Frank Rich

JFK usato contro sé stesso

da ''The New York Review of Books''
IRA STOLL, JFK, Conservative, Houghton Mifflin Harcourt, pp. 288, $ 27,00 e numerosi altri libri e programmi TV su John F. Kennedy

STORIA: Il 2013 è stato il cinquantenario dell'assassinio del Presidente John F. Kennedy. Numerosi libri, riviste, documentari e programmi televisivi hanno ricordato l'evento e la figura del Presidente. La risposta più accesa al cinquantesimo anniversario dell'assassinio, è venuta però dalla destra americana, desiderosa di sfruttare l'occasione per ottenere un vantaggio politico nel presente.

Se le unità di misura fossero il puro volume e il finto patriottismo, allora la commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Kennedy potrebbe essere definita un evento culturale epico. Circa 140 libri sul trentacinquesimo presidente e il suo assassinio sono stati distribuiti o redistribuiti nel 2013, oltre a un inventario precedente stimato, secondo Amazon.com, in circa 40.000 titoli. È tale il peso postumo percepito sul mercato di JKF, che il cinquantennale della sua morte ha avuto ancora il potere di dare la scossa al ‘Saturday Evening Post’ e a ‘Life’ fino a far loro pubblicare un nuovo round di edizioni speciali.

La televisione non è stata meno rapace nel rovistare il repertorio. Fu Kennedy che accreditò il mezzo come strumento politico, e fu il suo assassinio che diede origine alla consuetudine di una copertura 24 su 24, 7 giorni su 7, che è stata applicata alle catastrofi (e alle pseudo catastrofi) da allora. Per segnare la pietra miliare, CBS News ha messo in streaming online tutti i quattro i giorni della sua maratona in tempo reale del 1963, dal notiziario da Dallas dell’1:38 del venerdì pomeriggio fino ai funerali di Washington il lunedì. Ma quasi ogni network, grande o sconosciuto, ha messo in campo qualche tipo di speciale su Kennedy, e mentre molti sono stati convenzionali, alcuni sono stati ingegnosi nell’offrire punti di vista innovativi. Lo Smithsonian Channel ha costruito il documentario Kennedy’s Suicide Bomber, su Richard Pavlick, un dimenticato strano personaggio che concepì ma non portò a termine un elaborato piano per assassinare Kennedy sulla sua strada verso la chiesa di Palm Beach un mese prima del suo insediamento. Sulla PBS, il programma Nova, è saltato sul carro con uno speciale intitolato Cold Case JFK, che applicava le «più aggiornate tecniche forensi, incluse le scansioni laser, nuovi test balistici, e una ricostruzione in 3D del cranio del presidente, il tutto per cercare di risolvere l’assassinio del secolo».

Il Presidente Kennedy e la moglie il giorno dell'attentato di Dallas

Il Presidente Kennedy e la moglie il giorno dell’attentato di Dallas

Nella dilagante celebrazione degli eventi riguardanti Kennedy, non sono mancati gli spari di fucile simulati e le altisonanti riflessioni dei conduttori televisivi sulla gravità di tutto questo, ma il lusso della Casa Bianca di Kennedy è svanito (eccetto che per l’abito Chanel macchiato della First Lady). Non c’è valore commerciale nel ricreare quel recital di Pablo Casal in una cena ufficiale del 1961, e in questi giorni del profilo culturale della Casa Bianca di Kennedy si è appropriato l’annuale premio del Kennedy Center, che la CBS presenta in un programma televisivo di prima serata rievocante il suo Ed Sullivan Show dell’era Kennedy.

Tuttavia, un’attenzione speciale dovrebbe essere dedicata alle più nobili aspirazioni dell’ Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth, che ha esibito un certo numero di opere d’arte presenti nella suite usata dalla coppia presidenziale quando si fermò all’Hotel Texas di Fort Worth sulla strada per Dallas cinquant’anni fa. Messa insieme frettolosamente al tempo dai coscienziosi leader locali ansiosi di impressionare la coppia reale di Washington in visita, la collezione includeva in particolare Swimming di Thomas Eakins, insieme a opere di vario livello di Monet, Van Gogh, Picasso, Dufy e Franz Kline.

