Franco Petroni

Italo Svevo e la cultura europea del Novecento

LETTERATURA. Cade quest’anno il 150° anniversario della nascita di Italo Svevo. Eppure, come spiega in questo saggio Franco Petroni, non fu facile per lui affermarsi in Italia, tanto che fu la critica straniera a notarlo per prima, proprio per il suo carattere completamente nuovo e diverso da ciò a cui la società era abituata. Dopo una prima parte legata alla fortuna critica, Petroni si concentra su La coscienza di Zeno, l’opera più rappresentativa di Svevo, per analizzarla alla luce delle teorie freudiane che allora si stavano diffondendo nella società borghese, e trarne la conclusione di una totale sfiducia dell’autore nella psicanalisi.

Nel 1861, il 19 dicembre, nasceva a Trieste, da famiglia ebraica, Ettore Schmitz, noto col nome d’arte Italo Svevo (cade, quest’anno, il 150° anniversario dalla sua nascita). Trieste era una città commerciale, principale sbocco al mare del potente impero asburgico, e per questo crogiuolo d’etnie e d’esperienze diverse.

La sua lingua materna era il dialetto triestino, la lingua in cui fece i suoi studi (nel collegio di Segnitz, presso Würzburg) fu il tedesco. L’italiano della tradizione letteraria Svevo lo conobbe attraverso la diretta lettura dei classici: l’italiano moderno fu per lui una lingua straniera. Questa circostanza, che lo costringeva a una continua attenzione alla scrittura, favorì sia il carattere sperimentale che il rigore formale della sua narrativa. Avevano dunque torto quei critici – e furono numerosi – che in Italia lo accusavano di «scrivere male».

Svevo non scriveva male: scriveva come scrive un narratore di razza, dando cioè importanza prevalente non alla frase, ma alle strutture narrative, cioè al modo di organizzare il racconto. Ma non era affatto sordo neanche al ritmo della frase, allo «stile»: si premurò di dimostrarlo Gianfranco Contini, in un intervento, rimasto famoso, scritto in polemica col linguista Giacomo Devoto, a proposito di una costruzione assoluta usata, secondo Devoto, impropriamente nel contesto di una prosa d’analisi come quella sveviana. Si tratta di un passo della Coscienza di Zeno: Devoto proponeva al lettore di normalizzarlo mentalmente, Contini osservò che l’apparente improprietà aveva in realtà lo scopo di dare un tono alto, lirico, al dramma del personaggio rappresentato (la cognata di Zeno, Ada, colta in un momento di profonda crisi), dramma che, dalla normalizzazione, sarebbe stato inevitabilmente banalizzato1. E sono pure evidenti l’uso sapiente dell’indiretto libero in Senilità e, sempre in Senilità, la bellezza delle descrizioni: per esempio quelle, condotte con gusto impressionistico, del porto di Trieste, la «città del lavoro», visto dall’alto, nella vastità del paesaggio marino, in contrasto con i dubbi, gli autoinganni, le tortuosità psicologiche del personaggio protagonista.

La «scoperta» di Svevo – questo era il parere di Gramsci – non è italiana2. Egli fu scoperto da Joyce, suo amico personale, il quale fu il primo ad apprezzare Senilità e a dare (in una lettera datata 30-1-1924) un giudizio critico perfettamente calzante sull’ultimo e più famoso dei suoi romanzi, La coscienza di Zeno: «Per ora due cose m’interessano. Il tema: non avrei mai pensato che il fumo potesse dominare una persona in quel modo; secondo, il trattamento del tempo nel romanzo»3. Sembra ovvio, adesso, che il fumo (cioè la malattia di Zeno, e non la sua vita) costituisca il “tema” della Coscienza, eppure la critica psicoanalitica, di ispirazione freudiana o lacaniana, in Italia arriverà alla stessa conclusione solo negli anni Settanta4, e anche quello del trattamento del tempo è un problema che verrà affrontato adeguatamente solo a partire dal ’59-’60.

Fu Joyce, nel 1925, a segnalare ai critici francesi Benjamin Crémieux e Valéry Larbaud La coscienza di Zeno che, pubblicata a spese dell’autore due anni prima, aveva ripetuto il totale insuccesso dei due romanzi precedenti. L’eco di questa segnalazione arrivò in Italia e spinse Montale a chiedere al poeta e critico triestino Roberto Bazlen una copia delle opere di Svevo. Perciò Montale giunse alla scoperta di questo autore su sollecitazione della critica straniera. Non è certo senza significato il fatto che sia stato un grande scrittore europeo come Joyce a scoprire Svevo per primo, dal momento che questi si colloca decisamente fuori dalla tradizione italiana: è naturale che in Italia la sua opera non abbia avuto quell’eco che avrebbe meritato. Ed è pure significativo che il primo italiano che si è occupato di Svevo sapendo riconoscerne la grandezza sia stato Montale, che allora aveva circa trent’anni, era lontano dalla notorietà che ha avuto in seguito e, soprattutto, non rappresentava certo l’establishment letterario di quell’epoca.

