bambini, li fanno piangere, si baciano fra adulti e rendono domestici animali come i cani e i gatti”.

I bambini imparavano presto a gestire i propri sentimenti, attraverso ciò che la Briggs descrive come un processo di allenamento attraverso contrappesi emotivi. I bambini erano lasciati liberi, abbandonati a se stessi e raramente redarguiti, ma erano anche sottoposti a domande scherzose da parte dei genitori e di altri adulti che avevano la funzione di essere fonte confusione e paura per i piccoli:

   ‘ Perché non uccidi il tuo fratellino?’

    ‘Perché non muori così posso avere la tua bella maglietta nuova?’

    ‘Dov’è tuo padre vero?’ (a un bambino adottato)

    ‘Tua madre sta per morire — guarda, si è tagliata un dito — vuoi venire a vivere con me?’

Nel nostro mondo un adulto non farebbe mai domande del genere se un bambino fosse turbato e anzi lo abbraccerebbe ai suoi primi segni di angoscia. La Briggs interpretò questi scambi di battute come una immunizzazione contro la potenziale insensibilità degli altri e le consuete disgrazie o delusioni della vita. Era come se “Gli adulti stimolano i bambini a reagire presentando loro problematiche emotivamente forti”, scrisse. L’obiettivo consisteva secondo lei nel raggiungere forza e controllo emotivo. In un ambiente difficile, la comprensione reciproca e la fiducia sono essenziali per la sopravvivenza. Una persona infelice costituisce un pericolo.

Come la Briggs avrebbe presto imparato in modo brusco, tutti cercavano di evitare anche il minimo aumento della temperatura emotiva. I suoi ospiti erano cacciatori di volpi che commerciavano con i bianchi in una città raggiungibile con diversi giorni di viaggio dal loro campo invernale con la slitta trainata dai cani. Il pane fritto fatto con la farina acquistata all’emporio era una grande prelibatezza, e un giorno, mentre la Briggs lo stava cucinando insieme agli altri, un pò di pasta le scivolò dal coltello e cadde nel fuoco. A lei scappò di dire sottovoce “Accidenti!”.

Nei giorni seguenti, e per settimane e mesi, la Briggs notò un cambiamento nel comportamento della famiglia. Venivano a visitare la sua tenda meno spesso e se ne andavano rapidamente. Sembravano ancora più cauti di come erano di solito, come se lei fosse affetta da una sorta di malattia. Si assicurarono certo che fosse al caldo e che avesse abbastanza da mangiare, ma non la invitarono come prima alle battute di pesca. A poco a poco, si rese conto di essere stata ostracizzata, non solo per l’incidente del pane fritto, ma anche per altre piccole manifestazioni di sua irritazione, a causa per esempio della insistenza di Inuttiaq per lasciare aperta la porta dell’igloo, rendendo l’ambiente troppo freddo per permettere alla Briggs di scrivere le sue note ‘sul campo’.

Immaginate lo shock di queste persone educate e dignitose quando alcuni ufficiali dell’RCMP uccisero i loro cani e ordinarono loro di trasferirsi nei nuovi insediamenti, e quando alcuni insegnanti delle scuole ‘residenziali’ abusarono dei loro figli e altri potenti ‘qallunaat’ – come vengono chiamati i bianchi nella lingua Inuktitut – li umiliarono e perseguitarono. In particolare molti bambini tornarono dalle scuole residenziali arrabbiati e alienati. L’addestramento emotivo che avevano ricevuto da bambini non poteva competere con l’arroganza, l’insensibilità e la stupidità, per non parlare della brutalità, che avevano incontrato nel mondo dei Qallunaat. Senza parole per descrivere il loro dolore e la loro solitudine, si allontanarono dalle loro famiglie.

La studentessa della scuola residenziale della famiglia con cui la Briggs viveva, cominciò ad evitare i suoi genitori e a tormentare la sorellina più piccola, calpestandole deliberatamente le dita dei piedi per esempio, strappandole i giocattoli e facendola piangere. Quando le veniva chiesto di fare qualcosa, faceva finta di essere sorda. Da adulti, molti degli ex bambini delle scuole residenziali ricorsero all’alcol per sedare il loro tumulto emotivo. I loro figli, cresciuti negli anni ’70 e ’80, sfuggirono in gran parte alle scuole residenziali, che erano già state sostituite dalle scuole delle varie comunità. Ma i loro genitori non riuscirono mai a fare i conti con la propria rabbia e il proprio dolore, e spesso erano ubriachi e violenti. In questo modo nacque la prima generazione di giovani suicidi e i loro figli a questo punto continuano la tendenza.