Mentre sarebbe difficile asserire che qualche aspetto della presidenza e della morte di Kennedy sia stato trascurato nell’ampia scelta proposta dal cinquantesimo anniversario, è anche difficile dire che qualcosa di nuovo sia stato aggiunto all’esistente. Il racconto più affascinante dell’apprendistato politico, della presidenza e dell’assassinio di Kennedy è precedente all’ultimo impeto letterario, essendo sbucato come un non ufficiale libro nel libro nella recente grande opera di Robert Caro su Lyndon Johnson, The Passage of Power (Il passaggio di potere). Il bilancio storico più ragionato sui successi e i fallimenti della Casa Bianca di Kennedy è nel John F. Kennedy (della serie “American Presidents” di Times Books), che, come il libro di Caro, è stato pubblicato nel 2012. Una consistente biografia del Kennedy ufficiale, Una vita incompiuta di Robert Dallek, uscì nel 2003 (Dallek ha anche prodotto uno spinoff nel 2013, Camelot’s Court, La corte di Camelot). Per una esaustiva narrazione in prima persona dei cinque giorni che racchiudono l’assassinio, ancora non c’è un equivalente del The Death of a President (Morte di un presidente) del 1967 di William Manchester, finalmente ripubblicato dopo essere stato consegnato per anni al purgatorio dei fuori catalogo dalle strambe obiezioni dell’entourage Kennedy alla sua prima pubblicazione.

Nessuna novità che si è aggiunta al corpus su Kennedy, qualunque sia la sua qualità o obbiettivo, può probabilmente modificare il consenso generale apparentemente incrollabile sulla posizione di JFK nel firmamento civico e le torbide circostanze della sua morte. Un sondaggio Gallup condotto nel novembre 2013 trovava che il 74 per cento degli americani lo definisce come un presidente eccezionale o sopra la media, il che lo colloca ben al di sopra di tutti i suoi pari moderni – da Ronald Reagan (61 per cento) a Bill Clinton (55 per cento) a Barack Obama (28 per cento) e George W. Bush (21 per cento). Gli americani sono allo stesso modo uniti nel loro rifiuto di accettare il verdetto ufficiale che Lee Harvey Oswald sia stato il suo solo assassino: il 71 per cento rifiuta questa idea, secondo un sondaggio del 2013 commissionato da History Channel. Benché la teoria dell’evoluzionismo e la minaccia del riscaldamento globale siano ancora viste con scetticismo da un grande numero di americani, ciononostante i sondaggi mostrano che sia il Darwinismo che la scienza del cambiamento climatico hanno grosso modo il doppio della credibilità della Commissione Warren tra il pubblico.

1962, il Presidente Kennedy circondato da delle ammiratrici sulla spiaggia di Santa Monica.

1962, il Presidente Kennedy circondato da delle ammiratrici sulla spiaggia di Santa Monica.

Senza l’aureola del martirio e le teorie sulla cospirazione popolata-di-mafia-e-agenti-della-CIA generate dall’assassinio – e senza le affascinanti registrazioni video dell’eleganza, del carisma e dell’umorismo di Kennedy, i sondaggi sulla sua gestione della Casa Bianca sarebbero così alti? Probabilmente no. È come dire che la sua morte ha una maggiore risonanza postuma che non la sua presidenza. Gli americani ogni anno visitano più il Sixth Floor Museum nella Dealey Plaza di Dallas che la Biblioteca Kennedy a Boston. I libri, i film, i programmi televisivi sull’assassinio dominano il catalogo JFK. Per tutti i volumi usciti per l’anniversario di Kennedy, nessuno ha ottenuto una posizione nella lista dei bestseller che si avvicini minimamente ai due racconti dell’assassinio pubblicati nel 2012, il romanzo di reinvenzione storica di Stephen King 22/11/63e Killing Kennedy, un ingresso (schiacciato come in un sandwich tra Killing Lincoln e Killing Jesus) nella catena di libri commerciali dallo stesso titolo messa insieme dal mezzo busto della Fox News Bill O’Reilly (O’Reilly ha fornito anche un titolo più saporito all’edizione per bambini, Kennedy’s Last Days, Gli ultimi giorni di Kennedy, rivolto ai lettori dai dieci anni in su). L’adattamento televisivo di Killing Kennedy, con Rob Lowe nel ruolo del titolo, ha costituito un record di ascolti per il canale National Geographic di Rupert Murdoch.