Svevo parlò dei suoi rapporti con l’ambiente letterario italiano in termini quanto mai icastici: disse che i suoi romanzi «erano come un pezzo d’aglio nella cucina di persone che non possono soffrirlo»5. Il sentore d’aglio, nei salotti delle patrie lettere, l’opera di Svevo continuò a emanarlo ben oltre il ’25. Lo «scriver male», di cui egli fu accusato, non c’entra. La principale ragione dell’ostilità o dell’indifferenza della critica ufficiale del suo tempo sta, più che negli occasionali errori di sintassi, del resto molto spesso giustificati da ragioni espressive, nel fatto che Svevo era lontano dalla tradizione italiana, sia per gli argomenti dei suoi romanzi che per le scelte formali. Le esperienze culturali e specificamente letterarie cui egli si richiama si collocano per lo più fuori d’Italia, e a lui pervengono grazie alla particolare posizione geografica e politica di Trieste che, fino alla sua annessione all’Italia, a tutti gli effetti fece parte di quell’area di incontri e di sperimentazioni che fu la Mitteleuropa. Ma all’origine dell’incompatibilità tra Svevo e l’ambiente letterario italiano c’è anche un altro fattore: il carattere ostentatamente “privato” della sua esperienza di scrittura.

Svevo pretende di ridurre la letteratura a un’operazione quotidiana, a una pratica igienica, togliendole quindi ogni “aura”. La letteratura rinuncia all’universalità e alla totalità per restringersi al privato e all’occasionale. Essa diventa un atto terapeutico che riguarda solo l’individuo: un «clistere», come si esprime il protagonista di uno degli ultimi racconti sveviani, Una burla riuscita. In altre parole, con Svevo la letteratura rinuncia alla sua funzione sociale di sublimazione e neutralizzazione dei conflitti per essere soltanto il canale attraverso il quale tali conflitti affiorano e si esprimono. Il luogo dove essa opera è la coscienza in crisi dell’uomo contemporaneo, dove lo spazio per ogni mediazione inevitabilmente si restringe fino a scomparire, dato che nell’individuo rimane sempre un residuo di malattia inattaccabile da qualsiasi antibiotico. Questo carattere privato e terapeutico della narrativa sveviana diventa, per il critico e per il lettore medio italiani (almeno per quelli della prima metà del Novecento), un fattore di disturbo. Evidentemente la chiave ideologica, a prescindere dal segno e dalle caratteristiche dell’ideologia stessa, è primaria nell’approccio all’opera di uno scrittore: ne facilita la comprensione e la sistemazione nel contesto dei valori costituiti. Senza una chiave ideologica sufficientemente esibita, l’opera letteraria si presenta priva della sua funzione sociale e quindi può acquistare, agli occhi di un lettore non attrezzato per scendere a livelli interpretativi profondi, un carattere gratuito, irritante, insopportabilmente “privato”, se non addirittura “perturbante” in senso freudiano.

I presupposti per la scoperta di Svevo in Italia non esistevano, dal momento che qui le avanguardie letterarie attive e sufficientemente organizzate, quella vociana e quella futurista, sperimentavano in direzioni totalmente diverse dall’analismo sveviano, sia per gli argomenti trattati, sia per il tipo di ricerca formale. Per condurre una ricerca come quella di Svevo bisognava essere liberi dalla convinzione che lo scrittore debba avere un ruolo privilegiato, in quanto coscienza e guida della società e propositore di valori. Svevo si attendeva dalla letteratura niente altro che una migliore conoscenza di sé, nel contesto, naturalmente, della realtà culturale e materiale del suo ambiente e della sua epoca: in altre parole, credeva nella letteratura «analisi di contraddizioni» e non nella letteratura «forma di valori»6. In relazione con il rifiuto della letteratura «forma di valori» era anche il suo «scriver male». Il «decoro» della scrittura era infatti allora (come lo è, nonostante tutte le sprezzature e gli avanguardismi, ancora adesso) la forma che testimonia il legame dello scrittore con la tradizione, e quindi anche la continuità della funzione che egli svolge in quanto conservatore dei vecchi valori e propositore dei nuovi, per conto degli strati sociali dominanti. Al di là degli aspetti contingenti che la sua attività assumeva: anche gli eversori futuristi potevano essere assai facilmente riconosciuti come inseribili a buon diritto nella tradizione (e di fatto lo furono, con la fine della fase «rivoluzionaria» del fascismo e la sua trasformazione in regime).

Dato che la letteratura per Svevo era «analisi di contraddizioni», il problema del decoro formale egli non se lo poneva, tanto è vero che anche le critiche, estremamente grossolane, che gli vennero mosse quando, nel ’25-’26, iniziò la sua «fortuna», e che riguardavano sempre il suo «scriver male», non lo toccavano molto: a questo tipo di critica egli non era sensibile. Mentre era molto sensibile alle critiche che toccavano il problema della struttura del romanzo, cioè della selezione e del montaggio della materia narrativa.