Nel libro ‘Il ritorno del sole’ Kral ha intervistato dozzine di giovani uomini Inuit che avevano tentato il suicidio. La maggior parte gli ha detto che hanno cercato di togliersi la vita dopo un litigio con il partner in amore. I rapporti dei Coroner degli anni ’90 hanno anche scoperto che circa il 70% dei suicidi si erano verificati dopo la rottura del fidanzamento e un altro 20% si era verificato in attesa del processo per un presunto crimine, principalmente effrazioni e uso di marijuana. Queste situazioni ordinarie però si verificano ovunque. Perché i giovani Inuit che li vivono sono molto più propensi a ricorrere al suicidio?

“La mia teoria è che [gli Inuit] che si suicidano lo stanno facendo per proteggere la comunità”, mi ha detto Bonnie, una funzionaria del governo Inuit.

    “Quando vivevamo in piccoli gruppi, avevamo una sorta di contratto per la sopravvivenza. Vivevi per la collettività, non per te stesso. Vivevamo in questo insieme. I bambini erano spinti ad essere calmi. Se qualcuno esplodeva, quella persona era una minaccia per tutti. Quindi [colui che esplode] è portato a pensare: ‘Tutti staranno meglio senza di me. Sono un problema perché non riesco a gestire le mie emozioni.’ È difficile toglierti questo dalla testa, perché siamo stati spinti a non essere un peso per gli altri.”

Non ci sono risposte semplici per la crisi dei suicidi di Nunavut. Il penultimo capitolo de ‘Il ritorno del sole’ descrive un centro ricreativo che Kral ha aiutato a fondare con un gruppo di giovani Inuit nella città dove ha svolto le sue ricerche. Egli sostiene che mentre operava, il numero di suicidi lì è sceso a zero. I dati dell’ufficio del medico legale citati da Jack Hicks indicano che non è così. Allo stesso modo, un servizio della ESPN del 2005 aveva affermato che anche il numero di suicidi adolescenti nella città di Kugluktuk a Nunavut era sceso a zero dopo che un insegnante (un visiting teacher) aveva dato il via ad una squadra di lacrosse divenuta molto popolare. In realtà ci furono ventuno suicidi tra le persone di età compresa tra 13 e 56 anni a Kugluktuk nel decennio successivo. Queste comunità sono così piccole – le popolazioni medie sono di circa 1.500 abitanti ciascuna – che i tassi di suicidio possono variare di anno in anno solo per puro caso. Una comunità ad alto tasso di suicidi potrebbe non avere affatto suicidi per diversi anni, creando un’ apparente illusione di successo, anche quando la tendenza a lungo termine è invece stabile o in aumento.

Nel 2017 il governo di Nunavut ha lanciato una strategia globale di prevenzione del suicidio che include servizi di salute mentale, programmi per la prima infanzia, programmi di sensibilizzazione della comunità, programmi anti-bullismo, centri giovanili, assistenza abitativa, riduzione della povertà, prevenzione della criminalità e dell’abuso di sostanze stupefacenti e molte altre iniziative . Tali approcci poliedrici hanno dimostrato di ridurre i suicidi in altre comunità, come tra gli White Mountain Apaches negli Stati Uniti, e ci sono tutte le ragioni per credere che la nuova strategia di Nunavut sarà utile.

Lo scorso inverno, la stazione radio locale di Iqaluit ha trasmesso un programma di colloquio con gli ascoltatori sul suicidio. Alice, il cui figlio Martin si è tolto la vita nel 2018, ha chiamato per dire che la comunità aveva bisogno di più consiglieri e, se non ce ne fossero abbastanza, le persone dovrebbero semplicemente formare dei propri gruppi di supporto. “Parlare fa parte della guarigione” lei mi disse “Le persone sono state in silenzio per troppo tempo.” Alice stessa era stata aggredita sessualmente quando aveva sette anni – ma non ha voluto parlare delle circostanze – e crede che sarebbe diventata un’alcolizzata da strada se non fosse stato per i consigli che aveva ricevuto quando era sul finire dei suoi vent’anni.