Ciò che è stato più evidente riguardo ai risultati dell’anniversario come insieme, è stato che il suo impatto visibile sui cittadini è apparso in proporzione quasi inversa rispetto alla sua portata scoraggiante. Le nuove uscite hanno fallito non solo nello spostare lo stabile punto di vista sulla vita e la morte di Kennedy, ma anche nel suscitare più emozione di massa al di là del fremito nostalgico del “cosa avrebbe potuto essere se”. Che l’America sia stata poco attenta all’ultima resurrezione tipo Brigadoon1 di Camelot può essere attribuito in parte alla matematica inesorabile del cambiamento demografico. La media dell’età della popolazione americana oggi è di trentasette anni. Il numero di coloro che ricordano Kennedy di prima mano sta declinando rapidamente.

La scorta una volta generosa di membri della famiglia Kennedy direttamente legati alla sua vita spezzata sta finendo. I tre eredi che hanno passato la torcia di JFK a Obama nella simbolica campagna presidenziale del 2008 – Teddy, Caroline e il nipote Patrick – da allora sono stati rimossi dal palcoscenico nazionale dalla morte, da un distante incarico di rappresentanza e dal ritiro politico. Dopo che Patrick Kennedy ha lasciato libero il suo seggio al Parlamento per il Rhode Island nel 2011, era la prima volta che nessun membro della famiglia si trovava in un incarico pubblico da che loro zio Jack era arrivato a Washington come matricola del Massachusetts al Congresso nel gennaio 1947.

La mutata reazione pubblica all’ultimo giro della baraonda Kennedy può anche essere letta come un riflesso della nostra stessa dispeptica era politica. In un’età in cui la maggior parte degli americani di tutte le correnti ideologiche si sentono abbandonanti dai politici di entrambi i partiti, partendo da un Congresso sfortunato per arrivare a un presidente distante che non ha dimostrato di essere la reincarnazione di JFK (o almeno del JFK mitologizzato) in cui così tanti avevano sperato, la nozione che qualche presidente americano possa essere un gigante sembra sempre di più una favola. Kennedy può classificarsi primo tra i presidenti recenti, ma in questi tempi aspri questa particolarità non è la stessa che era una volta.

La risposta più accesa al cinquantesimo anniversario dell’assassinio, in modo piuttosto affascinante, è venuta dalla destra, che era desiderosa di sfruttare l’occasione per ottenere un vantaggio politico nel presente. Ma consci della forte tenuta di Kennedy nei sondaggi, i conservatori hanno evitato la loro antipatia tradizionale. Questo è un cambiamento storico. La destra ha demonizzato Kennedy per tutta la sua esistenza – un’ostilità che fu sancita nel bestseller dell’epoca di Victor Lasky JFK: The Man and the Myth (JFK:l’uomo e il mito), che (tra altre calunnie) prese di mira l’encomiabile operazione di guerra del PT-109 di Kennedy2 come poi i discendenti di Lasky del “Swift Boat” silurarono il servizio militare di John Kerry quattro decadi dopo3. Niente di tutto ciò questa volta.

La cosa più vicina a cui l'”Edizione Speciale su JFK” del ‘New York Post’ di Murdoch si è avvicinata come critica a Kennedy è stata una garrula antologia illustrata di “Tutte le donne del presidente”. Per rimpinguare il solito elenco – Judith Exner, Marilyn Monroe, “Fiddle and Faddle” e altre – si è dovuto aumentare il banchetto con gente come «Gunilla Von Post, aristocratica svedese» e la spogliarellista degli anni ’50 Blaze Starr, il cui «imminente rotolarsi nel fieno fu interrotto dalla crisi dei missili cubani». Se a qualcosa serve, una tale cavalcata carnale fa aumentare piuttosto che diminuire la mistica di Kennedy nell’era post clintoniana della Kardashian4.