La scrittura, per Svevo, deve servire a una migliore conoscenza di sé. Questa esigenza si trasmette dal destinatore del messaggio (lo scrittore) al destinatario (il lettore), per cui anche la letteratura dalle motivazioni più private finisce col diventare un fatto rilevante pubblicamente: un fatto «politico». Alla funzione conoscitiva è strettamente collegata quella terapeutica: per Svevo, scrivere è un modo di mantenere il punto di equilibrio tra il «principio di realtà» e il «principio di piacere». Da due appunti di diario (del 2-10-1899 e del 5-6-19277: le date evidenziano una continuità di riflessione sulla scrittura che si estende lungo un arco di trent’anni) è ricavabile una poetica che, sotto l’aspetto dimesso, cela un modo rivoluzionario di intendere la funzione della letteratura: questa è considerata non come un mezzo per dare espressione a dei miti collettivi, sublimando e celando attraverso la forma le contraddizioni che esistono in seno alla collettività e che si riflettono sulla psiche dell’individuo, ma piuttosto come strumento terapeutico individuale, che funziona mediante una continua e capillare presa di coscienza. In questo senso, la letteratura è uno strumento insostituibile di «igiene». La conoscenza che essa ci fornisce della nostra condizione ha infatti quelle condizioni di flessibilità che sono indispensabili per registrare il continuo divenire della realtà psichica, la quale muta sotto l’occhio dell’osservatore anche in relazione all’atto stesso dell’osservare, che non la rispecchia nella sua immobilità, ma la trasforma. L’operazione letteraria nasce dalla casualità, che è ineliminabile dalla condizione umana, e tuttavia è guidata da un’esigenza di significato e quindi di strutturazione: solo in questo modo può avere un valore insieme conoscitivo e terapeutico.

A livello di poetica, l’originalità di Svevo nel panorama della letteratura tra fine Ottocento e inizio Novecento consiste nel fatto che egli unì al bisogno di una spiegazione scientifica della realtà e al rifiuto di un programmatico irrazionalismo un’apertura critica che gli permise di superare l’ideologia positivistica e di contribuire, per quanto era nella sua competenza di narratore, alla rivoluzione epistemologica che caratterizzò la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo. C’è sempre, nelle sue opere, in Una vita come in Senilità come ne La coscienza di Zeno, un riferimento a Darwin. L’interesse per l’evoluzionismo fu sempre vivo in Svevo a causa di quello che André Bouissy chiama «besoin de causalité»8. Per questo bisogno di ipotizzare nessi causali tra i fatti (anche se l’ipotesi è destinata a restare «aperta») Svevo si avvicinò anche a Freud.

La coscienza di Zeno è un romanzo psicoanalitico, nel senso che senza la psicoanalisi non sarebbe mai stato scritto. La conoscenza della teoria freudiana è stata determinante per la sua concezione e per la sua struttura. Esso appartiene a un determinato periodo della storia culturale europea al quale, se lo si vuole comprendere, bisogna fare riferimento. Per lo Svevo autore dei due precedenti romanzi, Una vita e Senilità, determinanti erano stati Darwin, Schopenhauer e Marx, tre pensatori molto diversi tra loro, e tuttavia per Svevo accomunati dal «besoin de causalité»: dall’esigenza di trovare un nesso causale tra i fatti umani, che dia loro un significato. Un’esigenza di razionalità spinge Svevo ad accostarsi anche a Freud, il quale, particolarmente nelle sue prime opere, proponeva una spiegazione causale dell’origine delle nevrosi e dei comportamenti umani in genere. Ma, accanto a questo primo Freud, di evidente marca positivista, il quale teorizzava che la conoscenza da parte dell’ammalato della causa scatenante la sua nevrosi ha l’effetto di guarirla (è questa la cosiddetta teoria «catartica», che adesso è considerata il punto più debole della concezione freudiana dato che, a cento anni dalla nascita della psicoanalisi, il rapporto conoscenza-guarigione appare assolutamente indimostrato e indimostrabile) esiste il Freud più moderno: quello che non solo ha scoperto l’inconscio, ma ha studiato il linguaggio in cui esso si esprime. Per questo secondo Freud, l’analisi è «interminabile». Essa infatti non è un rispecchiamento passivo di ciò che è dato oggettivamente, ma è una «costruzione» che analista e analizzato compiono insieme. Questa parte della teoria di Freud, che Svevo ha avvertito come la più importante, sta alla base della concezione e della struttura della Coscienza di Zeno.