Altri ascoltatori hanno telefonato per dire che sostenevano l’idea di Alice. Stava ascoltando anche Elisapee Johnston, che lavora per l’Embrace Life Council, una ONG locale finanziata nell’ambito della nuova strategia di prevenzione del suicidio. Lei ha rintracciato Alice e le due donne hanno concordato di lavorare insieme. In primavera, hanno lanciato un ‘gruppo in lutto’ che si riunisce settimanalmente nell’ufficio dell’Embrace Life Council nel centro di Iqaluit. Chiunque abbia perso qualcuno a causa del suicidio, o ne sia semplicemente preoccupato, è il benvenuto. “I giovani hanno davvero bisogno della capacità di affrontare la situazione” insiste Alice, ma convincere le persone a presentarsi alle riunioni è stata una sfida. “Le persone mi si avvicinano e mi abbracciano per strada e dicono:” Grazie, grazie per tutto quello che stai facendo ” ma solo quando sono ubriache.”

Non è solo il modo inuit di parlare di se stessi. Un’altra anziana Inuit mi ha detto che quando i cani della sua famiglia furono uccisi, nessuno ne discusse: “Dovevano essere molto arrabbiati, ma non l’hanno fatto vedere.” Per anni lei aveva insegnato nelle scuole elementari ma si era rifiutata di insegnare alcune cose del programma scolastico canadese. “Ho dovuto insegnare in una scuola materna chiamata ‘Tutto su di me’. Nella nostra cultura, i bambini di quell’età si ritiene invece che debbano pensare agli altri.” Un’ antropologa che ho incontrato mi ha detto di avere faticato a raccogliere testimonianze Inuit su quei fatti traumatici che potessero riempire più di mezza pagina. Tale modestia e riservatezza sono un toccasana in questi tempi tutti orientati verso l’attenzione a se stessi, verso il confessare tutto, ma se le persone non parlano di se stesse, sarà difficile vedere come riusciranno a dare un senso ai loro sentimenti.

Alice ed Elisapee non si stanno arrendendo. E possono prendere coraggio dall’esperienza di altri gruppi di persone che hanno vissuto situazioni traumatizzanti, come gli afro-americani e i discendenti dei sopravvissuti all’Olocausto, che, sebbene sproporzionatamente soggetti a problemi di salute mentale, hanno tassi di suicidio relativamente bassi. Cosa ha consentito loro di resistere? Vale la pena notare che il lutto, la condivisione delle esperienze di sofferenza personale e la continua ricerca di una terra promessa sono parte integrante della religione e della cultura di entrambi questi gruppi. Come la credenza che la rabbia a volte sia una reazione giustificata e che il vivere, per quanto esso possa essere difficile a volte, sia comunque anche una sorta di sfida con se stessi.

1 – A causa della natura sensibile di questo materiale, la maggior parte delle fonti Inuit ha chiesto che i loro veri nomi non fossero usati.
La ricerca per questo articolo è stata supportata dal Pulitzer Center on Crisis Reporting.

2 – Durante gli anni ’60, l’antropologo Asen Balikci riferì di un tasso di suicidio giovanile molto elevato tra gli Inuit di Pelly Bay, dove effettuò ricerche etnografiche. Tuttavia, secondo Hicks, non ci sono prove a sostegno di questa affermazione nei registri dettagliati dei missionari o dell’ufficio del coroner. Vedi Jack Hicks, ‘Dati statistici sulla morte per suicidio di Nunavut Inuit, 1920-2014’ (Nunavut Tunngavik Incorporated, 2015), e “Verso una prevenzione del suicidio più efficace e basata sull’evidenza a Nunavut” in Northern Exposure: ‘Popoli, poteri e prospettive nel Canada del Nord’, Vol. 4, a cura di Frances Abele, Thomas J. Courchene, F. Leslie Seidle e France St-Hilaire. (McGill-Queen’s University Press, 2009).

3 – Vedi Terri Snyder, ‘The Power to Die: Slavery and Suicide in British North America’ (University of Chicago Press, 2015).

4 – Vedi John L. Macintosh, “Tendenze delle differenze razziali nel suicidio negli Stati Uniti”, Death Studies, vol. 13, n. 3 (1989).

5 – Vedi Marzio Barbagli, ‘Addio al mondo: una storia di suicidio’, tradotto da Lucinda Byatt (Polity, 2015), p. 134; e David Lester, “Il tasso di suicidio nei campi di concentramento era straordinariamente alto: un commento su Bronisch e Lester”, Archivio di ricerca sul suicidio, vol. 8, n. 2 (gennaio 2004).

6 – Vedi Itzak Levav et al., “La psicopatologia e altre dimensioni della salute tra i discendenti dei sopravvissuti all’olocausto: risultati del sondaggio sulla salute nazionale israeliana”, The Israel Journal of Psychiatry and Related Sciences, febbraio 2007.

7 – Vedi Richard Bentall, Madness Explained: Psychoanalysis and Human Nature (Penguin, 2002).

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