Nell’altro organo di stampa americano di Murdoch, ‘The Wall Street Journal’, la critica a Kennedy è stata ugualmente minimizzata, per favorire altri tentativi di fare punti a livello ideologico. Come vuole la loro tradizione, c’è stato un rinnovato sforzo nel creare maggiori collegamenti tra Fidel Castro e Oswald5 (il testo di riferimento della destra su questa alleanza è una recente edizione rivista di Castro’s Secrets: Cuban Intelligence, the CIA, and the Assassination of John F. Kennedy, I segreti di Castro: Intelligence cubana, la CIA e l’assassinio di John F. Kennedy, di Brian Latell). Ma oggi c’è sempre meno strada politica da fare nella perenne campagna della destra per ritrarre Kennedy come vittima di un complotto comunista. Questo non solo perché l’Unione Sovietica è morta e Castro quasi, ma anche perché una nuova generazione di cubani americani trova il duro anticomunismo dei loro genitori e dei loro nonni un anacronismo inutile nel nuovo secolo. Infatti, alcuni elettori più giovani nel blocco elettorale cubano americano, un tempo fortemente repubblicano, hanno cominciato ad allontanarsi del tutto dal GOP6 in un periodo in cui la xenofobia antimmigrati, non la guerra fredda, è il nucleo centrale dell’identità del partito.

Un altro indicatore del peso calante di Castro come uomo nero della destra può essere il fatto che un fazioso conservatore infallibilmente opportunista, il commentatore politico Roger Stone, ha scommesso nel suo libro sul cinquantesimo anniversario dell’assassinio (The Man Who Killed Kennedy, L’uomo che uccise Kennedy, scritto con Mike Colapietro) su uno scenario che coinvolge LBJ nell’omicidio di JFK. Johnson, come padrino filosofico dell’Obamacare7, è il cattivo di turno molto più attuale del tramontante Fidel.

L’obbiettivo conservatore più pressante nell’anniversario dell’assassinio è stato quello di cercare di proteggere l’attuale destra americana da ogni collegamento con la destra radicale degli anni ’50 e ’60 – i funzionari pieni di disgusto per Kennedy che avevano favorito la nascita della John Birch Society e della rivoluzione di Barry Goldwater all’interno del GOP e che contribuirono a permeare Dallas della sua reputazione di “città dell’odio” ben prima che Kennedy fosse ucciso (alcuni di questi collegamenti sono sia genealogici che ideologici: il petroliere Fred Koch di Wichita, uno dei fondatori della Birch Society, era il padre di David e Charles Koch8). Un tale collegamento tra allora ed ora sta facendo infuriare l’attuale establishment conservatore, che sostiene che il radicalismo è e sarà sempre in America principalmente un fenomeno della sinistra. Ma in questi giorni è difficile cancellare tutta l’evidenza del contrario. In 22/11/63, un dispettoso Stephen King ha persino collocato una fittizzia “Tea Party Society” nel suo panorama delle follie principalmente vere della Dallas che odiava Kennedy.

Gli attuali polemisti della destra preferiscono una lettura selettiva della storia. Per loro noi dovremmo ricordare che Oswald fu un marxista e che disertò a favore dell’Unione Sovietica, ma dovremmo dimenticare che Adlai Stevenson, il formale rappresentante democratico pre-kennediano, fu accolto a sputi e schiaffeggiato con un cartello di protesta durante la sua visita a Dallas come ambasciatore delle Nazioni Unite nel 1963. Cercando di relegare tale inconveniente della storia nel bidone della spazzatura, dalle pagine del ‘Wall Street Journal’9, James Piereson, un membro anziano del Manhattan Insititute e presidente della William E. Simon Foundation, ha espresso incredulità riguardo al fatto che «una rispettabile casa editrice» (la Twelve, una sigla editoriale della Hachette) potesse anche solo avere avuto una parte nel libro Dallas 1963. In quel libro due autorevoli scrittori texani, il giornalista Bill Minutaglio e lo storico della cultura Steven L. Davis, riesaminano le figure del magnate del petrolio H.L Hunt, dello squinternato ex generale Edwin A. Walker, dell’editore di estrema destra del ‘Dallas Morning’ Ted Dealey (appropriatamente commemorato dalla Dealey Plaza) e di tutti gli altri fanatici con la schiuma alla bocca, laici e religiosi, che ebbero influenza sulla città in quel periodo.