Uno dei maggiori critici sveviani, Mario Lavagetto, ha scritto che Svevo, rifiutando un’interpretazione positivistica della vicenda psicoanalitica di Zeno, rifiuta di fare di Freud «uno zelante maggiordomo della coscienza borghese»9. È chiaro cosa significa, fuori di metafora, questa espressione. Il positivismo pretende di spiegare razionalmente il comportamento umano identificando la ragione con la ragione «economica»: ogni individuo cerca di fare quello che è più conveniente per lui, e tale modo di agire, oltre che il più utile, sarebbe anche il più razionale. Questa ideologia è la più adatta alla borghesia del mondo cosiddetto sviluppato di fine Ottocento e degli inizi del Novecento, la quale, presentandosi come la classe sociale che agisce utilitaristicamente e quindi, nello stesso tempo, razionalmente, legittima così il proprio dominio economico e politico sul proletariato e sui paesi non sviluppati, e nello stesso tempo anche la repressione che esercita al suo interno, sui giovani principalmente, che devono saper controllare i propri impulsi per abituarsi a esercitare il dominio10. Dobbiamo riconoscere che Freud, specialmente in alcune delle sue opere, è rimasto assai legato a una simile concezione. Ma il messaggio freudiano va interpretato in tutta la sua complessità: solo in questo modo esso rivelerà le sue potenzialità rivoluzionarie. Svevo, precocemente e senza essere né uno psicologo né un filosofo, ha saputo farlo. Non si è ridotto, perciò, come tanti altri scrittori e intellettuali, a essere un «maggiordomo» della borghesia: cioè un servo di particolare intelligenza, ma pur sempre un servo.

Nel primo Novecento, lo psicoanalista, nonostante fosse una figura da poco comparsa sulla scena sociale, cominciava a godere di grande prestigio, perché era il «medico dell’anima»: quello che risolveva i conflitti provocati dall’irriducibilità della nevrosi all’ordine borghese, controllando l’equilibrio psichico e sociale turbato e ricomponendolo al livello più elevato della sublimazione. Ma Svevo non riconosceva questo ruolo dello psicoanalista, ormai accettato nell’alta e media borghesia. Per vicissitudini familiari (un suo parente curato da Freud si era ucciso) non aveva fiducia nella psicoanalisi come terapia; ma questo motivo biografico in fondo ha scarsa importanza.

È importante piuttosto vedere come narrativamente è trattato lo psicoanalista, il dottor S. (alcuni critici hanno voluto riconoscere in questa S l’iniziale di Sigmund Freud). La sua figura è caricaturizzata in modo così violento da rendere indubitabile la presa di distanza di Svevo dalla psicoanalisi volgarizzata e al suo tempo, per così dire, ufficiale; da quella psicoanalisi, cioè, che con ottimismo positivistico si proponeva di risolvere tutti i conflitti riconoscendone le cause nei «complessi», in particolare in quello edipico. Il che non significa che Svevo non abbia appreso l’importanza della vera lezione freudiana. Paradossalmente, egli mostra di averla appresa proprio perché mette il dottor S. in ridicolo e ogni sua parola in dubbio. La dissacrazione a cui egli sottopone la psicoanalisi è volta a rendere evidente come ogni spiegazione in chiave causale sia arbitraria e come ogni vera analisi non possa essere che «interminabile». Dalle opere più mature di Freud si ricava infatti che l’interpretare è un’operazione sempre aleatoria: i sogni sono impenetrabili nel loro significato ultimo; della malattia possiamo solo tentare di decifrare i sintomi, che sono il linguaggio in cui essa si esprime; i ruoli dell’analista e dell’analizzato sono interscambiabili, dato che essi collaborano insieme all’analisi, la quale non è adattamento a una realtà data, ma una «costruzione».

Le conseguenze che Svevo nella Coscienza trae dall’insegnamento freudiano, che si sovrappone, senza negarlo, a quello darwiniano visibile nei due romanzi precedenti, sono opposte e ambivalenti. Appare evidente l’equidistanza tra un relativismo pragmatico e il catastrofismo. Alla fine della narrazione Zeno sembra avere acquistato un suo equilibrio, fondato sulla consapevolezza che solo rinunciando al tentativo di controllare «la vita orrida vera» possiamo raggiungere con questa un compromesso che la renda sopportabile, dato che essa premia in definitiva coloro che sono malleabili e non pretendono di fare i demiurghi, ma seguono gli avvenimenti, traendone all’occorrenza vantaggi: come Zeno che, verificatesi le condizioni opportune, specula e fa soldi. Ma, nell’ultima pagina, proprio Zeno prefigura la distruzione dell’umanità a opera dell’umanità stessa. La vita è – così Zeno la definisce – «una malattia della materia», dalla quale evidentemente nessuno può guarire.

La coscienza di Zeno termina con l’affermazione del protagonista-narratore di avere personalmente conquistato la «salute», e insieme con la previsione catastrofica dell’estinzione dell’umanità a causa della follia dell’umanità stessa. Al lieto fine della vicenda individuale fa da contrappeso l’inevitabile conclusione infausta della vicenda collettiva. Ma, a un minimo di riflessione, appare evidente che il successo di Zeno è dovuto alla violenza che egli esercita sugli altri (la speculazione di guerra, grazie alla quale egli fa soldi e acquista sicurezza di sé, affama i più deboli, ed è quindi una violenza tra le più ripugnanti); il successo individuale dell’«eroe» del romanzo si pone quindi sulla linea che inevitabilmente porta alla catastrofe dell’umanità. Lo psicoanalista che ha in cura Zeno, comunque, non crede nella sua guarigione, e il lettore una volta tanto può essere d’accordo con lui, ma per motivi diversi dai suoi, e che hanno a che fare con la psicoanalisi, ma non solo. La malattia di Zeno s’identifica con la malattia della civiltà. Su questo punto il messaggio che l’autore ci invia non è quello della inevitabile e anche positiva relatività dei punti di vista, ma è viceversa univoco nel suo proclamato pessimismo. In questa univocità sta in definitiva la forza del romanzo al momento della sua conclusione. La vita, certo, «non è né bella né brutta, è originale», come dice Zeno; ma la civiltà attuale, basata come mai in passato sul possesso degli «ordigni», cioè la civiltà dei capitali, delle borse, degli immensi eserciti, della guerra totale e degli stermini di massa, ha imboccato un corso che è in controtendenza rispetto a quello della «natura», intesa darwinianamente come luogo della lotta per la sopravvivenza del più forte, ma anche, rousseauianamente, come luogo dell’autenticità.

La società dell’«occhialuto» uomo insieme «furbo» e «debole» è fondata sulla menzogna. Il linguaggio stesso con cui l’uomo attuale si esprime è doppio, e di questa doppiezza, strutturale perché è doppia la realtà alla quale esso si riferisce, il romanzo ci fornisce continui esempi. La vicenda del «malato» Zeno, che converte la sua malattia in strumento per il successo, è bifronte, sotto l’aspetto dei valori che in essa vengono a contrasto: il suo segno è positivo-negativo. Augusta, per esempio, è la migliore e la più amorevole e insieme la più stupidamente conformista e la più soffocante delle mogli; Zeno è il più fedele (perché rispetta sempre il nido familiare, a differenza del suo rivale, il cognato Guido, che lo «infanga») e insieme il più fedifrago e il più ipocrita dei mariti. La vittoria sugli altri ottenuta dal protagonista del romanzo, che avviene attraverso due tra le modalità più tipiche della società fondata sul profitto, la speculazione di borsa e quella sulla lievitazione dei prezzi in tempo di guerra, è emblematica di una civiltà che la perdita dell’autenticità condanna alla disgregazione e, in prospettiva, alla catastrofe.

La coscienza di Zeno si presenta come una memoria inviata da Zeno stesso allo psicoanalista che lo ha in cura, il dottor S. Costui non ha trovato di meglio che indurre il suo paziente a scrivere una storia della sua malattia, e se ne scusa nel brevissimo capitolo iniziale intitolato Prefazione («gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità»); egli spera che una simile attività sia «un buon preludio alla psico-analisi», ma viene deluso da Zeno, il quale abbandona il trattamento. In conseguenza di ciò, questo strano psicoanalista promette di pubblicare la memoria del paziente «per vendetta».

A parte questo capitolo iniziale che, nella finzione del racconto, naturalmente, risulta scritto per mano dello psicoanalista, tutta la restante narrazione è attribuita a Zeno. Zeno è pertanto il protagonista-narratore, e a lui soltanto va attribuita la responsabilità del resoconto e dei giudizi sui fatti che vengono narrati. Con una avvertenza: Zeno è un nevrotico (non per niente è in cura psicoanalitica), e chiunque abbia una conoscenza anche minima della psicoanalisi sa che nel nevrotico opera in modo particolarmente forte la rimozione, cioè l’allontanamento dalla coscienza degli eventi per lui più traumatizzanti, che vengono sepolti nell’inconscio, dal quale riemergono mascherati nel linguaggio criptico dei sintomi, dei lapsus, dei sogni. Il nevrotico non potrà mai essere un testimone attendibile dei fatti che sono in relazione con la sua nevrosi. Il lettore della Coscienza, quindi, non potrà mai prendere per buone le interpretazioni e le ricostruzioni stesse degli avvenimenti e del proprio comportamento effettuate da Zeno.

È necessaria tuttavia anche un’altra avvertenza: se Zeno è un giudice del tutto inattendibile di se stesso, altrettanto inattendibile è lo psicoanalista che lo ha in cura e che prende la parola nella Prefazione. Ne sono prova la sua scarsa, anzi nulla, ortodossia freudiana, il suo esibito carattere vendicativo, il suo dichiarato interesse economico, il ricatto a cui sottopone il paziente («Le pubblico [le memorie di Zeno] per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorari che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura»). Svevo, che aveva tradotto il saggio freudiano sul sogno e aveva scritto un articolo, Soggiorno londinese, nel quale si fanno dei riferimenti assai pertinenti alla teoria freudiana, non poteva non sapere in cosa consiste un corretto metodo analitico; è evidente quindi che il dottor S. è un deliberato rovesciamento ironico della figura tradizionale dello psicoanalista.