La “città dell’odio” ricreata nel romanzo di King e in Dallas 1963 ha troppe corrispondenze con i rabbiosi estremisti che odiano Obama dell’attuale destra americana, che siano o meno appartenenti al Tea Party, o texani. Lo sforzo conservatore di separare l’odio di oggi dai suoi antenati è dello stesso tipo dei loro continui obbiettivi revisionisti dell’era Obama: lo sforzo di occultare la migrazione di massa dei democratici razzisti del sud, come Strom Thurmond10, verso il partito repubblicano negli anni’60 ricatalogandola come una questione di fedeltà costituzionale di principio ai “diritti degli stati” piuttosto che come opposizione alla desegregazione nelle scuole ordinata dai tribunali e alla legislazione del Congresso sui diritti civili11.

La copertina del libro di Ira Stoll

La copertina del libro di Ira Stoll

La più aggiornata strategia conservatrice per capitalizzare la persistente popolarità di Kennedy nei riti del cinquantesimo anniversario, è stata semplicemente quella di appropriarsi di lui come conservatore. Il fulcro di questo sforzo – pubblicizzato nel ‘Wall Street Journal’ e dall’editorialista George Will, tra gli altri – è un libro di Ira Stoll, un ex redattore del ‘New York Sun’, intitolato JFK, Conservative (JFK, Conservatore). Il lavoro di Stoll è un lavoraccio non a causa della sua tendenziosità o slancio politico, ma a causa delle continue riserve che egli deve allegare alla sua argomentazione, per non dire della necessità di analizzare le sue definizioni sempre mutevoli di cosa significhi “liberal” e “conservatore” in ogni dato momento storico. A volte il vero soggetto del libro sembrano essere le vicissitudini etimologiche delle etichette nella politica americana. In un certo senso delle mele devono essere paragonate a delle arance.

Pochi liberal metterebbero in discussione alcuni dei punti più generali di Stoll. Kennedy citava Dio e il destino in pubblico – come hanno fatto la maggior parte dei presidenti. Era un convinto anticomunista. Non stava alla sinistra del suo partito (benché Stoll non lo menzioni, Eleanor Roosevelt, tra gli altri, non poteva perdonargli di aver mancato il voto al Senato in cui si condannava Joe McCarthy). Ma molto di ciò che Stoll chiama l’estremo “conservatorismo” di Kennedy era praticato da molti altri della corrente principale dei democratici del suo tempo – non solo dai democratici del sud che sarebbero divenuti repubblicani, ma anche dai liberal come Harry Truman, Hubert Humphrey e Lyndon Johnson. Il libro di Stoll sarebbe stato più accurato se fosse stato intitolato, in modo anacronistico, JFK, Neoconservative.

Sul fronte interno, Stoll dà molta importanza al sostegno di Kennedy per il taglio delle tasse e alla sua antipatia per la spesa federale, che egli considera come l’origine del reaganismo12. Ma l’obbiettivo di Kennedy e il panorama storico non corrispondono. Come ha scritto recentemente lo storico David Greenberg, Kennedy «sosteneva un taglio delle tasse a favore della domanda – non a favore dell’offerta – destinato a mettere denaro nelle mani della gente per stimolare l’attività economica a breve termine»13 (e oltretutto in un tempo in cui l’aliquota fiscale massima era del 91 percento). Kennedy può non essere stato il traditore della sua classe agiata come lo fu Franklin Roosevelt, ma uno dei marchi della sua breve presidenza fu il suo rabbioso regolamento di conti con l’industria dell’acciaio sull’aumento dei prezzi – un conflitto che Stoll riporta ma che non riesce a catalogare come conservatore. Come scenario politico l’episodio non fu diverso dalla resistenza di Reagan al sindacato dei controllori di volo – eccetto per il fatto che i due presidenti si trovavano sui fronti opposti del binomio capitale-lavoro.