Tale rovesciamento ha la funzione di proporre al lettore due opposti punti di vista, quello di Zeno e quello del dottor S., ambedue screditati. Se l’esposizione dei fatti e la loro interpretazione proposte dai due narratori sono inattendibili, e se l’autore non interviene in prima persona a proporre una versione plausibile degli eventi narrati, al lettore non resta che avanzare lui delle ipotesi interpretative. La narrazione è quindi organizzata in modo da richiedere una continua collaborazione del lettore stesso alla ricostruzione del significato di quanto sta leggendo. La coscienza di Zeno appare come un esempio tipico di quella che Umberto Eco designerà come «opera aperta»11: un’opera il cui significato è, secondo le intenzioni stesse dell’autore, plurivoco, e il cui lettore è pertanto invitato a collaborare alla costruzione del senso.

L’effetto di demistificazione di ogni più assodata opinione sui vari aspetti della vita e dei rapporti familiari e sociali Svevo lo raggiunge mediante un’operazione formale: non tanto con la narrazione di una vicenda, quanto con la scelta del modo in cui narrarla. L’autore non pronuncia mai il suo giudizio sui fatti narrati, né direttamente né attraverso i suoi personaggi-narratori, Zeno e il dottor S., i quali sono ambedue squalificati dall’essere l’uno un nevrotico, e quindi per definizione inattendibile riguardo alla sua malattia, l’altro uno psicoanalista macroscopicamente inaffidabile per vizi intellettuali e caratteriali. Dobbiamo aggiungere che Svevo non ricorre nemmeno all’«impersonalità» degli scrittori veristi. Anche il racconto «oggettivo» rivela in fondo una soggettività di visione, nel modo in cui i fatti vengono esposti secondo una scala di maggiore o minore importanza, e in cui essi vengono messi in relazione di reciproca dipendenza («montati», si potrebbe dire ricorrendo alla terminologia del cinema). Nella Coscienza di Zeno non sappiamo mai se un fatto è rilevante o irrilevante, e se esso è da mettersi o no in rapporto causale coi fatti precedenti e seguenti. Ciò deriva dalla struttura stessa del romanzo, che si presenta come una memoria stesa da un nevrotico, per niente interessato a guarire dalla sua nevrosi, in cura presso uno psicoanalista che è del tutto preda di fattori umorali. Ogni affermazione di Zeno va presa non nella sua letteralità, ma come documento da decifrare: il lettore è appunto chiamato a tale decifrazione.

La coscienza di Zeno non è un’autobiografia, sia pure fittizia, bensì la narrazione della genesi e del decorso di una malattia, la nevrosi del protagonista. Lo Zeno narrante, mediante la memoria destinata allo psicoanalista, compie un’indagine per ricostruire come la sua nevrosi è nata; il livello di consapevolezza dello Zeno che scrive, quindi, si suppone che sia più alto di quello dello Zeno di cui si scrive. Il dislivello di consapevolezza tra l’io narrante e l’io narrato è una caratteristica costante di qualsiasi autobiografia di tipo tradizionale, nella quale la legittimazione a raccontare le proprie passate esperienze è data dalla maggiore capacità di giudizio acquisita. Prima dell’esperienza della psicoanalisi, l’estensore di un racconto autobiografico non dubitava della propria capacità di giudicare il passato: capacità che era la principale legittimazione dell’operazione stessa dello scrivere. L’autorità del narratore non veniva pertanto messa in dubbio nel corso della narrazione. Il nevrotico Zeno, viceversa, manca di qualsiasi criterio per giudicare il proprio presente e il proprio passato. Di ciò è intimamente consapevole, anche quando ricaccia questa consapevolezza sotto il livello della coscienza, proclamando, nelle ultime pagine, che egli è finalmente arrivato alla «sanità» (affermazione che lo psicoanalista s’incarica di contestare). Il rapporto tra l’io narrante e l’io narrato non è quindi, per così dire, gerarchico (come lo sarebbe secondo un modello narrativo tradizionale), nel senso che l’io narrante è istituzionalmente superiore, per la sua maggiore consapevolezza, all’io narrato. Al contrario: nella Coscienza il primo deve conquistarsi la propria legittimazione continuamente, dato che continuamente dubita, e anche quando con decisione afferma, intimamente avverte che la sua sicurezza è infondata.

L’insicurezza dell’io narrante produce una serie di dubbi e di interrogazioni. Pertanto Zeno non può condurre ordinatamente la narrazione, seguendo il tempo cosiddetto «oggettivo»: quello che veniva seguito nei romanzi dell’Ottocento, quando il narratore non aveva dubbi sulla propria legittimazione a narrare, essendo fiducioso nella propria capacità di comprendere il meccanismo di svolgimento dei fatti umani. Nell’ultimo romanzo di Svevo il tempo della narrazione è il tempo interiore della coscienza; un tempo che è stato definito «impuro» e «misto», poiché gli avvenimenti che in esso si svolgono sono sempre alterati dal desiderio del narratore. Zeno, rievocando il passato, lo modifica, quando addirittura non lo crea ex novo, dato che la parola è essa stessa un avvenimento, che determina la realtà. Il suo iniziale progetto di narrare ordinatamente le sue esperienze è sconvolto dall’irruzione nel presente del passato: l’ansare di una locomotiva, per esempio, esercita su di lui un effetto perturbante, e inevitabilmente devia la direzione della sua ricerca (egli scoprirà poi che quel rumore gli ricorda l’ansare affannoso del padre morente).