John e Bobby Kennedy

John e Bobby Kennedy

Comunque siano ricucinati i risultati di Kennedy nell’essere all’altezza dei suo stessi ideali, la sua principale inclinazione fu a favore dell’attivismo del governo per incrementare il benessere dei meno fortunati. In un caratteristico eccesso di enfasi, Stoll inizia il suo libro con una citazione di Kennedy del 1953: «Sarei molto felice di dir loro che non sono assolutamente un liberal». Ma per quanto ci provi, Stoll non riesce a invertire il significato di quello che Kennedy disse nel momento in cui accettò la nomination del New York Liberal Party nel 1960;

Cosa vogliono dire i nostri avversari quando ci applicano l’etichetta “Liberal”? Se con “Liberal” intendono, come vogliono che la gente creda, qualcuno che è tenero nella sua politica estera, che è contro le amministrazioni locali, e che è poco preoccupato dei soldi dei contribuenti, allora la storia di questo partito e dei suoi membri dimostra che noi non siamo quel tipo di “Liberal”. Ma se con “Liberal” intendono qualcuno che guarda avanti e non indietro, qualcuno che dà il benvenuto alle nuove idee senza reazioni rigide, qualcuno che si preoccupa del benessere della gente – della loro salute, della loro casa, delle loro scuole, del loro lavoro, dei loro diritti civili e delle loro libertà civili – qualcuno che crede che possiamo rompere lo stallo e i sospetti che ci attanagliano nella nostra politica estera, se è quello che loro intendono come “Liberal”, beh allora sono orgoglioso di dire che sono un “Liberal”. 14

Nel giudicare Kennedy, la questione non è comunque come etichettarlo. Più importanti sono le questioni sollevate recentemente da Jill Abramson sul ‘New York Times’: «Kennedy fu un grande presidente come molti continuano a pensare? O fu uno spericolato e affascinante peso leggero o, ancor peggio, la prima delle nostre celebrità al comando?»15

Le risposte non sono così complicate come pensiamo che siano. La presidenza di Kennedy sarà sempre valutata incompleta indipendentemente da quanti americani diranno nei sondaggi che egli fu grande. Come celebrità al comando egli fu preceduto da Jefferson, Lincoln ed entrambi i Roosevelt, ma fu il primo a capitalizzare l’invadente mezzo di comunicazione di massa televisivo. Egli non fu un peso più leggero di molti altri presidenti, né il primo (o ultimo presidente) ad avere una vita sessuale extracurriculare e incauta, o a nascondere una malattia potenzialmente disabilitante (o, nel caso di Woodrow Wilson, completamente disabilitante).

Quello che più rimane di Kennedy è la sua ispirata consacrazione al servizio pubblico – come trasmesso dalla sua retorica, dai suoi specifici programmi (i Peace Corps16) e dall’esempio di molte delle successive carriere dei suoi familiari nella vita pubblica e privata. Che la sua presidenza possa essere o meno caratterizzata come “grande”, quella fu comunque una grande cosa. Egli compì anche gravi errori. Imparò dal peggiore di quelli (la Baia dei Porci) fino al punto da, durante la Crisi dei Missili a Cuba, annullare l’attacco statunitense che la maggior parte dei circoli interni militari e civili richiedeva, e si unì invece a Chruščёv nel negoziare una via d’uscita dallo scontro finale che salvasse la faccia. Quella fu un’altra grande cosa.

Kennedy fu partner di Chruščёv anche nell’ottenere un accordo per il bando parziale dei test nucleari e, come sottolineato da Jeffrey D. Sachs nel suo libro To Move the World, preparò la strada per quella conquista proponendo coraggiosamente una politica estera slegata dalla perpetua minaccia di aggressione17.A dispetto di ciò che dice JFK, Conservative, fu precisamente quella ricalibratura liberal dell’arte di governare la guerra fredda, che alimentò la famigerata pubblicità giornalistica listata di nero che attaccava i rossi e che accolse Kennedy sul ‘Dallas Morning News’ il 22 novembre. «Perché ha scartato la dottrina Monroe18 a favore dello “Spirito di Mosca?”», chiedeva.

Su due delle più pericolose questioni che Kennedy lasciò irrisolte, il giudizio rimarrà sempre sospeso. Consapevole della forza dei segregazionisti del sud nel suo stesso partito, egli si mosse timidamente verso l’approvazione dei diritti civili per gli afroamericani. Non sapremo mai se la sua potente guida dell’Ufficio Ovale, spinta dall’ammissione forzata da parte della Guardia Nazionale degli studenti neri all’Università dell’Alabama nel 1963, sia stata il precursore di un grande impegno nell’attivismo a favore dei diritti civili o no.

Né naturalmente, sapremo mai se Kennedy avrebbe perseguito il disastroso percorso in Vietnam di Johnson. La cosa più vicina ad una risposta che abbiamo può essere trovata in Virtual JFK: Vietnam If Kennedy Had Lived, un resoconto della conferenza di esperti di politica estera che nel 2005 furono riuniti dagli accademici James G. Blight, Janet M. Lang e David A. Welch per rispondere alla questione. Per ogni sostenitore che con persuasione diceva che Kennedy non avrebbe allargato il coinvolgimento americano o che lo stava già concludendo (James K. Galbraith19, Gordon Goldstein e Fredrik Logevall tra gli altri) c’erano altri (soprattutto Frances FitzGerald) che propendevano per lo scetticismo. Kennedy fece affermazioni diverse a persone diverse. Può essere stato lontano dall’aver chiaro nella sua testa che cosa dovesse essere fatto. Quello che Virtual JFK chiama «il più dibattuto e controverso “cosa sarebbe successo se” della storia nella politica estera americana» non sarà mai risolto.

Un folla apprende la notizia della morte del Presidente Kennedy

Un folla apprende la notizia della morte del Presidente Kennedy

Quante altre volte possono ancora essere setacciate queste ceneri? Nel momento in cui raggiungeremo il prossimo rito nazionale per l’anniversario di Kennedy, qualunque sia il pretesto per esso, il risultato della sua presidenza potrà difficilmente essere differente. Ma l’America che analizza sarà lì. Finora, se c’è stato un momento di certezza unificante sull’assassinio, è che il paese cambiò irrevocabilmente dopo di esso – in definitiva per il meglio o per il peggio (a seconda della tua visione politica). È una questione fondamentale della nostra cultura, se è manifestato nei romanzi di King, Don DeLillo e James Ellroy, o in ricostruzioni storiche alternative come il recente If Kennedy Lived, di Jeff Greenfield, o nella canzone di Stephen Sondheim “Something Just Broke” nell’album Assassins, o nell’arco narrativo complessivo della serie televisiva Mad Men.

Ma quando quelli di noi che hanno attraversato gli anni ’60 saranno morti – e quando le passioni di quelle guerre culturali, come quelle della guerra fredda, continueranno a estinguersi nell’America dei post-boomer – così lo sarà la condizione di mito di Camelot come breve, luminoso momento prima che si scatenasse l’inferno. Quello che rimarrà è il Kennedy uomo, presidente e tragica vittima di un assassinio – vincitore, ispiratore, contraddittorio e inafferrabile come mai, ma comunque in una dimensione umana e storica reale.

 