Dal momento che il tempo non è più una realtà oggettiva, ma una continua creazione della «coscienza», all’ordinato susseguirsi degli avvenimenti secondo una disposizione lineare subentra un loro continuo intersecarsi secondo diversi piani temporali: il presente si insinua nel passato, il passato nel presente. Al sovvertimento della dimensione tradizionale del tempo corrisponde il sovvertimento della gerarchia tradizionale dei fatti: anche una mosca che ha ricevuto un colpo e cerca di rimettersi dritta sulle zampe ferite può catalizzare l’attenzione di Zeno. In genere i fatti minimi che si presentano come sintomi della sua malattia interessano morbosamente Zeno, il quale si accanisce in un’interpretazione di essi razionalizzatrice e allegorizzante che, se da un lato lo porta lontano dal comprendere l’origine della sua nevrosi, dall’altro gli dà l’occasione di esporre una concezione della vita in apparenza relativistica e ironica, nella sostanza di un organico e radicale pessimismo.

Nella Coscienza di Zeno, da considerarsi esempio paradigmatico di «opera aperta», è programmata dall’autore l’assenza non solo di un giudizio sulla vicenda narrata e sui personaggi, ma anche di una concezione generale della vita. «La vita non è né bella né brutta, è originale»: questa frase, messa in bocca al personaggio Zeno, vuol significare l’impossibilità di qualunque giudizio e di qualunque ideologia. La coscienza di Zeno è un romanzo che respinge l’ideologia: e questo grazie alla sua stessa struttura formale, che non le lascia spazio.

Naturalmente il deliberato rifiuto di ogni ideologia è esso stesso ideologia: ideologia conservatrice, perché il non mettere in discussione l’ideologia dominante significa di fatto confermarla. Ma Svevo, borghese intelligente e perfettamente consapevole della crisi culturale e morale della sua classe, mette in scena l’ambiguità di questo rifiuto: sia con l’invenzione su cui è fondato il romanzo, di due narratori destituiti entrambi di legittimità e quindi inattendibili, sia con la demistificazione del linguaggio, ottenuta mediante l’uso sistematico della figura dell’ossimoro: mediante l’accostamento, cioè, e la pacifica convivenza di parole di significato opposto, che secondo l’opinione comune dovrebbero invece confliggere, o comunque attraverso una carica ironica presente in quasi ogni parola o frase, che rende il suo significato doppio. Per esempio, la salute psichica della moglie Augusta, che è una tipica moglie della borghesia medio-alta, viene definita da Zeno «atroce», tanto che egli, scrivendone, comincia a dubitare «se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire»; la sigaretta che Zeno desidera fumare deve sempre essere l’«ultima», come pure deve essere sempre l’«ultimo» l’abbraccio dell’amante Carla, che egli si propone di abbandonare perché mette in pericolo la stabilità della sua famiglia (dove si vede che a essere doppio è lo stesso desiderio di Zeno, e l’aggettivo «ultimo», macroscopicamente improprio in questo caso, non fa altro che rilevare tale doppiezza).

La soluzione che, con La coscienza di Zeno, Svevo ha dato al problema di creare una scrittura narrativa, che sappia rappresentare la complessità e l’ambiguità di un mondo in cui tutte le tradizionali certezze sono cadute, è valida nel determinato momento storico culturale in cui il romanzo è stato scritto. È, questo, il momento in cui la psicoanalisi faceva la scoperta rivoluzionaria dell’inconscio e del linguaggio in cui esso si esprime, e tuttavia ancora restava legata alle sue origini positivistiche. Svevo, con La coscienza di Zeno, ha mostrato la grandezza e insieme la miseria di questa nuova scienza e, in generale, della scienza moderna, che, mentre pretende di mutare le vecchie strutture sia del sapere che della società, resta, senza avvedersene, condizionata da esse e anzi contribuisce a perpetuarle. La struttura di questo romanzo è pertanto un unicum non trasferibile a tentativi analoghi che non vogliano essere pedisseque imitazioni. Svevo non ha accompagnato i suoi esperimenti di scrittura con una retorica dell’arte d’avanguardia: è per questo che non ha avuto imitatori (è significativo che dal suo nome non si sia formato un aggettivo: non esiste uno «svevismo» come esiste, viceversa, un «pirandellismo»). Ed è per questo, anche, che la sua grandezza è stata riconosciuta tanto in ritardo.

1. Si veda, in proposito: Gianfranco Contini, L’analisi linguistica di Giacomo Devoto, in ‘Lettere d’oggi’, Roma, V, 3-4, 1943; poi in Idem, Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970.

2. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, III, pp. 2240-2241. Gramsci era particolarmente sensibile agli aspetti politici e morali della civiltà letteraria, e quindi in grado di valutare, assai meglio dei letterati di professione, l’importanza e il significato della priorità di una scoperta.