  1. Brigadoon è un film del 1954 di Vincent Minnelli su un misterioso villaggio scozzese, Brigadoon, che compare per un solo giorno ogni cento anni. N.d.R.
  2. Nell’agosto del 1943 la motosilurante PT-109, comandata dall’allora sottotenente di vascello John F. Kennedy fu speronata da un cacciatorpediniere giapponese nello Stretto di Blackett. Il comportamento del giovane Kennedy portò al salvataggio dei sopravvissuti del suo equipaggio dopo l’affondamento e fece di lui un eroe di guerra. N.d.R.
  3. Il termine “Swift Boat” si riferisce a un tipo di imbarcazione utilizzata dalla marina americana durante la guerra in Vietnam, ma il termine oggi in America indica soprattutto un attacco politico scorretto o che utilizza affermazioni false nei confronti di una personalità politica. Ciò deriva dall’attacco perpetrato da parte dell’associazione di reduci di guerra “Swift Boat Veterans for Truth” nei confronti dell’allora candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry durante la campagna presidenziale del 2004. Kerry durante la guerra in Vietnam aveva prestato servizio a bordo di una Swift Boat, e dopo essere stato ferito più volte, venne pluridecorato con le medaglie Bronze Star, Silver Star e Purple Heart per il suo eroismo. Dopo il congedo Kerry partecipò al movimento che chiedeva la fine della guerra in Vietnam e testimoniò davanti ad una commissione di inchiesta senatoriale incaricata di esaminare i crimini di guerra compiuti nel sud-est asiatico durante la guerra. Nel 2004 alcuni membri dell’associazione di reduci di guerra “Swift Boat Veterans for Truth”, che asserivano di aver prestato servizio sulla stessa Swift Boat di Kerry, screditarono le sue azioni compiute in Vietnam e lo attaccarono per il suo il impegno pacifista dopo il congedo. Questa notizia portò anche alla pubblicazione di un libro diventato un bestseller, Unfit for Command (Inadeguato al comando). Nonostante il clamore suscitato, la notizia si sgonfiò rapidamente visto che nessuno dei membri dell’associazione fu in grado di dimostrare le accuse mosse contro Kerry o (nel caso degli autori del libro) persino di aver partecipato alla guerra in Vietnam nello stesso periodo in cui Kerry prestò servizio a bordo della Swift Boat. N.d.R.
  4. Kim Kardashian (1980) è un personaggio televisivo statunitense. Figlia di un noto avvocato, ha partecipato a diversi reality show ed è nota soprattutto per le sue relazioni sentimentali e per le notizie di gossip a lei legate. N.d.R.
  5. Si veda per esempio, Mary Anastasia O’Grady, What Castro Knew About Lee Harvey Oswald, ‘The Wall Street Journal, 17 novembre 2013.
  6. Acronimo (Grand Old Party) che viene spesso usato per indicare il Partito Repubblicano. N.d.R.
  7. La recente riforma sanitaria realizzata dall’amministrazione Obama. N.d.R.
  8. Frederick R. Koch (1900-1967) era un petroliere statunitense, noto per il suo fervente anticomunismo. I suoi figli David e Charles oggi appoggiano il movimento del Tea Party e sostengono numerose cause care ai conservatori, come l’opposizione ai matrimoni gay e alla ricerca sulle cellule staminali. N.d.R.
  9. JFK-Casualty of the Cold War, 15 novembre 2013.
  10. Strom Thurmond (1902-2003), politico, ex governatore della Carolina del Sud e senatore degli Stati Uniti. Thurmond era uno dei principali esponenti dei cosiddetti “Dixiecrats”, membri del Partito Democratico provenienti dal sud degli Stati Uniti che, nonostante la loro appartenenza politica, non erano a favore dell’integrazione razziale. A causa dei forti contrasti legati alle sue posizioni in materia di diritti civili nel 1964 lasciò il Partito Democratico ed entrò nel Partito Repubblicano, di cui fece parte per tutto il resto della sua vita .N.d.R.
  11.  Per un racconto più esaustivo di questa campagna revisionista, si veda il mio articolo: Whitewash, ‘New York’, 5 maggio 2013.
  12. Forse non c’è passaggio che indichi meglio l’ottuso obiettivo di Stoll di quello della sua affermazione sul secondo assassinio Kennedy: «La morte di Robert Kennedy fu una tragedia per molti versi piccola e grande. Tra le altre conseguenze significò che sarebbe trascorsa più di una decade prima che la politica di Kennedy del taglio alla tasse e del rinforzamento militare fosse stata tentata di nuovo».
  13. 13JFK Was an Unapologetic Liberal, ‘The New Republic’, 11 novembre 2013.
  14. 14L’intera trascrizione è disponibile su www.pbs.org/wgbh/americanexperience/features/primary-resources/jfk-nyliberal/.
  15. 15Kennedy, the Elusive President, 22 ottobre 2013.
  16. 16Organizzazione di volontariato internazionale creata dal Governo degli Stati Uniti d’America per intervenire nei Paesi sottosviluppati, fondata nel 1961 per volere del Presidente Kennedy. N.d.R.
  17. Commencement Address, American University, 10 giugno 1963. Testo disponibile http://www1.media.american.edu/speeches/Kennedy.htm
  18. Dottrina politica ideata negli anni ’30 dell’800 dal politico americano John Monroe che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. N.d.R.
  19. Si veda anche JFK’s Plans to Withdraw, lettera di Galbraith allaNew York Review of Books’, 6 dicembre 2007.

 

 

 

FRANK RICH, a lungo collaboratore del ‘New York Times’, dal 2011 è editor at large presso la rivista ‘New York’. I suoi libri più recenti sono: The Greatest Story Ever Sold. The Decline and Fall of Truth from 9/11 to Katrina (Penguin, 2003) e Ghost Light. A Memoir (Random House, 2000). 

 

 

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