3. Italo Svevo, Carteggio con James Joyce, Valery Larbaud, Benjamin Crémieux, Marie Anne Comnène, Eugenio Montale, Valerio Jahier, a cura di B. Maier, Milano, dall’Oglio, 1965, p. 29.

4. Si vedano in particolare: Eduardo Saccone, Commento a Zeno, Bologna, Il Mulino, 1973, e Idem, Il poeta travestito. Otto studi su Svevo, Pisa, Pacini, 1977; Mario Lavagetto, L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo, Torino, Einaudi, 1975. In Francia, fin dai primi anni ’50, Jean Pouillon (La conscience de Zeno, roman d’une psychanalyse, in ‘Les Temps Modernes’, Paris, octobre 1954, pp. 556-562) impostava in termini criticamente corretti il problema del “tema” e della struttura della Coscienza di Zeno, mostrando come Svevo concentra la sua attenzione sul rapporto tra coscienza e psicoanalisi non per fare una “diagnosi” della nevrosi di Zeno, ma per evidenziare le possibilità espressive che a Svevo venivano offerte dalla scelta delle particolari strutture del romanzo psicoanalitico. L’interesse del critico, afferma Pouillon, deve andare, più che ai contenuti, alla forma. La particolarità della Coscienza di Zeno risiede, più che nell’analisi di un caso psicologico, «dans l’habileté et la pénétration avec lesquelle l’auteur suggère la complexité de la “relation analitique”». La Coscienza è «le roman d’une psychanalyse» e non un semplice romanzo psicologico: la relazione analitica è rappresentata sì dal punto di vista dell’analizzato (il narratore Zeno), ma «l’art d’Italo Svevo est d’obliger le lecteur […] a tenir lui-même le place de l’analyste». L’ambivalenza della relazione analitica permette la coesistenza di due punti di vista, entrambi egualmente legittimi e illegittimi: quello di Zeno, che racconta, e quello dello psicoanalista al quale il racconto di Zeno è indirizzato (il dottor S., che prende la parola in prima persona nella breve Prefazione). Lo psicoanalista, che resta tra le quinte, è, secondo Pouillon, «l’éponyme du lecteur que se souhaite Svevo»: in effetti, è il lettore che analizza Zeno e che per questo avverte come diretta contro di lui la “resistenza” che Zeno oppone al trattamento.

5. Italo Svevo, op. cit., p. 97.

6. Le espressioni sono di un critico marxista, Arcangelo Leone De Castris (Il decadentismo italiano. Svevo Pirandello D’Annunzio, Bari, De Donato, 1974, p. 87).

7. Italo Svevo, Opera Omnia, Milano, Dall’Oglio, 1968, vol. III, pp. 816 e 831-832: «Io credo, sinceramente credo che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che non sia puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero, anatomizzato, e tutto e non di più. Altrimenti facilmente si cade – il giorno in cui si crede d’esser autorizzati di prender la penna – in luoghi comuni o si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori della penna non c’è salvezza […] Chi legge un romanzo deve avere il senso di sentirsi raccontare una cosa veramente avvenuta. Ma chi lo scrive maggiormente deve crederci anche se sa che in realtà mai si è svolto così. L’immaginazione è una vera avventura. Guardati dall’annotarla troppo presto perché la rendi quadrata e poco adattabile al tuo quadro. Deve restare fluida come la vita stessa che è e diviene. Quando è, non sa come diverrà, ma quando è divenuta ricorda come è stata, ma non col medesimo sentimento di quando fu. Allora appena si crea l’intonazione, e l’immaginazione e la vita egualmente si fanno armoniche ricordando. Bisogna credere nella realtà della propria immaginazione. Non bisogna però intervenire con alcuno sforzo per regolarla perché allora si diviene un incredibile Dio che in natura manca, e allora appena l’immaginazione differisce totalmente dalla realtà dove manca una regola e le cose nascono dalle cose impensabilmente, sorprendentemente conformi ad una legge che nessuno avrebbe potuto predire e che appena allora si rivela. L’immaginazione è meno monotona della realtà solo perché vi si muovono le creature che dalla realtà nacquero ma isolate dal nostro desiderio, dalla nostra passione».

8. André Bouissy, Les fondements idéologiques de l’oeuvre d’Italo Svevo, in ‘Revue des etudes italiennes’, 1966, n. 3 e n. 4, e 1967, n. 1.

9. Mario Lavagetto, op. cit., p.107.

10. Si veda l’analisi che di questo procedimento educativo fa Michel Foucault in La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli, 1978.

 

FRANCO PETRONI è professore ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia. È redattore di ‘Allegoria’ e di ‘Moderna’. Ha scritto su Manzoni, Verga, Svevo, Pirandello, Tozzi, Slataper, Pea, Fenoglio, Calvino, sul canone della letteratura del primo e del secondo Novecento e sul rapporto tra psicoanalisi e critica letteraria. I suoi libri più importanti sono: L’inconscio e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo (Liviana, 1979); Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo Novecento (Jaca Book, 1998)e Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi (Manni, 2006).

 

 

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